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	<title>Medicina Molecolare &#8211; Sanità &amp; Benessere</title>
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	<description>Sito di divulgazione scientifica</description>
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		<title>CAPIRE LE PRIME FASI DELLA VITA CON UN MODELLO TRIDIMENSIONALE RICAVATO DALLE CELLULE STAMINALI</title>
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				<pubDate>Wed, 03 Dec 2025 15:54:52 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Laboratorio analisi]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>Pubblicato oggi su «Nature Cell Biology», da ricercatori delle Università di Padova e Torino, lo...</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<h5><strong>Pubblicato oggi su «Nature Cell Biology», da ricercatori delle Università di Padova e Torino, lo studio che permette un importante passo avanti nella comprensione dell’organizzazione dell’embrione umano nelle prime fasi del suo sviluppo</strong></h5>
<p><u><img class="size-medium wp-image-11453 alignleft" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2025/12/salvatore-oliviero-233x300.jpg" alt="" width="233" height="300" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2025/12/salvatore-oliviero-233x300.jpg 233w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2025/12/salvatore-oliviero.jpg 413w" sizes="(max-width: 233px) 100vw, 233px" />Il modello tridimensionale di embrione</u></p>
<p>I ricercatori hanno utilizzato cellule staminali per costruire un modello tridimensionale che riproduce le fasi di organizzazione dell’embrione al momento dell’impianto nell’utero. In particolare, le cellule prima si organizzano in uno strato ordinato con una piccola cavità interna, simile a una pallina cava, questo spazio diventerà in seguito la cavità amniotica dentro cui il feto si accrescerà nei mesi successivi della gravidanza.</p>
<p>Il modello di embrione permette anche di studiare un secondo evento fondamentale dello sviluppo, quando alcune cellule si differenziano e migrano per organizzare nello spazio gli organi e consentire il progredire corretto della gravidanza.</p>
<p>Dal momento che i segnali che regolano tali processi nell’embrione umano sono sconosciuti, i ricercatori hanno utilizzato per identificarli tecniche avanzate di analisi genomiche e di editing genetico su tali modelli tridimensionali.</p>
<p><u>Comunicazione e differenziazione tra cellule: il ruolo del TGF-beta e Activin A</u></p>
<p>Il team di ricerca ha individuato un segnale di comunicazione tra cellule, TGF-beta, che inizialmente coordina l’organizzazione delle cellule e la formazione della futura cavità amniotica. TGF-beta svolge questo compito mediante un regolatore chiave, chiamato ZNF398, ossia un gene che orchestra l’attività di molti altri geni per permettere l’organizzazione tridimensionale. Successivamente, un altro segnale “fratello” di TGF-beta, l’Activin A, determina l’inizio delle migrazioni e dei processi di differenziamento necessari per l’organizzazione spaziale degli organi. I ricercatori hanno utilizzato embrioni di topo per confermare la rilevanza e la conservazione evolutiva delle proprie scoperte.</p>
<p><u>L’importanza dei modelli di embrioni da cellule staminali</u></p>
<p>Le prime fasi di sviluppo embrionale subito dopo l’impianto nell’utero, prima della formazione degli organi, sono estremamente vulnerabili per motivi non chiari. Ad esempio, solo un embrione su tre si impianta e sviluppa con successo. Comprendere i meccanismi che regolano questa fase dello sviluppo potrebbe quindi aumentare il tasso di natalità e ridurre eventuali rischi e malformazioni.</p>
