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	<title>Ginecologia &#8211; Sanità &amp; Benessere</title>
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	<description>Sito di divulgazione scientifica</description>
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		<title>CAPIRE LE PRIME FASI DELLA VITA CON UN MODELLO TRIDIMENSIONALE RICAVATO DALLE CELLULE STAMINALI</title>
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				<pubDate>Wed, 03 Dec 2025 15:54:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[CS COMMUNICATION SRL]]></dc:creator>
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				<description><![CDATA[<p>Pubblicato oggi su «Nature Cell Biology», da ricercatori delle Università di Padova e Torino, lo...</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<h5><strong>Pubblicato oggi su «Nature Cell Biology», da ricercatori delle Università di Padova e Torino, lo studio che permette un importante passo avanti nella comprensione dell’organizzazione dell’embrione umano nelle prime fasi del suo sviluppo</strong></h5>
<p><u><img class="size-medium wp-image-11453 alignleft" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2025/12/salvatore-oliviero-233x300.jpg" alt="" width="233" height="300" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2025/12/salvatore-oliviero-233x300.jpg 233w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2025/12/salvatore-oliviero.jpg 413w" sizes="(max-width: 233px) 100vw, 233px" />Il modello tridimensionale di embrione</u></p>
<p>I ricercatori hanno utilizzato cellule staminali per costruire un modello tridimensionale che riproduce le fasi di organizzazione dell’embrione al momento dell’impianto nell’utero. In particolare, le cellule prima si organizzano in uno strato ordinato con una piccola cavità interna, simile a una pallina cava, questo spazio diventerà in seguito la cavità amniotica dentro cui il feto si accrescerà nei mesi successivi della gravidanza.</p>
<p>Il modello di embrione permette anche di studiare un secondo evento fondamentale dello sviluppo, quando alcune cellule si differenziano e migrano per organizzare nello spazio gli organi e consentire il progredire corretto della gravidanza.</p>
<p>Dal momento che i segnali che regolano tali processi nell’embrione umano sono sconosciuti, i ricercatori hanno utilizzato per identificarli tecniche avanzate di analisi genomiche e di editing genetico su tali modelli tridimensionali.</p>
<p><u>Comunicazione e differenziazione tra cellule: il ruolo del TGF-beta e Activin A</u></p>
<p>Il team di ricerca ha individuato un segnale di comunicazione tra cellule, TGF-beta, che inizialmente coordina l’organizzazione delle cellule e la formazione della futura cavità amniotica. TGF-beta svolge questo compito mediante un regolatore chiave, chiamato ZNF398, ossia un gene che orchestra l’attività di molti altri geni per permettere l’organizzazione tridimensionale. Successivamente, un altro segnale “fratello” di TGF-beta, l’Activin A, determina l’inizio delle migrazioni e dei processi di differenziamento necessari per l’organizzazione spaziale degli organi. I ricercatori hanno utilizzato embrioni di topo per confermare la rilevanza e la conservazione evolutiva delle proprie scoperte.</p>
<p><u>L’importanza dei modelli di embrioni da cellule staminali</u></p>
<p>Le prime fasi di sviluppo embrionale subito dopo l’impianto nell’utero, prima della formazione degli organi, sono estremamente vulnerabili per motivi non chiari. Ad esempio, solo un embrione su tre si impianta e sviluppa con successo. Comprendere i meccanismi che regolano questa fase dello sviluppo potrebbe quindi aumentare il tasso di natalità e ridurre eventuali rischi e malformazioni.</p>
<p>«Le prime fasi sono quasi impossibili da studiare direttamente negli embrioni umani &#8211; <strong>dice il professor Graziano Martello</strong> del Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova &#8211; sia per motivi etici che pratici. Noi abbiamo creato un modello 3D di embrione semplice e riproducibile in cui le cellule staminali umane “imitano” due passaggi chiave dello sviluppo precoce che sono probabilmente familiari anche ai non addetti ai lavori, ossia la formazione della cavità amniotica e l’organizzazione spaziale degli organi nel corpo umano».</p>
<p>«Le analisi trascrittomiche ad alta risoluzione ci hanno permesso di identificare il profilo dei geni attivi in ogni singola cellula e i regolatori chiave di questa fase delicata dello sviluppo embrionale – <strong>afferma il professor Salvatore Oliviero</strong> del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei sistemi e responsabile del gruppo di ricerca dell’Università di Torino -.  Questi esperimenti ci permettono di <u>studiare in che modo le cellule prendono le prime decisioni</u> in una finestra temporale importante per lo sviluppo embrionale umano e studiare le analogie nella formazione dei tumori».</p>
<p>Dal punto di vista tecnologico il modello di embrione sviluppato è <u>altamente efficiente e replicabile</u> perché ogni sua componente è stata definita in modo preciso. Ciò permette di usare tali modelli per capire “chi fa cosa” a livello di segnali e geni mediante esperimenti mirati.</p>
<p>«Un altro punto di forza di questo studio – <strong>sottolinea il ricercatore Gianluca Amadei</strong> del Dipartimento di Biologia Unipd &#8211; è l’utilizzo di cellule staminali e modelli di diverse specie, che ci permette di comprendere quanto i meccanismi identificati siano conservati evolutivamente, superando i tradizionali modelli animali».</p>
<p>Non solo, i modelli di embrione consentono di <u>capire quali nutrienti sono fondamentali</u> per tali fasi dello sviluppo o quali farmaci possono interferire con esse. Infine l’approfondimento di tali modelli di embrione può favorire il dibattito per <u>definire linee guida etiche e scientifiche</u> per lo studio dello sviluppo embrionale precoce umano.</p>
<p>Ricerca al link: <a href="https://www.nature.com/articles/s41556-025-01831-6">https://www.nature.com/articles/s41556-025-01831-6</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<table>
<tbody>
<tr>
<td width="326"><strong>Ufficio Stampa Università di Padova</strong></p>
<p>via VIII febbraio 2, 35122 Padova</p>
<p>tel. 049/8273041-3066-3520</p>
<p>e-mail: <a href="mailto:stampa@unipd.it">stampa@unipd.it</a></p>
<p>Area Stampa: <a href="http://www.unipd.it/comunicati">http://www.unipd.it/comunicati</a></td>
<td width="326"><strong>Ufficio Stampa Università di Torino</strong></p>
