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	<title>Focus cardiovascolare &#8211; Sanità &amp; Benessere</title>
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		<title>La medicina di precisione per la cura e la prevenzione delle malattie cardiovascolari</title>
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				<pubDate>Thu, 18 Apr 2019 15:30:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
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			<h3><em><strong>Le innovazioni tecnologiche trovano nuovi ed importanti applicazioni nella Cardiologia</strong></em></h3>
<p>La ricerca della personalizzazione più precisa delle terapie, farmacologiche e non, per il paziente cardiologico è una delle più interessanti evoluzioni della ricerca cardiologica di questi ultimi anni: ne abbiamo parlato con il Dottor Do-menico Gabrielli, Direttore UOC Cardiologia dell’Ospedale Murri di Fermo nelle Marche e Presidente Nazionale ANMCO. “Lavoro in un centro spoke che, avendo una rete consolidata di percorsi con i centri di riferimento nelle varie patologie, consente al paziente di poter acceder ai migliori trattamenti erogabili, in caso di necessità, in tempi rapidi, restando legato a una territoria-lità che facilita da un punto di vista pratico molti passaggi. Un ambiente acco-gliente e friendly che mette a proprio agio le persone, una Cardiologia di “vici-nanza” umana e sociale, fatte salve le competenze professionali e scientifi-che del gruppo che dirigo”.</p>
<p><strong>In questo contesto, cosa significa parlare di cardiologia di precisione?</strong></p>
<p>I progressi in ambito di medicina di precisione sembrano destinati ad esten-dersi anche alla Cardiologia. Gli studi clinici randomizzati hanno fornito ad esempio un insieme di dati che hanno consentito l’identificazione di nuovi marcatori di rischio e l’implementazione di nuove strategie terapeutiche. Il concetto di terapia individualizzata in Cardiologia ha coinvolto anche il settore dei dispositivi medici – basti pensare alla programmazione dei pacemaker. La Cardiologia è stata anche fra le prime ad applicare alcuni degli strumenti più recenti della medicina di precisione. E ancora: l’identificazione di loci genici specifici associati alla sindrome congenita del QT lungo (una patologia car-diaca su base genetica, caratterizzata da un elevato rischio di aritmie) ha co-stituito il fondamento per lo studio delle correlazioni genotipo-fenotipo.</p>
<p><strong>Cosa c’è all’orizzonte dalla medicina di precisione in Cardiologia?</strong></p>
<p>Uno dei principali obiettivi sarà quello di confrontarsi con le patologie domi-nanti della malattia cardiovascolare, quali l’ipertensione arteriosa e la corona-ropatia. Malgrado la loro marcata ereditarietà, la complessità dei meccanismi genetici sottostanti ha reso sempre difficile identificare quelle determinanti genetiche in grado di modificare il trattamento in maniera sostanziale. Per su-perare questi ostacoli, occorre probabilmente sviluppare e implementare nuovi metodi statistici e nuovi paradigmi analitici. Un approccio promettente attualmente in corso di valutazione è l’approccio per “big data”, che consente</p>
<p>il riconoscimento di pattern non altrimenti rilevabili tramite i procedimenti cli-nici e diagnostici standard. Dovremo attrezzarci per catturare e utilizzare la miriade di dati registrati in tempo reale dai dispositivi indossabili o impianta-bili, che possono determinare un cambio di paradigma in termini di dinamica temporale nella stratificazione del rischio e nelle modalità di trattamento. Sta-bilire se un paziente soffra di fibrillazione atriale parossistica e debba conti-nuare la terapia anticoagulante potrebbe diventare facile quanto l’uso di un’applicazione per lo smartphone! Per non parlare di prevenzione: innova-zioni cardiologiche e applicazione dell’intelligenza artificiale in Cardiologia consentiranno l’identificazione di persone a maggior rischio di sviluppare pa-tologie, consentendo così di intervenire precocemente a correzione del ri-schio stesso ove fattibile. Altro campo di sicuro interesse è l’applicazione nel settore dell’emergenza-urgenza, per consentire un iter diagnostico e un’indi-cazione terapeutica sempre più in linea con le più recenti esperienze scientifi-che, e rendere omogenee la diagnosi e il trattamento, consentendo un’equità di accesso alle cure maggiore rispetto alla situazione odierna. Ulteriori appli-cazioni sono prevedibili in ambito di definizione diagnostiche di malattie car-diache come l’Amiloidosi, una cardiomiopatia infiltrativa, più frequente di quanto si possa immaginare soprattutto nell’anziano e che, per la sua variabi-lità fenotipica e per l’inerzia diagnostica in parte giustificata dalla carenza di terapie adeguate fino a poco tempo fa, viene spesso sotto-diagnosticata; lo sviluppo di farmaci ad hoc (ad esempio il Tafamidis) che hanno dimostrato in studi recenti di ridurre in maniera significativa la progressione della malattia ci deve portare a produrre ogni sforzo per effettuare una diagnosi corretta e, se possibile, precoce sostanziando così una cardiologia di precisione sempre più a favore dei pazienti.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>ANMCO</strong></p>
<p>L’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri è una Società Scien-tifica fondata nel 1963 e formata da Cardiologi Italiani operanti nel SSN, che ha come obiettivi la promozione della buona prassi clinica, la prevenzione e la riabilitazione di malattie cardiovascolari attraverso proposte organizzative, l’educazione professionale e la formazione, la promozione e la conduzione di studi e ricerche, la leadership nella preparazione e nello sviluppo di standard e linee guida. https://www.anmco.it/</p>

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			<p>Dott. Domenico Gabrielli</p>
<p>Direttore UOC Cardiologia Ospedale Murri, AV4, Fermo-ASUR Marche</p>
<p>Via Zeppilli, 18 Fermo</p>
<p>Telefono: 0734 6252400</p>
<p>email: <a href="mailto:domenico.gabrielli@sanita.marche.it">domenico.gabrielli@sanita.marche.it</a></p>