<p>«Le prime fasi sono quasi impossibili da studiare direttamente negli embrioni umani &#8211; <strong>dice il professor Graziano Martello</strong> del Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova &#8211; sia per motivi etici che pratici. Noi abbiamo creato un modello 3D di embrione semplice e riproducibile in cui le cellule staminali umane “imitano” due passaggi chiave dello sviluppo precoce che sono probabilmente familiari anche ai non addetti ai lavori, ossia la formazione della cavità amniotica e l’organizzazione spaziale degli organi nel corpo umano».</p>
<p>«Le analisi trascrittomiche ad alta risoluzione ci hanno permesso di identificare il profilo dei geni attivi in ogni singola cellula e i regolatori chiave di questa fase delicata dello sviluppo embrionale – <strong>afferma il professor Salvatore Oliviero</strong> del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei sistemi e responsabile del gruppo di ricerca dell’Università di Torino -.  Questi esperimenti ci permettono di <u>studiare in che modo le cellule prendono le prime decisioni</u> in una finestra temporale importante per lo sviluppo embrionale umano e studiare le analogie nella formazione dei tumori».</p>
<p>Dal punto di vista tecnologico il modello di embrione sviluppato è <u>altamente efficiente e replicabile</u> perché ogni sua componente è stata definita in modo preciso. Ciò permette di usare tali modelli per capire “chi fa cosa” a livello di segnali e geni mediante esperimenti mirati.</p>
<p>«Un altro punto di forza di questo studio – <strong>sottolinea il ricercatore Gianluca Amadei</strong> del Dipartimento di Biologia Unipd &#8211; è l’utilizzo di cellule staminali e modelli di diverse specie, che ci permette di comprendere quanto i meccanismi identificati siano conservati evolutivamente, superando i tradizionali modelli animali».</p>
<p>Non solo, i modelli di embrione consentono di <u>capire quali nutrienti sono fondamentali</u> per tali fasi dello sviluppo o quali farmaci possono interferire con esse. Infine l’approfondimento di tali modelli di embrione può favorire il dibattito per <u>definire linee guida etiche e scientifiche</u> per lo studio dello sviluppo embrionale precoce umano.</p>
<p>Ricerca al link: <a href="https://www.nature.com/articles/s41556-025-01831-6">https://www.nature.com/articles/s41556-025-01831-6</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<table>
<tbody>
<tr>
<td width="326"><strong>Ufficio Stampa Università di Padova</strong></p>
<p>via VIII febbraio 2, 35122 Padova</p>
<p>tel. 049/8273041-3066-3520</p>
<p>e-mail: <a href="mailto:stampa@unipd.it">stampa@unipd.it</a></p>
<p>Area Stampa: <a href="http://www.unipd.it/comunicati">http://www.unipd.it/comunicati</a></td>
<td width="326"><strong>Ufficio Stampa Università di Torino</strong></p>
<p>via Po 17, 10124 Torino</p>
<p>tel. 011/670 9611-2754</p>
<p>e-mail: ufficio.stampa@unito.it</td>
</tr>
</tbody>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>Lotta all’AIDS: da Padova una scoperta che fa sperare</title>
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				<pubDate>Thu, 06 Apr 2017 08:42:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Medicina Molecolare]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>
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			<h2>Il Prof. Palù, fondatore del Dipartimento di Medicina Molecolare dell’Università degli Studi padovana, ci parla di questo gene modificato che impedisce l’infezione da HIV</h2>
<p>Eradicare il virus dell’HIV è la sfida che si sta portando avanti nei laboratori di Microbiologia e Virologia dell’Università di Padova. Una sperimentazione che potrebbe rivoluzionare lo scacchiere sanitario mondiale. A mettere in pratica questo progetto, che mira a creare delle armi geniche per sconfiggere l’Aids, uno speciale consorzio internazionale (Francia, Germania, Austria e Stati Uniti) che vede in testa la Prof.ssa Marina Cavazzana, ricercatrice veneziana in forza all’Ospedale Necker di Parigi, pioniera della terapia genica, e la Prof.ssa Cristina Parolin, microbiologa dello