<p>via Po 17, 10124 Torino</p>
<p>tel. 011/670 9611-2754</p>
<p>e-mail: ufficio.stampa@unito.it</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La cistite in estate</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/la-cistite-in-estate/</link>
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				<pubDate>Fri, 09 Aug 2024 15:21:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[CS COMMUNICATION SRL]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Associazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Beauty]]></category>
		<category><![CDATA[Benessere]]></category>
		<category><![CDATA[FLASH NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[Fondazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ginecologia]]></category>
		<category><![CDATA[Urologia]]></category>

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				<description><![CDATA[<p>L’estate rappresenta un periodo a rischio per chi soffre di cistiti ricorrenti. Ma come mai...</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p>L’estate rappresenta un periodo a rischio per chi soffre di cistiti ricorrenti. Ma come mai questo rischio aumenta? E cosa si può fare per prevenire gli episodi estivi? <a href="https://cistite.info/">Cistite.info APS</a>, associazione no profit di pazienti illustra quali sono i fattori scatenanti e come lavorare su di essi per renderli innocui.</p>
<ul>
<li>Disidratazione</li>
<li>Sudore</li>
<li>Batteri</li>
<li>Perdita di minerali</li>
<li>Urine concentrate</li>
<li>Acidità urinaria</li>
<li>Sbalzi di temperatura</li>
<li>Sala, sabbia, cloro e costume bagnato</li>
<li>Stitichezza e diarrea</li>
<li>Viaggi</li>
</ul>
<h2>Disidratazione</h2>
<p>Le temperature elevate possono portare a una maggiore sudorazione causando una minore produzione di urina. Le urine quindi ristagneranno più a lungo in vescica e i batteri avranno molto più tempo per riprodursi e proliferare in vescica.</p>
<p>La soluzione è quella di bere tantissimo. Se infatti la quantità di acqua che si beve in inverno è sufficiente a coprire il fabbisogno idrico, in estate questa quantità va incrementata per consentire un adeguato lavaggio vescicale. E’ quindi importante aumentare la quantità di liquidi introdotti stando attenti a distribuire i liquidi durante tutta la giornata costantemente bevendo poco e spesso.</p>
<h2>Sudore</h2>
<p>Il sudore acido irrita le mucose genitali esterne sensibili provocando una sintomatologia che spesso viene scambiata per cistite.</p>
<p>Importante quindi coprirsi il meno possibile, evita gli indumenti intimi appena possibile ed utilizzare solo quelli di cotone non colorati.  Effettuare un bidet in più (con sola acqua) per eliminare l’eccesso di sudore. Un altro accorgimento utile è quello di applicare un sottilissimo strato di crema lenitiva densa e oleosa che faccia da barriera tra l mucose genitali e il sudore.</p>
<h2>Batteri: eliminali col D-Mannosio</h2>
<p>Il D-mannosio è uno zucchero estratto dalla corteccia della betulla  che si lega alle “zampe” dei batteri impedendogli di aderire alle pareti della vescica. Restando liberi in vescica vengono eliminati con l’urina e non riescono a provocare cistite.</p>
<p>Visto l’incremento dei fattori di rischio in estate è importante assumere regolarmente D-mannosio durante tutta la giornata (consigliamo di scioglierlo nell’acqua che si beve) stando attenti a sceglierne uno purissimo, privo di metalli pesanti, edulcoranti ed eccipienti vari.</p>
<h2>Perdita di minerali</h2>
<p>Attraverso il sudore oltre ai liquidi perdiamo tanti sali minerali e vitamine (magnesio, potassio, sodio, ecc). Questi sali sono indispensabili sia per contrastare l’acidità urinaria che per il buon funzionamento del sistema nervoso. Mentre l’acidità urinaria provocherà bruciore urinario, l’alterazione della trasmissione nervosa porterà a disturbi quali frequenza e urgenza urinaria. Questi sintomi vengono spesso confusi con una cistite quando in realtà è solo una carenza di sali minerali e vitamine.</p>
<p>Il consiglio è quello di abbondare il consumo di frutta e verdura (ricche di sali minerali e vitamine). In caso di impossibilità ad assumere questi importanti alimenti si può ricorrere ad integratori specifici.</p>
<h2>Concentrazione delle urine</h2>
<p>La scarsa diluizione delle urine comporta una maggiore concentrazione nelle urine di tutti i prodotti di scarto del metabolismo con conseguente irritazione della mucosa vescicale, bruciore alla minzione e maggior rischio di recidiva poiché un tessuto infiammato è meno in grado di difendersi.</p>
<p>Per ridurre questo rischio in estate è consigliabile bere maggiormente e regolarmente in modo da evitare che le urine si concentrino troppo e per consentire un regolare svuotamento delle scorie metaboliche.</p>
<h2>Acidificazione delle urine</h2>
<p>La perdita di sali minerali alcalini col sudore comporta l&#8217;acidificazione delle urine, che provocherà bruciore poichè più sono acide e più sono irritanti. Inoltre l’acidità urinaria favorisce la formazione di cristalli di <strong>ossalato di calcio</strong> e di acido urico, che possono aggregarsi e dare origine a renella e calcoli. I cristalli a loro volta possono irritare le pareti vescicali e uretrali dando gli stessi sintomi della cistite batterica e favorendola.</p>
<p>Per evitare la formazione di cristalli, ancora una volta è necessario bere molto e alcalinizzare le urine con sali minerali, magnesio, bicarbonato di sodio o altro alcalinizzante.</p>
<h2>Sbalzi di temperatura</h2>
<p>Gli sbalzi di temperatura improvvisi (caldo esterno/aria condizionata della macchina o del supermrcato, sole/acqua di mare fredda, ecc) provocano contrazione muscolare con conseguente sofferenza pelvica.<br />
In caso di viaggi in macchina o di permanenze in un ambiente con aria condizionata è consigliabile usare uno scaldino o una panciera di lana per tenere al caldo la zona sensibile. L&#8217;assunzione di magnesio può aiutare a rilassare la muscolatura.</p>
<h2>Sale, sabbia, cloro, costume sintetico bagnato</h2>
<p>Sabbia, sale, cloro e costume sintetico bagnato sono molto irritanti per le mucose genitali. Il costume bagnato infatti mantiene umida la pelle, mentre sale, sabbia e cloro la irritano  provocando gli stessi sintomi della cistite e predisponendo l’apparato uro-genitale alle infezioni.</p>
