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	<title>tumori &#8211; Sanità &amp; Benessere</title>
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		<title>Tumori, scoperta la radice di tutti i neuroblastomi</title>
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				<pubDate>Wed, 10 Feb 2021 13:47:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[neuroblastoma]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>Individuata una particolare cellula embrionale che li scatena &#160; E&#8217; stato scoperto un nuovo segreto...</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Individuata una particolare cellula embrionale che li scatena</strong></p>
<p><img class="aligncenter wp-image-7682" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2021/02/August3_2015_iStock_000018235224_BrainCancer_NeuroblastomaWeapon_GNH2795153124-300x225.jpg" alt="" width="432" height="324" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2021/02/August3_2015_iStock_000018235224_BrainCancer_NeuroblastomaWeapon_GNH2795153124-300x225.jpg 300w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2021/02/August3_2015_iStock_000018235224_BrainCancer_NeuroblastomaWeapon_GNH2795153124.jpg 500w" sizes="(max-width: 432px) 100vw, 432px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E&#8217; stato scoperto un nuovo segreto del neuroblastoma: tutte le sue forme derivano dai simpaticoblasti, un particolare tipo di cellule embrionali. A dirlo è uno studio condotto dai ricercatori del Wellcome Sanger Institute, del Great Ormond Street Hospital (Gosh) e del Princess Máxima Center for Pediatric Oncology che hanno individuato proprio in queste cellule i probabili bersagli farmacologici di nuove terapie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo studio, pubblicato su Science Advances, ha cercato di capire perché i neuroblastomi varino di gravità, con alcuni più facili da trattare e altri che invece sono più complessi e hanno tassi di sopravvivenza, a cinque anni, relativamente bassi. Il neuroblastoma è un raro cancro che colpisce generalmente i bimbi sotto i cinque anni e che vede suo inizio nell&#8217;addome (solitamente nelle ghiandole surrenali). I ricercatori hanno analizzato l&#8217;espressione genica di 19.723 cellule tumorali e le hanno confrontate con 57.972 cellule surrenali dello sviluppo. &#8220;Ciò che più colpisce dei nostri risultati è che, nonostante la grande diversità del comportamento clinico del neuroblastoma, esiste una cellula-tipo di neuroblastoma globale che si trova in tutti i pazienti.</p>
<p>L&#8217;identificazione dei simpaticoblasti come radice di tutti i neuroblastomi è un passo importante verso la comprensione di come si sviluppa la malattia e, si spera, anche di come possiamo trattarla&#8221;, spiega Jan Molenaar, autore senior dello studio. Per Karin Straathof, altra autrice senior della ricerca, &#8220;il neuroblastoma è un cancro insolito in quanto alcuni tumori si risolvono senza intervento, ma la malattia ha ancora uno dei tassi di sopravvivenza a cinque anni più bassi di qualsiasi altro cancro infantile&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fonte: ansa.it</p>
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		<title>L’efficacia della chirurgia di Mohs per i tumori della pelle</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/lefficacia-della-chirurgia-di-mohs-per-i-tumori-della-pelle/</link>
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				<pubDate>Tue, 05 Feb 2019 12:01:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dermatologia]]></category>
		<category><![CDATA[dermatologia]]></category>
		<category><![CDATA[pelle]]></category>
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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6a9c12b7875ba"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6a9c12b792977"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<h3>Chirurgia di Mohs per il trattamento di carcinomi cutanei presso la Dermatologia di Vercelli</h3>
<p>Originariamente ideata da Frederic Mohs nel 1932, è una tecnica molto diffusa negli Stati Uniti e da qualche decennio anche in alcuni centri europei. In Italia è stata introdotta alla fine degli anni 80 dal Professor Giorgio Leigheb (Novara), e dai Professori Antonello Tulli e Luigi Rusciani (Roma). Attualmente in Italia viene eseguita in pochi centri dermatologici tra cui la Struttura di Dermatologia dell’Ospedale Sant’Andrea di Vercelli diretta dal <strong>Dottor Massimo Gattoni</strong>. La chirurgia di Mohs è una tecnica microtopografica utilizzata soprattutto per la terapia chirurgica dei carcinomi basocellulari situati in zone critiche del volto o per recidive. È il dottor Massimo Gattoni, a spiegarci in cosa consiste questa tecnica, quali sono i vantaggi nel suo utilizzo e come mai, ad oggi, è ancora così poco diffusa in Italia.</p>
<p>“Questa tecnica è utile per trattare diverse neoplasie cutanee ma trova la sua principale e migliore applicazione nel rimuovere i carcinomi basocellulari a margini indefiniti situati in alcune sedi critiche del volto: la piramide nasale, le regioni palpebrali, periorali, retro auricolari e pre auricolari. La tecnica, nata nel 1932 negli Stati Uniti, è oggi diffusa in tutto il mondo ed è presente da alcuni decenni in Italia dove, tuttavia, è ancora poco diffusa e utilizzata solo in alcuni Centri. Ciò è dovuto al fatto che, affinché possa essere applicata, è indispensabile una stretta collaborazione tra dermochirurgo e anatomopatologo anche per più giorni consecutivi. Al Sant’Andrea di Vercelli, grazie alla collaborazione con l’équipe di Anatomia Patologica guidata dal Prof. Guido Valente, possiamo utilizzare la tecnica per operare circa 80 casi selezionati all’anno tra gli oltre 800 interventi di asportazioni di neoplasie cutanee maligne che eseguiamo”.</p>
<p><strong><span style="color: #0000ff;">In cosa consiste questa tecnica?</span></strong></p>
<p>“L’intervento, che si esegue in anestesia locale, consiste nell’asportazione della neoplasia cutanea a 3 mm dai bordi visibili e nella suddivisione del frammento asportato in più frammenti che vengono numerati e colorati con appositi coloranti differenti. I frammenti ottenuti sono inviati al laboratorio di anatomia patologica e qui esaminati estemporaneamente; dopo circa una o due ore, durante le quali il paziente torna in camera di degenza, abbiamo l’esito istologico: se la neoplasia è stata totalmente rimossa si procede con la chiusura della breccia operatoria; se, invece, raggiunge un margine laterale o profondo, si procede con un allargamento o un approfondimento mirato della breccia operatoria, che può ripetersi anche più di una volta, fino a quando si arriva a una sicurezza istologica della rimozione completa del tumore. A questo punto si può procedere con la chiusura della breccia attraverso plastiche ricostruttive differenti a seconda dell’intervento.”</p>
<p><strong><span style="color: #0000ff;">Quali sono i vantaggi rispetto alla chirurgia classica?</span></strong></p>
<p>“Innanzitutto, questa tecnica è risolutiva nel 97-98% dei casi: la possibilità di recidiva dopo intervento di Mohs, infatti, è ridotta al 2-3% dei casi. In secondo luogo con un intervento di questo tipo viene asportata totalmente la lesione, con un risparmio di tessuto sano utile per la ricostruzione chirurgica”.</p>
<p><strong><span style="color: #0000ff;">Esistono altri tipi di tumori della pelle che possono essere curati in questo modo?</span></strong></p>
<p>“Sì, ad esempio il dermatofibrosarcoma, un tumore ad alta malignità locale, che, tuttavia, per le dimensioni importanti che raggiunge, richiede determinati approfondimenti immuno istochimici che necessitano una tecnica differita e non immediata. Il referto da parte dell’anatomopatologo viene comunicato dopo circa una settimana e quindi l’intervento viene ripreso per allargamenti, approfondimenti mirati o chiusura della breccia operatoria dopo tale periodo di tempo. Il successo, anche in questo caso, è però molto elevato: se senza questa tecnica le possibilità di recidiva si aggirano intorno al 20-30%, grazie alla tecnica di Mohs diminuiscono fino al 3%”.</p>