staff del Prof. Giorgio Palù, fondatore del Dipartimento di Medicina Molecolare dell’Università degli Studi di Padova. Tutto è nato da una scoperta quasi casuale, finita nei libri di medicina al capitolo “il paziente di Berlino”. Un uomo, Timothy Brown di San Francisco, risultato sieropositivo nel 1995 e nel 2006 colpito anche da leucemia, è stato sottoposto ad un trapianto di midollo. I medici volevano eradicare la leucemia, ma con sorpresa si sono resi conto che dopo il trapianto era sparita pure l’infezione da HIV. Il donatore infatti era portatore sano di un’alterazione genetica capace di resistere all’HIV. Da quel giorno è partita la sfida, ossia tentare di replicare quella mutazione in laboratorio. La terapia già funziona in vitro, ora si è cominciato a sperimentare sui topi da laboratorio, quelli cosiddetti umanizzati.</p>
<p><strong>Prof. Palù, in cosa consiste questa rivoluzionaria terapia genica? </strong></p>
<p>In sostanza si tratta di sopprimere geneticamente l’infezione da HIV dalle cellule suscettibili utilizzando lo stesso virus. Abbiamo per questo messo a punto un vettore, con cui trasferire nel corpo del paziente i geni terapeutici. Tale vettore è lo stesso virus HIV reso però apatogeno ed in grado di direzionarsi su quelle cellule che sono bersaglio naturale dell’infezione, cioè i linfociti, i macrofagi, i monociti e le cellule dendritiche, bloccando il virus sia al momento del suo ingresso nella cellula sia nella replicazione. Se si riesce a bloccare l’ingresso del virus nella cellula si può dire di avere la terapia più efficace possibile per qualsiasi infezione virale. Impedire la replicazione del genoma del virus o limitarne l’infettività nel momento in cui questa si dovesse proporre, si chiama approccio combinato che va ad agire a diversi livelli. Abbiamo costruito questi vettori nel nostro laboratorio e testati su modelli in vitro si sono dimostrati molto efficaci. Adesso si è cominciato a sperimentare sui topi umanizzati, mentre bisognerà aspettare almeno altri 4 o 5 anni per effettuare la sperimentazione sull’uomo. Basandoci sul successo ottenuto con il “paziente di Berlino”, saranno trattati per primi i pazienti HIV positivi che abbiano sviluppato un linfoma. Il procedimento è quello dell’autotrapianto effettuato su questi soggetti. Raccoglieremo le cellule staminali del malato non infettate da HIV, somministreremo una chemioterapia citotossica in grado di guarire il linfoma e di eliminare le cellule del sistema immunitario (linfociti, macrofagi, monociti, cellule dendritiche) infettate da HIV e nel frattempo lavoreremo in vitro le sue staminali o quelle di un donatore, per modificarle introducendo nel nucleo il vettore con il gene terapeutico. Così, eradicato HIV dai santuari cellulari sede dell’infezione naturale, reimpianteremo nel paziente  le cellule staminali rese geneticamente resistenti al virus e queste genereranno una progenie di nuove cellule del sistema immunitario (linfociti, macrofagi, monociti, cellule dendritiche) non più infettabili da HIV. La terapia sperimentale saggiata in Francia nel topo funziona, ma non possiamo sapere se gli stessi risultati saranno replicabili nell’uomo. Una volta dimostrato che questo sistema è efficace nei paziente colpiti da linfoma, si potrebbe tentare di applicarla su più larga scala.</p>
<p><strong>Qual è l’obiettivo?</strong></p>
<p>Quello di eradicare il virus dell’HIV, magari non sostituendo completamente la terapia tradizionale con quella genica, ma affiancandola.</p>

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			<h4>Prof. Giorgio Palù</h4>
<h5>Dipartimento di Medicina Molecolare Università degli Studi di Padova</h5>
<p>Via A. Gabelli, 63 &#8211; 35121 Padova<br />
Centralino: 049.8272350<br />
Fax: 049.8211995<br />
<a href="mailto:giorgio.palu@unipd.it">giorgio.palu@unipd.it</a></p>

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