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	<title>Pneumologia &#8211; Sanità &amp; Benessere</title>
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		<title>I sintomi dell&#8217;Asma non danno tregua? Come capire se si tratta di Asma Grave</title>
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				<pubDate>Mon, 26 Apr 2021 08:04:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[CS COMMUNICATION SRL]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pneumologia]]></category>
		<category><![CDATA[asma grave]]></category>
		<category><![CDATA[pneumologia]]></category>

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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6a9e6bb0dd44d"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6a9e6bb0e826c"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<p class="p1" style="text-align: center;"><strong><span class="s1">Per trattare questa patologia cronica oggi sono disponibile delle nuove opzioni terapeutiche, in grado di evitare l’utilizzo di Cortisonici sistemici e migliorare notevolmente la qualità di vita dei pazienti.</span></strong></p>
<div class="page" title="Page 4">
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<p class="p1"><span class="s1">A parlarcene, il <b>Prof. Stefano Centanni</b>, Di- rettore della Pneumologia dell’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano, Professore Ordina- rio di Malattie Respiratorie dell’Università degli Studi di Milano e Direttore del Dipartimento di Scienze della Salute della stessa.<span class="Apple-converted-space"> </span></span></p>
<p class="p3"><span class="s1"><b>Professore, come si inquadra questa patologia in Italia?<br />
</b></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">“L’asma si definisce grave quando non la si riesce a controllare, nonostante una terapia massimale. Oggi siamo in grado di classificarla molto meglio rispetto a un tempo, quando la si considerava sostanzialmente una malattia incurabile. Oggi sappiamo che si tratta di una categoria a parte rispetto al mondo degli asmatici: rappresenta, infatti, una percentuale abbastanza piccola – una quota compresa tra il 5 e il 10% – di tutti gli asma- tici, che in Italia possiamo considerare circa il 7% della popolazione. L’aspetto importante è che, pur essendo una quota così minoritaria, gli asmatici gravi consumano circa il 50% delle risorse che dedichiamo all’asma, sia in termini farmacologi- ci, assistenziali, di ricoveri ospedalieri sia di costi sociali (assenza di giorni di lavoro, di scuola&#8230;)”.<span class="Apple-converted-space"> </span></span></p>
<p class="p3"><span class="s1"><b>Come si riconosce un’Asma Grave?<span class="Apple-converted-space"> </span></b></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">“Il paziente arriva da noi riferendo la persistenza di alcuni sintomi tipici – affanno, tosse, oppressio- ne al petto, fiato corto – nonostante una terapia massimale. La prima cosa che lo pneumologo deve fare è verificare alcuni elementi: in primis che il paziente prenda correttamente i farmaci, tenendo presente che generalmente l’aderenza alla terapia prescritta da parte del soggetto asma- tico è un po’ deficitaria. In secondo luogo la pre- senza di comorbilità che, nel soggetto asmatico, possono condizionare l’efficacia del trattamento: tra le patologie più importanti ci sono sovrappeso e obesità, le patologie delle alte vie aeree come la rino-sinusite cronica, la presenza di un reflus- so gastroesofageo. Se il paziente assume tutti i farmaci inalatori possibili nel modo corretto ma continuano a permanere i sintomi, oppure se è necessario ricorrere a terapie per via sistemica e quindi prendere cortisonici orali o per iniezione o, ancora, ricorrere a ricoveri ospedalieri o in Pronto Soccorso più di due volte all’anno, allora siamo di fronte a un soggetto asmatico grave”.<span class="Apple-converted-space"> </span></span></p>
<p class="p3"><span class="s1"><b>Con quali esami si diagnostica?<span class="Apple-converted-space"> </span></b></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">&#8220;Dopo un’attenta anamnesi del paziente come ab- biamo appena descritto, seguono una serie di esami: </span></p>
<p class="p1"><span class="s2">• </span><span class="s1">spirometria con il test di reversibilità, per vedere se l’ostruzione può essere migliorata<span class="Apple-converted-space"> </span></span><span class="s1">dall’inalazione di un broncodilatatore;<br />
</span><span class="s2">• </span><span class="s1">controllo dell’infiammazione, che si esegue o con un monitoraggio dell’ossido nitrico esa- lato, un marker dell’infiammazione, oppure con il controllo del numero di eosinofili nell’e- spettorato e nel sangue circolante, attraverso un semplice emocromo;<br />
</span><span class="s2">• </span><span class="s1">un’accurata diagnostica allergica”.<span class="Apple-converted-space"> </span></span></p>
<p class="p3"><span class="s1"><b>Come si tratta la patologia?<span class="Apple-converted-space"> </span></b></span></p>
<p class="p4"><span class="s1">“Un tempo l’unica soluzione era il cortisone si- stemico che però, alla lunga, è estremamente dannoso perché gravato da una serie di effetti collaterali molto importanti – dall’ipertensione all’osteoporosi, all’ulcera peptica – e quindi non idoneo a una terapia cronica. E l’asma, purtrop- po, anche nella forma lieve, è pur sempre una malattia cronica, che presuppone un trattamen- to abituale, seppur minimo. Oggi, invece, ab- biamo dei farmaci che si associano alla terapia inalatoria e che funzionano molto bene in caso di Asma Grave: si tratta di farmaci biologici, os- sia anticorpi monoclonali. Perché questi farmaci siano efficaci bisogna, tuttavia, tipizzare bene il paziente, perché queste terapie hanno meccani- smi d’azione diversi fra di loro e dunque sono tanto più efficaci quanto più sono proposti al paziente più adeguato. Vengono somministrati in ospedale per via iniettiva con cadenze diverse, che possono andare da ogni due settimane, ogni 3, ogni mese, ma sono piuttosto cari. Per questo bisogna essere certi di dare il farmaco giusto al paziente giusto”.<span class="Apple-converted-space"> </span></span></p>
<p class="p3"><span class="s1"><b>Professore, si può guarire dall’Asma Grave?<span class="Apple-converted-space"> </span></b></span></p>
<p class="p4"><span class="s1">“No, non si guarisce ma si può tenere la malattia sotto controllo e migliorare di molto la qualità della vita dei pazienti. E questi nuovi farmaci sono veramente l’alba di un nuovo giorno, es- sendo forse in grado di cambiare anche la storia naturale della malattia. Per questo è fondamen- tale che il paziente con Asma Grave sappia che oggi sono disponibili delle nuove opzioni tera- peutiche efficaci dedicate a evitare l’utilizzo dei cortisonici sistemici”.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>

		</div>
	</div>
<div class="vc_empty_space"   style="height: 40px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 40px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div></div></div></div></section><section data-bg-image="url" class="vc_row wpb_row vc_row-fluid medico vc_custom_1490177908413 row-contains-padding-top row-contains-padding-bottom liquid-row-shadowbox-6a9e6bb0e8dd9 vc_row-has-fill vc_row-has-bg"><div class="ld-container container-fluid"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-3 liquid-column-6a9e6bb0e8ff1"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper vc_custom_1490172226960"   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<p class="p1"><span class="s1"><b>CONTATTI<span class="Apple-converted-space"> </span></b></span></p>
<p class="p2"><span class="s1"><b>Prof. Stefano Centanni<span class="Apple-converted-space"> </span></b></span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Direttore S.C. Pneumologia ASST Santi Paolo e Carlo Ospedale San Paolo<br />
Via A. di Rudinì 8 &#8211; 20142 Milano<br />
Contatti: 02 81843025<span class="Apple-converted-space"> </span></span></p>
<p class="p2"><span class="s1">mail:<a href="mailto:stefano.centanni@unimi.it"> stefano.centanni@unimi.it<span class="Apple-converted-space"> </span></a></span></p>
<p class="p3"><span class="s1"><span class="Apple-converted-space"> </span></span></p>
<p class="p2"><span class="s2">“</span><span class="s1">Chiamando l’</span><span class="s3"><b>800-628989 </b></span><span class="s1">si può avere una consulenza telefonica gratuita con un medico specialista e conoscere i centri che trattano l’Asma Grave”.<span class="Apple-converted-space"> </span></span></p>
<p class="Corpo">

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		<title>Innovazione Tecnologica e Ricerca Scientifica per combattere la BPCO</title>
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				<pubDate>Thu, 04 Jul 2019 09:35:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pneumologia]]></category>
		<category><![CDATA[Preview Pneumologia]]></category>