		</div>
	</div>
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			<h4>Dott. Massimo Gattoni</h4>
<h5>Responsabile S.S.V.D. di Dermatologia Ospedale di Sant&#8217;Andrea</h5>
<p>Corso Mario Abbiate 21 , 13100 Vercelli<br />
Tel: 0161 593562 Email: <a href="mailto:derma.vercelli@aslvc.piemonte.it">derma.vercelli@aslvc.piemonte.it</a></p>

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		<title>Nuove tecniche di chirurgia ecoguidata per i tumori al fegato</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/nuove-tecniche-di-chirurgia-ecoguidata-per-i-tumori-al-fegato/</link>
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				<pubDate>Thu, 27 Sep 2018 12:57:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Chirurgia]]></category>
		<category><![CDATA[ecografia]]></category>
		<category><![CDATA[fegato]]></category>
		<category><![CDATA[humanitas]]></category>
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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6a9c12b7961e3"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6a9c12b7963fe"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<h3>Ce ne parla il Prof. Guido Torzilli, Direttore del Dipartimento di Chirurgia Generale dell’Humanitas Research Hospital di Rozzano</h3>
<p>La Unità di Chirurgia Epatica dell’Humanitas Research Hospital di Rozzano ha assunto in questi anni un ruolo guida nel panorama internazionale, attestandosi come realtà all’avanguardia, grazie allo sviluppo e standardizzazione di nuovi interventi chirurgici effettuati su pazienti con tumore al fegato caratterizzati dal massimo risparmio di tessuto sano pur garantendo la massima radicalità oncoloigca.</p>
<p>A spiegarci come si è arrivati a questo risultato il Prof. <strong>Guido Torzilli</strong>, Direttore di Dipartimento di Chirurgia Generale e responsabie della Unità di chirurgia epatica nata in Humanitas con il suo arrivo. Laureato e specializzato in Chirurgia Generale all’Università degli Studi di Milano, è Professore Ordinario di Chirurgia Generale alla Humanitas University. Oltre agli interventi di cui sopra il Prof Torzilli ha introdotto nuove modalità di diagnosi e stadiazione dei tumori del fegato e tutto questo è stato oggetto di pubblicazione sulle più prestigiose riviste internazionali di settore.</p>
<p>Nel 2005 è risultato vincitore del Premio Ettore Ruggieri per la Ricerca Scientifica, indetto dalla Società Italiana di Chirurgia. Ha attivato dal 2006 la European School of Surgical Ultrasound, alla quale confluiscono colleghi da ogni parte del mondo per approfondire le tecniche chirurgiche introdotte e sviluppate dalla Unità di Chirurgia Epatica di Humanitas.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><strong>Prof. Torzilli, quando la chirurgia del fegato?</strong></span></p>
<p>Si tratta essenzialmente di una chirurgia per la maggior parte dei casi dedicata alla bonifica dell&#8217;organo da tumori maligni che nascono nel fegato o che vi arrivano da altri organi e come tali si definiscono metastasi.</p>
<p>I tumori che nascono nel fegato sono essenzialmente due: l’epatocarcinoma ed il colangiocarcinoma, il primo origina dagli epatociti, i motori dell&#8217;organo, il &#8220;personale&#8221; del laboratorio chimico rappresentato dal fegato; il secondo, è invece il risultato della degenerazione dei colangiociti, il rivestimento dei dotti che lasciano fluire la bile, che finisce poi nell&#8217;intestino per aiutarci a &#8220;digerire&#8221; i grassi.</p>
<p>Poi abbiamo le metastasi che per lo più derivano da tumori nati nel colon il cui sangue viene &#8220;filtrato&#8221; dal fegato che elabora i nutrienti derivanti dal cibo che ingeriamo ed elimina le sopstanze tossiche. Si tratta in ogni caso di tumori, siano esse nati nel fegato o giuntivi dal colon, nei quali l&#8217;opzione chirurgica resta centrale in quanto  unico approccio capace di portare in alcuni casi alla guarigione del malato. Infatti dal 30 al 70% dei pazienti, in funzione del carico di malattia all&#8217;esordio, può essere curato con il bisturi. La chirurgia resta pertanto la terapia di riferimento, sia pur insieme al trapianto di fegato. Quest&#8217;ultimo è ad oggi riservato  all&#8217;epatocarcinoma (casi selezionaiti per i quali è ormai la terapia di scelta), alle metastasi da colon (sperimentazione clinica nata da riscontri molto positivi ancorchè derivanti dai risultati su piccoli gruppi di pazienti), ed in alcuni casi non operabili di una particolare tipologia di colangiocarcinoma (confluente biliare o tumore di Klatskin).</p>
<p><strong><span style="color: #3366ff;">In cosa consiste il procedimento chirurgico?</span></strong></p>
<p>Consiste nel dividere il fegato, che ha la caratteristica di essere un organo, piuttosto grosso, con una complessità anatomica importante, per la presenza di una rete di vasi che vi portano dentro e quindi drenano il sangue e dotti biliari che convogliano la bile nell&#8217;intestino. La complessità d’organo rende conto di una estrema variabilità di presentazione delle malattie ed anche una discrezionalità importante sulla operabilità o meno di un paziente che ne risulti affetto.</p>
<p>Essendo il fegato la centrale che gestisce il nostro metabolismo, e come tale un organo vitale, non può venire privato di una quantità oltremodo importante del suo tessuto funzionante, pur riconoscendone la nota capacità rigenerativa. Tuttavia è bene chiarire che il fegato non si ricostituisce una volta privato di una sua parte bensì si ingrossa la porzione rimanente che cresce intorno ai vasi ed i dotti biliari risparmiati; quelli amputati non si riformano. Inoltre, questa capacità di ingrossarsi non è infinita. Per questa ragione, i chirurghi si sono arrovellati negli anni per cercare di massimizzare l’intervento oncologico sul fegato, cercando anche di superarne i limiti individuati. A complicare ulteriormente le cose c&#8217;è il fatto che si tratta di un organo alla cui complessità strutturale interna si contrappone una semplicità superficiale che come tale non dice al chirurgo dove questi si deve aspettare una determinata struttura vascolare.</p>
<p>La scuola occidentale conscia di questa difficoltà ha costruito le sue soluzioni tecniche prevedendo nei casi complessi quasi sempre ampie rimozioni di parenchima e cercando piuttosto di rendere maggiore la capacità di rigenerazione dell&#8217;organo restante. In questo modo, seguendo piani di divisione parenchimale standardizzati si possono evitare durante la dissezione incroci di strutture vascolari la cui cattiva interpretazione anatomica potrebbe compromettere il buon esito dell&#8217;intervento. Poichè però se si lascia una porzione troppo piccola di fegato questa pur &#8220;gonfiandosi&#8221; non riesce a vicariare la parte tolta, è stata sfruttata una intuizione orientale, nello specifico giapponese, che introduceva il concetto di preparazione del fegato che sarebbe dovuto restare alla fatica di lavorare per due già prima dell&#8217;intervento. Come? Chiudendo la vena che porta il sangue dall&#8217;intestino alla parte di fegato malato. In questo modo il fegato della parte sana inizia già prima dell&#8217;intervento a lavorare anche per l&#8217;altro abituandosi così ad affrontare meglio il prossimo futuro che lo aspetta. Questa tecnica si chiama embolizzazione portale dal nome della vena che viene chiusa, la vena porta appunto. La scuola giapponese, oltre a quest&#8217;ultima, ha in realtà aperto un altro filone completamente alternativo a quello del seguire delle direttrici sicure, che è quello di dividere il fegato in funzione della presentazione di malattia. Cosa significa? Non aver timore degli incroci anatomici all&#8217;interno del fegato bensì sfruttarli a proprio vantaggio. Come? Rendendo il fegato trasparente grazie all&#8217;ecografo così dal riconsocerli e trarre vantaggio da cio al fine di &#8220;ritagliare&#8221; porzioni di fegato più contenute lasciando un organo quasi integro e perfettamente funzionanti. Insomma, dotarsi di un sonar anziché viaggiare in un sommergibile che si basi semplicemente su delle carte nautiche e che pertanto deve stare lontano dalla costa per non collidere.</p>
<p>Io ed il mio gruppo siamo i depositari occidentali di questa filosofia che portiamo avanti in Europa ormai da 15/20 anni. In questo periodo abbiamo ampliato lo spettro di applicazione di questa tecnica inserendo ulteriori elementi in grado di consentire l&#8217;esecuzione di nuovi tipi di interventi. Interventi caratterizzati dalla rimozione di tutta la malattia con il minimo sacrificio di tessuto sano ed il rispetto dell&#8217;architettura dell&#8217;organo.</p>
<p><strong><span style="color: #3366ff;">Quali ulteriori peculiarità grazie al vostro lavoro?</span></strong></p>
<p>Due grandi filoni di ricerca clinica hanno caratterizzato i nostri anni: comprendere come mai distaccare i tumori dai grossi vasi sanguigni dentro il fegato non fosse sinonimo di recidiva della malattia e capire come mai quando un tumore ostruisce le vene che scaricano il sangue dal fegato al cuore in molti casi il tessuto epatico da quel vaso non più drenato fosse ancora vitale. Ad entrambe le domande abbiamo saputo dare una risposta. Oggi possiamo staccare i tumori dai grossi vasi cosi da ampliare la possibilità di operare i pazienti avendo dimostrato che questo non aumenta il rischio di intervento incompleto. Oggi abbiamo imparato a riconoscere le vene accessorie che deviano il sangue dalla vena occlusa dal tumore in quella adiacente e quindi per primi abbiamo dimsotrato che in questo modo possiamo pianificare interventi atrimenti impensabili. Interventi quindi più sofisticati grazie a questi due grandi passi avanti, e più sicuri perché meno demolitivi di quelli &#8220;senza sonar&#8221;. Ecco che possiamo operare pazienti con un carico di malattia altrimenti non gestibile o gestibile con più interventi. È necessario però che il chirurgo sappia “leggere” ciò che l&#8217;ecografo gli dice, e quindi l’expertise chirurgica deve essere di alto profilo.</p>
<p>Tutto questo lo abbiamo validato negli anni a piccoli passi e sempre dimostrando quanto fatto con scientificità e sottoponendo al vaglio della comunità internazionale il nostro operato attraverso pubblicazioni di prestigio i grossi centri chirurgici pionieri nelle tecniche tradizionali hanno accettato il confronto e con il nostro approccio ed i risultati, pubblicati, sembrano darci ragione.</p>
<p>Tutto questo peraltro viene fatto con tecnologia a basso costo pur garantendo una sicurezza delle procedure caratterizzata da 1/3-1/10 della mortalità delle tecniche convenzionali per simili o addirittura inferiori carichi di malattia.</p>