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		<title>Infarto e rivascolarizzazione in urgenza, amiloidosi cardiaca</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/infarto-e-rivascolarizzazione-in-urgenza-amiloidosi-cardiaca/</link>
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				<pubDate>Thu, 18 Apr 2019 15:11:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
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			<h3><strong><em>Nonostante i progressi della Cardiologia, l’infarto è ancora mortale. Accesso precoce in ospedale e trattamento adeguato possono fare la differenza</em></strong></h3>
<p><strong>Cos’è la rivascolarizzazione miocardica?</strong></p>
<p>L&#8217;intervento di rivascolarizzazione miocardica promuove la riapertura della coronaria occlusa da un coagulo (trombo) e ripristina la circolazione del sangue nelle arterie del cuore. Può essere effettuato anche nei pazienti con ma-lattia coronarica nota e stabilizzata (ischemia cronica). Lo scopo, è quello di interrompere il dolore toracico, restituire il paziente alla sua vita normale e prolungarne la sopravvivenza. A parlarcene, il <strong>Professor Giuseppe Mercuro</strong>, Past President della SIC, Coordinatore Scientifico della <strong>Scuola Superiore di Cardiologia della stessa e Professore Ordinario del Dipartimento di Scienze Mediche e Sanità Pubblica dell’Università di Cagliari</strong>. “In primo luogo, l’inter-vento di rivascolarizzazione deve avvenire entro le prime due ore dall’infarto, evitando così che la prolungata mancanza di ossigeno provochi una lesione miocardica permanente. Non a caso è stato coniato lo slogan “il tempo è mu-scolo e vita”, che rende bene l’idea di come un intervento precoce possa sal-vare la vita e risparmiare molte fibrocellule miocardiche, che altrimenti mori-rebbero. La tecnica ad oggi considerata ideale (golden standard) è l’angiopla-stica coronarica primaria eseguita in laboratorio attrezzato da un cardiologo interventista. Prevede l’accesso alla coronaria mediante l’introduzione, attra-verso un’arteria periferica, di un catetere capace di attraversare il coagulo; il gonfiaggio di un palloncino presente all’apice del catetere e la compressione del trombo e della placca sulle pareti e, infine, il collocamento di una minu-scola protesi a maglie nell’arteria (stent) che, espandendosi, provvede a mantenerla aperta dopo la disostruzione. Oltre alla protesi coronarica tradi-zionale, con la sola funzione “meccanica”, è disponibile anche uno stent che rilascia in coronaria farmaci capaci di prevenire quel processo di crescita cel-lulare sulla parete del vaso che la stessa presenza di un corpo estraneo come lo stent può indurre. Infine, per impedire la possibile formazione di trombi nella coronaria dilatata e “stentata”, è necessario prescrivere al pa-ziente, per un certo periodo di tempo, una terapia con farmaci per la fluidifica-zione del sangue. In mancanza di angioplastica primaria (a causa di un ri-tardo nel ricovero, la distanza da un centro specializzato, l’impossibilità di in-serire il catetere), è possibile ricorrere a farmaci trombolitici per dissolvere il trombo, che si somministrano per via endovenosa, ma che non sono utilizza-bili in tutti i pazienti e che, comunque, possono produrre emorragie.</p>
<p><strong>Quali aspetti devono essere conosciuti per abbreviare i tempi?</strong></p>
<p>È importante conoscere i sintomi più frequenti: dolore al petto, sudorazione fredda, stato di malessere profondo, nausea e vomito. Il dolore è prossimo alla sede del cuore (precordiale) o allo spazio che sta dietro lo sterno (retro-sternale), può irradiarsi ai vasi del collo e alla gola, alla mandibola, al braccio sinistro e allo stomaco. È opportuno ricorrere al 118 in tutti i casi in cui si so-spetti un infarto per iniziare al più presto il monitoraggio del paziente, trattare le complicanze che possono verificarsi nelle prime ore (aritmie fatali come la fibrillazione ventricolare) e somministrare i primi farmaci efficaci sul trombo coronarico.</p>
<p><strong>Amiloidosi Cardiaca</strong></p>
<p>Per quanto l’amiloidosi sia una malattia rara, il cuore ne rappresenta una delle localizzazioni più frequenti. L’amiloidosi cardiaca risulta, ancora oggi, di difficile diagnosi, a causa della varietà e complessità dei quadri di presenta-zione. Ma la recente disponibilità di terapie risolutive hanno stimolato l’inte-resse della comunità scientifica nei confronti della malattia, consentendo la definizione di un condiviso iter diagnostico teso a valorizzare il sospetto cli-nico e, attraverso esami di facile esecuzione, approdare a indagini più com-plesse e conclusive. La cura dell’amilodosi cardiaca può divenire un buon esempio di medicina di precisione, al fine di conoscere la malattia per poterla riconoscere nel singolo paziente e curarla caso per caso come scienza e cli-nica oggi consentono. Importanti sono anche la formazione e l’aggiorna-mento tra medici e specialisti e creare un “osservatorio diffuso” sulla patolo-gia. Altrettanto importante è, a seguito dell’identificazione diagnostica, av-viare il paziente ad un centro clinico di provata esperienza. Infine, esiste la possibilità di sottoporre a un test genetico i membri della famiglia del paziente con amiloidosi per sapere se siano a rischio di malattia e dare la possibilità di un monitoraggio che ne potrebbe identificare le primissime manifestazioni.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>L’esercizio come terapia</strong></p>
<p style="text-align: center;">La Società Italiana di Cardiologia (SIC) è un’Associazione Scientifica Accade-mica che riunisce i cultori della Cardiologia al fine di promuovere il progresso nel campo della conoscenza e cura delle malattie cardiovascolari, favorire i rapporti tra cardiologi, i medici di medicina generale e gli specialisti di altre di-scipline, stabilire relazioni scientifiche con analoghe associazioni italiane, estere e organismi istituzionali. Nell’ambito di una vasta campagna di infor-mazione e supporto dei pazienti nel post-infarto, ha messo a punto un’App gratuita che, partendo dall’assunto che l’esercizio fisico regolare, svolto per la maggior parte dei giorni della settimana, migliora lo stato emotivo e psicolo-gico e riduce la mortalità cardiovascolare, consenta al paziente, riabilitato dopo un intervento di rivascolarizzazione miocardica, di praticare l’attività fi-sica nella quantità necessaria e con la giusta intensità.</p>

