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100 anni di Insulina: la storia e la sfida della ricerca sul Diabete

Le tappe della storia dell’insulina e della lotta al diabete: dalla scoperta dell’ormone alle tecnologie più avanzate per il monitoraggio del glucosio fino al trapianto di isole pancreatiche.

Esattamente 100 anni fa cambiava la storia della medicina per i pazienti diabetici. Fu solo agli inizi del Novecento che venne scoperta l’esistenza dell’insulina, un ormone secreto dal pancreas e fondamentale per regolare il metabolismo del nostro organismo. Senza l’insulina, infatti, non saremmo in grado di utilizzare lo zucchero che assumiamo tramite i cibi per i processi energetici all’interno di tutte le cellule del nostro corpo.

Ripercorriamo insieme le tappe che hanno portato a questa importante scoperta fino alle tecnologie d’avanguardia oggi disponibili per i pazienti diabetici, insieme al professor Emanuele Bosi, primario di Diabetologia all’IRCCS Ospedale San Raffaele e docente di Medicina Interna all’Università Vita-Salute San Raffaele.

Perché l’insulina è importante

La mancanza di questo ormone nel sangue o la difficoltà a utilizzarlo correttamente portano a sviluppare, rispettivamente, il diabete di tipo 1 (per lo più di origine autoimmune) e il diabete di tipo 2 (molto eterogeneo, ma in larga misura di origine metabolica). Tutti i tipi di diabete si manifestano attraverso l’iperglicemia, cioè l’elevazione della concentrazione dello zucchero nel sangue.

Il ruolo dell’insulina nel diabete di tipo 1

Nel diabete di tipo 1, poiché le cause alla base di questa malattia sono attualmente ancora ignote, l’insulina è a oggi l’unica terapia salvavita, che oltretutto deve essere somministrata di continuo attraverso:

  •  iniezioni multiple giornaliere;
  • mediante strumenti indossabili definiti microinfusori, con la necessità di dovere provvedere in ogni momento della giornata la quantità di insulina necessaria.

In questi pazienti, la mancanza assoluta dell’insulina provoca la morte, mentre una terapia insulinica presente, ma inadeguata, comporta con il tempo il rischio di sviluppare delle complicanze croniche in grado di colpire e compromettere la funzione di organi fondamentali come occhi, reni, nervi periferici, cuore, vasi, cervello, ecc.

Il ruolo dell’insulina nel diabete di tipo 2

Nel diabete di tipo 2 la terapia con insulina non è, nella maggior parte dei casi, salvavita, ma si rende ugualmente necessaria in una proporzione di circa un terzo dei casi.

La scoperta dell’insulina

Furono due medici canadesi, Frederick Grant Banting e Charles Herbert Best (quest’ultimo all’epoca degli esperimenti ancora studente), a isolare per la prima volta nel 1921 l’isletina, oggi nota come insulina.

Un anno più tardi, Leonard Thompson, un ragazzo di 14 anni che rischiava di morire di diabete in un ospedale di Toronto, divenne la prima persona a ricevere un’iniezione di insulina. Il risultato fu incredibile: entro 24 ore, i livelli pericolosamente alti di glucosio nel sangue di Leonard scesero a livelli quasi normali, salvandogli la vita.

Le notizie sulla possibilità di iniettare l’insulina si diffusero rapidamente in tutto il mondo e, forte del primo successo, Frederick Banting con l’aiuto del collega John Macleod, sviluppò una forma di insulina più pura, prodotta dal pancreas bovino. A sottolineare l’importanza di questa scoperta, nel 1923 Banting e Macleod ricevettero il premio Nobel per la medicina.

I decenni successivi furono cruciali per sviluppare diverse varietà di insulina, tutte di origine estrattiva animale, con durata d’azione più rapida o più lenta, che portarono alla capacità di coprire le necessità di insulina per le persone con diabete durante le 24 ore, salvando così milioni di vite.

Si attese però fino al 1978 per finalizzare la prima insulina umana ottenuta per via sintetica con molti vantaggi associati, compreso quello di eliminare tutte le possibili reazioni allergiche.

Dai pungidito ai sensori innovativi per la misurazione della glicemia

Il controllo della glicemia è parte essenziale della terapia poiché per i diabetici è importante monitorare e mantenere costanti i livelli di zucchero nel sangue.

I pungidito

“Storicamente la valutazione della concentrazione di glucosio avveniva misurando la presenza di questo componente nelle urine. Solo negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso si è passati alla misurazione degli zuccheri nella goccia di sangue capillare.

Precisamente fu solo nel 1967 che venne realizzato il primo strumento per la determinazione della glicemia su una goccia di sangue capillare” spiega il professor Bosi. Questa fu la premessa per l’avvio dell’autocontrollo glicemico domiciliare: chi soffriva di diabete poteva così tenere monitorati i livelli di zucchero nel corpo durante il giorno e agire di conseguenza.

I sensori per misurare la glicemia

Oggi la miniaturizzazione e la indossabilità di avanzati strumenti per la misurazione del glucosio ha aperto ai pazienti una nuova era, quella del “monitoraggio continuo”: niente più pungidito, ma un sensore da indossare e un lettore che, avvicinato al dispositivo, può dare il quadro completo del profilo glicemico in meno di un secondo.

L’esperto specifica: “Questi sistemi tecnologicamente avanzati hanno diversi vantaggi:

  •  riducono lo sforzo che i pazienti devono fare per controllare costantemente la loro glicemia;
  •  permettono a loro e ai medici di comprendere nel dettaglio il profilo glicemico individuale;
  • consentono di attuare le migliori strategie terapeutiche”.

Come sconfiggere l’emergenza diabete

Benché la scoperta dell’insulina abbia consentito di salvare molti milioni di vite e rappresenti oggi la terapia base del diabete di tipo 1 e di una parte importante di persone con il diabete di tipo 2, oggi questa malattia continua a colpire nel mondo milioni di persone.

“I numeri sono in continua crescita: basti pensare che in Italia ogni giorno 4 tra bambini e adolescenti ricevono una diagnosi di diabete di tipo 1 – afferma Bosi -. Gli strumenti di monitoraggio e i corretti stili di vita rappresentano a oggi le migliori armi a nostra disposizione per trattare questa malattia cronica invalidante. Ma ai risultati raggiunti nel campo della terapia grazie agli sviluppi tecnologici, occorre aggiungere la ricerca scientifica, che da anni è impegnata per cercare di comprendere le cause della malattia, a oggi prevalentemente ancora ignote, unica possibilità per giungere a una cura definitiva ed alla prevenzione”, conclude l’esperto.

La ricerca del San Raffaele sul diabete

Al San Raffaele è presente un centro di eccellenza, fondato nel 2007, dedicato esclusivamente allo studio, alla prevenzione e alla cura del diabete: il Diabetes Research Institute (DRI).

Facendo riferimento in particolare il diabete di tipo 1, i ricercatori del DRI cercano innanzitutto di capire l’origine della reazione autoimmune che porta il sistema immunitario a distruggere le cellule del pancreas che producono insulina.

Per quanto riguarda lo sviluppo di nuove terapie, invece, gli studiosi stanno cercando da una parte di controllare meglio il sistema immunitario e dall’altra di ricostruire il tessuto danneggiato del pancreas, grazie al miglioramento del trapianto di isole pancreatiche da donatore e la messa a punto di cellule staminali ingegnerizzate per trasformarsi in cellule capaci di produrre insulina.

 

fonte: https://www.hsr.it/

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