La gestione della prevenzione dell’ictus nella fibrillazione atriale

Il Professor Riccardo Cappato, cardiologo dell’Istituto Humanitas, ci parla in anteprima di nuovi farmaci anticoagulanti orali e ablazione transcatetere

L’aritmia atriale è una patologia molto diffusa al mondo: basti pensare che una persona su 4 ne ha sofferto almeno una volta nella vita, spesso senza essersene reso conto. Ad oggi purtroppo le dinamiche della fibrillazione atriale restano un grande mistero per la medicina. Fino a poco tempo fa, per curarla, veniva utilizzata una terapia farmacologica che tuttavia era un palliativo, perché andava a stabilizzare l’aritmia ma non ne guariva le cause. Oggi esiste una nuova tecnica, messa a punto nel 2000 ma, che ha rivoluzionato l’approccio alla cura di questa patologia: l’ablazione transcatetere (eseguita con un catetere introdotto nel cuore per la sola durata dell’intervento e poi rimossa). Ne parliamo con il Professor Riccardo Cappato, Responsabile del Centro di Ricerca di Aritmologia ed Elettrofisiologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (MI), e Consulente di cardiologia presso le cliniche Gavazzeni.

Professore, cos’è l’ablazione atriale e quali vantaggi porta al paziente?

L’ablazione è una tecnica non complessa, articolata e delicata che permette una modifica del substrato attraverso un catetere che “scotta” o “raffredda” le aree interessate dall’aritmia creando delle cicatrici che a loro volta creano una barriera alle onde elettriche che causano l’aritmia stessa.

L’efficacia di questa tecnica ad oggi non è assoluta ma è comunque superiore alle altre terapie e, se non guarisce, comunque rallenta il disturbo e migliora quindi la qualità di vita del paziente. Si tratta di una tecnica assolutamente mininvasiva – in assenza di complicanze, i pazienti possono far ritorno a casa dopo un paio di giorni e riprendere le loro attività quotidiane, con pieno recupero funzionale dopo circa una settimana – ma, vista la complessità dell’esecuzione, può essere necessario ripetere la procedura 2 o 3 volte in modo da stabilizzare la cicatrice negli anni. I limiti di questa tecnica sono legati alla sua buona riuscita, che si attesta su un 50% di guarigione totale dopo il primo intervento, 70% dopo due procedure e 85% dopo tre. Come abbiamo detto, comunque, anche chi non guarisce del tutto, dopo la procedura sta meglio, perché le cicatrici attenuano la spinta aritmica. E già questo è un risultato importante.

Da cosa dipende la buona riuscita della procedura?

Essenzialmente dalla capacità del cardiologo nell’eseguire il processo, che si compone di 5 fasi, tutte importanti e che vanno curate nei minimi dettagli senza trascurarne nessuna: la selezione dei pazienti, la preparazione degli stessi, l’esecuzione dell’intervento, le fasi di monitoraggio successive all’intervento e, infine, il follow up con i trattamenti terapeutici necessari per proteggere il paziente ancora per qualche mese prima della loro completa sospensione. È necessaria quindi un’arte multivariegata e competenze di natura sia clinica che operatoria per arrivare alla perfezione della procedura.

Quali sono i rischi legati a questa procedura?

Sono molteplici, ma uno dei più frequenti è sicuramente quello della formazione di trombi all’interno del cuore che poi possono migrare ostruendo le arterie e possono causare un ictus. Per ridurre al minimo (oggi si parla di un valore dello 0.3%) il rischio di episodi tromboembolici e conseguenti ictus in pazienti sottoposti ad ablazione, è necessario predisporre i pazienti alla procedura, sottoponendoli ad una terapia anticoagulante orale prima della procedura e fino al giorno stesso dell’intervento. Dopo la procedura e in base al successo ottenuto, si potrà valutare se proseguire o sospendere la terapia anticoagulante. Oggi esistono 4 farmaci anticoagulanti orali, di nuova generazione (come ad esempio il rivaroxaban), tutti testati, sicuri e ancora più efficaci rispetto a quelli classici e che, soprattutto, comportano un bassissimo rischio di ictus. La gestione combinata della procedura di ablazione e di una terapia farmacologica con i nuovi anticoagulanti può essere quindi la strada giusta per proteggere il paziente con fibrillazione atriale dal rischio di ictus.

Il futuro?

Estendere questa procedura a un numero maggiore di ospedali ma soprattutto arrivare ad avere alcuni centri d’eccellenza, anche pochi, ma in cui sia veramente possibile ridurre i rischi di complicanze e ottimizzare i livelli di successo.

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Prof. Riccardo Cappato

Istituto Clinico Humanitas

Via Alessandro Manzoni, 56, 20098 Rozzano (MI), Italy

Tel. 02.82244005

Email: riccardo.cappato@humanitas.it

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