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			<p><strong>Prof. Giuseppe Mercuro</strong></p>
<p>Dip. di Scienze Mediche e Sanità Pubblica</p>
<p>Cittadella Universitaria di Monserrato &#8211; Asse Didattico E</p>
<p>SS 554 bivio Sestu &#8211; 09042 Monserrato (CA)</p>
<p>Tel. 070 6754955</p>
<p>email: <a href="mailto:mercuro@unica.it">mercuro@unica.it</a></p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div></section><div class="vc_row-full-width vc_clearfix"></div><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6ab5570f107a0"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6ab5570f10900"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><div class="vc_empty_space"   style="height: 20px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div></div></div></div></section>
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		<title>Ictus e forame ovale pervio: il punto di vista del neurologo</title>
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				<pubDate>Thu, 18 Apr 2019 15:02:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
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			<h3><em><strong>Possono essere molte le cause di un ictus giovanile: servono competenze neurologiche specifiche per comprendere le cause e scegliere le procedure adeguate</strong></em></h3>
<p>Di fronte ad un episodio di ictus criptogenetico in pazienti giovani vanno presi in considerazione diversi fattori causali, tra i quali il forame ovale pervio (FOP), per stabilire la causa che ha portato all’evento ischemico cerebrale e agire di conseguenza. Ne abbiamo parlato con il Dottor Paolo Cerrato, Re-sponsabile della Stroke Unit dell’Ospedale Molinette della Città della Salute di Torino, centro di riferimento per il trattamento e la cura dell’Ictus in Italia.</p>
<p><strong>Dottore, cos’è un ictus criptogenetico e quali possono essere le cause in età giovanile?</strong></p>
<p>Il termine criptogenetico identifica tutti quei casi in cui c’è una causa non chiara, non evidente, nascosta. Si tratta di circa il 20% di tutti gli eventi cere-brovascolari. Nello specifico, nel soggetto di età giovanile – intendiamo per-sone sotto i 45 anni – l’incidenza di nuovi eventi ischemici cerebrali è di circa 10/15 ogni 100 mila abitanti l&#8217;anno, mentre in età pediatrica (sotto i 18 anni) l’incidenza è ancora più bassa: 1 / 2casi su 100mila. Nell’ictus pediatrico e giovanile abbiamo due cause principali: la dissecazione delle arterie cerebrali (una sorta di lacerazione dell’arteria), che può essere traumatica o sponta-nea, e l’ictus da embolia cardiaca dovuta al forame ovale pervio.</p>
<p><strong>Come vengono gestiti questi episodi?</strong></p>
<p>Un paziente che ha un evento ischemico cerebrale, che sia un TIA (attacco ischemico transitorio) o un ictus, deve recarsi immediatamente in pronto soc-corso e ricoverato in neurologia o nelle Stroke Unit dedicate all’ictus, dove viene gestito in primis da un neurologo. Se poi, dagli accertamenti, si scopre che è presente un forame ovale pervio, il neurologo si interfaccia con il car-diologo per la diagnostica e per le ricerche terapeutiche così da decidere se intervenire con la chiusura meccanica. Nella valutazione dell’intervento si prendono in considerazione diversi aspetti, oltre all’età del paziente: l’esclu-sione di altri fattori cardiovasolari, le caratteristiche morfologiche e anatomi-che del forame ovale pervio (se è di grosse dimensioni o se presenta l’aneuri-sma del setto) o ancora se ci sono dei trombi nelle vene delle gambe. In que-sti casi si propende sempre per l’intervento. Negli ultimi due anni infatti, sono stati pubblicati una serie di studi che hanno dimostrato come ci sia un certo</p>
<p>beneficio nel chiudere il forame ovale pervio per via endovascolare, piuttosto che trattare i pazienti con la sola terapia medica. Nella nostra Stroke Unit ri-coveriamo circa 420 pazienti con ictus, di cui circa una quarantina all’anno con ictus giovanile e di questi circa la metà con un forame ovale pervio che viene solitamente proposto per la chiusura, in sinergia con il Cardiologo Emo-dinamista che effettua poi l’intervento in via percutanea senza chirurgia.</p>
<p><strong>Attenzione alla diagnosi</strong></p>
<p>Mi preme sottolineare che, proprio in presenza di soggetti giovani, è fonda-mentale rivolgersi sempre a un centro specializzato in cui siano presenti neu-rologi esperti in vasculopatie giovanili: prima di attribuire un ruolo causale al forame ovale pervio, infatti, vanno escluse tutte le altre spiegazioni e tutte le altre cause. Essendo, infatti, il forame così comune tra i giovani, si rischia al-trimenti di dare automaticamente un ruolo causale a questa malformazione che invece potrebbe non avere. Oltre alla dissecazione, infatti, che è la più comune insieme al forame, c’è un elenco lunghissimo di altre patologie rare o molto rare che vanno conosciute e diagnosticate per poter essere escluse. Solo per fare qualche esempio la Sindrome di Sneddon, alcune alterazioni della coagulazione, la malattia di Fabry o ancora malattie tipiche di alcune popolazioni e non di altre come la sindrome di Moyamoya (letteralmente nu-vola di fumo), un’arteropatia tipica degli orientali.</p>

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			<p>Dott. Paolo Cerrato</p>
<p>Resp. Stroke Unit – Dip. Neuroscienze della Città della Salute e della</p>
<p>Scienza di Torino</p>
<p>C.so Bramante, 88 – Torino</p>
<p>Tel. 011/633.5548 – 4802</p>
<p>email: <a href="mailto:pcerrato@cittadellasalute.to.it">pcerrato@cittadellasalute.to.it</a></p>

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		<title>Ictus in età giovanile e forame ovale pervio: il punto di vista del cardiologo</title>
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				<pubDate>Thu, 18 Apr 2019 14:41:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus cardiovascolare]]></category>
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		<category><![CDATA[cardiologia]]></category>
		<category><![CDATA[CARDIOLOGO]]></category>
		<category><![CDATA[dottore]]></category>
		<category><![CDATA[FORAME OVALE]]></category>
		<category><![CDATA[ICTUS GIOVANILE]]></category>
		<category><![CDATA[MARIO CARMINATI]]></category>
		<category><![CDATA[medicina]]></category>
		<category><![CDATA[POLICLINICO SAN DONATO]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>

