Un ago riscaldato per distruggere i tumori ed una nuova tecnica per curare le emorroidi

Il Prof. Rampoldi, Direttore della Radiologia Interventistica del Niguarda di Milano, ci parla di due nuove frontiere, la termoablazione e l’embolizzazione

Un ago riscaldato ed un intervento di pochi minuti in anestesia locale, e senza ricorrere ad invasive operazioni chirurgiche, può oggi distruggere alcuni tipi di tumore, così come un trattamento alternativo endovascolare mininvasivo, permette di guarire completamente dalle emorroidi. A parlarci di queste nuove frontiere in campo medico, il Prof. Antonio Gaetano Rampoldi, Direttore della Radiologia Interventistica dell’Ospedale Niguarda di Milano.

Prof. Rampoldi, in cosa consiste la cosiddetta termoablazione, che permette di bruciare i tumori?

Si tratta di una metodica di distruzione mirata del tessuto neoplastico senza intervento chirurgico e senza somministrazione di chemioterapici per via generale. Il meccanismo di distruzione del tessuto tumorale si basa sulla somministrazione di calore nel nodulo neo-plastico attraverso uno o più aghi che vengono inseriti attraverso la cute sotto guida radiologica (raggi X), ecografica o della TAC. Grazie al calore generato da onde radio o microonde che portano la temperatura oltre i 70 °C (che per definizione è una temperatura tumoricida), è possibile in pochi minuti causare la morte dei tessuti tumorali trattati, cioè delle lesioni tumorali primitive o secondarie, che interessano principalmente il fegato, il rene ed i polmoni, ma che possono interessare anche l’osso. Con questa tecnica possiamo intervenire in maniera mininvasiva, con una piccola incisione di 2-3 millimetri, e calibrare le modalità del trattamento a seconda della neoplasia. Si agisce localmente, delimitando e colpendo solo l’area interessata dalla malattia. L’intensità di calore e la durata dell’intervento sono misurate in base alla grandezza del tumore da distruggere. Questo tipo di procedure sono eseguibili in anestesia locale con una blanda sedazione, ed il paziente può essere dimesso entro 24 ore.

Per quanto riguarda le emorroidi invece, sappiamo che esiste oggi un nuovo trattamento molto più semplice ed indolore rispetto a quello tradizionale. Di cosa si tratta?

Il trattamento di embolizzazione endovascolare prevede un intervento più semplice e rapido rispetto alle tecniche tradizionali, condotto dall’interno, non doloroso, né durante né dopo, praticando un’anestesia locale della cute all’inguine od a livello del polso. L’intervento viene eseguito durante un’angiografia. Il radiologo interventista dopo aver praticato l’anestesia, esegue la puntura dell’arteria scelta come accesso all’apparato vascolare e sospinge all’interno il materiale diagnostico ed operatorio. Questa fase come pure la successiva non è dolorosa, l’unica sensazione provata dal paziente è un pò di calore locale e fugace, quando viene iniettato il mezzo di contrasto che serve all’operatore per ricevere informazioni e studiare la parte malata. Lo studio infatti prevede il creare immagini delle arterie emorroidarie e la decisione di quali chiudere. Una volta ottenuta una precisa mappa di come sono fatte le arterie e quali partecipano alla malattia, mediante l’uso di un microcatetere si naviga all’interno delle stesse e si individua il punto giusto per chiudere le arterie responsabili dell’aumento del flusso o del sanguinamento: a questo punto si sospinge all’interno del microcatetere fino alla suo estremo un minuscolo filamento metallico (microspirale) che viene fatto uscire all’interno dell’arteria e di cui occuperà l’intero canale, chiudendola. Al termine viene rimosso il microcatetere e viene tamponato il foro cutaneo d’ingresso. Con questa procedura, molto meno invasiva rispetto alle precedenti chirurgiche e per nulla dolorosa per il paziente, si ottiene lo stesso effetto che si persegue con le tecniche chirurgiche volte alla legatura/cucitura delle stesse arterie emorroidarie.

Ci sono altre novità in campo radiologico interventistico?

Tra le più interessanti c’è sicuramente la possibilità di riapertura di occlusioni croniche di vene centrali (cava superiore ed inferiore, vene iliaco-femorali) con posizionamento di stent dedicati. Queste tecniche, molto sofisticate, possono estendersi anche alla vena porta, che rappresenta il vaso più importante del fegato. La sua ricanalizzazione, in caso di cavernoma portale, darà al paziente affetto da cirrosi epatica, la possibilità di essere sottoposto a trapianto di fegato, con risoluzione completa dei suoi sintomi.

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Prof. Gaetano Rampoldi

Radiologia Interventistica – ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda

Piazza Ospedale Maggiore,3 – 20162 Milano
Segreteria: 02.64442700
Fax: 02.64442881
antonio.rampoldi@ospedaleniguarda.it

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