<p>Per non rinunciare al bagno in mare o in piscina prima dell’immersione sarà utile applicare una crema barriera (all’allantoina, al pantenolo, o alla vitamina E) che funga da protezione e da isolante  verso sale, cloro, sabbia e costume bagnato. Appena uscite dall’acqua lavarsi bene con sola acqua dolce per eliminare i residui irritanti, asciugarsi accuratamente e indossare un costume asciutto (meglio se di cotone).</p>
<h2>Stipsi e diarrea del viaggiatore</h2>
<p>Le variazioni alimentari, la sedentarietà in vacanza e la perdita di liquidi spesso provocano stitichezza. Di fianco al canale rettale scorre il nervo pudendo, che è responsabile di tutte le sensazioni provenienti dagli organi genitali e urinari. <strong>Le feci grosse e dure schiacciano questo nervo </strong>alterando le sensibilità di questi organi e provocando sintomi simili a quelli della cistite. Spesso infatti si ha l’impressione, dopo un periodo di stipsi, di avere un inizio di cistite.<br />
Importante quindi mantenere l&#8217;intestino regolare seguendo una corretta alimentazione ricca di fibre, bevendo abbondantemente e facendo regolare attività fisica.</p>
<p>In caso di diarrea invece (in vacanza è frequente la gastroenterite) avremo disidratazione, ritenzione urinaria, perdita di sali minerali, alterazione della flora batterica e irritazione dl nervo pudendo e tutto ciò, oltre a favorire la riacutizzazione dei sintomi uro-genitali predispone a nuovi episodi di Cistite.</p>
<h2>Viaggi</h2>
<p>Il viaggio rappresenta un fattore scatenante della sintomatologia vescicale poiché la posizione seduta protratta per ore (in aereo, in macchina, in treno, ecc) schiaccia a lungo il nervo pudendo irritandolo. Il nervo pudendo irritato e schiacciato trasmetterà dolore, urgenza e frequenza anche se la vescica è perfettamente sana. Spesso questa sintomatologia è scambiata per cistite batterica, ma se si effettuasse un esame urine o un’urinocoltura si scoprirebbe l’assenza di batteri e di infiammazione.</p>
<p>Per prevenire questi disturbi sarebbe utile alzarsi e muoversi ad intervalli regolari se si viaggia in nave, aereo o treno, oppure utilizzare un cuscino apposito in modo da evitare il continuo schiacciamento del nervo.</p>
<h2></h2>
<p><strong>Cistite.info APS – Chi siamo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://cistite.info/">Cistite.info APS</a> è un’associazione NO-PROFIT di promozione sociale composta da donne affette da patologie uro-genitali che si attivano volontariamente in favore di donne con le stesse problematiche.</p>
<p>Ci occupiamo di educazione sanitaria finalizzata alla promozione della salute femminile e alla prevenzione delle patologie pelviche.</p>
<p>Accogliamo le donne che si sentono sole ed incomprese a causa della cronicizzazione della loro patologia e le supportiamo dando loro consigli pratici, sostegno morale e sostegno economico.</p>
<p>L’associazione offre alle donne la possibilità di conoscere il proprio corpo e le malattie urologiche e genitali, di ricevere supporto diretto e consigli mirati, di potersi confrontare con altre donne affette dalle stesse problematiche, di interagire con medici specializzati nel settore.</p>
<p>L’associazione contribuisce alla ricerca collaborando con medici e università al fine di trovare nuove soluzioni sempre più efficaci a questi problemi tanto comuni quanto invalidanti. Si attiva per cercare nuove convenzioni con aziende, professionisti sanitari e produttori di integratori alimentari per far sì che le associate possano ottenere un risparmio nella spesa che devono affrontare per potersi curare.</p>
<p>Cistite.info APS agisce da intermediaria tra le donne malate di patologie pelviche e i vertici politici, sanitari e sociali facendo da portavoce delle loro richieste affinché vengano accolte e soddisfatte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cistite.info Aps è una associazione non lucrativa che si sostiene tramite:</p>
<ul>
<li><a href="https://cistite.info/diventa-socio.html">Quote associative</a></li>
<li><a href="https://cistite.info/come-donare.html">Donazioni volontarie</a> (iban  IT37M0200811605000104094468)</li>
<li><a href="https://cistite.info/come-donare.html#cinquexmille">5&#215;1000 della dichiarazione dei redditi</a> (CF 94130950218)</li>
<li><a href="https://cistite.info/pagine-sponsorizzate.html">Sponsorizzazioni</a> (<a href="mailto:info@cistite.info">info@cistite.info</a>)</li>
</ul>
<p>Sostieni la nostra causa. Te ne saremo infinitamente grate.</p>
<p>Per collaborare con l’associazione o per offrire una convenzione ai nostri soci: <a href="mailto:info@cistite.info">info@cistite.info</a>.</p>
<p>Seguici sui nostri social: <a href="https://www.instagram.com/cistite.info/">Instagram</a>, <a href="https://www.facebook.com/groups/Cistite">Facebook</a>, <a href="https://www.tiktok.com/@cistite.info">TikTok</a>, <a href="https://www.youtube.com/@Cistite.infoAPS">Youtube</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Che cos’è la sindrome di Klinefelter</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/che-cose-la-sindrome-di-klinefelter/</link>
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				<pubDate>Sat, 21 Oct 2023 11:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
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		<category><![CDATA[Ginecologia]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>La sindrome di Klinefelter (SK) è una condizione molto comune che interessa circa una persona ogni...</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p>La sindrome di Klinefelter (SK) è una condizione molto comune che interessa circa <strong>una persona ogni 600-700 nati</strong> e nella maggior parte dei casi comporta<strong> infertilità </strong>e alcune<strong> complicanze sistemiche </strong>che non vanno tuttavia a inficiare la <strong>qualità di vita</strong> dei soggetti interessati, a patto che vengano correttamente informati sulla gestione della sindrome e quindi tempestivamente trattati.</p>
<p>Che cosa comporta la sindrome di Klinefelter e come riconoscerla? Ne parliamo con il dottor <strong><a href="https://www.humanitas.it/medici/alessandro-pizzocaro/">Alessandro Pizzocaro</a></strong>, andrologo presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.</p>
<h2 class="wp-block-heading"><strong>Che cos’è la sindrome di Klinefelter?</strong></h2>
<p>La sindrome di Klinefelter è una condizione che interessa il <strong>sesso maschile </strong>determinata, il più delle volte, dalla presenza nell’<strong>assetto genetico</strong> di un cromosoma in più. Se, infatti, normalmente, l’assetto genetico nell’individuo maschio è composto da 46 cromosomi, di cui un x e un y, chi è interessato dalla sindrome di Klinefelter presenterà 47 cromosomi e <strong>due cromosomi x e un cromosoma y</strong>. Oltre alla forma di sindrome di Klinefelter più comune, definita “variante classica”, ve ne sono anche altre che presentano differenti anomalie cromosomiche, ma sono più rare.</p>
