Amiloidosi: diagnosi, novità terapeutiche e prospettive future

Ne abbiamo parlato con il Prof. Rapezzi, Cardiologo del Policlinico S. Orsola di Bologna, uno dei pochi Centri per la ricerca e il trattamento dell’amiloidosi cardiaca.

 

Professore, cos’è l’amiloidosi?

“È una malattia caratterizzata dal fatto che una certa proteina, alterata strutturalmente, precipita e infiltra vari tessuti e organi del corpo umano: tipicamente il cuore, i nervi periferici, il rene, qualche volta anche l’intestino e i tessuti molli. Ci sono tanti tipi di amiloidosi ma le principali sono quella di tipo ematologico o AL, dove  la proteina precursore (la madre di quella che precipita) è un’immunoglobulina prodotta dalle plasmacellule; e un secondo tipo chiamato da transtiretina (TTR) una proteina prodotta dal fegato che si altera o per fenomeni legati all’invecchiamento o al fatto che la proteina è geneticamente “mutata”.  Gli scenari clinici sono dunque diversi ma, in una larga maggioranza di casi, alla fine il cuore è compromesso; per questo è spesso la patologia cardiaca che guida la diagnosi.”.

 

Come si riconosce l’amiloidosi?

“Nel caso dell’amiloidosi AL la diagnosi è un po’ più facile perché ci sono alcune sostanze che si possono dosare nel sangue e che fanno capire che siamo in presenza di questa patologia. Anche l’amiloidosi da transtiretina oggi è diventata diagnosticabile più facilmente grazie all’utilizzo di un esame non invasivo in grado di fare la diagnosi senza bisogno, in molti casi, di biopsia: la scintigrafia con tracciante osseo”.

 

Quali sono, oggi, i trattamenti per l’amiloidosi?

“Per l’amiloidosi AL il trattamento è di tipo chemioterapico contro le plasmacellule degenerate per abolire la produzione di questa immunoglobulina. È una terapia complessa che presuppone la collaborazione tra cardiologi ed ematologi e che può arrivare, dove possibile, al  trapianto di midollo. Questa strategia ematologica presuppone che il cuore resista ai vari trattamenti. Quando l’interessamento cardiaco è così importante da determinare problemi alla terapia oncologica, si può procedere con il trapianto del cuore prima di quello del midollo. Per l’amiloidosi da transtiretina, invece, le armi che ha il medico a disposizione vanno dal trapianto di fegato, al trapianto di cuore all’uso di nuove terapie farmacologiche. La soluzione del trapianto di fegato è apparentemente logica e definitiva (se la proteina mutata è prodotta dal fegato, basta sostituire il fegato per risolvere la situazione!). In realtà non è così facile, perché il trapianto offre garanzie a lungo termine solo in presenza di certi  tipi  di mutazione (ad esempio Val30 Met) che interessano  per lo più il sistema nervoso periferico e non il cuore. In tutti gli altri casi il trapianto di fegato non basta e dunque ci si orienta o sul trapianto combinato fegato e cuore – una soluzione a dir poco “eroica” – o sulla terapia farmacologica. Fortunatamente negli ultimi mesi si sono resi disponibili dei farmaci per la cura dell’amiloidosi da transtiretina con interessamento cardiaco. In particolare uno, il Tafamidis, è già stato approvato dalla FDA statunitense ed è in via di approvazione anche dalle Agenzie Europee”.

 

Quali sono le caratteristiche del farmaco?

“Il farmaco, che sarà disponibile tra alcuni mesi, si assume per bocca ed è in grado di stabilizzare la molecola della transtiretina che, così stabilizzata, non si scinde più in pezzi, non diventa una fibrilla e non precipita. Il Tafamidis si è rivelato in grado di ridurre del 30% sia la mortalità dei pazienti sia la necessità di ricovero per scompenso cardiaco, quindi ha portato a grandi risultati clinici. Tuttavia il farmaco comincia a funzionare dopo mesi di trattamento (dai 9 ai 18 prima che l’effetto si traduca clinicamente in un beneficio). Quindi assume ancora più importanza una diagnosi realmente precoce, che consenta un trattamento il più possibile precoce”.

 

Quali sono i prossimi passi nella cura dell’amiloidosi?

“Sicuramente il riconoscimento sempre più precoce della malattia, con una diffusione maggiore di una cultura tra i medici e di Centri specializzati. È importante, inoltre, lo studio di altri farmaci in grado di realizzare un silenziamento del gene della transtiretina, bloccandone la produzione e simulando quindi una sorta di “trapianto chimico” di fegato”.

 

 

La malattia oggi

L’amiloidosi è una patologia che un tempo si riteneva rara, mentre oggi si sa che rara non è ma sicuramente è sotto diagnosticata. Infatti le conoscenze sono ancora scarse e frammentate fra diverse specialità: ematologia, nefrologia, neurologia e cardiologia. Da qui la necessità di superare questa frammentazione con la nascita di Centri specializzati di ricerca e cura. Il numero dei malati è destinato, infatti, ad aumentare. L’aumentata capacità dei medici di riconoscere la malattia fa emergere una quota di pazienti fino a oggi insospettata.

Rapezzi

Prof. Claudio Rapezzi

Direttore U.O. Cardiologia del Policlinico

Universitario S. Orsola

Via Massarenti 9, Bologna

Mail: claudio.rapezzi@unibo.it

Tel: +39 051 349858

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