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		<title>Fondazione Pascale di Napoli: un centro d’avanguardia per la cura del melanoma</title>
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				<pubDate>Fri, 24 May 2019 14:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6aa9275def723"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6aa9275e0487e"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<p style="text-align: center;"><strong><em>Immunoterapia e target therapy sono oggi le terapie più innovative per curare il melanoma in fase metastatica. Molte anche le sperimentazioni per riuscire a curare sempre più persone</em></strong></p>
<p>La Fondazione Giovanni Pascale è uno dei più antichi IRCCS italiani, fondato nel 1933 dal Senatore Giovanni Pascale. Rinomato in tutto il mondo per l’attività di ricerca, sperimentale e clinica, unita a prestazioni assistenziali di elevata complessità e qualità, oggi costituisce una tra le più significative realtà sanitarie italiane e internazionali in campo oncologico. Al suo interno operano tante professionalità, organizzate in Dipartimenti d’organo. È il <strong>Prof. Paolo Ascierto</strong>, Direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative – una delle poche oggi sperimentali – a presentarci la struttura ed a spiegarci quali sono ad oggi le terapie più innovative per la cura del melanoma che, a livello cutaneo, vede ogni anno in Italia circa 14.000 nuovi casi. “La Fondazione Pascale è oggi, per il melanoma, un centro di riferimento nazionale ed uno dei più importanti a livello internazionale. Nell’ambito dell’Unità che dirigo, il trattamento del melanoma ha un ruolo di primaria importanza: con me lavorano 4 dermatologi che operano in ambulatorio per lo screening, visitando 60 persone al giorno. Al Pascale vediamo circa 600 casi di melanomi/anno in tutti gli stadi della malattia: 400 vengono dal nostro ambulatorio di screening e 200, soprattutto pazienti metastatici, inviati da altri centri. In questo momento in follow up abbiamo circa 5.000 pazienti in stadi diversi. Fortunatamente l’80% di questi sono diagnosi precoci, ma ogni anno muoiono circa 2.000 persone di melanoma. Se dunque una volta era considerata una malattia rara, oggi purtroppo non è più così”.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Che tipi di melanoma esistono e quali i principali fattori di rischio?</strong></p>
<p>“Esistono diversi tipi di melanoma: quello cutaneo, delle mucose e dell’uvea. Un tempo era una malattia tipica degli anziani, oggi, invece, si sta spostando verso fasce d’età più giovani e tra i più giovani (20-30 anni) è la prima causa di morte. Il principale fattore di rischio è legato ai raggi ultravioletti, sia con l’esposizione intensa al sole sia soprattutto per le lampade abbronzanti, considerate elementi cancerogeni di classe 1 e vietate per legge ai minori di 18 anni. Addirittura lo IARC (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro), organismo dell’OMS, ha evidenziato come l’esposizione ai raggi di queste lampade sotto i 35 anni aumenti del 75% il rischio di tumore della pelle”.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Quali sono, oggi, le terapie più innovative per il melanoma?</strong></p>
<p>“Con l’avvento dei nuovi farmaci – per lo studio dei quali un grande contributo è arrivato proprio dal Pascale – la storia del melanoma è cambiata radicalmente. Oggi le terapie più utilizzate sono l’immunoterapia e la target therapy. Avendo il Pascale acquisito un’esperienza importante con l’immunoterapia – ad oggi abbiamo trattato circa 3.000 pazienti – oggi ci riconoscono un ruolo di riferimento come esperti anche per altre neoplasie”.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Qual è la differenza tra le due terapie?</strong></p>
<p>“La target therapy viene utilizzata per quei pazienti affetti da melanoma della pelle metastatico con mutazione della proteina Braf (circa la metà dei casi). La mutazione fa sì che la cellula sia in continua proliferazione e determini lo sviluppo del tumore. Il farmaco target, un braf inibitore,  usato in combinazione con un altro inibitore della proteina cellulare MEK per un effetto ancora più potente, agisce in maniera selettiva sulla forma mutata della proteina per “spegnere” l’attività dovuta alla mutazione e bloccare l’evoluzione del tumore curando la malattia,  garantendo un’elevata efficacia e una sopravvivenza prolungata. L’immunoterapia, invece, funziona sbloccando alcuni “freni” inibitori del sistema immunitario e aiutando a riattivarlo contro le cellule tumorali. Al momento si conoscono due freni per i quali sono in commercio i farmaci: l’anti CTLA-4 e l’anti PD1, che sono le molecole scoperte dai Premi Nobel per la medicina James Allison e a Tasuku Honjo. Oggi grazie all’immunoterapia si è in grado di curare la metà dei melanomi in fase metastatica. Per l’altra metà dei pazienti c’è ancora tanto da fare e tutta una serie di farmaci in corso di sperimentazione. Nei pazienti con melanoma metastatico che presentano la mutazione BRAF si possono utilizzare entrambe le terapie e proprio in questo momento sto partecipando ad un nuovo studio (Secombit) per individuare la giusta sequenza dei due trattamenti”.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Quali sono i prossimi passi?</strong></p>
<p>“Negli ultimi anni si è cominciato a utilizzare le due terapie in fase precoce, ossia subito dopo la chirurgia, per prevenire le metastasi e ridurre il rischio di recidiva, ed entrambe terapie si sono dimostrate particolarmente efficaci. Al momento in Italia questi farmaci per il trattamento precoce non sono ancora rimborsabili ma l’approvazione è imminente, pertanto il prossimo obiettivo sarà proprio quello di poterli utilizzare non solo per la malattia in fase avanzata. E poi ci sono le nuove combinazioni di farmaci su cui stiamo lavorando per consentire anche al restante 50% dei pazienti con malattia metastatica, che non rispondono alle nuove terapie, di vivere più a lungo”.</p>

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			<p><strong>Prof. Paolo Ascierto</strong></p>
<p>Dir. Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative Fond. Pascale</p>
<p>Via Mariano Semmola, 53 – Napoli</p>
<p>Tel. 081 5903001</p>
<p>email: <a href="mailto:p.ascierto@istitutotumori.na.it">p.ascierto@istitutotumori.na.it</a></p>