<p>La principale problematica che si trovano ad affrontare gli individui con sindrome di Klinefelter è la <strong>carenza di testosterone</strong> e l’<strong>infertilità</strong>. Questa condizione, infatti, determina una carenza significativa nella produzione di testosterone e di <strong>spermatozoi</strong> e un conseguente sviluppo dei testicoli inferiore alla norma. Mediamente <strong>due persone su tre </strong>affette da sindrome di Klinefelter devono assumere testosterone per fare fronte alle conseguenze dovute ai bassi livelli ormonali (quali stanchezza, ridotta funzione sessuale, maggior rischio di <a href="https://www.humanitas.it/malattie/osteoporosi/">osteoporosi</a>, <strong>riduzione della massa magra</strong> in favore dell’aumento di quella <strong>grassa</strong> in particolare all’addome). L’assunzione corretta di testosterone <strong>cura e previene</strong> tutti questi problemi. Meno del 10% dei soggetti con sindrome di Klinefelter, produce spermatozoi in quantità molto ridotte e quindi solo una minima parte può sperare in una paternità naturale (descritti solo pochi casi al mondo) senza tecniche di fecondazione assistita.</p>
<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come riconoscere la sindrome di Klinefelter?</strong></h2>
<p>I sintomi e l’aspetto fisico del soggetto con Klinefelter sono molto variabili, ma nella maggior parte dei casi poco evidenti. La caratteristica che accomuna le persone con sindrome di Klinefelter, dunque, è la presenza di <strong>testicoli di dimensioni ridotte </strong>che, molto frequentemente, non si associa a una sintomatologia evidente né ad anomalie dal punto di vista fisico. Questo succede perché nella maggior parte dei casi i livelli di testosterone durante la pubertà si portano a livelli nel <strong>range basso</strong> della normalità che consentono comunque un adeguato sviluppo sessuale. In <strong>assenza di sintomi</strong>, analisi genetica al concepimento o <a href="https://www.humanitas.it/visite-ed-esami/visita-andrologica/">visite andrologiche</a>, molti soggetti scoprono di essere interessati dalla sindrome Klinefelter<strong> solo in età adulta</strong>, quando cercano di intraprendere un percorso volto al concepimento.</p>
<p>Vi sono tuttavia casi in cui questa condizione viene individuata<strong> durante la pubertà</strong>, quando alcuni soggetti non riescono a raggiungere i livelli di testosterone sufficiente a completare il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Ma in assenza di visite specialistiche approfondite, questa carenza potrebbe venire sottovalutata o non indagata <strong>ritardando</strong> il momento della diagnosi.<br />
Utile, da questo punto di vista, effettuare dopo il concepimento il <strong>test del DNA fetale </strong>(che in caso positivo dovrà essere confermato dalle analisi genetiche “invasive” quali l’amniocentesi): essere consapevoli che il proprio bambino sarà interessato dalla sindrome di Klinefelter consente di trattarla prima e in maniera più efficace.</p>
<h2 class="wp-block-heading"><strong>Sindrome di Klinefelter, i trattamenti disponibili</strong></h2>
<p>La sindrome di Klinefelter trattandosi di una<strong> condizione di natura cromosomica</strong> non è curabile; vi sono tuttavia alcuni <strong>trattamenti utili</strong> dal punto di vista della fertilità. Nella quasi totalità dei casi, come abbiamo detto, i soggetti con sindrome di Klinefelter non producono spermatozoi, ma vi è la possibilità che all’interno del testicolo vi siano delle zone in cui gli spermatozoi si sono sviluppati senza però riuscire ad uscire dal testicolo e pertanto possono essere prelevati <strong>chirurgicamente</strong>.<br />
In generale, come specificato, la maggior parte delle persone con sindrome di Klinefelter ha livelli di testosterone sufficienti a consentire uno <strong>sviluppo puberale nella norma </strong>e non presentare caratteri fisici alterati, come braccia particolarmente lunghe, spalle strette e ginecomastia; il pene è generalmente di normali dimensioni, anche se i testicoli sono di dimensioni ridotte in tutti i soggetti con Klinefelter.</p>
<p>Nonostante questo, nella maggior parte dei casi i livelli dell’adulto non sono sufficienti e pertanto si dovrà integrare comunque il trattamento con<strong> testosterone</strong>, ormone fondamentale non solo da un punto di vista della funzione sessuale, ma anche del mantenimento della <strong>salute generale</strong> dell’organismo. Il testosterone è coinvolto nella <strong>crescita ossea</strong>, nella sensibilità all’insulina, nel mantenimento della giusta proporzione tra muscolatura e grasso, del tono dell’<strong>umore</strong>: la terapia sostitutiva è dunque fondamentale per la salute di chi è interessato dalla sindrome di Klinefelter.</p>
<h2 class="wp-block-heading"><strong>In Humanitas un evento dedicato il 6 e 7 ottobre</strong></h2>
<p>L’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, il <strong>6 e il 7 ottobre 2023</strong>, ospiterà un evento dedicato alla <strong>sindrome di Klinefelter </strong>(SK), in cui specialisti e associazioni di pazienti avranno l’occasione di incontrarsi e approfondire la gestione di questa condizione molto comune di natura cromosomica. Per saperne di più <a href="https://www.humanitasedu.it/content/uploads/2023/08/Locandina-KING-3.0-6-e-7-ottobre-2023-Rev004.pdf">consulta il programma</a>.</p>
<h2 class="wp-block-heading"><strong>In Humanitas un approccio multidisciplinare alla sindrome di Klinefelter</strong></h2>
<p>In<strong> Humanitas</strong> il paziente viene preso in carico a 360°, consentendogli, grazie all’<strong>approccio multidisciplinare</strong>, di tenere sotto controllo non solo la fertilità, ma anche il metabolismo e la salute ossea. Grazie ai trattamenti a base di testosterone e <strong><a href="https://www.humanitas.it/enciclopedia/vitamine/vitamina-d/">vitamina D</a></strong> e al controllo dello <strong>stile di vita</strong>, le persone con sindrome di Klinefelter possono avere una piena e soddisfacente qualità di vita.</p>
