L’importanza delle immunoglobuline nel trattamento dell’epatite B

La Prof.ssa Patrizia Burra, Direttore dell’UOSD “Trapianto Multiviscerale” dell’Azienda Ospedaliera di Padova, ci spiega i vantaggi di questo farmaco

L’epatite B è una malattia del fegato causata da un virus a DNA (HBV), trasmesso attraverso fluidi corporei quali sangue, liquido seminale e secrezioni vaginali, ma anche dalla madre al nascituro durante il parto. A parlarci dell’infezione da HBV, la Prof.ssa Patrizia Burra, Direttore dell’UOSD “Trapianto Multiviscerale” dell’Azienda Ospedaliera Università di Padova, che recentemente è stata eletta presidente della ILTS (International Liver Transplantation Society).

Prof.ssa Burra ci parli dell’epatite B

Il virus dell’epatite B è responsabile dell’infezione del fegato, che clinicamente si può manifestare come epatite acuta, od epatopatia cronica, od addirittura epatite fulminante. Nella maggior parte dei casi, i soggetti che vanno incontro ad un’infezione acuta, sono in grado di contrastare efficacemente l’infezione e di eliminare il virus, producendo anticorpi, mentre in altri casi l’infezione persiste e nel 15-25% dei casi determina l’evoluzione in fibrosi del fegato con potenziale sviluppo di cirrosi e rischio poi di sviluppare tumore del fegato.

Quando una persona affetta da epatite B deve essere sottoposta ad un trapianto di fegato?

Il trapianto di fegato è considerato un intervento che si rende necessario quando l’organo non è più in condizione di sostenere le sue funzioni e le terapie mediche convenzionali non sono più in grado di controllare le complicanze. Nel caso di epatite B, le indicazioni al trapianto di fegato sono rappresentate dalla cirrosi epatica complicata, con o senza presenza di tumore del fegato, dall’epatite acuta che non risponde alla terapia medica e dall’epatite fulminante. Quest’ultima si manifesta con comparsa di ittero ed encefalopatia epatica e la rapidità con cui il fegato perde le sue funzioni, rende necessario un trapianto di fegato in urgenza. L’epatite fulminante infatti, insorge all’improvviso interessando il fegato in precedenza perfettamente sano e può portare al decesso anche in  pochi giorni, se non si rende disponibile un organo per il trapianto.

I pazienti trapiantati per epatite B sono quelli con i migliori risultati dopo l’intervento. Ciò che ha migliorato la loro qualità di vita è sicuramente la somministrazione di immunoglobuline anti-epatite B per via sottocutanea. Quali sono i vantaggi?

È vero, i risultati dopo trapianto per malattia epatica HBV-correlata sono ottimi, grazie alla possibilità di prevenire la reinfezione del nuovo organo. Lo schema tradizionale di prevenzione dell’infezione consiste nella somministrazione al paziente trapiantato, della combinazione di immunoglobuline anti-epatite B (HBIg), insieme ad un farmaco antivirale. Le HBIg vengono somministrate nella fase del trapianto, poi in profilassi dopo il trapianto, per impedire che il virus reinfetti il fegato. In altri casi, quelli considerati a basso rischio di reinfezione, la posologia delle HBIg può essere ridotta nel tempo od addirittura sospesa, continuando la profilassi con il solo farmaco antivirale. Le HBIg possono essere somministrate tramite infusione per via endovena, che però si può effettuare solo in struttura ospedaliera o territoriale adeguata; con iniezione intramuscolare, di più facile gestione da parte del paziente; oppure con somministrazione sottocutanea, che il paziente gestisce da solo. Quest’ultima, grazie alla sua praticità, consente infatti una facile autosomministrazione periodica, che di certo migliora la qualità della vita del paziente trapiantato. Grazie alla profilassi con HBIg in associazione con i farmaci antivirali, la percentuale di riattivazione del virus dopo il trapianto è molto bassa, tra 0 e 5% dei casi, un risultato assolutamente eccezionale ed impensabile nel passato quando non esistevano le immunoglobuline.

Il miglioramento di vita è stato dimostrato nello studio Twins. Di cosa si tratta?

La somministrazione sottocutanea di immunoglobuline anti-HBV è sicura ed efficace, mantiene stabili le concentrazioni di anticorpi anti-HBs e migliora l’autonomia dei pazienti. Per fare un confronto con altre vie di somministrazione, sulla qualità di vita del paziente, è stato creato un questionario specifico, capace di analizzare diversi aspetti sia dell’autonomia del paziente, che della sua percezione di sicurezza. Il questionario è stato quindi utilizzato in due studi, chiamati Twins 1 e Twins 2. Nel primo è stato confrontato l’impatto sulla qualità di vita della somministrazione di HBIg per via endovenosa od intramuscolare in 177 casi, ed i risultati hanno confermato migliore flessibilità e minor necessità di sostegno da parte del personale sanitario, a favore della somministrazione intramuscolare. Nel secondo studio invece, è stato valutato l’effetto sulla percezione di benessere, sia fisico che mentale, dopo modifica della modalità di somministrazione di HBIg, da via endovenosa od intramuscolare, a via sottocutanea. Dopo 6 mesi di profilassi con HBIg sottocute, si è osservato un miglioramento globale della qualità di vita.

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Prof.ssa Patrizia Burra

UOSD “Trapianto Multiviscerale” Azienda Ospedaliera Università degli Studi di Padova

Via Giustiniani 2 – 35128 Padova
Segreteria: 049 8212890
burra@unipd.it

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