		</div>
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			<h4>Prof. Guido Torzilli</h4>
<h5>Direttore del dipartimento di Chirurgia Generale Humanitas Research Hospital</h5>
<p>Via Manzoni 56,  Rozzano (MI)</p>
<p>Tel: 02 8224 4769<br />
<a href="mailto:guido.torzilli@hunimed.eu">guido.torzilli@hunimed.eu</a></p>

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		<title>Sarcomi dei tessuti molli, una nuova strategia chirurgica cambia le aspettative di vita</title>
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				<pubDate>Fri, 22 Jun 2018 14:50:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Oncologia]]></category>
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		<category><![CDATA[sarcomi]]></category>
		<category><![CDATA[tumori]]></category>

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			<h3>Il Dott. Alessandro Gronchi ci illustra in cosa consiste la cura, quali sono le innovazioni e le possibilità di guarigione in questo tipo di tumori</h3>
<p>Il Dott. Alessandro Gronchi, Responsabile della Chirurgia dei Sarcomi dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, tra le prime al mondo per volume di pazienti trattati, ha dedicato tutta la sua attività professionale alla cura ed alla ricerca nel campo dei sarcomi dei tessuti molli, delle fibromatosi di tipo desmoide e dei tumori stromali gastrointestinali (GIST). È responsabile di un’équipe medica interamente dedicata a questa patologia; si occupa della formazione di chirurghi italiani ed internazionali per il trattamento di questo tipo di neoplasie; è chairman del “Soft Tissue Sarcoma Committee” dell’Italian Sarcoma Group e del Soft Tissue and Bone Sarcoma Group dell&#8217;European Organization for Research and Treatment in Cancer, Presidente della Connective Tissue Oncology Society.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><strong><em>Dott. Gronchi, cosa sono i sarcomi dei tessuti molli? E perché si dicono rari?</em></strong></span></p>
<p>Sono tumori solidi maligni che nascono da tessuti diversi da quelli da cui originano i più comuni tumori epiteliali. Sono strutture anatomiche (come il tessuto adiposo o quello muscolare) che hanno una minore necessità di replicarsi e quindi minori probabilità di “fare errori” nella replicazione, per questo sono rari. Hanno origine ubiquitaria, cioè possono nascere ovunque nel corpo, anche se hanno delle sedi preferite: gli arti (in particolare la regione della coscia e del gluteo) ed il retroperitoneo. Questo peculiare spazio anatomico si trova nella regione posteriore dell’addome, tra la cavità addominale e le strutture osteo-muscolari della colonna e contiene i reni ed i grossi vasi.</p>
<p><strong><em><span style="color: #3366ff;">Come vengono diagnosticati?</span></em></strong></p>
<p>Non ci sono esami di screening. Non danno dolore e non danno problematiche particolari, perché spesso crescono lentamente e possono diventare molto voluminosi, non per questo sono più cattivi biologicamente. Il concetto di diagnosi precoce che si applica ai tumori epiteliali, come il tumore del colon o della mammella, non si applica ai sarcomi.  Tutte le volte che una persona ha una tumefazione che supera i 5 cm e tende a crescere nelle parti visibili del corpo, negli arti, sul tronco, meglio fare un accertamento. Nelle forme addominali/retroperitoneali il paziente avverte una massa od una sensazione di gonfiore all’interno dell’addome. Solo occasionalmente sono accompagnati alla comparsa di dolore.</p>
<p><strong><em><span style="color: #3366ff;">Quali sono i margini di cura?</span></em></strong></p>
<p>Globalmente i margini di cura sono del 70%, con ampie differenze nei diversi sottotipi e nei diversi stati di presentazione. Ma questi risultati sono possibili se le cure sono adeguate fin dall’inizio e vengono erogate nei centri che hanno abitudine a confrontarsi quotidianamente con queste forme. Recuperare un inizio scorretto è molto più difficile e può compromettere la probabilità di guarire.</p>
<p><strong><em><span style="color: #3366ff;">Come intervenite e qual è la peculiarità della vostra strategia chirurgica?</span></em></strong></p>
<p>L’intervento chirurgico comporta approcci personalizzati. Seppure rari, sono infatti una famiglia di tumori molto eterogenea. La chirurgia consiste nell’asportazione della lesione allargata ai tessuti circostanti per minimizzare il rischio che si riformi. Negli arti è più semplice perché le strutture che circondano queste lesioni sono muscoli che si possono sacrificare e ricostruire. Nel retroperitoneo è più complesso perché il tumore nasce in prossimità di strutture vitali. Grazie alla collaborazione con l’Istituto Gustave Roussy di Parigi, abbiamo messo a punto una tecnica per affrontare le forme retroperitoneali che consiste nell’asportazione dei tumori in modo più radicale ed allargato per ridurre il rischio di recidiva, sacrificando sistematicamente alcuni organi che li circondano, per aumentare le possibilità di guarire. L&#8217;obiettivo non è salvare gli organi del paziente, ma piuttosto sacrificare gli organi per guarire. È stato poi, coordinando un processo di consenso internazionale fra Europa e Stati Uniti, che l&#8217;Istituto ha definito nuove linee guida per il trattamento di questa patologia.</p>
<p><strong><em><span style="color: #3366ff;">Avete un approccio multidisciplinare. In cosa consiste?</span></em></strong></p>
<p class="western" align="justify">È una delle chiavi per individuare la migliore strategia terapeutica possibile nel singolo paziente. Oggi l’integrazione permette non solo ad esempio di ridurre la chirurgia demolitiva degli arti, ma anche di conservarne la funzione per reintegrare al meglio il paziente nelle sue attività quotidiane, nella normalità della sua vita. La multidisciplinarietà per questa patologia e &#8211; oserei dire &#8211; per l&#8217;oncologia dei tumori solidi in generale è essenziale per garantire i massimi standard terapeutici per ogni singolo paziente</p>