<p>Humanitas è inoltre inserita nella rete <strong>Klinefelter Italian Group</strong>, che fa a sua volta parte della<strong> Società Italiana di Andrologia e Medicina della Sessualità</strong>, un insieme di centri che trattano la sindrome di Klinefelter in maniera coordinata e multidisciplinare, attenendosi rigorosamente alle linee guida internazionali. Fondamentale, nel trattamento della sindrome di Klinefelter, anche il ruolo delle <strong>associazioni</strong>, che aiutano i soggetti con questa condizione e i loro familiari a gestire gli aspetti pratici e a diffondere una corretta informazione sulla sindrome di Klinefelter.</p>
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		<title>Atrofia Vulvovaginale: perché è importante parlarne</title>
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				<pubDate>Wed, 10 Feb 2021 15:01:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ginecologia]]></category>
		<category><![CDATA[atrofia]]></category>
		<category><![CDATA[ginecologia]]></category>
		<category><![CDATA[vaginale]]></category>

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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6ab7095563668"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6ab709556d5f4"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<p class="Corpo" style="text-align: center;"><strong>Si tratta di un disturbo molto comune e curabile, grazie a diverse tipologie di trattamenti: dalle cure ormonali con estrogeni, al laser, agli idratanti vaginali &#8211; naturali e molto efficaci.</strong></p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6ab709556ec9f"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6ab709556ef1d"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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<p>&nbsp;</p>
<p>Il <strong>Prof. Claudio Gustavino</strong> è da oltre vent’anni Primario dell’Unità Operativa di Ostetricia e Ginecologia dell’IRCSS A.O.U. San Martino di Genova, un Dipartimento che si contraddistingue sul territorio per due fiori all’occhiello: da un lato la Ginecologia Oncologica e, dall’altro, la patologia ostetrica, un punto di riferimento per tutte le gravidanze ad alta complessità assistenziale, che non ha perso la sua vocazione neanche nel difficile periodo di lockdown. “Facendo parte del circuito di urgenza-emergenza, la nostra attività non si è mai fermata. Abbiamo creato percorsi separati e un reparto dedicato alle pazienti Covid in gravidanza che ha funzionato molto bene, tanto che abbiamo avuto un numero di contagiati tra il personale praticamente nullo, riuscendo a garantire sempre alle pazienti, sia asintomatiche che più gravi, risposte adeguate”. È con lui che abbiamo affrontato un tema che, ancor oggi, è per molte donne un tabù: quello dell’atrofia o secchezza vaginale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Professore cos’è l’atrofia vulvovaginale?</strong></p>
<p>“Atrofia è un termine che indica una minore capacità della vagina di essere lubrificata e che dunque presenta una mucosa meno elastica, poco idratata e sofferente. Questa minore lubrificazione causa alla lunga problemi, dolori – ad esempio durante i rapporti sessuali – ma anche infezioni, fino a fenomeni più complicati come il taglio dei tessuti che possono diventare particolarmente sofferenti e dare origine a perdite di sangue”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quando e perché si manifesta?</strong></p>
<p>“La maggior parte delle donne va incontro a questo fenomeno fisiologico dopo i 50 anni con l’arrivo della menopausa (in Italia l’età media è 51 anni). Con la menopausa, infatti, cessa la secrezione degli estrogeni, principali responsabili della lubrificazione dei tessuti. Oltretutto, considerato l’allungarsi della vita media delle donne italiane, questo problema rischia di accompagnare le donne per molti anni. Ci sono però altre situazioni che possono scatenare situazioni di secchezza anche in donne più giovani: è il caso delle pazienti oncologiche, sottoposte a terapie e trattamenti che di fatto cancellano la secrezione estrogenica. O il caso del puerperio, quando la caduta degli ormoni conseguente al parto può produrre, anche a causa del traumatismo che la vagina riceve, una distrofia, che spesso si aggiunge ad altri problemi, ritardando il ritorno alla normale attività sessuale”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quali sono i trattamenti ad oggi disponibili per curare questo disturbo?</strong></p>
<p>“È importante innanzitutto sottolineare che l’atrofia vulvovaginale è un disturbo curabile grazie a diversi trattamenti che mantengono il tessuto vaginale trofico. Ovviamente si tratta di trattamenti di mantenimento da proseguire nel tempo – ad eccezione della distrofia post partum, che è temporanea – in quanto la causa del disturbo è la mancanza degli estrogeni che non possono più essere rigenerati. I trattamenti disponibili possono essere sistemici o locali, a seconda delle pazienti e della valutazione del Ginecologo. Un’opzione in menopausa è l’utilizzo per via sistemica di estrogeni attraverso una terapia ormonale sostitutiva, che tuttavia non è sempre consigliata. Esistono anche delle applicazioni locali di estrogeni attraverso presidi classici come ovuli o cannule, che presentano anch’esse alcune controindicazioni sul piano del metabolismo, o più generali di rifiuto da parte della donna. Esistono poi delle terapie fisiche, cosiddette rigeneranti, ovvero l’utilizzo del laser che produce un meccanismo di rigenerazione della mucosa vaginale ma che va comunque ripetuto nel tempo. Infine ci sono le terapie locali che si avvalgono di molecole importanti, una fra tutte l’acido ialuronico, il più potente idratante del nostro corpo. Si tratta di terapie molto efficaci e naturali, che svolgono una benefica azione lenitiva e idratante della mucosa vaginale. Molti studi, tra cui uno nostro recente e di prossima pubblicazione, stanno dimostrando l’efficacia nel trattamento di questa atrofia”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quali vantaggi sono emersi nel vostro studio sull’uso di idratanti vaginali a base di acido ialuronico?</strong></p>
<p>“Si tratta di un lavoro doppio cieco randomizzato, in cui si dimostra che, attraverso la somministrazione di acido ialuronico, possiamo cambiare radicalmente la vita delle donne, con un recupero dell’attività sessuale molto più veloce e evitando una serie di problemi legati all’atrofia,  quali dolori, bruciori e infezioni. Possiamo quindi affermare che, con l’opportuna terapia, si può incidere su una fase particolarmente delicata o stressante della vita di una donna, ad esempio il puerperio, in cui si tende a trascurarsi quando, invece, è importante continuare ad avere cura di sé come donna e come coppia”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Qual è il messaggio da trasmettere dunque alle donne?</strong></p>