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<h3>Oggi è possibile migliorare la qualità e le aspettative di vita delle persone affette da questa grave patologia respiratoria grazie ad una tecnica tanto semplice quanto rivoluzionaria.</h3>
<p>La BPCO ovvero la BroncoPneumopatia Cronica Ostruttiva, una malattia polmonare cronica e invalidante molto diffusa, è oggi la terza causa di morte mondiale, ma si calcola che, nei prossimi 5 anni, diventerà addirittura la seconda. La letteratura internazionale ha ormai evidenziato che iniziare una terapia tempestivamente può ridurre il declino della funzione polmonare e la frequenza delle riacutizzazioni con ripercussioni positive sia sulla qualità della vita dei pazienti che sulla mortalità. Come? Con un’innovativa tecnica in grado di trattare in modo non invasivo i pazienti ipercapnici (ossia con un’insufficienza respiratoria caratterizzata da un eccesso di CO2 nel sangue) affetti da BCPO cronica: la decapneizzazione. “La decapneizzazione nasce dalla ricerca e dallo sviluppo portate avanti dalla società salernitana Medical Service srl, il cui amministratore dell’epoca, Roberto Intennimeo, ne è stato l’inventore. Nel corso degli anni lo stesso Intennimeo fonda la ECS e, grazie all’ingresso del Direttore Tecnico Michele Gazzano e del Direttore Scientifico Marco Intennimeo, sono state affinate le tecniche e depositati altri brevetti, con l’ausilio dell’esperienza di importanti operatori del settore polmonare. Oggi queste stesse persone hanno costituito la società Intensive Care srl, che, sulla scorta delle criticità notate nei vecchi dispositivi, ha messo a punto un’apparecchiatura totalmente innovativa per trattare i pazienti ipercapnici affetti da BPCO”. A parlarcene il Vice Presidente della società, Mauro Vendrami, da sempre a fianco dei soci fondatori in questo importante progetto.</p>
<p>Oggi il paziente con BPCO che si riacutizza viene sottoposto a procedure che, se falliscono, portano all’intubazione dello stesso. Quale il vantaggio della decapneizzazione?</p>
<p>“Al fine di evitare questo esito, l’applicazione della decapneizzazione, già in fase precoce di ingresso in pronto soccorso, evita l’intubazione e la ventilazione meccanica nella stragrande maggioranza dei casi. Lo studio su questa nuova tecnica è partito nel 2007 con una sperimentazione animale, ha seguito tutto l’iter di sviluppo ed è già stato applicato con successo a livello europeo su oltre 3.000 pazienti. Anche per quanto riguarda la letteratura, dal 2009 al 2014 ci sono state ben 28 pubblicazioni sull’argomento e a fine agosto verrà presentato un importante studio multicentrico randomizzato e controllato con diffusione internazionale coordinato dall’Università di Bologna e i cui PPII saranno il Prof. Stefano Nava e il Prof. Marco Ranieri. L’obiettivo oggi è far conoscere l’esistenza di questa tecnica, che può fare davvero la differenza nel trattamento di questa patologia. Serve una conoscenza diffusa a livello medico-scientifico, ma anche una modifica nel protocollo ospedaliero – affinché il paziente possa essere trattato anche in pneumologia e non solo in terapia intensiva – e serve ovviamente un adeguamento tecnologico perché gli ospedali si attrezzino con in macchinari adatti ad effettuare il trattamento. L’innovazione tecnologica che l’azienda Intensive Care ha sviluppato con il “PNEUMO HELP” (questo il nome commerciale della nuova apparecchiatura), rappresenta un enorme salto di qualità e di efficacia nella gestione della BPCO, tant’è che un’azienda leader di mercato come la Maquet ha sottoscritto un contratto di distribuzione mondiale in esclusiva che contribuirà notevolmente alla diffusione di questa metodica”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quale messaggio volete trasmettere ai lettori?</strong></p>
<p>“Poter arrivare a dire ai pazienti che siamo in grado di migliorare la qualità di vita loro e dei loro famigliari e di garantire un’aspettativa di vita più lunga. E lo possiamo fare con cognizione di causa perché consapevoli della nostra forza: essere un’azienda dinamica, nata con l’obiettivo di dare una soluzione a un problema clinico grave, e aver basato tutta la nostra attività sulla ricerca scientifica legata al risultato clinico. Non è un caso che abbiamo il più alto numero di studi scientifici sull’argomento e che possiamo contare sui migliori medici (il Prof. Nava e il Prof. Ranieri del Sant’Orsola di Bologna in primis) che hanno creduto nel progetto e tuttora lo supportano. L’essere arrivati per primi è un ulteriore vantaggio, perché ci consente di conoscere l’evoluzione che prenderà lo studio e di poterlo quindi sviluppare al meglio”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La decapneizzazione, ossia la rimozione di CO2 nel sangue</strong></p>
<p>Una delle prime notizie su questa innovativa tecnica risale al 2007 quando venne utilizzata per trattare una bimba affetta da fibrosi cistica: l’idea era quella di compensare l’aria nel polmone, rimuovendo in extracorporea e a bassi flussi una parte di CO2 nel sangue, anziché esasperare il polmone stesso con un ventilatore esterno. Questa tecnica, detta di decapneizzazione, sottopone il polmone a uno stress minore, può essere abbinata alla ventilazione meccanica non invasiva (NIV), e, utilizzando bassi flussi, è praticamente priva di rischi e complicanze. Anzi, più il trattamento è precoce, più i rischi si abbassano ulteriormente. Per non parlare dei tempi e dei costi nell’applicazione di una terapia di questo tipo, che si ridurrebbero in maniera molto sensibile rispetto ad un ricovero in terapia intensiva.</p>

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			<p>Contatti</p>
<p>INTENSIVE CARE Srl</p>
<p>Via Terre delle Risaie 20/A – 84131 Salerno</p>
<p>Tel. +39 089 2882434</p>
<p>Dr.ssa Bianca Lap – Customer Care Executive</p>
<p>Assistant</p>
<p>Mail: <a href="mailto:b.lap@intensivecaresrl.com">b.lap@intensivecaresrl.com</a></p>

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		<title>Una nuova opzione terapeutica per l’asma severo: il Benralizumab</title>
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				<pubDate>Thu, 04 Jul 2019 09:29:23 +0000</pubDate>
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<h3>Oggi sono disponibili terapie biologiche innovative che consentiranno di raggiungere ai pazienti con asma severo obiettivi inimmaginabili.</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’asma severo in quei pazienti che, nonostante una terapia correttamente eseguita, non risultano adeguatamente controllati, ha un impatto epidemiologico intorno al 3 – 4% della popolazione dei soggetti asmatici, stimata in circa 300 milioni al mondo. Come sottolinea il Dr. Andrea Matucci, immunoallergologo dell’AOU Careggi di Firenze che, insieme alla Dott.ssa Alessandra Vultaggio e al Dr. Oliviero Rossi dell’équipe del Prof. Fabio Almerigogna, si occupa di questa patologia “uno dei problemi più importanti è che ancora oggi abbiamo un ritardo nella diagnosi, non solo per le forme di asma in generale, ma soprattutto nell’identificazione dei pazienti affetti da asma severo. Uno dei motivi è che non solo nell’ambito della medicina generale ma anche nel settore specialistico, esiste una bassa percezione di questa malattia e della sua potenziale gravità. Inoltre, anche a livello terapeutico, ancora oggi si fa ricorso all’uso dei soli farmaci broncodilatatori o comunque non si prescrivono terapie strutturate correttamente e ciò ha maggiore valore nei pazienti con forme severe di asma. Negli ultimi anni, tuttavia, si è assistito a un grande cambiamento legato alla possibilità di attuare, per le forme severe, delle strategie innovative: si tratta di nuovi farmaci biologici, grazie ai quali si è riacceso nei confronti dell’asma severo l’interesse della medicina specialistica e, di riflesso, anche di quella generale”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I nuovi farmaci biologici</strong></p>
<p>“L’utilizzo delle cosiddette strategie terapeutiche tradizionali dell’asma severo basate sull’impiego di steroidi inalatori broncodilatatori sono efficaci, quando applicate in maniera corretta, e capaci di ottenere il controllo della malattia. Tuttavia una percentuale minore ma significativa di pazienti non riesce ad ottenere un controllo della malattia se non a prezzo dell’utilizzo di cortisonici per via sistemica a cicli ripetuti o addirittura in maniera continuativa, con tutti i ben noti effetti collaterali che ne derivano. Per questi pazienti, la disponibilità dei nuovi farmaci biologici ha radicalmente modificato le aspettative di controllo della malattia nonché la qualità di vita, un parametro importante da tenere sempre in considerazione. Tra i farmaci biologici merita attenzione il Benralizumab, un anticorpo monoclonale che presenta un meccanismo di azione innovativo perché in grado di legarsi al recettore della interleuchina-5 presente sulla membrana degli eosinofili. Per semplificare i concetti possiamo dire che gli eosinofili, particolari globuli bianchi presenti nel sangue, sono le cellule più importanti che si accumulano nei bronchi in corso di asma (dove provocano il danno della mucosa) e che la interleuchina-5 è responsabile della loro differenziazione, maturazione, attivazione  e prolungata sopravvivenza. Benralizumab non solo è in grado di impedire il legame dell’interleuchina-5 con il suo recettore ma soprattutto, grazie alla particolare struttura, una volta che si è legato sulla superficie degli eosinofili viene a sua volta captato da un altro tipo di cellule note come “natural killer” (cellule NK), che, come dice il nome stesso, sono capaci di colpire gli eosinofili innescando un meccanismo noto come ADCC (Antibody-dependent cell-mediated cytotoxicity) riducendone  in maniera marcata ma non assoluta il numero nel sangue e nei tessuti. Questo peculiare meccanismo di azione si traduce in un effetto terapeutico importante, come dimostrano gli studi condotti su un numero significativo di soggetti, che ci permettono di essere molto ottimisti non solo sull’efficacia ma anche sulla sicurezza nel lungo periodo. A tale proposito lo studio BORA ha dimostrato come, a due anni dal trattamento con Benralizumab, il 74% dei pazienti non ha riacutizzazioni di asma, mentre lo studio ZONDA ha dimostrato che i pazienti hanno ridotto l’utilizzo di corticosteroidi orali del 75% rispetto alla dose di partenza pre-terapia”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Si guarisce dall’asma severo?</strong></p>
<p>“Non si guarisce nel senso che la malattia ha comunque necessità di un trattamento farmacologico, come in tutte le malattie croniche. Tuttavia, grazie alle nuove strategie, si può controllare anche l’asma nella sua forma severa, ridurre o addirittura eliminare l’uso dei cortisonici e migliorare notevolmente la qualità di vita di questi soggetti che, in epoca pre-terapia biologica, era spesso veramente scadente”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L’asma severo eosinofilico</strong></p>
<p>Tra le forme severe di asma è il cosiddetto “fenotipo” più frequente, che riguarda oltre il 50% dei pazienti. Solitamente compare in età più adulta e si caratterizza dalla presenza di un elevato numero di eosinofili riscontrabili nel sangue e nell’escreato di questi soggetti. Questa forma di asma grave ha spesso importanti comorbilità. In coloro in cui è presente un deficit delle risposte immunitarie si assiste alla ricorrenza di infezioni, per cui si crea un circolo vizioso che porta alle riacutizzazioni dell’asma.</p>

