Trapianti in Italia: serve una cultura delle donazioni

di MASSIMO CARDILLO, DIRETTORE DEL CENTRO NAZIONALE DEI TRAPIANTI

L’Italia dei trapianti è certamente una realtà all’avanguardia a livello internazionale, sia sotto il profilo clinico, sia sotto quello organizzativo, e la Rete trapiantologica è unanimemente riconosciuta tra le eccellenze (e non sono poche) del Servizio sanitario nazionale. Questo dato è particolarmente vero per quanto riguarda la trapiantologia epatobiliare.

I primati sono tanti: solo per guardare all’ultimo anno, a Padova c’è stato il primo trapianto di fegato al mondo su un paziente con metastasi epatiche inoperabili con rimozione differita dell’organo malato; al San Camillo di Roma, invece, un altro fegato è stato trapiantato per la prima volta al mondo su una paziente con metastasi epatiche da carcinoma mammario.

E poi non si può citare la tecnica tutta italiana dello split liver, che permette di dividere in due un singolo fegato donato per realizzare due trapianti, uno su un adulto con la porzione più grande e uno su un bambino con la porzione più piccola.

Proprio il trapianto nel paziente pediatrico è un’altra eccellenza tutta italiana, che consente oggi di curare non solo i bambini italiani ma anche molti bambini che arrivano da Paesi dove queste terapie non sono disponibili. Ancora, sempre nel trapianto epatico, i criteri di trapiantabilita’ del fegato in pazienti con tumore epatico primitivo sono stati definiti in Italia, e sono universalmente conosciuti come i “criteri di Milano”, mentre nell’ottobre scorso il nostro centro di Pisa ha ospitato la prima Consensus Conference mondiale sul trapianto di pancreas.

Tutto ciò è possibile grazie al nostro sistema di rete, che permette di valorizzare le grandi qualità delle nostre scuole chirurgiche grazie a un’organizzazione che mette insieme la raccolta delle dichiarazioni di volontà alla donazione, i prelievi di organi, la conservazione e il trasporto, fino al trapianto e al follow up. Siamo riusciti a raggiungere questi livelli imparando dalle esperienze virtuose a livello internazionale, curando ogni singolo nodo organizzativo della rete, investendo molto in formazione e in comunicazione, valorizzando le realtà territoriali. E, soprattutto, non nascondendo le criticità. La Rete trapianti italiana funziona bene ma ha ancora tanto da migliorare: abbiamo bisogno di crescere nella segnalazione dei potenziali donatori, dobbiamo ridurre le opposizioni, specialmente al Sud, dobbiamo aumentare le donazioni da vivente (di fegato, ma anche di rene) e quelle a cuore fermo. Dobbiamo fare in modo che migliori ancora l’organizzazione degli ospedali, e la cultura della donazione, specialmente tra i giovani. Oggi abbiamo 9.000 pazienti in lista d’attesa e 3.700 trapianti eseguiti ogni anno, non è sufficiente.

Per questo è importante raccontare alle persone il mondo dei trapianti, con le sue ricchezze di grande professionalità sanitaria e le sue storie di vita rinata. Solo così potremo guadagnare e consolidare la fiducia dei cittadini nel nostro sistema, per poter così chiedere, qualora si verificassero le condizioni, di donare gli organi.

E’ il fondamento del nostro lavoro: senza i donatori, non si fanno i trapianti. Per questo, davvero, il dono è vita.

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