<p>“Che questo tipo di disturbo è curabile ma bisogna parlarne con il proprio medico, senza vergogna né paura e senza trascurare i sintomi. Purtroppo ancor oggi ci sono molte donne che considerano questo disturbo un tabù per un retaggio legato a diversi fattori, dalla cattiva informazione all’idea che non sia un argomento di cui parlare. Il risultato è che solo una donna su 4 riceve un trattamento adeguato. E invece la qualità della vita della persona e dentro la coppia è fondamentale”.</p>
<p>&nbsp;</p>

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	</div>
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			<p><strong>Prof. Claudio Gustavino</strong></p>
<p>Direttore UOC Ginecologia e Ostetricia</p>
<p>AOU Policlinico San Martino</p>
<p>Largo Rosanna Benzi, 10 – 16132 Genova</p>
<p>tel. 010 555 2272</p>
<p>Mail: <a href="mailto:claudio.gustavino@hsanmartino.it">claudio.gustavino@hsanmartino.it</a></p>
<p class="Corpo">

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div></section><div class="vc_row-full-width vc_clearfix"></div><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6ab7095579ab5"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6ab7095579d8d"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><div class="vc_empty_space"   style="height: 20px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6ab709557a056"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6ab709557a1fc"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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		<title>I folati: perché sono così importanti in gravidanza</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/folati-perche-cosi-importanti-gravidanza/</link>
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				<pubDate>Fri, 09 Mar 2018 09:10:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ginecologia]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>
		<category><![CDATA[acido folico]]></category>
		<category><![CDATA[ginecologia]]></category>
		<category><![CDATA[gravidanza]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca]]></category>

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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6ab709557af4f"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6ab709557b11a"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<h3><em>A spiegarcelo, il Prof. Ferrazzi, Direttore del Center Mangiagalli e della Unità Complessa di Ginecologia dell’Istituto di Ricerca Fondazione Cà Granda Policlinico di Milano</em></h3>
<p>I folati sono vitamine molto importanti per l&#8217;organismo, in modo particolare durante il periodo della gravidanza. Nel periodo dell’attesa infatti, il fabbisogno di queste vitamine aumenta notevolmente per tutelare la salute del bimbo e per questo motivo ne è consigliata una assimilazione costante ed in misura sufficiente per il benessere di mamma e bebè. A parlarcene, il Prof. Enrico Ferrazzi, Direttore del Center Mangiagalli e della Unità Complessa di Ginecologia dell’Istituto di Ricerca Fondazione Cà Granda Policlinico di Milano, nonché Professore Ordinario di Ostetricia e Ginecologia dell’Università degli Studi di Milano. Membro del Comitato Scientifico della ASM (Associazione per lo Studio delle Malformazioni), è anche Presidente della Fondazione Cure Onlus, fondazione dedicata alla ricerca in medicina materno fetale e Clinical Advisor della Fondazione Francesca Rava NPH Italia per il progetto della High RiskMaternity e Neonatology Ospedale St Damien in Haiti.</p>
<p><em><span style="color: #3366ff;">Prof. Ferrazzi, cosa sono i folati e perché sono così importanti?</span></em></p>
<p>I folati sono vitamine presenti in natura nelle verdure a foglia larga (ne prendono il nome non a caso) e nella frutta, che svolgono funzioni fondamentali nell&#8217;organismo. Pertanto è importante che la donna che vuole concepire, o che ha appena concepito ed è in stato interessante, integri la sua dieta con molta frutta e verdura. Quando per molte ragioni questo non è sufficiente, è consigliato integrare l&#8217;alimentazione nella fase preconcezionale ed in gravidanza con folati in forma attiva (tetraidrofolato). Nello specifico, il folato attivo, o tetraidrofolato, interviene in un ciclo metabolico molto importante che produce piccole molecole dette gruppi metilici, che sono fondamentali per spegnere i geni che non servono nelle cellule che via via si differenziano nei vari organi e tessuti.</p>
<p><em><span style="color: #3366ff;">Ci faccia un esempio</span></em></p>
<p>In un uovo appena fertilizzato, ci sono tutti i 46 cromosomi e tutti i geni sono potenzialmente attivi. Quando però si devono formare, ad esempio, le unghie sulle manine le cellule che si occupano di formare appunto le unghie, devono specializzarsi e fare solo quello, di conseguenza dentro queste cellule devono essere presenti i gruppi metilici che servono a spegnere tutti gli altri geni. Meno gruppi metilici abbiamo e più lo sviluppo dell’embrione fa fatica a spegnere progressivamente i geni che non servono, a mano a mano che le sue tappe si differenziano.</p>
<p>L’abbondanza di questi gruppi metilici che derivano dalla detossificazione dell’organismo che il folato attivo contribuisce a fare, è una premessa fondamentale per far sviluppare bene l’embrione e la placenta.</p>
<p><em><span style="color: #3366ff;">Cosa comporta la carenza di folati in gravidanza?</span></em></p>
<p>Nelle donne che hanno diete povere di folati, c’è un rischio maggiore (anche se in piccole percentuali) di aborti spontanei, perché l’embrione si forma male, ed un maggior rischio che la placenta non si sviluppi bene ed il bambino non cresca come dovrebbe, in alcuni rari casi sviluppando anche alcune malformazioni gravi come la spina bifida.</p>

		</div>
	</div>
<div class="vc_empty_space"   style="height: 40px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 40px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div></div></div></div></section><section data-bg-image="url" class="vc_row wpb_row vc_row-fluid medico vc_custom_1490177908413 row-contains-padding-top row-contains-padding-bottom liquid-row-shadowbox-6ab709557b4e1 vc_row-has-fill vc_row-has-bg"><div class="ld-container container-fluid"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-3 liquid-column-6ab709557b69f"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper vc_custom_1490172226960"   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<h4>Prof. Enrico Ferrazzi</h4>
