Complicanze renali nel diabete di tipo 2 e nuovi farmaci

Oltre a controllare efficacemente i livelli glicemici, le nuove terapie risultano efficaci anche in termini di protezione cardiovascolare e renale

Circa il 40% dei pazienti affetti da diabete di tipo 2 sviluppa una complicanza renale di vario grado, che aumenta il rischio di eventi cardiovascolari (infarto o ictus) anche fatali o può sfociare nell’insufficienza renale terminale che richiede la dialisi o un trapianto. È il Professor Giuseppe Pugliese, Ordinario di Endocrinologia all’Università Sapienza, Dirigente Medico presso l’Ospedale Sant’Andrea di Roma, coordinatore del gruppo di studio interassociativo della Società Italiana di Diabetologia e della Società Italiana di Nefrologia, a spiegarci quali sono, oggi, le terapie disponibili per il trattamento delle complicanze renali nei pazienti affetti da diabete 2.

“Negli ultimi anni non c’è stato un grande progresso a livello di nuove terapie per migliorare la gestione della complicanza renale nel paziente diabetico di tipo 2. In realtà si è inciso su quella che era la manifestazione clinica più frequente e più precoce, l’albuminuria – ossia l’aumento dell’albumina nelle urine –– che è stata ridotta grazie all’introduzione di alcuni farmaci che hanno dimostrato di avere una certa funzione protettiva nei confronti dei reni bloccando il sistema renina angiotensina. Nonostante ciò, pur riducendo l’albuminuria, non si è ottenuta una parallela riduzione della perdita di funzione renale, perché si è visto che questa può avvenire anche indipendentemente dalla presenza di albuminuria e dalla sua correzione. Tuttavia, negli ultimi tre anni, sono stati pubblicati dei risultati interessanti riguardo a nuovi farmaci studiati per abbassare la glicemia, sui quali sono stati condotti degli studi multicentrici internazionali per testare, rispetto alla terapia abituale, la loro efficacia sul rischio cardiovascolare. Come obiettivo secondario di questi studi è stato valutato anche l’effetto di questi farmaci sul danno renale. E due classi di farmaci in particolare si sono dimostrate non solo uguali ma superiori alle terapie precedenti sia dal punto di vista del rischio cardiovascolare sia della progressione del danno renale. Gli studi hanno avuto un impatto molto importante sulle Linee Guida nazionali e internazionali e quindi ad oggi a tutti i pazienti diabetici che hanno già avuto un evento cardiovascolare o che hanno una malattia renale deve essere prescritta preferenzialmente, secondo le Linee Guida, una di queste due nuove classi di farmaci”.

Quali sono questi farmaci?

La prima classe di farmaci è rappresentata dagli agonisti recettoriali del GLP1, che mimano l’azione di un ormone del nostro organismo (il GLP1) e sono conosciuti anche come incretine: si tratta di farmaci che vengono iniettati nel sottocute e che sono risultati efficaci nella protezione cardiovascolare e renale. Risultati ancora migliori sono stati ottenuti con un’altra classe di farmaci, gli inibitori dell’SGLT2 che, a differenza dei primi, sono efficaci anche sullo scompenso cardiaco e, a livello renale, sono risultati in grado di ridurre non solo l’albuminuria, come gli altri, ma anche la perdita di funzione renale. Al momento, il limite di questi farmaci è che devono essere usati prima che la funzione renale si deteriori oltre un certo livello, perché il loro meccanismo d’azione, almeno sulla glicemia, presuppone che il rene sia funzionante. Tuttavia, il valore di filtrato al di sotto del quale gli SGLT2 inibitori non possono essere usati dovrà essere verosimilmente abbassato nel prossimo futuro, dopo che saranno stati pubblicati i risultati di uno studio il cui obiettivo primario era l’efficacia di un SGLT2 inibitore sul danno renale.  Se infatti, come da anticipazioni, i risultati di questo studio saranno positivi, ciò renderà ancora più stringente l’indicazione ad usare questi farmaci anche in pazienti diabetici con malattia renale più avanzata.

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Il diabete mellito di tipo 2

È di gran lunga la forma di diabete più frequente (interessa il 90% dei casi) ed è tipico dell’età matura. È caratterizzato da un duplice difetto: non viene prodotta una quantità sufficiente di insulina (ormone che consente all’organismo di utilizzare il glucosio per i processi energetici all’interno delle cellule) per soddisfare le necessità dell’organismo (deficit di secrezione di insulina) e l’insulina prodotta non agisce in maniera soddisfacente (insulino-resistenza). Il risultato è l’incremento dei livelli di glucosio nel sangue (iperglicemia).

Prof. Giuseppe Pugliese

UOC Diabetologia Ospedale

Sant’Andrea

Via di Grottarossa 1035, 00189 Roma

Tel. 06 33775040

email: Giuseppe.pugliese@uniroma1.it

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