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			<p>Dottor Andrea Matucci</p>
<p>Dir. Medico SOD Immunoallergologia AOU Careggi</p>
<p>Largo Brambilla, 3 &#8211;  50134 Firenze</p>
<p>Tel. +39 055 7947520</p>
<p>Mail: <a href="mailto:andrea.matucci@unifi.it">andrea.matucci@unifi.it</a></p>

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		<title>La Dialisi Polmonare come cura per la BPCO</title>
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				<pubDate>Mon, 24 Jun 2019 13:16:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pneumologia]]></category>
		<category><![CDATA[bologna]]></category>
		<category><![CDATA[bpco]]></category>
		<category><![CDATA[pneumologia]]></category>

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<h3><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Helvetica Neue', serif;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">La rimozione extracorporea di CO2 è una metodica innovativa in grado di cambiare la storia naturale di questa malattia che, attualmente, è la TERZA causa di morte nel mondo.</span></span></span></span></span></h3>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Helvetica Neue', serif;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">A parlarcene, il <strong>Prof. Stefano Nava</strong> e il <strong>Prof. Vito Marco Ranieri</strong>, Direttori rispettivamente della Pneumologia e Terapia Intensiva Respiratoria e dell’Anestesia e Terapia intensiva Polivalente del Policlinico Sant’Orsola di Bologna.</span></span></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Helvetica Neue', serif;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Prof. Nava, cos’è la BPCO e come si è curata fino ad oggi?</b></span></span></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;">“<span style="font-family: 'Helvetica Neue', serif;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">La BPCO si divide in due grosse categorie, bronchite cronica ed enfisema polmonare. Quando la malattia progredisce, entrambe le forme possono portare all’insorgenza di un’insufficienza respiratoria con diminuzione dell’ossigenazione e accumulo, cronico e acuto, di anidride carbonica nel sangue (ipercapnia), quest’ultimo segno predittivo di una cattiva prognosi della malattia e trattato attualmente con la ventilazione meccanica non invasiva (NIV). Applicata di notte al domicilio del paziente, previene un ulteriore incremento del gas “nocivo” e in alcuni casi addirittura migliora la sopravvivenza dei pazienti. Purtroppo, non tutti i malati la tollerano, in quando l’insufflazione di un flusso d’aria erogato da un respiratore all’interno delle vie aeree attraverso una maschera facciale o nasale, interferisce con il sonno e in genere con il comfort del paziente, tant’è che circa il 30-35% è costretto ad abbandonare la cura. Da qui, la ricerca (e la scoperta) di una seconda via, la dialisi polmonare: un catetere che pesca nella vena il sangue ricco di CO2 e lo restituisce attraverso la stessa via depurato dall’anidride carbonica, prevenendo così la necessità di ricorrere alla ventilazione non invasiva”.</span></span></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Helvetica Neue', serif;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Prof. Ranieri, perché questa scoperta cambierebbe la storia naturale della malattia?</b></span></span></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;">“<span style="font-family: 'Helvetica Neue', serif;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Nel momento in cui i meccanismi di compenso, che per un certo tempo si sono sviluppati nel paziente per combattere l’ipercapnia, vengono meno, il malato comincia ad aver bisogno di supporto di ventilazione, all’inizio non invasiva, come ha spiegato il Prof. Nava, poi, quando anche questo non fa più effetto, bisogna passare a quella invasiva, finché sopraggiunge inesorabilmente la morte. La tecnica di rimozione extracorporea di CO2 potrebbe cambiare davvero la storia di questa malattia nel momento in cui riesce a prevenire il fallimento della ventilazione non invasiva e la necessità quindi di passare a quella invasiva. I primi studi condotti da me e dal Prof. Nava alle Molinette di Torino e a Bologna hanno dimostrato, infatti, che l’associazione della rimozione extracorporea di CO2 alla ventilazione non invasiva in terapia intensiva riduceva in maniera significativamente molto importante la necessità di passaggio alla ventilazione invasiva. L’obiettivo è quello di “portare indietro” l’orologio della storia naturale della malattia, prevenendo il fallimento della ventilazione non invasiva, o, ancor meglio, prevenendo ancor prima la necessità della ventilazione non invasiva”.</span></span></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Helvetica Neue', serif;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>A che punto sono oggi i vostri studi?</b></span></span></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;">“<span style="font-family: 'Helvetica Neue', serif;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Ne stiamo iniziando uno importante e multicentrico per confermare in maniera metodologica questi i dati, abbiamo avuto un importante finanziamento dal Ministero della Ricerca Scientifica e tra due anni avremo i risultati finali. Nel frattempo c’è stato un enorme sviluppo da un punto di vista tecnologico perché, sulla base di questa potenzialità, l’industria sta investendo molto in questo settore. Le continue soluzioni tecnologiche rendono questa metodica sempre più accessibile a tutte le declinazioni della terapia intensiva”.</span></span></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Helvetica Neue', serif;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Perché si parla di dialisi polmonare?</b></span></span></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;">“<span style="font-family: 'Helvetica Neue', serif;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Perché l’idea è che un giorno si arrivi a delle forme di trattamento simili a quelle della dialisi renale: il malato si reca due volte a settimana in ospedale, pulisce il polmone dall’anidride carbonica, annulla l’ipercapnia e previene il meccanismo dell’insorgenza della BPCO acuta che porterebbe alle ventilazioni e alla morte. I test preliminari, oltre a dimostrare la riduzione della necessità di ventilazione invasiva, indicavano anche una riduzione della mortalità ospedaliera”</span></span></span></span></span></p>
<p>.</p>

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			<p>Ospedale Sant&#8217;Orsola Malpighi, Via Massarenti 9 Bologna</p>
<p><b>Prof. Stefano Nava</b></p>
<p>Dir. Pneumologia e Terapia Intensiva Respiratoria &#8211; Pad.15</p>
<p>Tel. +39 051 2143253 &#8211; <a href="mailto:stefano.nava@aosp.bo.it">stefano.nava@aosp.bo.it</a></p>
<p><strong>Prof. Vito Marco Ranieri</strong></p>
<p>Dir. Anestesia e Terapia Intensiva Polivalente &#8211; Pad. 5</p>
<p>Tel. + 39 051 2143268 &#8211; <a href="mailto:m.ranieri@unibo.it">m.ranieri@unibo.it</a></p>