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		<title>Enuresi, i rimedi per la pipì a letto</title>
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				<pubDate>Fri, 24 May 2019 13:31:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
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			<h3 style="text-align: center;"><em>Ce ne parla la <strong>Dottoressa Gabriella Aceto</strong>, </em><em>Pediatria Universitaria “Trambusti”- Policlinico di Bari</em></h3>
<p style="text-align: center;"><em>Col termine Enuresi s’intende una minzione completa durante il sonno a partire dai 5 anni d’età per le bambine e dai 6 anni per i bambini. Un fenomeno presente nel 15-20% dei ragazzi di età compresa fra i 5 e i 14 anni ma non solo; l’enuresi notturna riguarda anche il 2% circa della popolazione adulta. Ogni notte infatti fa pipì a letto un milione e duecento mila fra bambini e adolescenti  e 700mila adulti. Una diagnosi precoce è importante e la terapia è tanto più efficace quanto tempestiva.</em></p>
<p><strong>Quali sono le cause dell’enuresi?</strong></p>
<p>Non esiste un’unica causa, è più corretto parlare di un insieme di concause. E’ ormai comprovata la componente genetica: il rischio di urinare a letto è 5-7 volte più alto tra i bambini con un genitore che ne ha sofferto in età scolare e circa 11 volte superiore se la problematica ha interessato entrambi i genitori. Occorre però fare prima una distinzione importante fra enuresi primaria e secondaria. Nel primo caso la minzione notturna è sempre presente perché il bambino non ha imparato a contenere la pipì e non ha mai avuto un periodo asciutto notturno continuativo superiore ai sei mesi. Con enuresi secondaria invece s’intendono fenomeni di minzione notturna non continuativi, che avvengono dopo aver trovato il prefetto controllo della propria vescica. Varie possono essere le cause di questa problematica; oltre l’ereditarietà, i disturbi del sonno e disfunzioni di tipo fisiologico, come l&#8217;alterazione del ritmo circadiano della produzione di urina durante la notte e una vescica più piccola rispetto alla capacità attesa per quell’età o più attiva.</p>
<p><strong>Esistono anche cause psicologiche?</strong></p>
<p>Lo stress può influire ma non è più considerato causa primaria del disturbo, ma un fattore scatenante che unito ad altri squilibri dà origine al problema. Studi recenti hanno mostrato che circa il 60% dei bambini con enuresi viene sottoposto a visita pediatrica, il che equivale a dire che oltre 700mila non vengono curati per il loro problema. L’enuresi è spesso una problematica sommersa, a causa dell’omertà di molti genitori che volutamente non si confrontano con il pediatra perché si vergognano o, peggio ancora, pensano si tratti di un problema di tipo psicologico. Oggi però è stato ampiamente dimostrato che non è così.</p>
<p><strong>Crescendo il problema scompare?</strong></p>
<p>Crescere aiuta, ma non basta. Con l’età nei maschi cresce la prostata e fanno la loro comparsa gli ormoni che attenuano il problema. Gli estrogeni nelle donne aumentano la tenuta dei tessuti intorno all’uretra, ma chi ha sofferto di enuresi è probabile che in andropausa o menupausa abbia problemi d’incontinenza.</p>
<p>E’ importante allenare i bambini a fare correttamente pipì, educandoli ad esempio a non stare molte ore senza urinare o a non trattanerla troppo a lungo, a farla prima di andare a dormire. Anche parlarne è importante: il bambino che ha paura di bagnare il letto spesso si sente frustrato e ha problemi di autostima, dorme poco e può avere ripercussioni anche sul rendimento scolastico.</p>
<p>Utili anche una corretta alimentazione e idratazione; se abituiamo i bambini a bere durante il giorno aiutiamo le loro vesciche ad allargarsi, regolando così i processi di produzione di urina e di minzione.</p>
<p><strong>Quali sono i rimedi più utili?</strong></p>
<p>Varie possono essere le terapie per regolare il traffico di acqua a livello renale. Esistono terapie farmacologiche da utilizzare per un breve periodo di tempo e diminuire progressivamente. Vanno seguite scrupolosamente le indicazioni del medico.</p>
<p>Se il bambino ha una vescica piccola, un farmaco anticolinergico può aiutare a ridurne le contrazioni e aumentarne la capacità, specialmente se si verifica un’incontinenza anche diurna.</p>
<p>Anche in questo caso è necessario attenersi alle indicazioni del medico. Esistono poi dei piccoli dispositivi a batteria, disponibili in farmacia senza prescrizione medica, che lanciano l’allarme quando avvertono l&#8217;umidità sul pigiama o sulla biancheria da letto del bambino.</p>
<p>L&#8217;allarme suona proprio quando il bambino inizia a urinare in modo da svegliarlo. L’utilizzo di questo strumento può richiedere da uno a tre mesi per risolvere il problema, in molti casi funziona, ha un basso rischio di ricaduta o di effetti collaterali e così facendo si evita di somministrare farmaci.</p>

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			<p><strong>Dott.ssa Gabriella Aceto</strong></p>
<p>Pediatria Universitaria Trambusti, Policlinico di Bari</p>
<p>Tel: 0805593278</p>
<p>email: <a href="mailto:gabriella.aceto@policlinico.ba.it">gabriella.aceto@policlinico.ba.it</a></p>