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			<h4>Dott. Alessandro Gronchi</h4>
<h5>S.S. Chirurgia dei Sarcomi Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori</h5>
<p>Segreteria: 02 23903234 Fax: 02 23903763<br />
<a href="mailto:alessandro.gronchi@istitutotumori.mi.it">alessandro.gronchi@istitutotumori.mi.it</a></p>

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		<title>Target therapy, una nuova speranza  per i malati oncologici</title>
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				<pubDate>Fri, 22 Jun 2018 14:31:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Oncologia]]></category>
		<category><![CDATA[genova]]></category>
		<category><![CDATA[oncologia]]></category>
		<category><![CDATA[sobrero]]></category>
		<category><![CDATA[tumori]]></category>

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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6a9c12b79c06c"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6a9c12b79c328"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<h3>A parlarci della medicina di precisione, il Prof. Sobrero, Direttore dell’U.O. di Oncologia Medica del Policlinico San Martino IRCCS di Genova</h3>
<p>La lotta ai tumori beneficia oggi di nuovi strumenti diagnostici e terapeutici che possono in molti casi portare alla guarigione ed in altri a rendere il cancro una patologia cronica con cui convivere a lungo, come la target therapy o medicina di precisione, in grado di colpire selettivamente le cellule neoplastiche risparmiando i tessuti sani ed i farmaci immunoterapici che sono in grado di potenziare il sistema immunitario e stimolarlo a combattere il cancro. A parlarci di questa innovazione, il Prof. Alberto Sobrero, Direttore dell’U.O. di Oncologia Medica del Policlinico San Martino IRCCS di Genova. Vanta la frequentazione della prestigiosa Yale University, New Haven (USA), e numerose pubblicazioni scientifiche a livello internazionale. In passato è stato Professore Associato di Oncologia Medica all’Università di Firenze e Direttore del Dipartimento Oncologico dell’Ospedale Civile dell’Università di Udine. È membro delle più importanti società scientifiche internazionali, come l’American Society of Clinical Oncology e l’European Society for Medical Oncology. Nel 2016 ha vinto l’Esmo Award, il premio per l’oncologo dell’anno istituito dalla Società Europea di Oncologia Medica nel 1985. È stato il terzo italiano a vincere questo prestigioso riconoscimento.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><strong><em>Prof. Sobrero che cos’è la medicina di precisione ed a che punto siamo oggi con la target therapy?</em></strong></span></p>
<p>La cura dei tumori fino ad una decina di anni fa, andava in quattro direzioni, e cioè la chemioterapia, la radioterapia, gli interventi chirurgici e l’ormonoterapia. Queste erano le uniche armi che avevamo a disposizione. Si tratta di strategie non molto specifiche, nel senso che distruggono tutte le cellule che incontrano, quindi non solo quelle tumorali ma anche le normali, agendo con poca selettività nel loro campo di azione. Questo loro limite era legato al fatto che non si conoscevano i meccanismi che sono alla base del tumore. Oggi invece, possiamo dire di conoscere meglio i meccanismi che sottendono alla proliferazione cellulare incontrollata. Quando abbiamo potuto dare un nome ai tanti fattori di crescita od ai loro precursori di acidi nucleici (DNA e RNA), ci è stato possibile puntare proprio su questi come target e bersagli di farmaci che vanno ad inibirne la funzione. Quindi la differenza tra la chemioterapia e la medicina di precisione è data dal fatto che mentre la prima distrugge le cellule e quindi ne rompe la struttura, la seconda mira ad inibire la funzione ed attraverso ciò produrne la morte in maniera selettiva. Target therapy significa infatti, colpire il bersaglio in modo mirato e non a mitraglia. Con l’avvento della medicina di precisione, c’è stato un cambio di marcia nella cura dei tumori. Mentre con le altre terapie si potevano guadagnare magari 6 mesi di vita, con la medicina di precisione è stato possibile identificare delle nicchie all’interno dei tumori più o meno comuni, nella cura delle quali i risultati sono stati molto più consistenti con guadagni di 2 o 3 anni di vita nelle forme non guaribili ed addirittura la guarigione in altre forme.</p>
<p><strong><em><span style="color: #3366ff;">Qual è il ruolo dei marcatori predittivi nella ricerca traslazionale?</span></em></strong></p>
<p>I marcatori predittivi sono il sine qua non della medicina di precisione. Se non si è riconosciuto e dato un nome preciso ad un fattore di crescita, ad un pezzetto del DNA, e quindi non si ha un bersaglio, non è possibile fare medicina di precisione. Il vero problema è che, pur avendo identificato questi marcatori predittivi, il tumore al suo interno ha varie sfaccettature, quindi ci può essere la cellula od il gruppo di cellule che muoiono se bersagliate attraverso quel singolo marcatore, ma molte altre che possono sopravvivere. E questo è il motivo per cui nonostante abbiamo fatto un notevole balzo in avanti nella cura dei tumori rispetto alla chemioterapia, molte forme di cancro non sono affatto guaribili e continuiamo ad avere 160.000 morti all’anno.</p>
<p><strong><em><span style="color: #3366ff;">Quali sono i tumori, soprattutto rari, che potranno essere guariti in un futuro non molto lontano?</span></em></strong></p>
<p>Fino a poco tempo fa si parlava di tumori rari o frequenti sulla base di una classificazione compiuta su base istologica. Oggi invece, la classificazione è fatta su base molecolare, per cui è venuta fuori una nuova classe di tumori, i cosiddetti nuovi tumori rari che sono sottogruppi identificati su base molecolare di tumori che rari non sono. Il problema cui va incontro la medicina attuale e del futuro, è che tutti i tumori diventeranno rari, in quanto la nuova classificazione prevede la spaccatura delle classiche categorie istologiche dei tumori in categorie molto più numerose dello stesso tumore ma divise su base molecolare. Un buon esempio di come ci si sta muovendo può essere dato dal tumore della vescica, abbastanza frequente, e dal colangiocarcinoma, che è invece un tumore raro. Il tumore della vescica è uno di quei tumori che beneficiano dell’immunoterapia, mentre il colangiocarcinoma no. Purtroppo ancora non riusciamo a capire bene il perché ci sono ancora oggi tumori che non beneficiano di questa nuova strategia terapeutica che è l’immunoterapia, mentre altri rispondono in maniera molto consistente. L’idea è che in alcuni tumori, come appunto il colangiocarcinoma, non ci sono i linfociti, che sono il braccio armato dell’immunoterapia, mentre nel tumore della vescica si. Un esempio di come la medicina di precisione possa cambiare radicalmente la prospettiva di cura di un tumore è il trattamento del tumore del colon retto, che nel 97% dei casi, quando è allo stadio disseminato, non è guaribile. Con la medicina di precisione mediamente l’attesa di vita è di 3 anni, mentre in passato se non trattato portava alla morte nell’arco di 5 mesi. Si è quindi passati da una malattia fulminante ad una che lascia speranze.</p>