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		<title>La rimozione di CO2 per il trattamento della BPCO</title>
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				<pubDate>Fri, 24 May 2019 13:16:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pneumologia]]></category>
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		<category><![CDATA[CURE MEDICHE]]></category>
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			<h3 style="text-align: center;"><strong><em>Una tecnica innovativa che può migliorare la qualità di vita dei pazienti affetti da questa grave patologia in continua crescita.</em></strong></h3>
<p style="text-align: center;"><em>Abbiamo chiesto al <strong>Prof. Mario Polverino</strong>, Direttore del Polo Pneumologico dell’ASL Salerno, P.O. “Mauro Scarlato” di Scafati (SA) e al <strong>Prof. Francesco Pugliese</strong>, Direttore del Dip. Emergenza, Accettazione, Anestesia e Aree Critiche dell’A.O.U. Policlinico Umberto I di Roma, Direttore della scuola di specializzazione di Anestesia e Rianimazione de La Sapienza e Responsabile del Centro Trapianti del Policlinico, di spiegarci questa innovativa tecnica terapeutica e le sue possibili applicazioni.</em></p>
<p><strong>Professor Polverino, cos’è la BPCO?</strong></p>
<p>La broncopneumopatia cronica ostruttiva è una malattia evolutiva e invalidante caratterizzata da una persistente ostruzione delle vie aeree. Il termine purtroppo non viene sempre valutato correttamente dai pazienti che lo confondono spesso con la bronchite cronica tipica dei fumatori, senza comprenderne la gravità e gli altri fattori scatenanti (ad esempio l’inquinamento dell’aria).</p>
<p><strong>Cosa implica questa malattia?</strong></p>
<p>Inizialmente un problema di tipo funzionale, relativo ai volumi polmonari che si alterano sensibilmente. Nelle fasi più avanzate a questo problema si associano altri sintomi: l’ipossiemia, ovvero un’insufficiente ossigenazione del sangue, e l’ipercapnia, ossia l’inadeguata eliminazione di anidride carbonica dal sangue. Per una diagnosi precoce della malattia e un trattamento adeguato è fondamentale effettuare una spirometria, sulla cui diffusione la comunità scientifica sta lavorando molto.</p>
<p><strong>Come si trattano oggi i pazienti affetti da BPCO?</strong></p>
<p>La carenza di ossigeno è facilmente sopperibile con i cosiddetti occhialini, cannule nasali attraverso le quali viene erogato ossigeno. Il problema più grave è invece l’eccesso di anidride carbonica che, attualmente, viene trattato aumentando la ventilazione con i ventilatori non invasivi.</p>
<p><strong>Che cosa è la rimozione extra-corporea di CO2?</strong></p>
<p>È una tecnica innovativa introdotta dal Prof. Marco Ranieri e dal Prof. Stefano Nava che consiste nell’eliminazione di CO2 attraverso un sistema extracorporeo: dalla vena femorale si introduce un piccolo catetere, da cui esce il sangue venoso, che passa attraverso una macchina esterna che filtra il sangue, lo depura dalla CO2, e così purificato il sangue viene reintrodotto nel sistema circolatorio. Rispetto alla ventilazione, questa tecnica preserva il polmone dallo stress e da un carico di lavoro molto maggiore, con risultati più a lungo termine.</p>
<p><strong>A chi è rivolto questo trattamento?</strong></p>
<p>Al momento è riservato ai pazienti con insufficienza respiratoria acuta dovuta a un aumento della CO2 in seguito ad un episodio acuto (ad esempio una broncopolmonite). Ci sono tuttavia prospettive interessanti di utilizzo di questa tecnica anche per pazienti non in fase acuta ma cronica, affetti da ipercapnia. Nel nostro Centro l’abbiamo già sperimentata anche nei reparti ordinari, con risultati eccellenti. Attendiamo ora nuovi studi che coinvolgano anche centri europei per acquisire numeri tali da avere risultati verificabili.</p>
<p><strong>Professor Pugliese, in quali altri casi questa tecnica può essere efficace?</strong></p>
<p>Dall’utilizzo della tecnica per trattare i pazienti affetti da BPCO acuta per prevenire l’intubazione, derivano una serie di altri trattamenti: ad esempio quello dei pazienti in attesa di trapianto del polmone per mantenere, nel frattempo, in equilibrio il paziente al fine di poter affrontare l’intervento; e, ancora, le strategie a supporto delle ventilazioni meccaniche per i pazienti affetti da ipercapnia, per permettere una ventilazione con volumi correnti molto bassi così da evitare sia i danni polmonari indotti dal ventilatore che gli effetti deleteri dell’ipercapnia che consegue alla riduzione della ventilazione.</p>
<p><strong>Cos’è la “dialisi polmonare”?</strong></p>
<p>È il passo successivo che viene ipotizzato da un punto di vista terapeutico: supportare i pazienti affetti da patologia cronica con trattamenti ciclici di rimozione di CO2 finalizzati a fare una dialisi respiratoria: al pari della dialisi renale per il paziente con insufficienza renale, in questo caso l’ipotesi è di proporre ai pazienti dei trattamenti due/tre volte a settimana che comportano una sorta di wash-out per mantenere in equilibrio ossigeno e anidride carbonica.</p>
<p><strong>Sogno o realtà?</strong></p>
<p>Allo stato attuale non c’è un protocollo ancora accertato ma è quello a cui guardiamo come prospettiva futura, visto da una parte l’incremento della patologia, correlata all’avanzamento dell’età media della popolazione e quindi l’aumento del numero di persone che ne soffrono; dall’altra l’aspetto favorevole dato dall’evoluzione tecnologica che migliora sempre di più la qualità dei materiali che speriamo siano sempre più biocompatibili e permettano trattamenti meno invasivi e più duraturi nel tempo. Oggi questa metodica, se non è ancora entrata nella routine quotidiana, è sicuramente sempre più presente come possibilità terapeutica non solo nei centri di riferimento ma anche in quelli di periferia e c’è una comunione di intenti ormai standardizzata sull’efficacia e sulla diffusione del suo utilizzo.</p>

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			<p><strong>Prof. Mario Polverino</strong></p>
<p>Dir. Polo Pneumologico P.O. Mauro Scarlato – via Passanti 2, Scafati (SA)</p>
<p>Tel. 081.5356401</p>
<p>Mail: <a href="mailto:m.polverino@aslsalerno.it">m.polverino@aslsalerno.it</a></p>
<p><strong>Prof. Francesco Pugliese</strong></p>
<p>Dir. Dip. Emergenza, Accettazione, Anestesia e Aree critiche A.O.U. Policlinico Umberto I</p>
<p>Viale del Policlinico 155 &#8211; 00161 Roma</p>
<p>Tel. 06.49970468</p>
<p>email: <a href="mailto:f.pugliese@uniroma1.it">f.pugliese@uniroma1.it</a></p>

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		<title>Asma allergico grave, i farmaci che aiutano a vivere meglio</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/asma-allergico-grave-farmaci-aiutano-vivere-meglio/</link>
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				<pubDate>Fri, 24 Nov 2017 17:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pneumologia]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>
		<category><![CDATA[allergie]]></category>
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		<category><![CDATA[università di padova]]></category>