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			<h3><strong><em>Quando può esserci una relazione tra ischemie senza causa apparente e questa anomalia cardiaca e come intervenire</em></strong></h3>
<p>Pazienti giovani, sportivi, con uno stile di vita sano e nessun fattore di rischio cardiovascolare che improvvisamente hanno uno o più episodi di ischemia cerebrale. Una delle possibili cause può e deve essere ricercata in un’ano-malia morfologica del cuore, molto più diffusa tra la popolazione (circa il 20%) di quanto si possa immaginare: il forame ovale pervio che, oggi, può essere risolto con successo grazie a una procedura mini invasiva e risolutiva, come spiega il <strong>Dottor Mario Carminati</strong>, Cardiologo dell’I.R.C.C.S. Policlinico San Donato (MI).</p>
<p><strong>Professore, cosa si intende per forame ovale pervio?</strong></p>
<p>Il forame ovale pervio (PFO) è un’anomalia congenita del cuore che consiste nella persistenza di un foro che mette in comunicazione l’atrio destro con l’atrio sinistro del cuore. Fisiologicamente il forame è pervio durante la vita fe-tale ma, subito dopo la nascita, la membrana del forame ovale si accolla alla parte muscolare del setto interatriale e quindi non avviene più alcuna comuni-cazione tra i due atri. Il mancato accollamento determina questa anomalia.</p>
<p><strong>Qual è l’interesse per questa anomalia nella pratica clinica?</strong></p>
<p>È legato agli eventi ischemici cerebrali cosiddetti criptogenetici, ossia per i quali apparentemente non è identificata una causa dimostrata. In alcuni casi, infatti, questo tipo di evento può essere potenzialmente messo in relazione con la pervietà del forame ovale sulla base del presunto meccanismo di em-bolia paradossa: un’ischemia cerebrale può essere, infatti, determinata da un trombo che si forma nel sistema venoso profondo, si stacca dalla parete della vena, diventa un embolo, arriva nell’atrio destro, attraverso il forame ovale passa in quello sinistro, quindi nel ventricolo sinistro, poi nell’aorta e da lì in un’arteria periferica, ad esempio un’ arteria cerebrale. Da qui la relazione tra le due patologie. Quindi, quando un evento ischemico cerebrale avviene senza causa apparente, soprattutto in una persona giovane, si procede con una serie di accertamenti per cercarne l’eventuale causa e tra questi si va an-che alla ricerca della pervietà del forame ovale.</p>
<p><strong>Come si esegue la ricerca del forame?</strong></p>
<p>Si effettua un’ecocontrastografia: tramite un’ecocardiografia o un doppler transcranico si inietta in una ven</p>
<p>soluzione fisiologica) che provoca un effetto di bollicine (bubble test). Normal-mente se non c’è una comunicazione tra atrio destro e sinistro le bollicine ri-mangono confinate nel cuore destro. Se, invece, c’è uno shunt ossia un pas-saggio di bollicine da un atrio all’altro, si conferma la pervietà del forame. E si conferma quindi anche la potenzialità che si sia verificata un’embolia para-dossa. Se dunque non è possibile affermare che l’evento ischemico sia stato causato da un’embolia, tuttavia questa probabilità è proporzionalmente più alta quanto più giovane è il paziente e quanto più non vengano identificati al-tri fattori di rischio cardiovascolari.</p>
<p><strong>A questo punto come si può intervenire?</strong></p>
<p>Per avere una diagnosi definitiva bisogna eseguire anche un ecocardio-gramma transesofageo, che permette una definizione più accurata della mor-fologia del setto interatriale. Una volta completato il workup diagnostico, la te-rapia “classica”, conservativa, che si può mettere in atto, è di tipo farmacolo-gico antiaggregante, che ha lo scopo di ridurre il rischio di formazione di trombi. Viceversa si può decidere di intervenire optando per la chiusura mec-canica del forame ovale. Dagli ultimi studi clinici, infatti, è stato dimostrato che questa procedura, applicata a un gruppo selezionato di pazienti con de-terminate caratteristiche – giovani, senza altri fattori di rischio cardiovascolari e che hanno avuto uno o più eventi ischemici cerebrali – sia più efficace nel prevenire recidive rispetto alla sola terapia farmacologica.</p>
<p><strong>In cosa consiste l’intervento?</strong></p>
<p>La procedura viene eseguita pungendo la vena femorale per introdurre un ca-tetere che arriva fino all’interno del cuore dove viene posizionato un occlu-sore sotto controllo fluoroscopico (ossia con monitor radiologici) e anche con un monitoraggio ecocardiografico. Si tratta di un intervento solitamente coro-nato da successo, con rischi di complicanze molto bassi e che richiede un ri-covero molto breve: in un paio di giorni il paziente può tornare a casa e ri-prendere la sua vita normale. Il device introdotto nell’arco di qualche mese viene endotelizzato, cioè ricoperto da uno strato di cellule che l’organismo co-struisce e che inglobano l’occlusore nei tessuti dell’organismo in modo defini-tivo. Soprattutto nelle persone molto giovani questa procedura, seguita da una terapia antiaggregante per un periodo limitato di circa 6 mesi, è sicura-mente una soluzione efficace e definitiva rispetto al dover essere sottoposti a vita ad una terapia farmacologica.</p>

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			<p><strong>Dott. Mario Carminati</strong></p>
<p>Responsabile Unità Operativa di</p>
<p>Cardiologia Pediatrica e Congeniti Adulti</p>
<p>Ospedale I.R.C.C.S. Policlinico San Donato</p>
<p>Piazza Edmondo Malan, 2 –</p>
<p>S. Donato Milanese (MI)</p>
<p>Tel. 02-52774531</p>

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		<title>Il difetto interatriale nell’adulto: dalla diagnosi all’intervento</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/il-difetto-interatriale-nelladulto-dalla-diagnosi-allintervento/</link>
				<comments>https://www.sanitaebenessere.it/il-difetto-interatriale-nelladulto-dalla-diagnosi-allintervento/#respond</comments>
				<pubDate>Thu, 18 Apr 2019 14:32:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus cardiovascolare]]></category>
		<category><![CDATA[ANDREA DONTI]]></category>
		<category><![CDATA[benessere]]></category>
		<category><![CDATA[bologna]]></category>
		<category><![CDATA[cardiologia]]></category>
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		<category><![CDATA[DIFETTO INTERATRIALE]]></category>
		<category><![CDATA[dottore]]></category>
		<category><![CDATA[intervento]]></category>
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		<category><![CDATA[salute]]></category>