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		<title>Enuresi notturna: cause e rimedi per sconfiggere la pipì a letto</title>
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				<pubDate>Mon, 29 Apr 2019 13:24:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Enuresi]]></category>
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			<h3 style="text-align: center;"><em><strong>Ce ne parla il Dottor Antonio D’Alessio, Chirurgo Urologo Pediatra e Pediatra. Direttore Unità Operativa Complessa di Chirurgia Pediatrica ASST_OVEST milanese, Ospedale di Legnano</strong></em></h3>
<p>Disturbo molto frequente da cui risulta affetto il 20% circa dei bambini di 5 anni, fra il 7-22% di 7 anni, fra il 5-13% di 10 anni e l’1-4% degli adolescenti, l&#8217;enuresi notturna è la perdita involontaria ed intermittente di urina durante il sonno in un&#8217;età nella quale dovrebbe essere maturato il controllo della ve-scica anche di notte. Si tratta di percentuali molto alte e probabilmente in di-fetto, perché spesso il problema rimane “sommerso” e non viene portato a conoscenza dei Pediatri di famiglia.</p>
<p><strong>Quali sono i fattori che determinano l&#8217;enuresi?</strong></p>
<p>L’enuresi rappresenta un evento fisiopatologico complesso nel quale entrano in gioco aspetti ereditari (carattere familiare nei 2/3 dei casi, incidenza più elevata nei maschi), meccanismi biochimici (composizione dell’urina) ed or-monali (deficit nell’incremento notturno di ormone antidiuretico), disfunzioni del serbatoio vescicale (vescica iperattiva con riduzione della capacità vesci-cale) e problemi di risveglio. Un paziente enuretico può bagnare il letto o per-ché di notte produce una quantità molto elevata di urine che non possono es-sere contenute nella vescica o se quest&#8217;ultima non è in grado di contenere le urine anche se prodotte in quantità normale. Questo non è dovuto ad una malformazione anatomica della vescica ma allo sviluppo di contrazioni im-provvise del muscolo che aumentano le pressioni all’interno del recipiente ve-scicale e non sono inibite dalle strutture nervose centrali.</p>
<p><strong>Esistono diversi tipi di enuresi?</strong></p>
<p>L’enuresi viene definita in relazione alle cause che l’hanno determinata. Al-cuni sottotipi incidono in maniera minore e hanno una base fisiopatologica differente rispetto ai tipi di enuresi prima menzionati, come quella associata ad apnea notturna ostruttiva o ad ipercalciuria. Le apnee notturne determi-nate da ipertrofia adenotonsillare, molto frequente in età pediatrica, possono determinare un aumento della produzione di urina durante la notte attraverso un complicato meccanismo fisiopatogenetico e spesso la guarigione o il mi-glioramento dell’ostruzione delle vie aeree migliora o guarisce l’enuresi. Nel secondo caso il passaggio di grandi quantità di calcio nelle urine porta alla poliuria perché l’acqua segue il calcio e non viene riassorbita dal rene. E&#8217; im-portante ricordare che l’enuresi non è un disturbo psicologico ma causa di scompensi psicologici, come la diminuzione dell’autostima.</p>
<p>Nella maggior parte dei casi l’enuresi è di tipo primario, quando cioè non si sono avute notti asciutte per un periodo continuativo di almeno 6 mesi (80% dei casi circa); nei restanti casi l’enuresi, definita secondaria, si manifesta dopo un periodo asciutto continuativo di almeno di 6 mesi.</p>
<p><strong>Come si può risolvere l&#8217;enuresi?</strong></p>
<p>Dopo i 5-6 anni il bambino che bagna ancora il letto deve essere preso in ca-rico. Questo non vuol dire che tutti i casi andranno trattati con terapia farma-cologica ma che tutti dovranno essere valutati dal P</p>
<p>Specialista. Nella maggior parte delle situazioni, una corretta anamnesi ed una visita medica scrupolosa escluderanno la presenza di cause malforma-tive; verrà poi consegnato un &#8220;diario minzionale&#8221;, che i genitori avranno cura di compilare con precisione. Dalla valutazione del diario si otterranno infor-mazioni molto importanti circa il numero di minzioni giornaliere, la presenza di urgenza o incontinenza diurna, sulla capacità della vescica, la quantità di li-quidi assunti ed il loro frazionamento durante la giornata e la quantità di urine emesse alla notte. Qualunque sia il tipo di enuresi, è importante applicare al-cune strategie comportamentali tra cui:</p>
<p>• Insegnare ai bambini a non trattenere troppo la pipì e ad andare in bagno subito prima di andare a letto alla sera</p>
<p>• Idratarsi in modo corretto, bere lungo tutto l&#8217;arco della giornata, permettendo così una corretta “ginnastica” vescicale diurna, con la possibilità di ridurre l’assunzione dei liquidi dopo le ore 18 e a cena</p>
<p>• Diminuire i cibi salati e che contengono molto calcio, latte, yogurt e formaggi a cena;</p>
<p>• Controllare eventuali situazioni di stitichezza che possono ripercuotersi sullo svuotamento vescicale facilitandone l’iperattività</p>
<p>• Seguire una dieta corretta in caso di sovrappeso.</p>

		</div>
	</div>
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			<p>Dott. <strong>Antonio D’Alessio</strong></p>
<p>Chirurgo Urologo Pediatra e</p>
<p>Pediatra. Direttore Unità Operativa Complessa di Chirurgia Pediatrica ASST_OVEST Milanese, Ospedale di Legnano.</p>
<p>email:<a href="mailto:antonio.dalessio@asst-ovestmi.it"> antonio.dalessio@asst-ovestmi.it</a></p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div></section><div class="vc_row-full-width vc_clearfix"></div><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6aa9275e0cce1"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6aa9275e0ce36"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><div class="vc_empty_space"   style="height: 20px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div></div></div></div></section>
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		<title>Progressi e nuove metodiche in campo pneumologico</title>
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				<comments>https://www.sanitaebenessere.it/progressi-e-nuove-metodiche-in-campo-pneumologico/#respond</comments>
				<pubDate>Mon, 29 Apr 2019 13:11:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Preview Pneumologia]]></category>
		<category><![CDATA[benessere]]></category>
		<category><![CDATA[CAMPO NEUROLOGICO]]></category>
		<category><![CDATA[dottore]]></category>
		<category><![CDATA[neurologia]]></category>
		<category><![CDATA[NUOVE METODICHE]]></category>
		<category><![CDATA[ospedale sant'orsola malpighi]]></category>
		<category><![CDATA[pneumologia]]></category>
		<category><![CDATA[PROGRESSI]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
		<category><![CDATA[STEFANO NAVA]]></category>
		<category><![CDATA[terapia intensiva respiratoria]]></category>