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			<h3><strong>Ad elencarceli, il Prof. Andrea Vianello, Direttore dell’Unità Operativa di Fisiopatologia Respiratoria dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova</strong></h3>
<p>Il 70% circa dei casi di asma è di natura allergica. L’asma allergico grave è una forma di malattia in cui i sintomi persistono nonostante il tentativo di evitare l’esposizione ai fattori scatenanti e l’assunzione di una terapia massimizzata, ossia quella che si avvale di tutto l’armamentario farmacologico, sia inalatorio (broncodilatatori e corticosteroidi) che sistemico comunemente usato per trattare i pazienti più gravi. A parlarcene, il <strong>Prof. Andrea Vianello</strong>, Direttore dell’Unità Operativa di Fisiopatologia Respiratoria dell’Azienda Ospedaliera Università degli Studi di Padova.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Prof. Vianello, che cos’è l’asma allergico grave?</em></span></p>
<p>L’asma allergico grave è una condizione complessa, la cui patogenesi è caratterizzata dall’iperproduzione di immunoglobuline E (IgE) in risposta a stimoli ambientali, quali acari della polvere, pollini e muffe. Si tratta di una malattia “non controllata”, fatto che comporta il persistere dei sintomi e l’insorgere di frequenti riacutizzazioni, che spesso causano l’ospedalizzazione ed addirittura mettono a rischio la vita del paziente. L’asma grave è un problema mondiale e rappresenta un consistente onere sociale ed economico per i sistemi sanitari.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Come si riconosce?</em></span></p>
<p>Dal fatto che, nonostante il tentativo di tenere la malattia sotto controllo,  persistono sintomi quali dispnea da sforzo o notturna, vi è frequente necessità di assumere farmaci broncodilatatori al bisogno, si deve far ricorso alle cure del Pronto Soccorso.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">Da cosa deriva? Si può guarire?</span></em></p>
<p>L’asma deriva sostanzialmente dalla combinazione di due elementi: la predisposizione genetica e l’esposizione a fattori scatenanti. Nel caso dell’asma grave l’eziopatogenesi è la stessa, mentre sono diverse la frequenza e la severità delle manifestazioni cliniche. L’asma, anche quella grave, è una malattia cronica, che può avere periodi di quiescenza anche lunghi e riemergere dopo anni.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Che tipo di terapia viene utilizzata?</em></span></p>
<p>La ricerca e lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche si sono indirizzati verso farmaci in grado di intervenire in modo sempre più specifico sui meccanismi scatenanti la patologia asmatica allergica, contrastandone gli effetti. La terapia biologica, basata sull’utilizzo dei cosiddetti anticorpi monoclonali, apre scenari completamente nuovi nel trattamento dell’asma grave, anche se richiede una selezione molto accurata dei pazienti per poter risultare pienamente efficace. Il primo farmaco biologico reso disponibile per il trattamento dell’asma grave, per il quale vi sono le maggiori evidenze di efficacia, è Omalizumab che si lega alle IgE e previene il legame delle stesse al recettore ad alta affinità per le IgE su basofili e mastociti, riducendo in tal modo la quantità di IgE libera che può innescare la cascata allergica; esso è in grado di inibire le fasi precoci e tardive delle reazioni asmatiche allergene-indotte. Omalizumab riduce la frequenza di riacutizzazioni e l’uso di farmaci steroidi e beta2-agonisti, consentendo un più efficace  controllo dei sintomi ed una più elevata qualità della vita dei pazienti, oltre ad apportare significativi miglioramenti nei parametri di funzionalità respiratoria, il tutto con un livello soddisfacente di tollerabilità e sicurezza. A questo farmaco si è aggiunto in tempi recenti, Mepulizumab (presto affiancato da Reslizumab), anticorpo anti-Interleuchina 5 che pure ha dimostrato negli studi clinici di ridurre significativamente la frequenza di riacutizzazioni. Gli studi a cui ha partecipato il nostro reparto hanno contribuito ad affermare l’efficacia e la sicurezza di questi nuovi farmaci nella cosiddetta “real life”.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">Qual è il consiglio che si sente di dare ai pazienti asmatici?</span></em></p>
<p>Quello di cercare di tenere sempre ben controllata la loro malattia, in quanto i rischi di una malattia mal controllata sono gravi, alle volte anche fatali. In un recente studio abbiamo riportato ben 16 casi di pazienti asmatici deceduti per un attacco acuto tra il 2013 ed il 2015 nella nostra regione. Erano tutti giovani, con età compresa tra gli 11 ed i 50 anni.</p>

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			<h4>Prof. Andrea Vianello</h4>
<h5>U.O.C. di Fisiopatologia Respiratoria Azienda Ospedaliera Università degli Studi di Padova</h5>
<p>Via N. Giustiniani, 2 &#8211; 35128 Padova<br />
Segreteria: 049 8217792<br />
Fax: 049 8217772<br />
<a href="mailto:andrea.vianello@sanita.padova.it">andrea.vianello@sanita.padova.it</a></p>

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		<title>Infezioni polmonari, il ruolo dei micobatteri non tubercolari</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/infezioni-polmonari-ruolo-dei-micobatteri-non-tubercolari/</link>
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				<pubDate>Fri, 24 Nov 2017 16:35:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pneumologia]]></category>
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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6a9e6bb10b00f"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6a9e6bb10b1fc"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<h3><strong>A parlarcene, il Dott. Luigi Codecasa, Responsabile del Dipartimento di Tisiologia Clinica e Preventiva dell&#8217;Ospedale Niguarda di Milano.</strong></h3>
<p>Per molti anni le sole specie di micobatteri note sono state il Mycobacterium tuberculosis, il Mycobacterium bovis e il Mycobacterium avium (ritenuto inizialmente non patogeno). In seguito furono isolati i primi micobatteri “atipici”, definiti micobatteri non tubercolari (MNT), perché non appartengono al Mycobacterium tuberculosis complex. Sono ubiquitari, possono essere isolati dalle acque e dal suolo e sono in grado di causare infezione in vari tessuti. A parlarcene, il <strong>Dott. Luigi Codecasa</strong>, Responsabile della Struttura di Tisiologia Clinica e Preventiva dell’Ospedale Niguarda di Milano. Laureatosi in Medicina e Chirurgia, si è specializzato in  Allergologia ed Immunologia Clinica ed in Tisiologia e Malattie dell’Apparato Respiratorio. Ha seguito il corso per consulenti internazionali TBC WHO e dal 1988 è medico specialista all’Istituto Villa Marelli dell’Ospedale Niguarda. È  stato consulente temporaneo per l’Organizzazione Mondiale della Sanità WHO, ed ha effettuato missioni in Polonia, Russia, Turchia, Macedonia e Tibet (Cina) per il monitoraggio dei programmi di controllo della tubercolosi e per l’aggiornamento del personale sanitario. Dal 2002 è Responsabile del Centro Regionale di riferimento per il controllo della tubercolosi in Lombardia.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Dott. Codecasa, ci parli delle micobatteriosi polmonari. Quali sono le cause ed i possibili rimedi?</em></span></p>
<p>Si tratta di un’affezione causata dai micobatteri non tubercolari, che appartengono a più di 150 specie e di cui solo alcuni sono patogeni veri e propri. I loro cugini più prossimi e storicamente noti sono i germi responsabili della tubercolosi e della lebbra. I MNT, molto diffusi nell’ambiente ed in grado di parassitare, oltre all’uomo, le piante e numerose specie di animali, si dividono in micobatteri non tubercolari a lenta crescita ed a rapida crescita. I più significativi dal punto di vista patologico tra quelli a lenta crescita, sono la specie avium e il kansasii, mentre tra quelli a rapida crescita, la specie abscessus. Non è ancora noto come avviene la contaminazione dall’ambiente all’uomo, né si ha notizia di contaminazione da uomo ad uomo, se non quella di recente scoperta, riguardante il micobatterio abscessus, in una popolazione di ammalati di fibrosi cistica. Generalmente, le infezioni polmonari dovute a questi micobatteri, colpiscono persone che hanno delle preesistenti patologie respiratorie. La patologia respiratoria da MNT può presentarsi con un ampio ventaglio di quadri clinico-radiologici: lesioni radiologiche fibro cavitarie, le forme con prevalenza di noduli e bronchiectasie, e l’alveolite allergica (collegata all’utilizzo di apparecchi termali) e forme miste. La diagnosi è multidisciplinare e comprende criteri clinici (radiologia e sintomi), l’isolamento di uno di questi micobatteri patogeni su almeno due espettorati spontanei o su un bronco lavaggio e l’esclusione di qualsiasi altra causa alternativa. Una volta formulata la diagnosi si deve valutare se la terapia può essere prescritta o meno a quel singolo paziente, dal momento che è lunga (18 mesi di antibiotici od almeno 12 mesi dopo la negativizzazione delle colture dei micobatteri), spesso scarsamente tollerata e può interferire con altre terapie/condizioni cliniche. In genere la terapia per questi batteri è empirica. A differenza della tubercolosi, la cui terapia si basa sui risultati dell’antibiogramma (studio in vitro della sensibilità del microrganismo agli antibiotici), nel caso dei MNT questo è molto limitato, perché spesso non c’è corrispondenza tra il risultato in vitro e quello in vivo. La terapia si basa su regimi standard con 3-4 farmaci tra cui di solito i macrolidi, ma si devono sempre considerare fattori interferenti, diversi da caso a caso e dipendenti anche dalla fase della malattia.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">Queste terapie hanno successo?</span></em></p>
<p>Purtroppo il livello di successo terapeutico non è molto soddisfacente, solo il 60-70% dei pazienti guarisce, mentre il restante può, a seconda della gravità iniziale, andare incontro od ad un fallimento terapeutico, quindi non guarire, od ad una ricaduta. In questo caso il batterio che lo colpisce può essere identico dal punto di vista genetico a quello che aveva prima (recidiva), oppure appartenere ad un altro ceppo od ad un’altra specie (reinfezione). Alcuni di questi pazienti tendono poi a diventare refrattari alle terapie. In caso di ricaduta, si ritenta la medesima terapia, magari aggiungendo farmaci per via endovenosa od aerosolica, con molecole liposomiali. Se le lesioni sono ben delimitate, si può tentare la chirurgia toracica, togliendo la parte del polmone interessata per ridurre il carico infettivo. In questi casi è poi probabile che il sistema immunitario riesca da solo ad avere la meglio sulle lesioni residue.</p>