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			<h4>Prof. Alberto Sobrero</h4>
<h5>U.O. di Oncologia Medica Ospedale Policlinico San Martino IRCCS</h5>
<p>Largo Rosanna Benzi, 10 &#8211; 16132 Genova</p>
<p>Segreteria: 010 5553301<br />
<a href="mailto:albertosobrero@hsanmartino.it">albertosobrero@hsanmartino.it</a></p>

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		<title>Medicina personalizzata: percorsi diagnostici e terapeutici su misura per il paziente</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/medicina-personalizzata-percorsi-diagnostici-e-terapeutici-su-misura-per-il-paziente/</link>
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				<pubDate>Fri, 22 Jun 2018 10:19:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Medicina Personalizzata]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>
		<category><![CDATA[roma]]></category>
		<category><![CDATA[sant'andrea]]></category>
		<category><![CDATA[terapia personalizzata]]></category>
		<category><![CDATA[tumori]]></category>

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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6a9c12b79f095"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6a9c12b79f2fb"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<h3>A parlarcene il Prof. Maurizio Simmaco, Direttore della U.O.C. Laboratorio Analisi Biochimica Clinica dell’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Rom</h3>
<p>La medicina personalizzata è un approccio clinico innovativo, volto a superare i limiti di inefficacia e tossicità terapeutica della medicina classica, poiché non considera il paziente come facente parte di una categoria statistica, ma tende ad individuarne i tratti di unicità che ne determinano le peculiari capacità di risposta ai trattamenti medici. A chiarirci l’argomento, il Prof. Maurizio Simmaco, Direttore della U.O.C. Laboratorio Analisi &#8211; Biochimica clinica e del servizio di Diagnostica Molecolare Avanzata (DiMA) dell’Azienda Ospedaliera Sant&#8217;Andrea di Roma, Professore Ordinario di Biologia molecolare alla Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università La Sapienza di Roma.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><strong><em>Prof. Simmaco, cosa si intende per medicina personalizzata?</em></strong></span></p>
<p>La medicina personalizzata è un settore in forte espansione, in gran parte basato sulla caratterizzazione della capacità biochimico-funzionale individuale e sull’acquisizione del profilo genomico personale, e che presenta un&#8217;enorme potenzialità di miglioramento della gestione dei sistemi sanitari. Infatti questa strategia consente di fare una buona previsione degli esiti clinici e degli effetti tossici derivanti dalla somministrazione di specifici trattamenti, permettendo di scegliere il farmaco più appropriato da somministrare. Inoltre consente a volte di stimare con maggiore precisione la suscettibilità individuale allo sviluppo di determinate patologie, permettendo di attuare precocemente delle strategie preventive. È chiaro che il miglioramento nell’efficacia e nella tollerabilità delle cure, cosi come una prevenzione più efficiente, portano a ridurre notevolmente i costi sanitari. I costi di investimento per attuare i processi di medicina personalizzata vengono cosi ampiamente compensati.</p>
<p>Tuttavia, la personalizzazione dei trattamenti e la conseguente ottimizzazione degli indici sanitari costo-beneficio è ad oggi limitata dalle difficoltà incontrate nell’interpretazione di dati complessi come quelli genomici, anche in relazione alla necessità di integrare tali dati con parametri di tipo non-genomico (clinici, ambientali, comportamentali). La personalizzazione deve infatti tenere conto, soprattutto per pazienti affetti da patologie complesse, della loro storia personale considerandola come una sommatoria di eventi che hanno generato una condizione unica. Fare medicina in questo modo può essere faticoso e quasi irraggiungibile da un punto di vista dell’applicabilità generale. Nel corso degli anni però, nell’Ospedale Universitario Sant’Andrea si è sviluppata una metodologia che rende fruibile in maniera piuttosto sistematica questo approccio, soprattutto per i pazienti più fragili.</p>
<p><strong><em><span style="color: #3366ff;">Su quale tipologia di pazienti viene utilizzata la medicina personalizzata?</span></em></strong></p>
<p>Pazienti oncologici, che devono interagire con terapie di vecchia e nuova generazione, che possono presentare effetti collaterali anche molto gravi e per i quali la scelta terapeutica deve essere valutata con grande cura. Poi il soggetto psichiatrico, un paziente in cui purtroppo si registra una grande percentuale di fallimenti terapeutici. Infine, il paziente poli-trattato, che assume cioè più di 5 farmaci al giorno in maniera continua, ed in cui la mancata aderenza alle terapia costa, solo in Europa, almeno 200.000 morti all’anno, poiché solo il 50-60% assume le terapie così come gli sono state prescritte. Quando parliamo di poli-trattati intendiamo anche pazienti diabetici, cardiologici, dislipidemici, quindi con patologie molto diffuse. Per ottimizzare le terapie su base individuale, la valutazione della componente genomica deve spesso essere integrata con indagini biochimico-molecolari che consentono di fotografare il reale stato funzionale del paziente.</p>
<p>Per avere una caratterizzazione completa del paziente è necessario quindi avere a disposizione ed integrare fra di loro diverse e sofisticate piattaforme tecnologiche, ciò che è stato ottenuto al Sant’Andrea di Roma in maniera sostenibile.</p>
<p>Allo stato attuale non siamo ancora in grado di applicare le strategie di medicina personalizzata a tutti i pazienti, ma penso sia necessario renderle accessibili almeno alle categorie più fragili, come quelle citate prima. Occorre attuare una politica sanitaria che promuova l’attività di centri di eccellenza in grado di applicare i metodi di diagnosi e cura personalizzata, nonché la formazione di medici curanti e specialisti in grado di guidare il paziente verso un percorso personalizzato, utilizzando correttamente gli strumenti messi a loro disposizione da tali centri. Infine, va sottolineato che informare il paziente sui metodi della medicina personalizzata è cruciale per stabilire un legame di maggiore fiducia con il medico curante, quindi ad una maggiore aderenza alle terapie prescritte ed ad una maggiore efficacia delle stesse.</p>

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			<h4>Prof. Maurizio Simmaco</h4>
<h5>Università La Sapienza di Roma Azienda Ospedaliera Universitaria Sant&#8217;Andrea &#8211; U.O.C. Laboratorio Analisi Biochimica Clinica &#8211; Diagnostica Molecolare Avanzata</h5>
<p>Via di Grottarossa, 1035 &#8211; 00189 Roma</p>
<p>Segreteria: 06 33775405<br />
maurizio.simmaco@uniroma1.it</p>