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			<h3 style="text-align: center;"><strong><em>Tra le novità, tecniche innovative per la cura dell’insufficienza respiratoria cronica e acuta</em></strong></h3>
<p>Laureato a Pavia, un’esperienza di tre anni in Canada e altre due presso l’Università di Leuven in Belgio e la Tufts University di Boston, due specializ-zazioni – una in malattie respiratorie e l’altra in anestesia e rianimazione – dal 2010 a Bologna, <strong>Stefano Nava</strong> è Professore ordinario delle malattie dell’apparato respiratorio all’Università Alma Mater di Bologna e Direttore della Pneumologia e Terapia Intensiva Respiratoria dell’Ospedale Sant’Orsola-Malpighi della città emiliana. L’attività dell&#8217;Unità Operativa – formata da 30 posti letto di degenza ordinaria e 7 di terapia intensiva, oltre ai day ospital, gli Ambulatori e i Laboratori – è finalizzata alla prevenzione, alla diagnosi e al trattamento del paziente stabile e con insufficienza d’organo acuta o cronica delle patologie dell’apparato respiratorio sia classiche – bronchite cronica e enfisema polmonare (BPCO), polmonite, tumore del polmone, asma bron-chiale, tubercolosi, sindrome delle apnee notturne – sia rare, come ad esem-pio la fibrosi polmonare, la sarcoidosi, la linfangioleiomiomatosi (LAM). Il “ca-vallo di battaglia” del dipartimento diretto dal Professor Nava è senza dubbio il trattamento dell’insufficienza respiratoria sia acuta che cronica.</p>
<p><strong>Quali sono stati i più sostanziali progressi nel campo della pneumologia negli ultimi anni?</strong></p>
<p>Essendo io, come formazione improntato alla cura anche dell’insufficienza d’organo, penso che la ventilazione non invasiva (di cui la scuola bolognese è stata pioniera a livello mondiale) sia nel paziente acuto che cronico, la rimo-zione extracorporea di CO2 e il nuovo trend di terapia, ossia gli alti flussi umi-dificati, siano in prospettiva le più grandi novità presenti e future. Si tratta di tre differenti metodiche per curare questa patologia. La prima è la più stan-dardizzata e, se vogliamo, più storicamente presente. La rimozione extracor-porea di CO2 e gli alti flussi umidificati sono, invece, nuove tecnologie. In par-ticolare, la rimozione di CO2, seppur ancora in via sperimentale, è sicura-mente una tecnica molto innovativa, specialistica e rivoluzionaria. Non dimen-tichiamoci, inoltre, della farmacologia, sempre più improntata alla personaliz-zazione del trattamento per ogni singolo paziente. La ricerca farmacologica ci vede ancora spesso attori “passivi” delle multinazionali. Il bello della ricerca clinica, come nel caso dei supporti ventilatori, ci vede invece, in alto a guar-dare l’orizzonte e la rotta che noi stessi abbiamo scelto.</p>
<p><strong>Qual è, invece, lo stato ad oggi dell’assistenza domiciliare respiratoria?</strong></p>
<p>Nel nostro Paese la situazione dell’assistenza domiciliare è caratterizzata da una grande disomogeneità non solo tra regioni diverse ma anche all’interno della stessa. Di suo, comunque, il sistema di home care e l’attività degli ope-ratori specializzati è importantissimo, non solo per ridurre ma addirittura per prevenire le acutizzazioni delle patologie, oltre che per prevenire anche rico-veri in ospedale. In questo senso un valido supporto arriva dal metodo della telemedicina, una delle più importanti applicazioni dell’innovazione tecnolo-gica nel campo della sanità. Se dunque un programma domiciliare serio è si-curamente in grado di ridurre i costi futuri e dare i suoi frutti, è altrettanto vero che i costi iniziali sono impegnativi ed è necessaria una notevole implementa-zione delle tecnologie da utilizzare.</p>
<p style="text-align: center;"><em><strong>La rimozione di CO2</strong></em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Sino ad oggi i trattamenti per curare l’insufficienza respiratoria acuta e cro-nica erano fondamentalmente due: uno invasivo, ovvero intubare i pazienti, l’altro non invasivo, ovvero eliminando l’anidride carbonica con maschera e respiratore. Oggi la ricerca ha portato alla scoperta di una terza via: un cate-tere nella vena che pesca il sangue, lo porta a un filtro e lo restituisce depu-rato dall’anidride carbonica. Una rimozione extracorporea della Co2 in grado di ridurre il ricorso all’intubazione e allo stesso tempo la mortalità dei pazienti.</em></p>

		</div>
	</div>
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			<p>Prof. <strong>Stefano Nava</strong></p>
<p>Pneumologia e Terapia Intensiva Respiratoria – Pad. 15, Ospedale Sant’Or-sola Malpighi</p>
<p>Via Massarenti 9, Bologna</p>
<p>Tel. 051 2143253</p>
<p>email: <a href="mailto:stefano.nava@aosp.bo.it">stefano.nava@aosp.bo.it</a></p>

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		<title>Infarto e rivascolarizzazione in urgenza, amiloidosi cardiaca</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/infarto-e-rivascolarizzazione-in-urgenza-amiloidosi-cardiaca/</link>
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				<pubDate>Thu, 18 Apr 2019 15:11:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus cardiovascolare]]></category>
		<category><![CDATA[AMILOIDOSI CARDIACA]]></category>
		<category><![CDATA[benessere]]></category>
		<category><![CDATA[cardiologia]]></category>
		<category><![CDATA[dottore]]></category>
		<category><![CDATA[GIUSEPPE MERCURO]]></category>
		<category><![CDATA[INFARTO]]></category>
		<category><![CDATA[MONSERRATO]]></category>
		<category><![CDATA[RIVASCOLARIZZAZIONE]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
		<category><![CDATA[URGENZA]]></category>