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			<h4>Dott. Luigi Codecasa</h4>
<h5>Centro Regionale di Riferimento per il controllo della Tubercolosi Istituto Villa Marelli ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda</h5>
<p>V.le Zara, 81 &#8211; 20159 Milano<br />
Segreteria: 02 64445833<br />
Fax: 02 64445826<br />
<a href="mailto:luigiruffo.codecasa@ospedaleniguarda.it">luigiruffo.codecasa@ospedaleniguarda.it</a></p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div></section><div class="vc_row-full-width vc_clearfix"></div><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6a9e6bb10c36b"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6a9e6bb10c551"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><div class="vc_empty_space"   style="height: 20px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div></div></div></div></section>
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		<title>Fibrosi idiopatica polmonare, la chance (finalmente) della terapia farmacologica</title>
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				<pubDate>Fri, 24 Nov 2017 15:48:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pneumologia]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>
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		<category><![CDATA[polmoni]]></category>

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			<h3><strong>A parlarcene , il Prof. Paolo Spagnolo, dell&#8217;Unità Operativa Complessa di Pneumologia, Centro per le malattie rara e del polmone, dell’Azienda Ospedaliera di Padova</strong></h3>
<p>La Fibrosi Polmonare Idiopatica è la forma più comune di pneumopatia infiltrativa diffusa di origine sconosciuta. La malattia è caratterizzata dalla deposizione di tessuto connettivo o “cicatriziale” nei polmoni: in pratica, il tessuto polmonare sano viene progressivamente sostituito da quello cicatriziale e questo rende difficoltosa la respirazione e, di conseguenza, l’ossigenazione del sangue. A parlarcene, il <strong>Prof. Paolo Spagnolo</strong>, dell’Unità Operativa Complessa di Pneumologia, Centro per le malattie rare del polmone, dell’Azienda Ospedaliera Università degli Studi di Padova. Dopo la laurea in Medicina e Chirurgia conseguita all’Università degli Studi di Bari, si è specializzato in Malattie dell’Apparato Respiratorio nello stesso Ateneo pugliese. Si è quindi trasferito a Londra, dove ha conseguito un dottorato di ricerca (PhD) al National Heart and Lung Institute dell’Imperial College, con una tesi sulla predisposizione genetica alle fibrosi polmonari. Al tempo stesso, ha lavorato come Clinical Research Fellow e successivamente come Honorary Consultant, al Royal Brompton Hospital. Rientrato in Italia, è stato ricercatore nella Clinica di Malattie dell’Apparato Respiratorio dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Dal dicembre 2015, è Professore Associato di Malattie dell’Apparato Respiratorio all’Università degli Studi di Padova, presso l’Unità Operativa Complessa di Pneumologia diretta dalla Prof.ssa Marina Saetta. È anche Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato Respiratorio dell’Università di Padova.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">Prof. Spagnolo, cos’è la Fibrosi Polmonare Idiopatica?</span></em></p>
<p>La Fibrosi Polmonare Idiopatica (Idiopathic Pulmonary Fibrosis &#8211; IPF secondo l’acronimo usato dagli autori anglosassoni) è una malattia fibrosante, ossia cicatriziale, del polmone ad andamento cronico e progressivo, che colpisce adulti, prevalentemente di sesso maschile, di età medio-avanzata. La malattia è caratterizzata a livello radiologico ed anatomo-patologico da un tipo particolare di danno polmonare che viene definito “polmonite interstiziale usuale” (Usual Interstitial Pneumonia &#8211; UIP). Se idiopatico, ossia non associato a cause note di fibrosi del polmone, quali l’artrite reumatoide, l’asbestosi o la polmonite da ipersensibilità, il pattern UIP definisce la IPF.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">Quando deve essere sospettata?</span></em></p>
<p>Si stima che vi siano oltre 100 tipi diversi di fibrosi polmonare; pertanto, la diagnosi corretta è fondamentale. Il primo passo a tal fine è l’identikit del paziente a rischio: si tratta generalmente di soggetti di sesso maschile con più di 65 anni, fumatori od ex-fumatori che lamentano tosse secca e dispnea (fiato corto) inizialmente (ed erroneamente) attribuiti al fumo di sigaretta od all’età. È noto che i pazienti con IPF al momento della diagnosi lamentano tosse secca e dispnea da sforzo da molti mesi e spesso anni. Questi soggetti dovrebbero eseguire una visita specialistica con un’attenta auscultazione del torace, una spirometria ed una radiografia del torace. Inoltre, il 5-10% di pazienti con IPF ha un familiare stretto affetto dalla stessa malattia; pertanto, anche la familiarità è un importante campanello d’allarme.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Come viene diagnosticata?</em></span></p>
<p>La radiografia del torace e la spirometria non sono sufficienti a porre la diagnosi. Il passo successivo è quindi l’esecuzione di una TAC del torace ad alta risoluzione, che permette di visualizzare il polmone nei suoi dettagli più fini e consente di fare la diagnosi, mediante l’individuazione del pattern UIP, nel 30-40% dei casi circa. Nella maggioranza dei casi però, la TAC da sola non è diagnostica e può rendersi necessario un ulteriore approfondimento, ossia la conferma istologica della diagnosi mediante il prelievo di tessuto polmonare. A tale scopo, possono essere utilizzate diverse metodiche, da quelle di minore invasività ma spesso dotate di minore resa diagnostica, quali la biopsia transbronchiale, fino alla biopsia polmonare chirurgica che è un intervento chirurgico vero e proprio. Negli ultimi anni, si è andata diffondendo una metodica moderatamente invasiva e dotata di elevato potere diagnostico, chiamata criobiopsia. In ogni caso è fondamentale che il paziente con sospetta IPF venga valutato da un team multidisciplinare di esperti. Questo è possibile solo nei centri altamente specializzati.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Può il medico di Medicina Generale avere un ruolo nel processo diagnostico?</em></span></p>
<p>Certamente. Con un’attenta auscultazione del torace. Infatti, nei pazienti con IPF è possibile apprezzare già nelle fasi precoci della malattia dei rumori tipici, ancorché non specifici, i rantoli “a velcro”. Se presenti, i rantoli “a velcro” richiedono l’esecuzione di ulteriori indagini. Inoltre, il medico di Medicina Generale ha la possibilità di inviare i soggetti con sospetta fibrosi polmonare direttamente ai centri di riferimento.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">Nei casi dubbi, è sempre necessaria la conferma istologica?</span></em></p>
<p>No. In particolare, nei soggetti di sesso maschile con più di 65 anni soprattutto se fumatori od ex-fumatori, la diagnosi di IPF può essere formulata con ragionevole certezza anche in presenza di una TAC del torace “dubbia”, purché siano state escluse tutte le cause note di fibrosi polmonare. Inoltre, i pazienti con IPF sono spesso soggetti anziani, con plurime patologie e che assumono molti farmaci. La sfida del futuro pertanto sarà fare diagnosi in modo non invasivo, ossia utilizzando dei biomarcatori. Si tratta di sostanze presenti nei liquidi biologici (sangue in primis), alcune delle quali potrebbero essere disponibili nella pratica clinica già in un futuro prossimo. Il nostro Centro è molto attivo nella ricerca in questo campo. Potenzialmente, i biomarcatori potrebbero anche permettere di prevedere il decorso della malattia e la risposta del paziente alla terapia.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">Qual è il decorso tipico della malattia?</span></em></p>
<p>Purtroppo di questa malattia non conosciamo con precisione le cause e di conseguenza non siamo in grado di predirne il decorso. In generale, la maggior parte dei pazienti ha un declino lento ma progressivo; tuttavia, possono verificarsi delle improvvise accelerazioni di malattia, definite riacutizzazioni, spesso molto gravi. Tali eventi non sono prevedibili. L’individuazione dei pazienti a maggior rischio di riacutizzazione è uno dei filoni di ricerca nei quali il nostro Centro è più attivo.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">Com’è cambiato l’approccio terapeutico?</span></em></p>
<p>Fino a qualche anno fa, le uniche opzioni terapeutiche consistevano nell’ossigeno supplementare e nel trapianto polmonare, quest’ultimo solo in una piccola minoranza di pazienti altamente selezionati. La disponibilità di due farmaci antifibrotici, ossia il pirfenidone ed il nintedanib, ha rivoluzionato l’approccio terapeutico alla IPF. Questi farmaci infatti riducono di circa il 50% la progressione della malattia e, nel complesso, sono ben tollerati dal paziente. La disponibilità di questi due farmaci ha reso ancora più importante la diagnosi (ed il trattamento) precoce e l’invio dei pazienti ai Centri di riferimento. Al momento è anche in fase di sperimentazione la possibilità di combinare i due farmaci. Infatti, poiché il pirfenidone ed il nintedanib agiscono con meccanismi d’azione differenti, la loro associazione potrebbe risultare in un ulteriore rallentamento della progressione della malattia. Questo tipo di approccio terapeutico, ossia la terapia di combinazione, viene comunemente utilizzata in altre pneumopatie croniche, quali l’asma, la broncopneumopatia cronica ostruttiva ed il cancro del polmone.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">Quali sono le prospettive future nella IPF?</span></em></p>
<p>Fino a qualche anno fa la IPF era considerata una malattia non solo rara, ma anche “orfana”. Successivamente ci si è accorti che la malattia non è rara, in particolare nelle persone con più di 65 anni di età; inoltre, grazie alla scoperta di farmaci efficaci, i pazienti con IPF non sono più orfani. Di conseguenza, l’attenzione della comunità scientifica non solo pneumologica e dell’industria farmaceutica nei confronti della IPF è aumentata esponenzialmente. La IPF viene considerata, a ragione, un classico esempio di malattia inesorabilmente progressiva. Almeno, ad oggi. Tuttavia, è probabile che in un futuro non troppo lontano avremo a disposizione una cura vera e propria per i nostri pazienti.</p>