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		<title>Radioterapia intraoperatoria con elettroni (ELIOT) nel trattamento del carcinoma mammario</title>
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				<pubDate>Fri, 09 Mar 2018 08:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Oncologia]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>
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			<h3><em>Ci spiega l’argomento il Dott. Mattia Intra, Direttore dell’Unità Day Surgery Senologico, dell’Istituto Europeo di Oncologia</em></h3>
<p>Nelle pazienti con carcinoma della mammella trattate con chirurgia conservativa (la famosa quadrantectomia per intenderci, inventata dal Prof. Umberto Veronesi ormai quasi 50 anni fa ed esportata con successo in tutto il mondo), esistono altre possibilità di irradiare il seno operato rispetto alla radioterapia esterna frazionata convenzionale. Ce ne parla il Dott. Mattia Intra, Direttore dell’Unità Day Surgery Senologico dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO).</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><em>Dott. Intra, come opera la Divisione di Senologia ed in particolare l’Unità Day Surgery?</em></span></p>
<p>La Divisione di Senologia, diretta dal Prof. Paolo Veronesi, è il più grande centro senologico in Europa ed uno tra i più grandi nel mondo, come volume di donne trattate all’anno. Stiamo operando attualmente più di 3.600 donne all’anno ed in particolare la mia unità si occupa di Day Surgery, cioè le pazienti possono ricevere tutti i trattamenti oncologici ed oncoplastici chirurgici necessari per il trattamento del carcinoma della mammella concentrati in una giornata, senza modificare l’intensità del trattamento. In Day Surgery le pazienti possono ricevere tutte le tecniche chirurgiche oggi conosciute nella cura del tumore della mammella e, dove è indicato, anche terapie differenti, come la radioterapia intraoperatoria per esempio.</p>
<p><em><span style="color: #3366ff;">Ci può spiegare in cosa consiste la radioterapia intraoperatoria?</span></em></p>
<p>La radioterapia intraoperatoria con elettroni (chiamata ELIOT) è una procedura cha abbiamo iniziato a studiare in IEO già dal 1999 da una idea del Prof. U. Veronesi e del famoso Radioterapista Prof. Roberto Orecchia. Oggi siamo i leader mondiali di questa tecnica. Abbiamo trattato ormai più di 8.000 donne con carcinoma della mammella. Consiste nella possibilità di eseguire tutta, o gran parte, della radioterapia durante l’intervento chirurgico, in un’unica sessione, anziché in più frazioni quotidiane, anche 30, che possono durare più di un mese a partire da 30-60 giorni dopo l’intervento chirurgico. In alcuni casi riusciamo a concentrare questo trattamento radiante in un’unica seduta di 5 minuti in sala operatoria. Il chirurgo rimuove il tumore (quadrantectomia), esegue la biopsia del linfonodo sentinella ascellare quando indicato, e nello stesso momento è in grado di erogare anche la radioterapia intraoperatoria, in modo che tutto il trattamento locale si riesca a concludere in quella seduta di intervento e la paziente non debba ricevere altri trattamenti postoperatori, e possa essere dunque avviata ad eventuali terapie mediche, quando necessarie.</p>
<p><em><span style="color: #3366ff;">Quali sono i vantaggi di questo tipo di radioterapia?</span></em></p>
<p>La radioterapia intraoperatoria ha un enorme vantaggio, non solo pratico per la paziente e per il centro di radioterapia che ha un risparmio di tempo e può liberare le strutture e dare spazio ad altri pazienti, ma anche clinico, dal momento che evita i classici effetti collaterali della radioterapia esterna (ustioni, fibrosi, etc.) e permette di concludere rapidamente il trattamento per lasciare libera la paziente alle eventuali terapie mediche successive, per esempio chemioterapie, che spesso non si possono associare alla radioterapia stessa.</p>
<p><em><span style="color: #3366ff;">In quali soggetti può venire erogata tale radioterapia?</span></em></p>
<p>In alcuni casi selezionati può essere erogata in una unica sessione (radioteraopia intraoperatoria con elettroni &#8211; ELIOT esclusiva) con uguali risultati della radioterapia esterna. Parliamo di donne con un tumore piccolo, in menopausa e con un carcinoma infiltrante della mammella con biologia prognosticamente più favorevole. Nelle altre situazioni, quindi donne più giovani, tumori più grandi e comunque con biologia meno favorevole, abbiamo due possibilità differenti: la classica radioterapia esterna frazionata suddivisa in 30 sedute, oppure una formula intermedia che oggi sembra essere un’eccellente soluzione, cioè quella di fare un po’ di radioterapia durante la quadrantectomia (in questo caso la chiamiamo ELIOT boost) ed una parte dopo l’intervento, ma riducendo drasticamente il numero di sedute (13 od anche meno), con i vantaggi della radioterapia intraoperatoria e quelli di quella esterna, ma minimizzando gli svantaggi di entrambe.</p>
<p><em><span style="color: #3366ff;">Esistono controindicazioni?</span></em></p>
<p>Naturalmente e come per tutte le procedure esistono sempre alcune controindicazioni tecniche e cliniche. Non esiste un trattamento valido e sicuro ed efficace per tutti ed al 100%. Tuttavia direi che i casi in cui la radioterapia intraoperatoria (esclusiva o come boost a seconda dei casi) sia controindicata sono davvero pochi. E’ fondamentale la selezione delle pazienti per offrire il trattamento più efficace ed adeguato. Ed ormai dal gennaio 2000 stiamo offrendo la ELIOT nella pratica clinica con grande soddisfazione. Esistono anche altre metodiche di radioterapia parziale della mammella, sia intraoperatoria sia postoperatoria, ma non c’è dubbio che la ELIOT sia la più simile alla radioterapia esterna e la più efficace. Ed è oggi disponibile in molti altri centri per la cura del tumore in Italia e nel mondo.</p>

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			<p>Il Dott. Mattia Intra in sala operatoria</p>

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			<h4>Dott. Mattia Intra</h4>
<h5>Unità Day Surgery Senologico Divisione di Senologia &#8211; Istituto Oncologico Europeo (IEO)</h5>
<p>Via G.Ripamonti, 435 &#8211; 20122 Milano<br />
<a href="mailto:mattia.intra@ieo.it">mattia.intra@ieo.it</a></p>

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		<title>Lotta ai tumori, la ricerca fa passi da gigante</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/lotta-ai-tumori-la-ricerca-passi-gigante/</link>
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				<pubDate>Thu, 21 Dec 2017 12:03:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Oncologia]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>
		<category><![CDATA[curigliano]]></category>
		<category><![CDATA[ieo]]></category>
		<category><![CDATA[innovazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[terapie]]></category>
		<category><![CDATA[tumori]]></category>