<h5>Center Mangiagalli U.O. di Ginecologia Fondazione IRCC Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico</h5>
<p>Via della Commenda, 12 &#8211; 20122 Milano<br />
Segreteria: 02 55032240<br />
enrico.ferrazzi@unimi.it</p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div></section><div class="vc_row-full-width vc_clearfix"></div><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6ab709557c52c"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6ab709557c6c7"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><div class="vc_empty_space"   style="height: 20px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div></div></div></div></section>
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		<title>Incontinenza urinaria da sforzo, ecco cause e rimedi</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/incontinenza-urinaria-sforzo-cause-rimedi/</link>
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				<pubDate>Thu, 21 Dec 2017 15:30:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ginecologia]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>
		<category><![CDATA[baccichet]]></category>
		<category><![CDATA[incontinenza]]></category>
		<category><![CDATA[ostetricia]]></category>
		<category><![CDATA[sforzo]]></category>

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			<h3>Ad elencarceli il Dott. Baccichet, Direttore dell&#8217;U.O.C. di Ostetricia e Ginecologia del Presidio Ospedaliero di Oderzo – ULSS 2 Marca Trevigiana</h3>
<p>Si definisce incontinenza urinaria da sforzo la perdita involontaria di urina sotto sforzo (colpo di tosse, starnuto, camminata), in assenza di attività del muscolo vescicale, ossia senza stimolo. A parlarci di questo disturbo, il Dott. <strong>Roberto Baccichet</strong>, Direttore della U.O.C. di Ostetricia e Ginecologia del Presidio Ospedaliero di Oderzo &#8211; ULSS 2 Marca Trevigiana e del suo Servizio di Uroginecologia. Laureatosi in Medicina e Chirurgia all&#8217;Università degli Studi di Trieste, dove ha successivamente frequentato la Clinica Ostetrico-Ginecologica, è Presidente G.L.U.P. (Gruppo di Lavoro in Uroginecologia e Pavimento Pelvico), società scientifica italiana di uroginecologia affiliata all&#8217;EUGA (Società Europea di Uroginecologia), nonché componente del Tavolo Tecnico per l&#8217;Incontinenza della Regione Veneto.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><em>Dott. Baccichet, da cosa deriva l&#8217;incontinenza urinaria da sforzo?</em></span></p>
<p>Si tratta di un problema legato ad un&#8217;alterata funzione dell&#8217;uretra, che presenta sia un deficit sfinteriale sia una perdita di tono, con conseguente ipermobilità di quella porzione anatomica. La combinazione di queste due alterazioni determina la comparsa del sintomo incontinenza urinaria da sforzo. L&#8217;incontinenza urinaria in generale ha un&#8217;incidenza circa del 25% sulla popolazione femminile. All&#8217;interno di questa incidenza, quella da sforzo presenta una percentuale più rappresentativa tra le varie forme di incontinenza urinaria. Come tutte le patologie è multifattoriale, nel senso che entrano in gioco diversi fattori nel determinismo della sua comparsa. Un fattore importante è la gravidanza e di conseguenza il parto. Una donna che ha avuto un parto spontaneo ha un rischio tre volte maggiore di una che non ha partorito, di sviluppare nel tempo un problema di incontinenza. Un altro fattore di rischio è la menopausa, con la sua carenza ormonale, che ha una ricaduta negativa anche sui tessuti pelvici. L&#8217;incidenza dell&#8217;incontinenza aumenta con l&#8217;avanzare dell&#8217;età, un picco di incidenza significativo si ha tra i 50 ed i 60 anni. Altri fattori importanti sono il fattore familiare, genetico e l&#8217;obesità. Una donna obesa ha un rischio maggiore e la terapia chirurgica ha meno efficacia. L&#8217;incontinenza urinaria da sforzo, tra le altre forme di incontinenza, è però quella con un maggiore risultato terapeutico. Gli interventi, oggi mininvasivi, hanno un tasso di guarigione che si attesta attorno all&#8217; 85-90%.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><em>In cosa consiste l&#8217;intervento chirurgico?</em></span></p>
<p>Nel posizionamento di una benderella in materiale sintetico con buona biocompatibilità, sotto una porzione ben precisa dell&#8217;uretra, detta uretra media. In questo modo si ripristina la &#8220;tonicità&#8221; uretrale con ottimi risultati di cura dell&#8217;incontinenza urinaria da sforzo. Questo tipo di terapia chirurgica nasce nella metà degli anni &#8217;90 con il posizionamento di benderelle lunghe circa 30-35 cm, che venivano inserite per via vaginale con degli aghi che passavano dalla vagina all&#8217;esterno della parete addominale per via retropubica. A quei tempi è stata una rivoluzione, dal momento che l&#8217;intervento anti-incontinenza era molto più invasivo e consisteva nell&#8217;apertura dell&#8217;addome, con risultati, peraltro, meno efficaci. Questa tecnica retropubica però, poteva comportare delle complicanze anche significative quali emorragie, perforazioni intestinali etc., nonchè delle perforazioni vescicali che rendevano obbligatoria la cistoscopia durante l&#8217;intervento. Agli inizi del 2000, si è cambiato approccio e l&#8217;intervento è diventato meno invasivo. Si passa sempre con degli aghi per posizionare la benderella di circa 30 cm sotto l&#8217;uretra, dalla vagina all&#8217;esterno, radice coscia, o da questa zona esterna all&#8217;interno della vagina, ma il passaggio avviene attraverso uno spazio anatomico meno rischioso e quindi con minori rischi di complicanze importanti, che si chiama spazio transotturatorio. Questa tecnica, chiamata trans-otturatoria, è ancor oggi la più usata ed è considerata il gold standard terapeutico per il trattamento dell&#8217;incontinenza urinaria da sforzo. Un passo ulteriore però si è fatto negli anni successivi, riducendo ulteriormente l&#8217;invasività dell&#8217;intervento. Questa più recente tecnica, ancor meno invasiva, si chiama Sling Single Incision o Minisling. Essa mantiene il concetto di base del posizionamento della benderelle sotto l&#8217;uretra media, la benderella si riduce però di dimensioni passando dai circa 30 cm ai, circa, soli 8 cm. Quindi meno materiale protesico inserito nel corpo ed, inoltre, non c&#8217;è più il passaggio degli aghi attraverso interi spazi anatomici come nella via retropubica o nella via trasotturatoria, poichè il posizionamento avviene esclusivamente per via intravaginale. Usando aghi molto più corti e più sottili, la benderella viene ancorata e si ferma, senza passare completamente all&#8217;esterno a livello della radice della coscia, nella porzione più interna del forame otturatorio. Il follow up medio di queste Minisling supera ormai i 4 anni ed i dati ci dicono che, nelle pazienti con forme di incontinenza urinaria da sforzo pura, i risultati sono sostanzialmente sovrapponibili a quelli della tecnica transotturatoria.</p>