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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6ab5570f156bc"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6ab5570f1582c"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<h3><strong>Come riconoscere questa malformazione congenita, quando intervenire e con quale tipologia di terapia</strong></h3>
<p>La maggior parte delle cardiopatie congenite oggi viene scoperta in età pe-diatrica e talvolta anche prima della nascita. Tuttavia alcune patologie, che sono totalmente asintomatiche, possono sfuggire alla diagnosi ed essere quindi diagnosticate per la prima volta in persone adulte. Le più comuni sono la valvola aortica bicuspide e il difetto interatriale (DIA), di cui ci parla il <strong>Dottor Andrea Donti</strong>, Responsabile della Cardiologia Pediatrica e dell’Età Evolutiva dell’AO-Universitaria di Bologna Policlinico S. Orsola-Malpighi.</p>
<p><strong>Dottore, come si arriva alla diagnosi nel paziente adulto?</strong></p>
<p>Mentre nel bambino il DIA è quasi sempre asintomatico, nell’adulto questa malformazione può determinare la comparsa di sintomi. I più comuni sono l’affanno di respiro durante l’attività fisica, ridotta tolleranza allo sforzo oppure il batticuore in conseguenza di aritmie e in particolar modo la fibrillazione atriale. Talvolta invece il sospetto diagnostico può essere del tutto occasio-nale: ad esempio riscontrando una dilatazione del cuore in una lastra del to-race oppure ascoltando un soffio cardiaco ad una visita clinica di routine o ancora vedendo l’aspetto patologico in un elettrocardiogramma eseguito per motivi di screening. La diagnosi richiede a questo punto di essere confermata ed approfondita con altri esami: soprattutto l’ecocardiografia e solo raramente una Tac o una Risonanza per definire esattamente il difetto e la strategia te-rapeutica.</p>
<p><strong>È sempre necessario intervenire su questo difetto in un adulto?</strong></p>
<p>Esistono casi rari, con un importante aumento della pressione polmonare, nei quali può essere preferibile non intervenire perché l’intervento potrebbe risul-tare più pericoloso della patologia stessa. In generale però, il consiglio è sempre quello di chiudere il difetto, scegliendo tra due opzioni terapeutiche: la chirurgia tradizionale in circolazione extracorporea oppure la chiusura transcatetere utilizzando dei dispositivi chiamati “ombrellini” che vengono tra-sportati e posizionati all’interno del cuore attraverso piccoli cateteri inseriti dalla vena femorale a livello dell’inguine. Gli ombrellini attualmente disponibili hanno caratteristiche diverse fra loro: in base alla forma e alle dimensioni del</p>
<p>difetto, viene scelto l’ombrellino che si ritiene maggiormente in grado di adat-tarsi all’anatomia del singolo paziente. Una volta nel cuore questi dispositivi vengono rivestiti dalle cellule che rivestono l’interno del cuore e inglobati all’interno del setto interatriale, in un tempo di circa sei mesi, durante il quale il paziente deve seguire una terapia farmacologica antiaggregante. È bene sottolineare che non tutti i tipi di difetto interatriale possono essere curati con entrambe le terapie: il più comune di tutti, l’ostium secundum, oggi nell’80% dei casi si può trattare con la chiusura transcatetere. Altri tipi di difetto richie-dono, invece, ancor oggi come unica soluzione la chirurgia tradizionale che, comunque, ha fatto grandi passi avanti e ha dei rischi molto bassi a fronte di ottimi risultati. La scelta dunque viene fatta in base al tipo di difetto. Dove è possibile, si preferisce la chiusura attraverso il catetere, perché ha degli in-dubbi vantaggi rispetto alla chirurgia tradizionale: elimina i rischi della chirur-gia, accorcia i tempi di degenza, ma soprattutto diminuisce quelli di recupero. Tuttavia anche la chiusura transcatetere è una procedura delicata e non è priva di rischi che, seppur minimi (siamo nell’ordine di uno 0,2-0,3%), pos-sono avere conseguenze rilevanti come la necessità di ricorrere alla chirurgia tradizionale per una complicanza acuta.</p>
<p>Mi preme quindi sottolineare come sia fondamentale rivolgersi sempre – sia per la procedura in sé che per la scelta del tipo di terapia – a strutture che ab-biano maturato una certa esperienza e un volume di interventi significativo nel campo del trattamento sia cardiologico che cardiochirurgico delle cardio-patie congenite.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Il difetto interatriale (DIA)</strong></p>
<p style="text-align: center;">È una malformazione congenita che consiste nella presenza di un foro tra i due atri del cuore con conseguente passaggio di sangue dall’atrio sinistro all’atrio destro, quindi nel ventricolo destro e infine nei polmoni. Se il difetto è ampio, comporta nel tempo una dilatazione nella parte destra del cuore e un eccesso di sangue all’interno del polmone. A seconda delle dimensioni e della posizione del foro, si hanno diverse tipologie di DIA. Quello più diffuso è l’ostium secundum. Oggi, nella maggior parte dei casi, questo tipo di malfor-mazione si tratta senza ricorso alla chirurgia tradizionale bensì occludendo il DIA con dispositivi comunemente detti “ombrellini” inseriti da una vena dell’in-guine.</p>

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			<p><strong>Dott. Andrea Donti</strong></p>
<p>Resp. della Cardiologia Pediatrica e dell’Età Evolutiva dell’AO-Universitaria di Bologna</p>
<p>Policlinico S. Orsola-Malpighi</p>
<p>Via Albertoni, 25 &#8211; Bologna</p>
<p>Tel. 051 2143437</p>
<p>email: <a href="mailto:segr.card.ped@aosp.bo.it">segr.card.ped@aosp.bo.it</a></p>