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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6a9c12b7ac170"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6a9c12b7ac403"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<h3>A parlarcene, il Prof. Curigliano, Direttore della Divisione di Sviluppo Nuovi Farmaci per Terapie Innovative dell’Istituto Europeo di Oncologia</h3>
<p>Sono tanti i passi in avanti fatti dalla ricerca in ambito oncologico, negli ultimi 20 anni. A parlarcene il Prof. <strong>Giuseppe Curigliano</strong>, Direttore della Divisione di Sviluppo Nuovi Farmaci per Terapie Innovative dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) e Professore Associato di Oncologia Medica all’Università degli Studi di Milano. Dopo la laurea in Medicina e Chirurgia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, si è specializzato in Oncologia Medica. Nel 1993, ha lavorato al Dipartimento di Immunologia Clinica della South Carolina Medical School, Hollings Cancer Center di Charleston, negli USA, occupandosi di immunofenotipizzazione dei tumori solidi ed applicazioni della citofluorimetria nella diagnosi precoce delle neoplasie. Dal 1994 al 1995 ha lavorato all’Herbert Irving Comprehensive Cancer Center della Columbia University di New York, occupandosi di epidemiologia molecolare. Ha completato nel 2006 il Dottorato di Ricerca in Fisiopatologia Medica e Farmacologia Clinica all’Università di Pisa, lavorando su un progetto di farmacogenomica nelle neoplasie vescicali. Dal 1999 al 2006 ha lavorato nell’ambito della ricerca clinica in Fase I e Fase II, all’Unità di Farmacologia Clinica e Nuovi Farmaci del Dipartimento di Medicina dello IEO. Dal 2010 al 2013 ha ricoperto il ruolo di Co-Direttore della Divisione di Oncologia Medica. Nel 2011 è stato visiting scientist ed ha tenuto seminari alla Harvard Medical School, Dana Farber Cancer Center. Il suo principale campo di interesse rimane la ricerca traslazionale e lo sviluppo clinico di nuovi approcci terapeutici nel trattamento dei tumori solidi ed in particolare nel tumore mammario. È editore di molteplici riviste in ambito scientifico oncologico: Journal of Clinical Oncology, Annals of Oncology, European Journal of Cancer, Cancer Treatment Review e The Breast. A marzo è stato insignito, nell’ambito della 15esima ST. Gallen International Breast Cancer Conference, da parte della European School of Oncology (ESO) del primo “Umberto Veronesi Memorial Award”.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><em>Prof. Curigliano, quali sono i progressi fatti dalla ricerca in campo oncologico negli ultimi anni?</em></span></p>
<p>Quando sono arrivato a Milano nel 1999, dagli Stati Uniti, l’unica terapia per i pazienti con tumore era la chemioterapia. Pian piano ho assistito alla rivoluzione della genomica e della immunomica. Oggi abbiamo la possibilità di classificare ogni singolo tumore, infatti non si parla più di tumori in base all’organo di provenienza, ma di tumori in base alle alterazioni genetiche che sottengono a questi tumori. Di conseguenza, questo ci dà la possibilità di curare i pazienti sulla base di singole alterazioni molecolari, cioè ogni tumore ha dei bersagli terapeutici che lo caratterizzano e che cambiano nel corso della sua storia naturale, permettendo di personalizzare il trattamento durante la storia naturale stessa. L’unica terapia mirata che avevamo negli anni ’90 era la terapia ormonale. Un tumore mammario per esempio, esprimeva i ricettori per estrogeni e di conseguenza si sceglievano le terapie più mirate contro i ricettori per estrogeni, ma nel 2006 è arrivato il primo farmaco sintetizzato in laboratorio (Trastuzumab) contro il recettore HER2, che ha rivoluzionato il modo di approcciare i tumori. Se utilizzato nei tumori che esprimevano HER2, permetteva di bloccare la proliferazione ed arrestare la crescita del tumore. Nello stesso tempo, le altre linee di ricerca si muovevano sul sistema immunitario. Queste grandi rivoluzioni, ci hanno permesso di lasciare indietro la chemioterapia e consentire ai pazienti di vivere meglio e più a lungo.</p>
<p><em><span style="color: #3366ff;">In cosa consiste l’immunoterapia?</span></em></p>
<p>Nei sistemi immunitari ci sono 2 tipi di cellule: quelle cattive e quelle buone. Normalmente, quando un tumore cresce, aumentano le cellule cattive, che sopprimono la risposta immunitaria e consentono al tumore di mimetizzarsi e non essere riconosciuto dalle cellule buone. I farmaci immunitari riducono le cellule cattive ed aumentano il numero di quelle buone. In sostanza, non agiscono direttamente sul tumore, ma riattivano il sistema immunitario, portandolo a riconoscere il tumore come un nemico.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><em>Per quali tipi di tumore si sono registrate le rivoluzioni più importanti e per quali altri prevede un cambiamento?</em></span></p>
<p>Negli ultimi 5 anni, i progressi più importanti si sono avuti nel melanoma e nel tumore polmonare. In queste due malattie è praticamente cambiata la storia naturale ed il modo di curarli. Quello che mi aspetto nei prossimi anni, è una rivoluzione anche nel trattamento dei tumori della vescica e del tratto gastroenterico, soprattutto in quello gastrico e del colon. Negli ultimi 3 anni invece, sta avanzando la ricerca sulla genomica e sono in corso studi con terapie target e farmaci immunologici. Per il tumore al colon, secondo per incidenza e terzo per mortalità, si stanno scoprendo meccanismi molecolari che sono prevalentemente legati a meccanismi di riparazione del DNA (instabilità dei micro satelliti). Il messaggio da dare al paziente è che partecipare ad uno studio clinico significa avere accesso a cure innovative e, di recente, molti farmaci innovativi si sono rivelati più efficaci delle cure convenzionali.</p>

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			<h4>Prof. Giuseppe Curigliano</h4>
<h5>Divisione di Sviluppo Nuovi Farmaci per Terapie Innovative &#8211; Istituto Europeo di Oncologia (IEO)</h5>
<p>Via G. Ripamonti, 435- 20141 Milano<br />
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		<title>Tumori della pelle, nei e macchie: come riconoscerli</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/tumori-della-pelle-nei-macchie-riconoscerli/</link>
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				<pubDate>Mon, 27 Nov 2017 16:27:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dermatologia]]></category>
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			<h3>La D.ssa Colombo, Dermatologa di Milano, ci spiega come prevenirli e curarli</h3>
<p>I tumori cutanei sono tra i più frequenti tumori nella popolazione. A dimostrarlo il fatto che complessivamente nel 2016 si sono registrati in Italia quasi 180 mila nuovi casi. A parlarcene, la <strong>D.ssa Delia Colombo</strong>, Dermatologa di Milano.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><em>D.ssa Colombo, quali sono i tumori della pelle?</em></span></p>
<p>Ci sono vari tipi di tumori cutanei, i più frequenti vengono chiamati <strong>“non melanoma skin cancer”</strong>, cioè tumori non melanoma, prevalentemente maligni di cui i più comuni sono il carcinoma basocellulare ed il carcinoma spinocellulare.</p>
<p>Il primo è il tumore maligno più comune, contraibile a tutte l’età, ma prevalentemente in età avanzata. È pericoloso quando si trova in alcuni punti del viso, perché tende ad erodere i tessuti sottostanti ed a distruggere l’osso. In genere non è metastatizzante. Se il tumore dovesse comparire in persone giovani, probabilmente a seguito del fatto che il sistema immunitario non è stato in grado di uccidere le cellule tumorali maligne, diventerebbe un marker di altre patologie tumorali.</p>
<p>Lo spinalioma o carcinoma spinocellulare invece, è più pericoloso perché caratterizzato da notevole capacità metastatizzante. Bisogna intervenire subito ed in alcuni casi è necessario un ciclo di radioterapia o di chemioterapia. Questi due tumori maligni sono dovuti all’esposizione solare soprattutto nelle zone più soggette alla fotoesposizione, come il naso o la fronte. Motivo per il quale risulta necessario prendere il sole con le dovute precauzioni, proteggendosi con creme ed indumenti. Dagli ultimi studi condotti, sembrerebbe che i melanomi, tumori di cellule melanocitarie, nascano direttamente come melanoma, seppur l’aspetto sia molto simile ad un neo.</p>
<p><em><span style="color: #3366ff;">Cosa bisogna fare per tenerli sotto controllo?</span></em></p>
<p>E’ necessario sottoporsi almeno una volta all’anno ad una mappatura nevica, cioè ad un controllo di tutti i nei con dermatoscopio computerizzato, in modo da fotografare e conservare le immagini in dermatoscopia. Consigliamo inoltre al paziente di prestare sempre attenzione ai propri nei dato che lo specialista, durante la mappatura, vede lo stato di fatto dei nei stessi e quindi non l’evoluzione successiva. Le caratteristiche del singolo neo vengono descritte tramite la classificazione ABCDE dove A indica l’asimmetria; B i bordi, che possono essere frastagliati; C il colore, più o meno scuro e irregolare; D le dimensioni, maggiori sono e maggiore è il rischio; ed infine E l’evoluzione del neo.</p>
<p><em><span style="color: #3366ff;">In caso si sviluppino questi tipi di melanomi, come si può intervenire?</span></em></p>
<p>Se il dermatologo ritiene che un neo sia sospetto, una parte di esso viene asportato per sottoporlo ad un esame istologico per indagare circa la stadiazione e la profondità. Se la diagnosi è di melanoma, generalmente è necessario un secondo intervento più profondo. Necessario è anche il controllo del linfonodo sentinella per capire se c’è invasione metastatica dei linfonodi ed eventualmente procedere con la chemioterapia. Attualmente abbiamo a disposizione farmaci, come l’Ipilimumab, che hanno migliorato notevolmente la prognosi dei pazienti. Si tratta di anticorpi monoclonali che agiscono contro alcune particolari strutture della cellula melanocitaria.</p>
<p>Il melanoma risulta essere il tumore più maligno, ma anche il più visibile. Sembra che il sole possa peggiorare, fino al 75%, l’incidenza dei melanomi. L’azione della luce solare risulta comunque un po’ controversa. Infatti è necessario ricordare che il sole, aumenta il rilascio di vitamina D, importante per le ossa, ma soprattutto potente antitumorale. Rimane comunque necessario non scottarsi. Si consiglia a tal fine, oltre il classico utilizzo di creme protettive e tutti i presidi esistenti, di seguire l’orario solare ed ottenere un’abbronzatura graduale che è il miglior sistema di prevenzione nei confronti delle alterazioni del DNA causate dal sole.</p>
<p><em><span style="color: #3366ff;">Riguardo la prevenzione?</span></em></p>
<p>La prevenzione è legata all’attenzione nei confronti dell’esposizione al sole. Inoltre l’utilizzo dei dermatoscopi, che grazie a lenti sui 40/50 X e luce polarizzata particolare, permettono di vedere i primi strati cellulari, migliorando tantissimo la capacità del dermatologo di scoprire eventuali alterazioni maligne. Si consiglia quindi di sottoporsi regolarmente ad un controllo annuale dei nei, preferibilmente da un professionista dermatologo che utilizza la dermatoscopia.</p>