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			<h4>Dott. Roberto Baccichet</h4>
<h5>U.O.C. di Ostetricia e Ginecologia Presidio Ospedaliero di Oderzo ULSS 2 Marca Trevigiana</h5>
<p>Via L.Luzzati, 45 &#8211; 31046 Oderzo (Tv)<br />
Segreteria: 0422 7151<br />
<a href="mailto:bacci.ro@gmail.com">bacci.ro@gmail.com</a></p>

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		<title>Tumori ginecologici, fattori di rischio e strategie diagnostiche</title>
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				<pubDate>Fri, 24 Mar 2017 17:07:55 +0000</pubDate>
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			<h2>Il Dott. Armellino ci spiega quali sono i più frequenti e l’importanza della prevenzione</h2>
<p>I tumori ginecologici interessano in particolare l’utero, le ovaie e la mammella. Un esperto in materia è il Dott. Flavio Armellino, ginecologo e Direttore Responsabile del reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale Maria Vittoria di Torino.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Dott. Armellino ci parli dei tumori ginecologici, quali sono i più frequenti e come si possono prevenire.</strong></p>
<p>Tra i più frequenti ci sono quelli che interessano il corpo dell’utero, che prendono origine dalle cellule dell’endometrio e sono definiti carcinomi endometriali. Quando invece il tumore si origina dal tessuto connettivo dell’utero si parla di sarcomi uterini, che sono fortunatamente più rari. Per quanto riguarda il tumore dell’endometrio, l’età è sicuramente uno dei principali fattori di rischio, infatti viene diagnosticato raramente prima dei 50 anni. Obesità e diabete possono, altresì, favorirne l’insorgenza. Un ruolo importante nella prevenzione può essere svolto dalle visite ginecologiche periodiche comprensive di ecografia transvaginale, che consente il monitoraggio dello spessore dell’endometrio: se questo supera i 4 mm si rendono necessari ulteriori accertamenti. Il tumore delle ovaie è in aumento ed è più insidioso perché di difficile diagnosi nonostante i controlli periodici. Questo può essere di tipo maligno o benigno e coinvolge quei piccoli organi, collocati a destra ed a sinistra dell’utero, deputati alla produzione degli ormoni sessuali femminili e degli ovociti. In questo caso la familiarità è un importante fattore di rischio ed è fondamentale il monitoraggio ecografico annuale per poter intercettare precocemente l’insorgere della malattia. I tumori ginecologici ad oggi meno frequenti, grazie alla prevenzione, sono invece quelli del collo o cervice uterina. Uno dei principali fattori di rischio per il tumore della cervice è l’infezione da HPV, il Papilloma virus umano, che si trasmette per via sessuale. Importante è l’uso del profilattico e la vaccinazione che si effettua dai 10 anni di età. Non tutte le infezioni da HPV provocano il cancro: la maggior parte delle donne che entrano in contatto con il virus infatti, sono in grado di eliminare l’infezione grazie al proprio sistema immunitario. Solo alcuni degli oltre 100 tipi del virus dell’HPV sono pericolosi dal punto di vista oncologico, mentre la maggior parte rimane silente. Il tumore della cervice uterina può essere diagnosticato effettuando regolarmente lo screening con Pap-Test. Si sta comunque diffondendo un nuovo esame, sempre più validato a livello internazionale, che consiste nell’HPV Test che, a differenza del Pap-Test, che si basa sull’esame microscopico di cellule epiteliali prelevate dalla cervice uterina, si fonda sulla ricerca del DNA, dell’m-RNA o di proteine specifiche virali direttamente in queste cellule. Un capitolo a parte meriterebbe il tumore della mammella, sempre più frequente e che sempre più colpisce anche in giovane età. È  importante per la donna non dimenticare che la familiarità è un importante fattore di rischio. Anche in questo caso la prevenzione è fondamentale: oltre all’autopalpazione che deve essere appresa e messa in atto già in giovane età, è necessario ricorrere sistematicamente a controlli periodici oltre i quarant’anni di età avvalendosi della mammografia abbinata all’ecografia mammaria. La diagnosi precoce consente un intervento conservativo ed una garanzia per la guarigione completa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come si curano questi tumori?</strong></p>
<p>La chirurgia rappresenta il principale trattamento per i tumori del corpo dell’utero e consiste nel rimuovere l’utero integralmente insieme alle tube e le ovaie, in considerazione del fatto che si tratta quasi sempre di un tumore che colpisce in menopausa. Nei casi in cui l’invasività è più avanzata, è prevista anche la rimozione dei linfonodi addomino-pelvici. La laparoscopia è la tecnica chirurgica più utilizzata, perché a differenza della chirurgia tradizionale, che comporta l’apertura dell’addome attraverso un’ampia incisione, consente di operare attraverso alcune piccole incisioni di meno di un centimetro. È una tecnica mini invasiva che consente una ripresa più rapida per la paziente. Per quanto concerne invece casi più avanzati di tumore del collo uterino e dell’ovaio, può essere necessario talvolta, effettuare alcuni cicli di chemioterapie pre-intervento chirurgico, per ridurre le dimensioni del tumore ed essere più radicali nell’intervento successivo. Il confronto con gli oncologi permetterà, in funzione del tipo istologico del tumore e del suo grado di invasività, di definire un completamento della terapia.</p>

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			<h4>Dott. Flavio Armellino</h4>
<h5>Direttore Responsabile del reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale Maria Vittoria di Torino</h5>
<p>via Cibrario, 72 &#8211; 10144 Torino<br />
Segreteria: 011.43931<br />
Segreteria Studio Medico: 011.752609<br />
<a href="mailto:armellinoflavio@libero.it"> armellinoflavio@libero.it</a></p>

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