		</div>
	</div>
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		<title>Trieste all’avanguardia in Italia per la Cardiologia</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/trieste-allavanguardia-in-italia-per-la-cardiologia/</link>
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				<pubDate>Thu, 18 Apr 2019 14:13:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus cardiovascolare]]></category>
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			<h3><em>Innovazione tecnologica, interazione dipartimentale, ricerca, attenzione umana al paziente i punti di forza</em></h3>
<p>La S.C di Cardiologia dell’ A.S Universitaria Integrata di Trieste nasce nel 1964 ed è sempre stata connotata dall’avanzamento tecnologico, la collegia-lità d’approccio, l’attenzione umana al malato e un’organizzazione fortemente orientata alla continuità ospedale-territorio. Un Heart Team concreto con Car-diochirurgia e Cardioanestesia e l’interazione dipartimentale con il Centro Cardiovascolare territoriale costituiscono i punti di forza per rispondere con efficacia e appropriatezza ai bisogni dei pazienti. Dal 1999 è diretta dal <strong>Prof. Gianfranco Sinagra</strong>, Professore Ordinario di Cardiologia e Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato Cardiovascolare dell’Uni-versità degli Studi di Trieste.</p>
<p>“La struttura è Centro di Riferimento per le Cardiomiopatie, lo Scompenso Cardiaco e la Cardiologia Invasiva, incluso il trattamento percutaneo dei di-fetti congeniti, delle cardiopatie valvolari e dei disordini del ritmo. Dal 2010 è attivo il Laboratorio di Ricerca in Cardiologia Molecolare e Medicina Trasla-zionale. Siamo inoltre sede della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato Cardiovascolare dell’Università degli Studi di Trieste che offre una rete formativa articolata e molteplici attività nell’ambito di Corsi di Laurea, Master ed Attività professionalizzanti nazionali ed internazionali. Un’intensa collaborazione con la Cardiochirurgia e Cardioanestesia ha consentito inoltre l’attivazione di un programma di assistenza ECMO per procedure interventi-stiche ad alta complessità in pazienti clinicamente instabili, mentre una serie di Registri consentono il monitoraggio costante dei percorsi e delle proce-dure”.</p>
<p><strong>Qual è la mission clinico-organizzativa della struttura?</strong></p>
<p>Il paziente è la nostra priorità. La nostra mission è quella di rispondere ai suoi bisogni con prestazioni di eccellenza, attenzione alla persona, puntando alla massima qualità e appropriatezza, all’ascolto, al coinvolgimento e alla comu-nicazione. L’innovazione continua di pensiero, organizzazione e tecnologie riveste un ruolo fondamentale, così come le scelte sostenibili. La filosofia che ci guida è quella dell’ “io” come parte del “sistema”.</p>
<p><strong>Quali sono le principali novità nello studio delle Cardiomiopatie?</strong></p>
<p>La Ricerca nel campo dello Scompenso Cardiaco e Cardiomiopatie è sempre stata un nostro punto qualificante. Dalla fine degli anni ’70 è stato istituito il Registro Cardiomiopatie che a oggi include 8 linee di attività sui vari capitoli di patologia per oltre 2100 pazienti. Le Cardiomiopatie sono malattie primitive o geneticamente determinate del Miocardio, che colpiscono soggetti media-mente giovani, spesso in aggregazione familiare. Al capitolo delle cardiomio-patie afferiscono anche le Miocarditi e le Cardiotossicità miocardiche. Lo stu-dio di queste malattie richiede specifiche competenze, protocolli di studio specifici, applicazione estensiva e valutazione accurata della Risonanza Ma-gnetica, caratterizzazione genetica e in casi selezionati biopsia endomiocar-</p>
<p>dica. Tutto ciò è possibile attraverso la larga esperienza del Centro e le colla-borazioni multidisciplinari, in particolare con l’IRCCS Burlo Garofolo e la se-zione di Patologia Cardiovascolare dell’Università di Trieste. Dalla fine degli anni ’80 è stata istituita una biobanca che ad oggi include materiali biologici di oltre 2000 pazienti. Per le attività di Ricerca sono attive inoltre diverse colla-borazioni internazionali.</p>
<p><strong>In questo ambito si colloca il Progetto Innovativo CardioRiGen</strong></p>
<p>Esattamente. Ideato da me e da Mauro Giacca e recentemente finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste, il Progetto si propone due obiettivi generali ambiziosi: da un lato, applicare le tecnologie più avanzate di sequenziamento del DNA e di creazione di cellule staminali personalizzate per individuare la migliore terapia possibile per ogni paziente con malattia cardiaca; dall’altro, sviluppare nuove terapie basate sui geni per stimolare la rigenerazione cardiaca dopo l’infarto. In entrambi i settori, la collaborazione tra ASUITS e ICGEB (International Centre for Genetic Engineering and Bio-technology) ha portato a risultati di eccellenza di livello internazionale. Il pro-gramma di lavoro contempla uno sviluppo temporale di tre anni. Il personale coinvolto opererà nel Laboratorio del Centro Clinico Sperimentale di Cardiolo-logia Molecolare presso la S.C di Cardiologia dell’Ospedale di Cattinara. A partire da una singola cellula del sangue o della pelle è oggi possibile otte-nere per ogni paziente una coltura di cellule staminali personalizzate, che poi possono diventare cellule contrattili del cuore. È un approccio di straordinario valore per saggiare l’efficacia di farmaci in maniera personalizzata per ogni paziente. Oltre a questa medicina di precisione, proseguiranno anche gli studi sulla possibilità di rigenerare il cuore dopo un infarto, un traguardo che oggi sembra possibile grazie alla scoperta di piccoli RNA in grado di rimettere in moto il meccanismo di proliferazione delle cellule cardiache.</p>
<p><strong>Quali sono le ultime innovazioni nelle terapie per lo scompenso cardiaco?</strong></p>
<p>Recentemente la focalizzazione è andata a molecole ad alta innovazione come l’associazione Sacubitril-Valsartan che hanno mostrato un significativo valore aggiunto rispetto alla terapia con Ace inibitori e alla terapia non farma-cologica con l’impiego di dispositivi di resincronizzazione e di prevenzione primaria della morte improvvisa mediante defibrillatore. Collateralmente è aumentata la consapevolezza della necessità di un’attenta caratterizzazione delle cause dello scompenso, utili ad orientare in maniera specifica la terapia e alle comorbilità come gli stati di carenza di ferro, la presenza del diabete o dell’insufficienza renale come condizioni da inquadrare, seguire e correggere.</p>
<p>&nbsp;</p>

