Insufficienza venosa, le nuove frontiere per curarla

A parlarci delle nuove tecniche chirurgiche, il Prof. Rampoldi, direttore della Radiologia Interventistica dell’Ospedale Niguarda di Milano

L’insufficienza venosa è una condizione patologica dovuta ad un difficoltoso ritorno del sangue venoso al cuore. A parlarci di questa patologia, il Prof. Antonio Gaetano Rampoldi, direttore della Radiologia Interventistica dell’Ospedale Niguarda di Milano.

Prof. Rampoldi, che cos’è l’insufficienza venosa?

È una patologia che interessa prevalentemente il sesso femminile. Si manifesta in tutte le età, ma soprattutto nelle donne che hanno avuto più gravidanze, ed è caratterizzata da una dilatazione delle vene degli arti inferiori, con sintomi che possono essere: pesantezza alle gambe, gonfiore o stanchezza. Quando la patologia diventa conclamata, si possono evidenziare delle ulcere nella regione malleolare, alla caviglia.

Come si può prevenire l’insufficienza venosa?

Innanzitutto con un sano stile di vita, che consiste nel praticare un’adeguata attività fisica, non  fumare, mantenere un giusto peso corporeo adeguato e dei corretti valori di grassi e di zuccheri nel sangue. Inoltre è opportuno evitare di rimanere per lungo tempo in posizioni obbligate, tipo la stazione eretta immobile.

Quali sono i rimedi?

Quando si manifestano varici venose, sintomatiche degli arti inferiori, è necessario intervenire chirurgicamente. Fino a qualche anno fa, la terapia consisteva nella rimozione della vena (stripping). Attraverso circoscritte incisioni cutanee le vene malate venivano estratte. Un intervento che però comportava importanti sequele estetiche. Grazie alla radiologia interventistica, è stato possibile mettere a punto, anche per la chirurgia vascolare, una tecnica non invasiva, che permette la chiusura delle vene, anziché la rimozione. La vena viene incannulata con inserimento al suo interno di una piccola sonda che eroga calore attraverso la radiofrequenza o il laser. All’interno della vena si sviluppa quindi, una sorta di flebite termica, che la chiude. L’intervento è definitivo in una percentuale superiore al 95% e non lascia sequele estetiche. Queste modalità di trattamento però, dal momento che sviluppano un calore elevato, comportano una discreta sintomatologia dolorosa che necessita di sedazione e soprattutto è necessario infiltrare, attorno alle vene, dei “cuscinetti” anestetici, per fare in modo che durante l’erogazione del calore, la paziente non avverta alcun dolore. Ulteriore miglioramento tecnico è rappresentato dal trattamento meccano-chimico. Anche in questo caso la vena viene lasciata in sede, ma non c’è più l’erogazione di calore all’interno attraverso il laser o la radiofrequenza, bensì si introduce un catetere che ruotando, inietta del liquido sclerosante. I vantaggi sono molteplici: la procedura è più rapida, non si avverte alcun dolore e non è necessario creare delle tumefazioni attorno alle vene. I risultati sono sovrapponibili alla tecnica termica, però con la meccano-termica è possibile trattare anche la piccola safena, ossia quella posta sotto il ginocchio, che è rischioso trattare col laser, dal momento che è adiacente ad una radice nervosa importante, che con il calore potrebbe compromettersi. Questo tipo di intervento, che che viene eseguito in regime ambulatoriale e con la dimissione immediata della paziente, può essere eseguito in tutti i casi, tranne che per le vene troppo dilatate con diametro superiore a 2 cm. Solo in quest’ultimo caso è preferibile il laser o la radiofrequenza.

Il Prof.Antonio Gaetano Rampoldi con la sua équipe
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Dott. Antonio Gaetano Rampoldi

Radiologia Interventistica – ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda

Piazza Ospedale Maggiore, 3 20162 Milano

Segreteria: 02 6444 – 2700 Fax: 02 64442881
antonio.rampoldi@ospedaleniguarda.it

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