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			<h3><strong><em>Nonostante i progressi della Cardiologia, l’infarto è ancora mortale. Accesso precoce in ospedale e trattamento adeguato possono fare la differenza</em></strong></h3>
<p><strong>Cos’è la rivascolarizzazione miocardica?</strong></p>
<p>L&#8217;intervento di rivascolarizzazione miocardica promuove la riapertura della coronaria occlusa da un coagulo (trombo) e ripristina la circolazione del sangue nelle arterie del cuore. Può essere effettuato anche nei pazienti con ma-lattia coronarica nota e stabilizzata (ischemia cronica). Lo scopo, è quello di interrompere il dolore toracico, restituire il paziente alla sua vita normale e prolungarne la sopravvivenza. A parlarcene, il <strong>Professor Giuseppe Mercuro</strong>, Past President della SIC, Coordinatore Scientifico della <strong>Scuola Superiore di Cardiologia della stessa e Professore Ordinario del Dipartimento di Scienze Mediche e Sanità Pubblica dell’Università di Cagliari</strong>. “In primo luogo, l’inter-vento di rivascolarizzazione deve avvenire entro le prime due ore dall’infarto, evitando così che la prolungata mancanza di ossigeno provochi una lesione miocardica permanente. Non a caso è stato coniato lo slogan “il tempo è mu-scolo e vita”, che rende bene l’idea di come un intervento precoce possa sal-vare la vita e risparmiare molte fibrocellule miocardiche, che altrimenti mori-rebbero. La tecnica ad oggi considerata ideale (golden standard) è l’angiopla-stica coronarica primaria eseguita in laboratorio attrezzato da un cardiologo interventista. Prevede l’accesso alla coronaria mediante l’introduzione, attra-verso un’arteria periferica, di un catetere capace di attraversare il coagulo; il gonfiaggio di un palloncino presente all’apice del catetere e la compressione del trombo e della placca sulle pareti e, infine, il collocamento di una minu-scola protesi a maglie nell’arteria (stent) che, espandendosi, provvede a mantenerla aperta dopo la disostruzione. Oltre alla protesi coronarica tradi-zionale, con la sola funzione “meccanica”, è disponibile anche uno stent che rilascia in coronaria farmaci capaci di prevenire quel processo di crescita cel-lulare sulla parete del vaso che la stessa presenza di un corpo estraneo come lo stent può indurre. Infine, per impedire la possibile formazione di trombi nella coronaria dilatata e “stentata”, è necessario prescrivere al pa-ziente, per un certo periodo di tempo, una terapia con farmaci per la fluidifica-zione del sangue. In mancanza di angioplastica primaria (a causa di un ri-tardo nel ricovero, la distanza da un centro specializzato, l’impossibilità di in-serire il catetere), è possibile ricorrere a farmaci trombolitici per dissolvere il trombo, che si somministrano per via endovenosa, ma che non sono utilizza-bili in tutti i pazienti e che, comunque, possono produrre emorragie.</p>
<p><strong>Quali aspetti devono essere conosciuti per abbreviare i tempi?</strong></p>
<p>È importante conoscere i sintomi più frequenti: dolore al petto, sudorazione fredda, stato di malessere profondo, nausea e vomito. Il dolore è prossimo alla sede del cuore (precordiale) o allo spazio che sta dietro lo sterno (retro-sternale), può irradiarsi ai vasi del collo e alla gola, alla mandibola, al braccio sinistro e allo stomaco. È opportuno ricorrere al 118 in tutti i casi in cui si so-spetti un infarto per iniziare al più presto il monitoraggio del paziente, trattare le complicanze che possono verificarsi nelle prime ore (aritmie fatali come la fibrillazione ventricolare) e somministrare i primi farmaci efficaci sul trombo coronarico.</p>
<p><strong>Amiloidosi Cardiaca</strong></p>
<p>Per quanto l’amiloidosi sia una malattia rara, il cuore ne rappresenta una delle localizzazioni più frequenti. L’amiloidosi cardiaca risulta, ancora oggi, di difficile diagnosi, a causa della varietà e complessità dei quadri di presenta-zione. Ma la recente disponibilità di terapie risolutive hanno stimolato l’inte-resse della comunità scientifica nei confronti della malattia, consentendo la definizione di un condiviso iter diagnostico teso a valorizzare il sospetto cli-nico e, attraverso esami di facile esecuzione, approdare a indagini più com-plesse e conclusive. La cura dell’amilodosi cardiaca può divenire un buon esempio di medicina di precisione, al fine di conoscere la malattia per poterla riconoscere nel singolo paziente e curarla caso per caso come scienza e cli-nica oggi consentono. Importanti sono anche la formazione e l’aggiorna-mento tra medici e specialisti e creare un “osservatorio diffuso” sulla patolo-gia. Altrettanto importante è, a seguito dell’identificazione diagnostica, av-viare il paziente ad un centro clinico di provata esperienza. Infine, esiste la possibilità di sottoporre a un test genetico i membri della famiglia del paziente con amiloidosi per sapere se siano a rischio di malattia e dare la possibilità di un monitoraggio che ne potrebbe identificare le primissime manifestazioni.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>L’esercizio come terapia</strong></p>
<p style="text-align: center;">La Società Italiana di Cardiologia (SIC) è un’Associazione Scientifica Accade-mica che riunisce i cultori della Cardiologia al fine di promuovere il progresso nel campo della conoscenza e cura delle malattie cardiovascolari, favorire i rapporti tra cardiologi, i medici di medicina generale e gli specialisti di altre di-scipline, stabilire relazioni scientifiche con analoghe associazioni italiane, estere e organismi istituzionali. Nell’ambito di una vasta campagna di infor-mazione e supporto dei pazienti nel post-infarto, ha messo a punto un’App gratuita che, partendo dall’assunto che l’esercizio fisico regolare, svolto per la maggior parte dei giorni della settimana, migliora lo stato emotivo e psicolo-gico e riduce la mortalità cardiovascolare, consenta al paziente, riabilitato dopo un intervento di rivascolarizzazione miocardica, di praticare l’attività fi-sica nella quantità necessaria e con la giusta intensità.</p>