		</div>
	</div>
<div class="vc_empty_space"   style="height: 40px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><div class="vc_message_box vc_message_box-standard vc_message_box-rounded vc_color-info" ><div class="vc_message_box-icon"><i class="fas fa-info-circle"></i></div><p><span style="color: #000080;"><strong>A Padova il Centro per le malattie rare del polmone</strong></span></p>
<p>L’Azienda Ospedaliera di Padova è uno dei più importanti centri di assistenza sanitaria italiani per i pazienti con malattie rare. Lo stretto legame con l’Università di Padova garantisce inoltre un’intensa attività di ricerca, sia di base che clinica. Uno dei fiori all’occhiello è il Centro per le malattie rare del polmone, che è parte integrante dell’Unità Operativa Complessa di Pneumologia, diretta dalla Prof.ssa Marina Saetta, nel quale opera una équipe multidisciplinare, essendo quello delle pneumopatie infiltrative diffuse un campo molto vasto e complesso. In particolare, il Centro collabora a stretto contatto con la Chirurgia Toracica, diretta dal Prof. Federico Rea, che è leader in Italia nel trapianto polmonare, con l’Anatomia Patologica (Prof.ssa Fiorella Calabrese) e con radiologi toracici. Il team del Centro per le malattie rare del polmone, è composto, oltre che dal Prof. Paolo Spagnolo, dalla Dott.ssa Elisabetta Balestro, che ha un’esperienza decennale nel campo, dal Dott. Davide Biondini, dal Dott. Federico Fracasso e dalla Dott.ssa Elisabetta Cocconcelli. L’obiettivo principale del Centro è fare una diagnosi precoce e gestire i pazienti in maniera globale; questo si traduce inevitabilmente in un grande vantaggio per l’utente che trova in un’unica struttura le diverse competenze che garantiscono il miglior percorso diagnostico-terapeutico. Il Centro unisce ad un’intensa attività clinica, un altrettanto intensa attività di ricerca che ha portato alla pubblicazione di numerosi articoli scientifici su importanti riviste internazionali. Il Centro infine, prende parte regolarmente a studi clinici che valutano l’efficacia e la sicurezza di nuovi farmaci per il trattamento della fibrosi polmonare idiopatica.</p>
</div></div></div></div></div></div></div></section><section data-bg-image="url" class="vc_row wpb_row vc_row-fluid medico vc_custom_1490177908413 row-contains-padding-top row-contains-padding-bottom liquid-row-shadowbox-6a9e6bb10e79e vc_row-has-fill vc_row-has-bg"><div class="ld-container container-fluid"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-3 liquid-column-6a9e6bb10e9b7"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper vc_custom_1490172226960"   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<h4>Prof. Paolo Spagnolo</h4>
<h5>Centro per le malattie rare del Polmone &#8211; U.O.C. di Pneumologia Azienda Ospedaliera Università di Padova</h5>
<p>Via N. Giustiani, 3 &#8211; 35128 Padova<br />
Segreteria: 049 8211272<br />
Fax: 049 8213110<br />
paolo.spagnolo@unipd.it</p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div></section><div class="vc_row-full-width vc_clearfix"></div><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6a9e6bb10f6b1"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6a9e6bb10f883"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><div class="vc_empty_space"   style="height: 20px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div></div></div></div></section>
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		<title>Malattie respiratorie: nuove frontiere da affrontare</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/malattie-respiratorie-nuove-frontiere-affrontare/</link>
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				<pubDate>Fri, 24 Nov 2017 14:31:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pneumologia]]></category>
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		<category><![CDATA[malattie respiratorie]]></category>
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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6a9e6bb110504"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6a9e6bb110721"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<h3><strong>Ce ne parla il Prof. Blasi del Dipartimento di Fisiopatologia Medico-Chirurgica e Trapianti dell’Università di Milano</strong></h3>
<p>Nuovi studi sull’eziopatogenesi e l’introduzione di nuovi farmaci sono le frontiere che la pneumologia sta affrontando in questo momento. Ce ne parla il <strong>Prof. Francesco Blasi</strong> del Dipartimento di Fisiopatologia Medico-Chirurgica e Trapianti dell’Università di Milano. Dopo la laurea conseguita all’Università di Milano, nel 1991 ha iniziato il dottorato di ricerca nelle malattie respiratorie. Dal 2001 è Professore Ordinario di Malattie Respiratorie all’Università di Milano e dal 2010 dirige la Clinica delle malattie respiratorie. È anche Direttore del Dipartimento di Medicina Interna, della U.O. Pneumologia e del Centro Fibrosi Cistica Adulti del Policlinico di Milano. È stato Presidente della ERS, Presidente della Società Italiana di Pneumologia ed è attualmente Presidente del Centro Studi della SIP/IRS.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><em>Quali possono essere le nuove frontiere della pneumologia e dove si potrebbero fare passi avanti?</em></span></p>
<p>Le nuove frontiere da affrontare in questo momento si presentano nella fibrosi polmonare idiopatica, nell’asma grave e nelle bronchiectasie. Riguardo la fibrosi polmonare idiopatica si è meglio compresa l’eziopatogenesi della malattia, paragonata ora ad una malattia neoplastica a carico dell’interstizio polmonare. Nell’asma grave invece, ci sono farmaci biologici innovativi che consentono il controllo della malattia in pazienti affetti da questa patologia. Riguardo le bronchiectasie si sono aperti studi su nuovi antibiotici per via inalatoria e studi sull’eziopatogenesi della malattia e quindi anche sulla genetica.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><em>Di cosa si tratta in sostanza?</em></span></p>
<p>Le bronchiectasie sono dilatazioni permanenti dell’albero bronchiale che costituiscono un problema clinico, perché il paziente ha infezioni ricorrenti, tosse ed espettorato cronico. Questa malattia è l’espressione clinica di diverse malattie tra cui anche forme idiopatiche dove la genetica potrebbe giocare un ruolo importante. Lo stesso vale per la fibrosi cistica, una malattia geneticamente predeterminata, che è caratterizzata dal blocco della funzione di una proteina di membrana. Sono disponibili adesso dei potenziatori di questa proteina che consentono di superare l’alterazione genetica e far riprendere la proteina a funzionare. La malattia è coperta da una legge dello stato che finanzia i centri di fibrosi cistica e questo ha consentito un salto di qualità nell’assistenza di questi pazienti.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><em>Anche in questo caso, si è cercato di intervenire sui geni?</em></span></p>
<p>Nella fibrosi cistica si è cercato dei vettori che portassero il gene corretto a livello epiteliale. Essendo però una malattia sistemica che colpisce tutto l’organismo, il gene andrebbe portato ovunque, cosa non facile. Tutti i tentativi finora fatti usando vettori virali di diversa natura sono falliti. Pur sviluppandosi soprattutto a livello polmonare, non è l’unico organo con complicanze. Per adesso non c’è una terapia genetica, ci sono correttori dell’attività della lettura del DNA e della produzione della proteina, terapia biologica, che ha un costo elevato e copre solo una parte dei pazienti. Ora abbiamo nuove diverse molecole associate a questa terapia e combinazioni che allargano la platea dei pazienti.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><em>A Milano la sua struttura segue tutte queste patologie e c’è qualcosa che contraddistingue il vostro lavoro?</em></span></p>
<p>Siamo il Centro Regionale per la fibrosi cistica nell’adulto e seguiamo in questo momento circa 350 pazienti ed abbiamo ancora circa 170 adulti seguiti dalla nostra pediatria. Il problema è sentito a tal punto che nel 2018 avremo un nuovo reparto con 10 letti in più, con stanze singole dedicate alla malattia. Inoltre siamo il primo centro trapianti in Italia. La nostra Chirurgia Toracica effettua tra i 25 ed i 30 trapianti l&#8217;anno, che sono circa il 20-25% dei trapianti in Italia. Circa il 45% dei pazienti che vengono trapiantati sono affetti da fibrosi cistica, vengono poi quelli con la fibrosi polmonare/malattie rare e qualche paziente con la BPCO. Siamo uno dei centri di riferimento italiani per i pazienti con la fibrosi cistica in fase terminale, per cui riceviamo pazienti da altri centri italiani per la gestione fino al trapianto.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><em>Come vede la pneumologia italiana nel palcoscenico internazionale?</em></span></p>
<p>La pneumologia in Italia purtroppo è in una situazione difficile, nonostante le malattie respiratorie siano tra le prime in termini di mortalità e morbidità. Invece siamo sicuramente il primo Paese nella ricerca e nell’assistenza di molte malattie respiratorie, ad esempio sulle bronchiectasie insieme all’Inghilterra e sulla fibrosi polmonare con gli Stati Uniti. In realtà la pneumologia italiana nel panorama internazionale ha un ruolo importantissimo ed è ai primi posti anche tra i dirigenti della Società Europea.</p>