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			<p><strong>Prof. Gianfranco Sinagra</strong></p>
<p>Dipartimento ad Attività Integrata Cardiotoracovascolare</p>
<p>Azienda Sanitaria Universitaria di Trieste</p>
<p>via Pietro Valdoni 7, Trieste</p>
<p>Tel. 040 3994477</p>
<p>email: <a href="mailto:cardiologia@asuits.sanita.fvg.it">cardiologia@asuits.sanita.fvg.it</a></p>

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		<title>Una clip per curare la valvola mitrale</title>
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				<pubDate>Mon, 08 Apr 2019 15:32:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus cardiovascolare]]></category>
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			<h3><strong>È il sistema mini invasivo più affermato al mondo per il trattamento dell’insuf-ficienza mitralica nei pazienti che non possono essere sottoposti ad inter-vento cardiochirurgico</strong></h3>
<p>Il sistema di riparazione denominato Mitral Clip è oggi considerato il disposi-tivo più valido per il trattamento dell’insufficienza della valvola mitralica se-vera, una patologia che oggi colpisce circa l’11% della popolazione sopra i 70 anni e ha un importante impatto sulla prognosi e sulla qualità di vita dei pa-zienti. A parlarcene è il Professor <strong>Antonio Bartorelli</strong>, Ordinario di Cardiologia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi Milano e Coordinatore della Cardiologia Interventistica presso il Centro Cardiologico Monzino di Milano, dove da anni si utilizza questa tecnica con risultati molto soddisfacenti.</p>
<p>Il dispositivo Mitral Clip è nato dall’intuizione di un gruppo di ingegneri ameri-cani che pensarono di replicare la tecnica cardiochirurgica sviluppata dal Prof. Ottavio Alfieri e denominata Edge-to-Edge: un punto chirurgico che univa i due lembi valvolari creando un doppio orifizio che permetteva alla val-vola di chiudersi nuovamente in maniera corretta senza più avere rigurgito e ad aprirsi senza creare stenosi. La clip non fa altro che riprodurre il punto chi-rurgico ridando alla valvola la sua continenza. Il primo caso al mondo fu ese-guito a Caracas nel 2003: il paziente è tuttora vivente e sta bene. Nel 2004 è stato avviato Everest, il primo studio randomizzato che mise a confronto que-sta tecnica con quella cardiochirurgica dimostrando che il sistema della Mitral Clip era sicuro e aveva un notevole impatto sulla sintomatologia e sulla qua-lità di vita dei pazienti affetti da insufficienza mitralica. Il risultato in termini di riduzione dell’insufficienza della valvola era meno soddisfacente di quello chi-rurgico ma era comunque molto valido nel migliorare la qualità di vita dei pa-zienti. Questo ha portato nel 2008 all’ottenimento del marchio CE, a cui è se-guita poi l’approvazione della Food and Drug Administration americana. Oggi è la procedura più affermata nell’ambito della riparazione non chirurgica della valvola. Si stima, infatti, che nel mondo siano state fatte oltre 80.000 proce-dure, di cui 5.000 in Italia. COAPT, lo studio più recente che è stato fatto ne-gli Stati Uniti e che ha messo a confronto l’intervento con Mitral Clip alla sola terapia per lo scompenso che consegue alla grave insufficienza della valvola in 610 pazienti, ha dimostrato una riduzione, rispetto al solo trattamento con-servativo con i farmaci, del 47% delle ospedalizzazioni e del 38% della mor-talità.</p>
<p><span style="color: #000080;"><strong>Per chi è indicata questo tipo di procedura?</strong></span></p>
<p>La scelta tra l’intervento chirurgico e la tecnica delle clip si basa sul rischio chirurgico del paziente: se la persona è molto anziana o ha delle comorbilità (altre patologie gravi o ha subito già degli interventi soprattutto di natura tora-cica o cardiochirurgica) che rendono l’intervento chirurgico a cuore aperto e circolazione extracorporea a rischio, la tecnica della Mitral Clip è una solu-zione molto valida. In tutti gli altri casi, l’intervento cardiochirurgico di ripara-zione o sostituzione della valvola resta la procedura standard.</p>
<p><span style="color: #000080;"><strong>Come viene applicata la clip?</strong></span></p>
<p>La procedura è estremamente mini invasiva perché comporta soltanto una puntura della vena femorale per l’introduzione di un lungo catetere che arriva fino all’atrio di destra, quindi la puntura del setto interatriale per il passaggio del catetere dall’atrio destro a quello sinistro e da qui alla valvola mitrale, dove si possono agganciare i lembi valvolari e installare la clip. La degenza è molto breve e non comporta alcuna riabilitazione, ha tempi di recupero molto veloci e migliora decisamente la qualità di vita dei pazienti.</p>
<p><strong><span style="color: #000080;">È bene rivolgersi a un centro specializzato?</span></strong></p>
<p>Assolutamente sì. Questo intervento richiede, infatti, un team di cardiologi in-terventisti, cardiochirurghi, ecocardiografisti (perché la procedura è guidata da un ecocardiogramma transesofageo) e di anestesisti molto affiatato ed esperto.</p>
<p>&nbsp;</p>

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			<p>Prof. Antonio Bartorelli</p>
<p>Coordinatore Cardiologia Interventistica</p>
<p>Centro Cardiologico Monzino</p>
<p>Via Carlo Parea, 4, Milano</p>
<p>tel. 02-58002391</p>
<p>email: <a href="mailto:antonio.bartorelli@ccfm.it">antonio.bartorelli@ccfm.it</a></p>

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		<title>Strumenti moderni per la lotta alla morte improvvisa</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/strumenti-moderni-per-la-lotta-alla-morte-improvvisa/</link>
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				<pubDate>Mon, 08 Apr 2019 15:20:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus cardiovascolare]]></category>
		<category><![CDATA[benessere]]></category>
		<category><![CDATA[cardiologia]]></category>
		<category><![CDATA[cardiovascolare]]></category>
		<category><![CDATA[dottori]]></category>
		<category><![CDATA[medicina]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Cappato;]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie efficaci]]></category>

