Epilessia, guarire si può. Grazie alla stimolazione del nervo vago

A parlarcene, il Prof. Bonanni, Responsabile della UO di Epilessia e Neurofisiologa Clinica dell’IRCCS “Eugenio Medea”, Polo di Conegliano e Pieve di Soligo

L’epilessia è una malattia del sistema nervoso centrale in cui l’attività delle cellule nervose nel cervello si interrompe causando convulsioni, periodi di comportamento insolito e talvolta perdita di coscienza. A parlarci di questa patologia, il Prof. Paolo Bonanni, Responsabile della Unità Operativa di Epilessia e Neurofisiologa Clinica dell’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico “Eugenio Medea”, Polo di Conegliano e Pieve di Soligo, nonché Responsabile del Centro Nazionale per l’Epilessia e del Centro Regionale per l’Epilessia. Dopo la laurea in Medicina e Chirurgia, conseguita all’Università di Pisa, si è specializzato in Neuropsichiatria Infantile nella stessa Università. Docente universitario a contratto nelle Università di Padova e Udine, ha coordinato come responsabile e partecipato come collaboratore, ad oltre 50 progetti di ricerca del Ministero della Salute o conto terzi su temi inerenti all’epilessia.

Prof. Bonanni, ci parli della Sua Unità

L’Unità di Epilessia di cui sono Responsabile, essendo inserita in una struttura di III livello, si occupa prevalentemente delle forme di epilessia farmaco resistente, sia del bambino che dell’adulto. L’Unità è Centro Regionale per l’epilessia dal 2013 e centro di riferimento riconosciuto dalla Lega Nazionale contro l’Epilessia dal 2012.  Il nostro approccio è quello della presa in carico globale da parte di un’equipe multidisciplinare (costituita da medici specialisti, tecnici di neurofisiopatologia, neuropsicologi, fisioterapisti, logopedisti, neuropsicomotricisti e terapisti occupazionali) che ha come scopo il miglioramento della qualità di vita dei pazienti.

In cosa consiste una crisi epilettica?

Nell’occorrenza transitoria di segni e/o sintomi dovuti a un’attività neuronale anomala, eccessiva e sincronizzata a livello cerebrale. Il ripetersi delle crisi epilettiche definisce la condizione di epilessia. Su base prognostica possiamo dividere le epilessie in “forme benigne autolimitantesi” in cui la guarigione avviene spontaneamente nei primi anni ed il trattamento antiepilettico può essere spesso evitato; in “forme farmacosensibili”, quali ad esempio l’epilessia con crisi di assenza del bambino, nelle quali il controllo clinico può essere facilmente ottenuto e la guarigione spontanea si verifica dopo alcuni anni e in “forme farmacodipendenti”, nelle quali un adeguato trattamento e in grado di controllare le crisi ma non vi è guarigione spontanea. Queste epilessie comprendono circa il 60-70% dei pazienti. Vi è però un ultimo gruppo di epilessie, ossia le “forme farmacoresistenti” in cui le crisi persistono in presenza di una politerapia con farmaci appropriati. Queste costituiscono il 30-40 % di tutte le epilessie. La terapia medica anche con nuovi farmaci antiepilettici dà spesso risultati deludenti, si calcola che solo l’1% dei pazienti farmacoresistenti abbia un beneficio significativo dopo l’introduzione di un nuovo farmaco.

C’è un modo per guarire dall’epilessia farmaco resistente?

La chirurgia delle epilessie rappresenta un approccio terapeutico che dovrebbe essere considerato nei casi di epilessia non trattabile farmacologicamente con crisi frequenti o invalidanti. Per conseguire l’obiettivo di trattare chirurgicamente l’epilessia resistente ai farmaci è necessario identificare la zona epilettogena, ossia la zona da cui originano le crisi e la cui rimozione può determinarne la risoluzione. Lo scopo della chirurgia cosiddetta “curativa” o “resettiva” è quindi provvedere alla completa resezione della area cerebrale corrispondente alla zona epilettogena.  Nei casi di multifocalità o bilateralità delle crisi, oppure quando la zona epilettogena, pure unica, coinvolge zone eloquenti (aree del linguaggio o motorie), o quando non sia possibile definirne con precisione localizzazione e lateralizzazione, possono essere proposte procedure chirurgiche alternative, cosiddette palliative, che comprendono la callosotomia, cioè la sezione anteriore, posteriore o totale del corpo calloso, la stimolazione del nervo vago e la stimolazione cerebrale profonda. La stimolazione vagale costituisce una valida alternativa terapeutica per i pazienti affetti da epilessia farmacoresistente che non possono essere sottoposti ad intervento chirurgico curativo oppure che rifiutano di sottoporsi all’intervento di chirurgia resettiva.

In cosa consiste questo intervento?

Tecnicamente la stimolazione vagale consiste in una stimolazione intermittente del nervo vago di sinistra, a livello del collo, ottenuta mediante elettrodi connessi ad un generatore di impulsi impiantato in una tasca sottocutanea in regione sottoclaveare. Il generatore può funzionare in maniera automatica o a richiesta, quando il paziente avverte l’inizio della crisi. In ambedue i casi i parametri di stimolazione (intensità di corrente, durata delle fasi on e off in secondi-minuti, frequenza di stimolazione) possono essere programmati dall’operatore mediante un computer esterno. I dati di letteratura e anche l’esperienza personale indicano che la stimolazione del nervo vago riduce di almeno il 50% la frequenza delle crisi epilettiche fino al 75% dei soggetti. Il beneficio del trattamento può persistere a 10 anni di follow-up. Il vantaggio della stimolazione vagale consiste anche nel miglioramento della qualità di vita, dovuto alla riduzione della concomitante terapia farmacologica e all’effetto positivo che la stimolazione vagale ha sull’umore oltre che alla riduzione della frequenza o scomparsa delle crisi.

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Prof. Paolo Bonanni

U.O. di Epilessia e Neurofisiologa Clinica IRCCS “Eugenio Medea”

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