La rimozione di CO2 per il trattamento della BPCO

Una tecnica innovativa che può migliorare la qualità di vita dei pazienti affetti da questa grave patologia in continua crescita.

Abbiamo chiesto al Prof. Mario Polverino, Direttore del Polo Pneumologico dell’ASL Salerno, P.O. “Mauro Scarlato” di Scafati (SA) e al Prof. Francesco Pugliese, Direttore del Dip. Emergenza, Accettazione, Anestesia e Aree Critiche dell’A.O.U. Policlinico Umberto I di Roma, Direttore della scuola di specializzazione di Anestesia e Rianimazione de La Sapienza e Responsabile del Centro Trapianti del Policlinico, di spiegarci questa innovativa tecnica terapeutica e le sue possibili applicazioni.

Professor Polverino, cos’è la BPCO?

La broncopneumopatia cronica ostruttiva è una malattia evolutiva e invalidante caratterizzata da una persistente ostruzione delle vie aeree. Il termine purtroppo non viene sempre valutato correttamente dai pazienti che lo confondono spesso con la bronchite cronica tipica dei fumatori, senza comprenderne la gravità e gli altri fattori scatenanti (ad esempio l’inquinamento dell’aria).

Cosa implica questa malattia?

Inizialmente un problema di tipo funzionale, relativo ai volumi polmonari che si alterano sensibilmente. Nelle fasi più avanzate a questo problema si associano altri sintomi: l’ipossiemia, ovvero un’insufficiente ossigenazione del sangue, e l’ipercapnia, ossia l’inadeguata eliminazione di anidride carbonica dal sangue. Per una diagnosi precoce della malattia e un trattamento adeguato è fondamentale effettuare una spirometria, sulla cui diffusione la comunità scientifica sta lavorando molto.

Come si trattano oggi i pazienti affetti da BPCO?

La carenza di ossigeno è facilmente sopperibile con i cosiddetti occhialini, cannule nasali attraverso le quali viene erogato ossigeno. Il problema più grave è invece l’eccesso di anidride carbonica che, attualmente, viene trattato aumentando la ventilazione con i ventilatori non invasivi.

Che cosa è la rimozione extra-corporea di CO2?

È una tecnica innovativa introdotta dal Prof. Marco Ranieri e dal Prof. Stefano Nava che consiste nell’eliminazione di CO2 attraverso un sistema extracorporeo: dalla vena femorale si introduce un piccolo catetere, da cui esce il sangue venoso, che passa attraverso una macchina esterna che filtra il sangue, lo depura dalla CO2, e così purificato il sangue viene reintrodotto nel sistema circolatorio. Rispetto alla ventilazione, questa tecnica preserva il polmone dallo stress e da un carico di lavoro molto maggiore, con risultati più a lungo termine.

A chi è rivolto questo trattamento?

Al momento è riservato ai pazienti con insufficienza respiratoria acuta dovuta a un aumento della CO2 in seguito ad un episodio acuto (ad esempio una broncopolmonite). Ci sono tuttavia prospettive interessanti di utilizzo di questa tecnica anche per pazienti non in fase acuta ma cronica, affetti da ipercapnia. Nel nostro Centro l’abbiamo già sperimentata anche nei reparti ordinari, con risultati eccellenti. Attendiamo ora nuovi studi che coinvolgano anche centri europei per acquisire numeri tali da avere risultati verificabili.

Professor Pugliese, in quali altri casi questa tecnica può essere efficace?

Dall’utilizzo della tecnica per trattare i pazienti affetti da BPCO acuta per prevenire l’intubazione, derivano una serie di altri trattamenti: ad esempio quello dei pazienti in attesa di trapianto del polmone per mantenere, nel frattempo, in equilibrio il paziente al fine di poter affrontare l’intervento; e, ancora, le strategie a supporto delle ventilazioni meccaniche per i pazienti affetti da ipercapnia, per permettere una ventilazione con volumi correnti molto bassi così da evitare sia i danni polmonari indotti dal ventilatore che gli effetti deleteri dell’ipercapnia che consegue alla riduzione della ventilazione.

Cos’è la “dialisi polmonare”?

È il passo successivo che viene ipotizzato da un punto di vista terapeutico: supportare i pazienti affetti da patologia cronica con trattamenti ciclici di rimozione di CO2 finalizzati a fare una dialisi respiratoria: al pari della dialisi renale per il paziente con insufficienza renale, in questo caso l’ipotesi è di proporre ai pazienti dei trattamenti due/tre volte a settimana che comportano una sorta di wash-out per mantenere in equilibrio ossigeno e anidride carbonica.

Sogno o realtà?

Allo stato attuale non c’è un protocollo ancora accertato ma è quello a cui guardiamo come prospettiva futura, visto da una parte l’incremento della patologia, correlata all’avanzamento dell’età media della popolazione e quindi l’aumento del numero di persone che ne soffrono; dall’altra l’aspetto favorevole dato dall’evoluzione tecnologica che migliora sempre di più la qualità dei materiali che speriamo siano sempre più biocompatibili e permettano trattamenti meno invasivi e più duraturi nel tempo. Oggi questa metodica, se non è ancora entrata nella routine quotidiana, è sicuramente sempre più presente come possibilità terapeutica non solo nei centri di riferimento ma anche in quelli di periferia e c’è una comunione di intenti ormai standardizzata sull’efficacia e sulla diffusione del suo utilizzo.

Prof. Mario Polverino

Dir. Polo Pneumologico P.O. Mauro Scarlato – via Passanti 2, Scafati (SA)

Tel. 081.5356401

Mail: m.polverino@aslsalerno.it

Prof. Francesco Pugliese

Dir. Dip. Emergenza, Accettazione, Anestesia e Aree critiche A.O.U. Policlinico Umberto I

Viale del Policlinico 155 – 00161 Roma

Tel. 06.49970468

email: f.pugliese@uniroma1.it

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