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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6ab5570f1c0d7"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6ab5570f1c248"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<h3><em>Esistono tecnologie efficaci per riuscire a fare prevenzione primaria e secondaria di fronte a questo tipo di evento</em></h3>
<p>“Partiamo subito con un messaggio positivo e tranquillizzante: l’incidenza di un evento di morte improvvisa è mediamente molto bassa ma soprattutto è possibile “risorgere” da un episodio di questo tipo attraverso terapie oppor-tune, che esistono e sono efficaci. La trattazione di questo tema rientra per-tanto nel tema più ampio della morte naturale. Una premessa importante e profonda quella che il Professor <strong>Riccardo Cappato</strong>, Responsabile del Centro di Ricerca di Aritmologia ed Elettrofisiologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (MI) e Consulente del Centro di Aritmologia ed Elet-trofisiologia II presso l’Humanitas Gavazzeni di Bergamo, tiene a sottolineare, nell’introdurre un tema che, altrimenti, rischierebbe di destabilizzare il nostro immaginario creando inutili ansie e turbamenti.</p>
<p><span style="color: #000080;"><strong>Prevenzione primaria e secondaria</strong></span></p>
<p>Oggi lo sviluppo di tecnologie moderne ha messo a disposizione della classe medica strumenti in grado di adottare misure terapeutiche – vere e proprie strategie di “resurrezione” (!) – volte ad abortire il processo di irreversibile evoluzione verso la morte. Se parlare di prevenzione in assoluto è difficile, perché per la gran parte di questi soggetti la morte improvvisa è il primo evento clinico della loro storia, si può fare comunque prevenzione primaria. Innanzitutto utilizzando la prevenzione delle ischemie cardiovascolari: cura dei fattori di rischio cardiovascolari (fumo, ipertensione, iperglicemia…) e stile di vita sano. Inoltre, soprattutto in cuori sani, oggi abbiamo delle alterazioni elettrocardiografiche che possono far presagire il rischio di aritmie maligne. Il cuore, infatti, muore improvvisamente per tre cause fondamentali: un rallenta-mento incompatibile con la vita (brachicardia severa), aritmie troppo forti (ta-chicardia o fibrillazione ventricolare) e dissociazione elettromeccanica. Con-tro quest’ultima causa non si può fare nulla, mentre contro le tachicardie e fi-brillazioni ventricolari si può intervenire, seppur in tempi molto brevi (8/10 mi-nuti al massimo). Una delle prime pratiche di terapia acuta dell’arresto car-diaco da tachicardia è la disponibilità di dispositivi di defibrillazione automa-tica esterna, posti sul territorio nelle aree più a rischio ovvero a più alta den-sità di popolazione (centri commerciali, metropolitane, stazioni, aeroporti&#8230;) che producono una scossa elettrica: un vero e proprio miracolo che, di fatto, resuscita il paziente riportando alla normalità il ritmo sinusale nel giro di pochi secondi. Mediamente, con un buon piano di gestione territoriale, il 3-5% a volte anche il 7% delle vittime di arresto cardiaco può sopravvivere a un anno dall’evento. È possibile, infine, riconoscere preventivamente dei soggetti che hanno un elevatissimo rischio di morte improvvisa (fino al 12-13% per anno a</p>
<p>fronte dell’1,5 per 1000 nei soggetti normali) – soggetti con infarto pregresso, forte compromissione della funzione contrattile ventricolare sinistra, scarsa qualità della vita per affanno, difficoltà di respiro&#8230; – nei quali, grazie all’identi-ficazione dei fattori di rischio, si può impiantare un apparecchio defibrillatore dotato di caratteristiche di miniaturizzazione che consentono la sua indossa-bilità per tutta la vita. Si tratta di defibrillatori automatici impiantabili, dotati di algoritmi di monitorizzazione costante del battito cardiaco che, in caso di fi-brillazione ventricolare, erogano la scossa in maniera automatica. Rispetto ai defibrillatori esterni hanno il grande vantaggio di attivarsi automaticamente nel giro di pochi secondi. Quello sottocutaneo, di più recente invenzione e che ho sviluppato insieme a dei colleghi americani, è posizionato fuori dal cuore e preferito, per la prevenzione primaria, in tutti quei soggetti con ano-malie elettriche importanti ma senza cardiopatie gravi e di giovane età. La prevenzione secondaria è la medesima di quella primaria ma si rivolge a quei soggetti che sono sopravvissuti a un evento di morte cardiaca improvvisa e quindi che sono ancor più a rischio rispetto agli altri. È bene sottolineare, in-fine, che la prevenzione della morte improvvisa si avvale ovviamente anche di tutte quelle terapie farmacologiche o interventistiche utilizzate a supporto di altre patologie e che, migliorando la condizione cardiovascolare di base, con-tribuiscono a ridurre il rischio di un evento drammatico.</p>
<p><strong><span style="color: #000080;">La morte improvvisa</span></strong></p>
<p>Avviene inattesa nel breve volgere di poco, mediamente entro un’ora dall’ini-zio dei sintomi. Più del 90% degli episodi sono dovuti al cuore, ma eccezio-nalmente ci possono essere altri organi responsabili, in primis il cervello. In Italia si calcola che circa 50 mila persone all’anno – di norma tra i 60 e i 70 anni – muoiano a causa di morte improvvisa: di questi più della metà non ha mai avuto un segnale clinico di avvertimento o comunque tale da mettere in allerta il medico; l’altra metà è costituita da soggetti con patologie cardiova-scolari. C’è poi una piccola categoria di soggetti in cui la morte improvvisa ar-riva nel contesto di una cardiopatia grave ma non tale da far presagire che l’evoluzione del loro percorso possa improvvisamente trasformarsi in un evento così drammatico.</p>
<p>&nbsp;</p>

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			<p>Prof. Riccardo Cappato</p>
<p>Istituto Clinico Humanitas</p>
<p>Via Alessandro Manzoni, 56,</p>
<p>20098 Rozzano (MI), Italy</p>
<p>Tel. 02.82244005</p>
<p>email: <a href="mailto:riccardo.cappato@humanitas.it">riccardo.cappato@humanitas.it</a></p>
<p><a href="https://www.riccardocappato.it/">https://www.riccardocappato.it/</a></p>

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