		</div>
	</div>
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			<p><strong>Prof. Giuseppe Mercuro</strong></p>
<p>Dip. di Scienze Mediche e Sanità Pubblica</p>
<p>Cittadella Universitaria di Monserrato &#8211; Asse Didattico E</p>
<p>SS 554 bivio Sestu &#8211; 09042 Monserrato (CA)</p>
<p>Tel. 070 6754955</p>
<p>email: <a href="mailto:mercuro@unica.it">mercuro@unica.it</a></p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div></section><div class="vc_row-full-width vc_clearfix"></div><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6aa9275e11144"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6aa9275e1128a"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><div class="vc_empty_space"   style="height: 20px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div></div></div></div></section>
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		<title>Ictus e forame ovale pervio: il punto di vista del neurologo</title>
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				<pubDate>Thu, 18 Apr 2019 15:02:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus cardiovascolare]]></category>
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			<h3><em><strong>Possono essere molte le cause di un ictus giovanile: servono competenze neurologiche specifiche per comprendere le cause e scegliere le procedure adeguate</strong></em></h3>
<p>Di fronte ad un episodio di ictus criptogenetico in pazienti giovani vanno presi in considerazione diversi fattori causali, tra i quali il forame ovale pervio (FOP), per stabilire la causa che ha portato all’evento ischemico cerebrale e agire di conseguenza. Ne abbiamo parlato con il Dottor Paolo Cerrato, Re-sponsabile della Stroke Unit dell’Ospedale Molinette della Città della Salute di Torino, centro di riferimento per il trattamento e la cura dell’Ictus in Italia.</p>
<p><strong>Dottore, cos’è un ictus criptogenetico e quali possono essere le cause in età giovanile?</strong></p>
<p>Il termine criptogenetico identifica tutti quei casi in cui c’è una causa non chiara, non evidente, nascosta. Si tratta di circa il 20% di tutti gli eventi cere-brovascolari. Nello specifico, nel soggetto di età giovanile – intendiamo per-sone sotto i 45 anni – l’incidenza di nuovi eventi ischemici cerebrali è di circa 10/15 ogni 100 mila abitanti l&#8217;anno, mentre in età pediatrica (sotto i 18 anni) l’incidenza è ancora più bassa: 1 / 2casi su 100mila. Nell’ictus pediatrico e giovanile abbiamo due cause principali: la dissecazione delle arterie cerebrali (una sorta di lacerazione dell’arteria), che può essere traumatica o sponta-nea, e l’ictus da embolia cardiaca dovuta al forame ovale pervio.</p>
<p><strong>Come vengono gestiti questi episodi?</strong></p>
<p>Un paziente che ha un evento ischemico cerebrale, che sia un TIA (attacco ischemico transitorio) o un ictus, deve recarsi immediatamente in pronto soc-corso e ricoverato in neurologia o nelle Stroke Unit dedicate all’ictus, dove viene gestito in primis da un neurologo. Se poi, dagli accertamenti, si scopre che è presente un forame ovale pervio, il neurologo si interfaccia con il car-diologo per la diagnostica e per le ricerche terapeutiche così da decidere se intervenire con la chiusura meccanica. Nella valutazione dell’intervento si prendono in considerazione diversi aspetti, oltre all’età del paziente: l’esclu-sione di altri fattori cardiovasolari, le caratteristiche morfologiche e anatomi-che del forame ovale pervio (se è di grosse dimensioni o se presenta l’aneuri-sma del setto) o ancora se ci sono dei trombi nelle vene delle gambe. In que-sti casi si propende sempre per l’intervento. Negli ultimi due anni infatti, sono stati pubblicati una serie di studi che hanno dimostrato come ci sia un certo</p>
<p>beneficio nel chiudere il forame ovale pervio per via endovascolare, piuttosto che trattare i pazienti con la sola terapia medica. Nella nostra Stroke Unit ri-coveriamo circa 420 pazienti con ictus, di cui circa una quarantina all’anno con ictus giovanile e di questi circa la metà con un forame ovale pervio che viene solitamente proposto per la chiusura, in sinergia con il Cardiologo Emo-dinamista che effettua poi l’intervento in via percutanea senza chirurgia.</p>
<p><strong>Attenzione alla diagnosi</strong></p>
<p>Mi preme sottolineare che, proprio in presenza di soggetti giovani, è fonda-mentale rivolgersi sempre a un centro specializzato in cui siano presenti neu-rologi esperti in vasculopatie giovanili: prima di attribuire un ruolo causale al forame ovale pervio, infatti, vanno escluse tutte le altre spiegazioni e tutte le altre cause. Essendo, infatti, il forame così comune tra i giovani, si rischia al-trimenti di dare automaticamente un ruolo causale a questa malformazione che invece potrebbe non avere. Oltre alla dissecazione, infatti, che è la più comune insieme al forame, c’è un elenco lunghissimo di altre patologie rare o molto rare che vanno conosciute e diagnosticate per poter essere escluse. Solo per fare qualche esempio la Sindrome di Sneddon, alcune alterazioni della coagulazione, la malattia di Fabry o ancora malattie tipiche di alcune popolazioni e non di altre come la sindrome di Moyamoya (letteralmente nu-vola di fumo), un’arteropatia tipica degli orientali.</p>

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			<p>Dott. Paolo Cerrato</p>
<p>Resp. Stroke Unit – Dip. Neuroscienze della Città della Salute e della</p>
<p>Scienza di Torino</p>
<p>C.so Bramante, 88 – Torino</p>
<p>Tel. 011/633.5548 – 4802</p>
<p>email: <a href="mailto:pcerrato@cittadellasalute.to.it">pcerrato@cittadellasalute.to.it</a></p>