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			<h4>Prof. Francesco Blasi</h4>
<h5>Dipartimento di Fisiopatologia Medico-Chirurgica e Trapianti Università degli Studi di Milano Dipartimento di Medicina Interna U.O. Pneumologia e Centro Fibrosi Cistica Adulti &#8211; Fondazione IRCCS Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico Milano</h5>
<p>Via F. Sforza, 35 &#8211; 20122 Milano<br />
Segreteria: 0250320623 &#8211; 55033782<br />
<a href="mailto:francesco.blasi@unimi.it">francesco.blasi@unimi.it</a></p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div></section><div class="vc_row-full-width vc_clearfix"></div><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6a9e6bb111ba3"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6a9e6bb111d6e"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><div class="vc_empty_space"   style="height: 20px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div></div></div></div></section>
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		<title>È a Padova il miglior centro d’Italia  per la cura delle malattie respiratorie</title>
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				<pubDate>Thu, 27 Jul 2017 09:29:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pneumologia]]></category>
		<category><![CDATA[broncoscopia]]></category>
		<category><![CDATA[chirurgia toracica]]></category>
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			<p><strong>La Prof.ssa Saetta, Direttore dell’Unità Operativa di Pneumologia dell’Azienda Ospedaliera di Padova, ci illustra i campi di specializzazione di questa struttura d’eccellenza</strong></p>
<p>L’Unità Operativa Complessa di Pneumologia dell’Azienda Ospedaliera Università di Padova si occupa delle più importanti patologie respiratorie, come la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), l’asma bronchiale, le neoplasie polmonari, le infezioni respiratorie e le fibrosi polmonari. È articolata in diversi servizi che presentano caratteristiche di alta specializzazione uniche nel panorama regionale e nazionale. A dirigerla la Prof.ssa Marina Saetta, Professore Ordinario dell’Università degli Studi di Padova, Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato Respiratorio e Direttore della Clinica Pneumologica del Dipartimento di Scienze Cardiologiche, Toraciche e Vascolari dell’Azienda Ospedaliera Università di Padova. È autrice di più di 200 pubblicazioni internazionali, che hanno totalizzato più di 11.000 citazioni. Negli anni si è distinta per aver ricevuto prestigiosi finanziamenti alla ricerca e numerosi riconoscimenti internazionali: tra i più importanti la Cournand Lecture, conferitale nel 1998, dalla European Respiratory Society (ERS), come “Miglior giovane pneumologo europeo” ed il Presidential Award, attribuitole nel 2015 sempre dalla ERS, in virtù «dell’eccellente contributo alla medicina respiratoria e per la sua passione nel trasmettere le conoscenze e formare giovani medici».</p>
<p><em>Prof.ssa Saetta, quali sono i punti di forza ed i servizi che distinguono l’Unità Complessa che dirige da tutte le altre Pneumologie?</em></p>
<p>I nostri punti di forza sono diversi. Sicuramente va annoverato il servizio di broncoscopia diagnostica ed interventistica, il cui responsabile è il Dott. Umberto Fantoni, coadiuvato dal Dott. Marco Damin, che esegue interventi di alta specializzazione per la diagnosi, il monitoraggio e la terapia del tumore del polmone, dell’enfisema polmonare e di altre importanti patologie evitando al paziente, in molti casi, interventi chirurgici invasivi. Un altro punto di forza è il Centro di Assistenza e Ricerca ad Alta Specializzazione su Asma bronchiale e Malattie Ostruttive Croniche indotte da fumo di sigaretta, che mira non solo alla cura del paziente ma anche alla ricerca dei meccanismi responsabili dello sviluppo di queste malattie. Il Centro, la cui responsabile è ora la Dott.ssa Kim Lokar Oliani, è stato classificato, dall’indagine del Corriere della Sera, al primo posto in Italia tra i centri pneumologici che si occupano di malattie ostruttive croniche. Siamo poi uno dei centri di riferimento dell’ERN (European Reference Network for Rare Diseases) per le Malattie Rare del polmone. Tra queste si annoverano le fibrosi polmonari, malattie estremamente invalidanti, per le quali ora esistono nuovi farmaci molto promettenti. Responsabili di questo Centro per le Malattie Rare sono il Prof. Paolo Spagnolo e la Dott.ssa Elisabetta Balestro. Altro fiore all’occhiello è la Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato Respiratorio, l’unica nel Triveneto, che accoglie giovani medici in formazione da tutta Italia. Attualmente il nostro team è composto da 18 medici specializzandi, 5 dirigenti medici, un Professore Associato universitario, 2 ricercatori, un dottorando di ricerca e 2 assegnisti di ricerca. Un altro elemento distintivo della nostra struttura è la stretta interazione Ospedale/Università, che è un fattore fondamentale nella cura dei pazienti, soprattutto quelli particolarmente complessi, che si rivolgono a noi da tutta Italia. L’attività clinica svolta è infatti strettamente collegata all’attività di ricerca. Abbiamo un ambulatorio dedicato esclusivamente alla preparazione ed al follow up dei pazienti da sottoporre a trapianto di polmone, che agisce in stretta connessione con la broncoscopia interventistica e con la Chirurgia Toracica. Il paziente viene monitorato e seguito prima e dopo il trapianto, ma ci occupiamo anche di quei pazienti che per qualche motivo non possono essere trapiantati. Creiamo così una rete, insieme alla Chirurgia Toracica, che ci consente di diventare punto di riferimento importante a livello nazionale per questi pazienti.</p>
<p><em>Quali patologie comportano il trapianto del polmone?</em></p>
<p>Le principali patologie che più frequentemente obbligano il paziente al trapianto sono la fibrosi cistica (altra patologia che seguiamo in prima persona grazie alla grande competenza del Dott. Marco Damin), le fibrosi polmonari e la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO). Fibrosi polmonare idiopatica e BPCO sono entrambe associate al fumo di sigaretta. Quest’ultima in particolare è la terza causa di morte al mondo, e qui la prevenzione può giocare un ruolo fondamentale. I dati dell’abitudine al fumo tra i giovani sono purtroppo allarmanti, con una diffusione in particolar modo tra le giovani donne. Che il fumo sia dannoso è una delle poche certezze della medicina. È necessario pertanto fare in modo che i giovani non comincino a fumare e che chi già lo fa smetta in tempo. Per questo abbiamo un ambulatorio specificamente dedicato ad aiutare le persone che fumano a smettere di fumare.</p>

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			<h4>Prof.ssa Marina Saetta</h4>
<h5>UOC di Pneumologia Azienda Ospedaliera Università di Padova</h5>
<p>Via Giustini, 3 &#8211; 35128Padova<br />
Segreteria: 049 8218515 &#8211; 516<br />
Fax: 049 8213110<br />
marina.saetta@unipd.it</p>

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