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			<h4>Dott. Delia Colombo</h4>
<h5>Studio di Dermatologia Clinica ed Estetica</h5>
<p>Via Livigno, 6 &#8211; 20158 Milano<br />
Centralino: 02 6883804 Fax: 02 92879923<br />
<a href="mailto:studio.deliacolombo@gmail.com">studio.deliacolombo@gmail.com</a></p>

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		<title>Tumore del pancreas, dalla nanotecnologia arriva una nuova chance terapeutica</title>
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				<pubDate>Thu, 27 Jul 2017 11:21:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Oncologia]]></category>
		<category><![CDATA[istituto nazionale tumori]]></category>
		<category><![CDATA[Medicina Oncologica]]></category>
		<category><![CDATA[tumore pancreas]]></category>
		<category><![CDATA[tumori]]></category>

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			<p><strong>Il Prof. de Braud, Direttore del Dipartimento di Medicina Oncologica e della divisione di Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, ci parla del Nab-paclitaxel</strong></p>
<p>Aggressivo, ma asintomatico e per questo difficile da diagnosticare in fase iniziale, è considerato il più letale tra tutti i tipi di tumore. È il carcinoma del pancreas che in Italia colpisce ogni anno 5.500 uomini e 5.900 donne. Per combattere questo tumore arriva dalla nanotecnologia una nuova chance terapeutica disponibile anche in Italia. A parlarcene il Prof. Filippo de Braud, Direttore del Dipartimento di Medicina Oncologica e della divisione di Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.</p>
<p><em>Prof. de Braud, ci parli di questo temibile tumore. È possibile prevenirlo?</em></p>
<p>Il tumore del pancreas è una tra le patologie tumorali più gravi e letali, che si colloca tra le prime 5 per incidenza e nel 2030 (?) si prevede che sarà la seconda causa di morte dopo il tumore del polmone. È caratterizzato da uno sviluppo spesso rapido, aggressivo e da una diagnosi tardiva; inoltre è particolarmente resistente ai farmaci. Quasi asintomatico al suo esordio, si manifesta solo quando le metastasi agli organi contigui (vie biliari e fegato) ne palesano la presenza: di conseguenza il paziente si trova ad affrontare la malattia quando è già in stadio avanzato. Il rischio di ammalarsi di carcinoma del pancreas è circa doppio nei fumatori rispetto ai non fumatori. Tra gli altri fattori di rischio ci sono una storia familiare di carcinoma pancreatico, di pancreatite, diabete od obesità; alcune sindromi genetiche, come quella di Lynch, una mutazione genetica ereditaria che predispone al carcinoma pancreatico ed associata più frequentemente ad un rischio elevato di tumore al colon. Non essendo note tutte le cause, è difficile consigliare una prevenzione efficace. È senza dubbio importante non fumare ed avere una dieta ricca di frutta e verdura e povera di alcol. È bene poi mantenere un peso corporeo sano, specialmente intorno alla mezza età, fare attività fisica ed evitare il consumo di carne rossa. Le persone che hanno altri casi di tumore del pancreas in famiglia devono poi sottoporsi a controlli periodici sulla funzionalità del pancreas, del fegato e dell’intestino.</p>
<p><em>Quali sono le cure disponibili?</em></p>
<p>Attualmente, le opzioni terapeutiche per il carcinoma pancreatico sono limitate, in parte a causa della diagnosi generalmente tardiva. La chirurgia rappresenta ad oggi una delle modalità più efficaci per intervenire su questo tumore. Le tipologie di intervento sono sostanzialmente quattro: la duodenocefalo-pancreasectomia (DCP), che consiste nell’asportazione della testa del pancreas, la parte più voluminosa della ghiandola. Per motivi anatomici, questa sezione deve essere rimossa con il duodeno, la porzione terminale della via biliare (coledoco) e la colecisti; la pancreasectomia distale, in cui si seziona l’organo a livello del passaggio testa corpo, con la rimozione quindi della parte sinistra della ghiandola e nella maggior parte dei casi anche della milza; la pancreasectomia totale, che consiste nell’asportazione completa della ghiandola insieme a duodeno, coledoco e colecisti; l’epaticodigiunostomia e la gastrodigiunostomia, il cui scopo è fornire un by-pass alla progressione della bile o del contenuto dello stomaco, quando risultano bloccati da una massa pancreatica non asportabile. La radioterapia è una valida alleata della chirurgia e trova indicazioni sia in fase preoperatoria (neoa-diuvante), sia dopo l’intervento (adiuvante). Nel primo caso, serve per ridurre il cancro primitivo. Il chirurgo riuscirà così ad eseguire un intervento meno invasivo e demolitivo. Nella modalità post-operatoria, invece, ha come obiettivo la riduzione delle recidive locali. Anche la chemioterapia può essere impiegata prima o dopo l’intervento chirurgico. I farmaci chemioterapici infatti, vengono utilizzati per distruggere le cellule tumorali. Bloccano la loro divisione e riproduzione, consentendo quindi una regressione della malattia. I trattamenti per il tumore del pancreas, così come per tutte le altre tipologie tumorali, prevedono la somministrazione di un solo medicinale o di combinazioni di prodotti differenti. Per lunghi anni l’unico trattamento possibile per un paziente con carcinoma pancreatico è stata la gemcitabina. Gli ultimi progressi nel campo della ricerca hanno permesso di compiere ulteriori e promettenti passi avanti. Le protagoniste assolute di questa rivoluzione sono le nanotecnologie, come il Nab-paclitaxel, diventato il primo nuovo trattamento indicato in prima linea per il carcinoma pancreatico metastatico.</p>
<p><em>Qual è il valore aggiunto di questa nuova terapia?</em></p>
<p>Ha un’azione chemioterapica più selettiva che aiuta a migliorare i risultati nei pazienti affetti da tumori incurabili e difficili da trattare. La tecnologia “nab” sfrutta in pratica la nanotecnologia per migliorare la somministrazione mirata delle terapie antitumorali. Questa tecnologia consiste nell’impiego dell’albumina, una proteina umana naturalmente presente nell’organismo, di dimensioni quasi nanometriche, in cui vengono racchiusi farmaci chemioterapici, nella fattispecie il nab-paclitaxel, che vengono così trasportati direttamente nella sede del tumore. Questo farmaco, associato alla gemcitabina, ha dato risultati incoraggianti, aumentando significativamente la sopravvivenza e permettendo di avere a 3 anni e mezzo, pazienti lungo sopravviventi. La nuova terapia con un meccanismo di trasporto innovativo permette di arrivare alla radice del tumore arrestandone così la crescita. Gli altri medicinali utilizzati finora, invece, avevano difficoltà a superare lo spesso tessuto connettivo presente attorno all’organo.</p>
<p>.</p>

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			<h4>Prof. Filippo de Braud</h4>
<h5>Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori</h5>
<p>Via G. Venezian, 1 &#8211; 20133 Milano<br />
Segreteria: 02 23903066<br />
Fax: 02 23902149</p>
<p>filippo.debraud@istitutotumori.mi.it</p>

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