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		<title>Ictus in età giovanile e forame ovale pervio: il punto di vista del cardiologo</title>
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				<pubDate>Thu, 18 Apr 2019 14:41:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus cardiovascolare]]></category>
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			<h3><strong><em>Quando può esserci una relazione tra ischemie senza causa apparente e questa anomalia cardiaca e come intervenire</em></strong></h3>
<p>Pazienti giovani, sportivi, con uno stile di vita sano e nessun fattore di rischio cardiovascolare che improvvisamente hanno uno o più episodi di ischemia cerebrale. Una delle possibili cause può e deve essere ricercata in un’ano-malia morfologica del cuore, molto più diffusa tra la popolazione (circa il 20%) di quanto si possa immaginare: il forame ovale pervio che, oggi, può essere risolto con successo grazie a una procedura mini invasiva e risolutiva, come spiega il <strong>Dottor Mario Carminati</strong>, Cardiologo dell’I.R.C.C.S. Policlinico San Donato (MI).</p>
<p><strong>Professore, cosa si intende per forame ovale pervio?</strong></p>
<p>Il forame ovale pervio (PFO) è un’anomalia congenita del cuore che consiste nella persistenza di un foro che mette in comunicazione l’atrio destro con l’atrio sinistro del cuore. Fisiologicamente il forame è pervio durante la vita fe-tale ma, subito dopo la nascita, la membrana del forame ovale si accolla alla parte muscolare del setto interatriale e quindi non avviene più alcuna comuni-cazione tra i due atri. Il mancato accollamento determina questa anomalia.</p>
<p><strong>Qual è l’interesse per questa anomalia nella pratica clinica?</strong></p>
<p>È legato agli eventi ischemici cerebrali cosiddetti criptogenetici, ossia per i quali apparentemente non è identificata una causa dimostrata. In alcuni casi, infatti, questo tipo di evento può essere potenzialmente messo in relazione con la pervietà del forame ovale sulla base del presunto meccanismo di em-bolia paradossa: un’ischemia cerebrale può essere, infatti, determinata da un trombo che si forma nel sistema venoso profondo, si stacca dalla parete della vena, diventa un embolo, arriva nell’atrio destro, attraverso il forame ovale passa in quello sinistro, quindi nel ventricolo sinistro, poi nell’aorta e da lì in un’arteria periferica, ad esempio un’ arteria cerebrale. Da qui la relazione tra le due patologie. Quindi, quando un evento ischemico cerebrale avviene senza causa apparente, soprattutto in una persona giovane, si procede con una serie di accertamenti per cercarne l’eventuale causa e tra questi si va an-che alla ricerca della pervietà del forame ovale.</p>
<p><strong>Come si esegue la ricerca del forame?</strong></p>
<p>Si effettua un’ecocontrastografia: tramite un’ecocardiografia o un doppler transcranico si inietta in una ven</p>
<p>soluzione fisiologica) che provoca un effetto di bollicine (bubble test). Normal-mente se non c’è una comunicazione tra atrio destro e sinistro le bollicine ri-mangono confinate nel cuore destro. Se, invece, c’è uno shunt ossia un pas-saggio di bollicine da un atrio all’altro, si conferma la pervietà del forame. E si conferma quindi anche la potenzialità che si sia verificata un’embolia para-dossa. Se dunque non è possibile affermare che l’evento ischemico sia stato causato da un’embolia, tuttavia questa probabilità è proporzionalmente più alta quanto più giovane è il paziente e quanto più non vengano identificati al-tri fattori di rischio cardiovascolari.</p>
<p><strong>A questo punto come si può intervenire?</strong></p>
<p>Per avere una diagnosi definitiva bisogna eseguire anche un ecocardio-gramma transesofageo, che permette una definizione più accurata della mor-fologia del setto interatriale. Una volta completato il workup diagnostico, la te-rapia “classica”, conservativa, che si può mettere in atto, è di tipo farmacolo-gico antiaggregante, che ha lo scopo di ridurre il rischio di formazione di trombi. Viceversa si può decidere di intervenire optando per la chiusura mec-canica del forame ovale. Dagli ultimi studi clinici, infatti, è stato dimostrato che questa procedura, applicata a un gruppo selezionato di pazienti con de-terminate caratteristiche – giovani, senza altri fattori di rischio cardiovascolari e che hanno avuto uno o più eventi ischemici cerebrali – sia più efficace nel prevenire recidive rispetto alla sola terapia farmacologica.</p>
<p><strong>In cosa consiste l’intervento?</strong></p>
<p>La procedura viene eseguita pungendo la vena femorale per introdurre un ca-tetere che arriva fino all’interno del cuore dove viene posizionato un occlu-sore sotto controllo fluoroscopico (ossia con monitor radiologici) e anche con un monitoraggio ecocardiografico. Si tratta di un intervento solitamente coro-nato da successo, con rischi di complicanze molto bassi e che richiede un ri-covero molto breve: in un paio di giorni il paziente può tornare a casa e ri-prendere la sua vita normale. Il device introdotto nell’arco di qualche mese viene endotelizzato, cioè ricoperto da uno strato di cellule che l’organismo co-struisce e che inglobano l’occlusore nei tessuti dell’organismo in modo defini-tivo. Soprattutto nelle persone molto giovani questa procedura, seguita da una terapia antiaggregante per un periodo limitato di circa 6 mesi, è sicura-mente una soluzione efficace e definitiva rispetto al dover essere sottoposti a vita ad una terapia farmacologica.</p>

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			<p><strong>Dott. Mario Carminati</strong></p>
<p>Responsabile Unità Operativa di</p>
<p>Cardiologia Pediatrica e Congeniti Adulti</p>
<p>Ospedale I.R.C.C.S. Policlinico San Donato</p>
<p>Piazza Edmondo Malan, 2 –</p>
<p>S. Donato Milanese (MI)</p>
<p>Tel. 02-52774531</p>

		</div>
	</div>
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		<title>Il difetto interatriale nell’adulto: dalla diagnosi all’intervento</title>
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				<pubDate>Thu, 18 Apr 2019 14:32:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus cardiovascolare]]></category>
		<category><![CDATA[ANDREA DONTI]]></category>
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			<h3><strong>Come riconoscere questa malformazione congenita, quando intervenire e con quale tipologia di terapia</strong></h3>
<p>La maggior parte delle cardiopatie congenite oggi viene scoperta in età pe-diatrica e talvolta anche prima della nascita. Tuttavia alcune patologie, che sono totalmente asintomatiche, possono sfuggire alla diagnosi ed essere quindi diagnosticate per la prima volta in persone adulte. Le più comuni sono la valvola aortica bicuspide e il difetto interatriale (DIA), di cui ci parla il <strong>Dottor Andrea Donti</strong>, Responsabile della Cardiologia Pediatrica e dell’Età Evolutiva dell’AO-Universitaria di Bologna Policlinico S. Orsola-Malpighi.</p>
<p><strong>Dottore, come si arriva alla diagnosi nel paziente adulto?</strong></p>
<p>Mentre nel bambino il DIA è quasi sempre asintomatico, nell’adulto questa malformazione può determinare la comparsa di sintomi. I più comuni sono l’affanno di respiro durante l’attività fisica, ridotta tolleranza allo sforzo oppure il batticuore in conseguenza di aritmie e in particolar modo la fibrillazione atriale. Talvolta invece il sospetto diagnostico può essere del tutto occasio-nale: ad esempio riscontrando una dilatazione del cuore in una lastra del to-race oppure ascoltando un soffio cardiaco ad una visita clinica di routine o ancora vedendo l’aspetto patologico in un elettrocardiogramma eseguito per motivi di screening. La diagnosi richiede a questo punto di essere confermata ed approfondita con altri esami: soprattutto l’ecocardiografia e solo raramente una Tac o una Risonanza per definire esattamente il difetto e la strategia te-rapeutica.</p>
<p><strong>È sempre necessario intervenire su questo difetto in un adulto?</strong></p>
<p>Esistono casi rari, con un importante aumento della pressione polmonare, nei quali può essere preferibile non intervenire perché l’intervento potrebbe risul-tare più pericoloso della patologia stessa. In generale però, il consiglio è sempre quello di chiudere il difetto, scegliendo tra due opzioni terapeutiche: la chirurgia tradizionale in circolazione extracorporea oppure la chiusura transcatetere utilizzando dei dispositivi chiamati “ombrellini” che vengono tra-sportati e posizionati all’interno del cuore attraverso piccoli cateteri inseriti dalla vena femorale a livello dell’inguine. Gli ombrellini attualmente disponibili hanno caratteristiche diverse fra loro: in base alla forma e alle dimensioni del</p>
<p>difetto, viene scelto l’ombrellino che si ritiene maggiormente in grado di adat-tarsi all’anatomia del singolo paziente. Una volta nel cuore questi dispositivi vengono rivestiti dalle cellule che rivestono l’interno del cuore e inglobati all’interno del setto interatriale, in un tempo di circa sei mesi, durante il quale il paziente deve seguire una terapia farmacologica antiaggregante. È bene sottolineare che non tutti i tipi di difetto interatriale possono essere curati con entrambe le terapie: il più comune di tutti, l’ostium secundum, oggi nell’80% dei casi si può trattare con la chiusura transcatetere. Altri tipi di difetto richie-dono, invece, ancor oggi come unica soluzione la chirurgia tradizionale che, comunque, ha fatto grandi passi avanti e ha dei rischi molto bassi a fronte di ottimi risultati. La scelta dunque viene fatta in base al tipo di difetto. Dove è possibile, si preferisce la chiusura attraverso il catetere, perché ha degli in-dubbi vantaggi rispetto alla chirurgia tradizionale: elimina i rischi della chirur-gia, accorcia i tempi di degenza, ma soprattutto diminuisce quelli di recupero. Tuttavia anche la chiusura transcatetere è una procedura delicata e non è priva di rischi che, seppur minimi (siamo nell’ordine di uno 0,2-0,3%), pos-sono avere conseguenze rilevanti come la necessità di ricorrere alla chirurgia tradizionale per una complicanza acuta.</p>
<p>Mi preme quindi sottolineare come sia fondamentale rivolgersi sempre – sia per la procedura in sé che per la scelta del tipo di terapia – a strutture che ab-biano maturato una certa esperienza e un volume di interventi significativo nel campo del trattamento sia cardiologico che cardiochirurgico delle cardio-patie congenite.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Il difetto interatriale (DIA)</strong></p>
<p style="text-align: center;">È una malformazione congenita che consiste nella presenza di un foro tra i due atri del cuore con conseguente passaggio di sangue dall’atrio sinistro all’atrio destro, quindi nel ventricolo destro e infine nei polmoni. Se il difetto è ampio, comporta nel tempo una dilatazione nella parte destra del cuore e un eccesso di sangue all’interno del polmone. A seconda delle dimensioni e della posizione del foro, si hanno diverse tipologie di DIA. Quello più diffuso è l’ostium secundum. Oggi, nella maggior parte dei casi, questo tipo di malfor-mazione si tratta senza ricorso alla chirurgia tradizionale bensì occludendo il DIA con dispositivi comunemente detti “ombrellini” inseriti da una vena dell’in-guine.</p>

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			<p><strong>Dott. Andrea Donti</strong></p>
<p>Resp. della Cardiologia Pediatrica e dell’Età Evolutiva dell’AO-Universitaria di Bologna</p>
<p>Policlinico S. Orsola-Malpighi</p>
<p>Via Albertoni, 25 &#8211; Bologna</p>
<p>Tel. 051 2143437</p>
<p>email: <a href="mailto:segr.card.ped@aosp.bo.it">segr.card.ped@aosp.bo.it</a></p>

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		<title>Trieste all’avanguardia in Italia per la Cardiologia</title>
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				<pubDate>Thu, 18 Apr 2019 14:13:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus cardiovascolare]]></category>
		<category><![CDATA[benessere]]></category>
		<category><![CDATA[cardiologia]]></category>
		<category><![CDATA[cardiovascolare]]></category>
		<category><![CDATA[dottor sinagra]]></category>
		<category><![CDATA[innovcazione tecnologica]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
		<category><![CDATA[trieste]]></category>

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			<h3><em>Innovazione tecnologica, interazione dipartimentale, ricerca, attenzione umana al paziente i punti di forza</em></h3>
<p>La S.C di Cardiologia dell’ A.S Universitaria Integrata di Trieste nasce nel 1964 ed è sempre stata connotata dall’avanzamento tecnologico, la collegia-lità d’approccio, l’attenzione umana al malato e un’organizzazione fortemente orientata alla continuità ospedale-territorio. Un Heart Team concreto con Car-diochirurgia e Cardioanestesia e l’interazione dipartimentale con il Centro Cardiovascolare territoriale costituiscono i punti di forza per rispondere con efficacia e appropriatezza ai bisogni dei pazienti. Dal 1999 è diretta dal <strong>Prof. Gianfranco Sinagra</strong>, Professore Ordinario di Cardiologia e Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato Cardiovascolare dell’Uni-versità degli Studi di Trieste.</p>
<p>“La struttura è Centro di Riferimento per le Cardiomiopatie, lo Scompenso Cardiaco e la Cardiologia Invasiva, incluso il trattamento percutaneo dei di-fetti congeniti, delle cardiopatie valvolari e dei disordini del ritmo. Dal 2010 è attivo il Laboratorio di Ricerca in Cardiologia Molecolare e Medicina Trasla-zionale. Siamo inoltre sede della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato Cardiovascolare dell’Università degli Studi di Trieste che offre una rete formativa articolata e molteplici attività nell’ambito di Corsi di Laurea, Master ed Attività professionalizzanti nazionali ed internazionali. Un’intensa collaborazione con la Cardiochirurgia e Cardioanestesia ha consentito inoltre l’attivazione di un programma di assistenza ECMO per procedure interventi-stiche ad alta complessità in pazienti clinicamente instabili, mentre una serie di Registri consentono il monitoraggio costante dei percorsi e delle proce-dure”.</p>
<p><strong>Qual è la mission clinico-organizzativa della struttura?</strong></p>
<p>Il paziente è la nostra priorità. La nostra mission è quella di rispondere ai suoi bisogni con prestazioni di eccellenza, attenzione alla persona, puntando alla massima qualità e appropriatezza, all’ascolto, al coinvolgimento e alla comu-nicazione. L’innovazione continua di pensiero, organizzazione e tecnologie riveste un ruolo fondamentale, così come le scelte sostenibili. La filosofia che ci guida è quella dell’ “io” come parte del “sistema”.</p>
<p><strong>Quali sono le principali novità nello studio delle Cardiomiopatie?</strong></p>
<p>La Ricerca nel campo dello Scompenso Cardiaco e Cardiomiopatie è sempre stata un nostro punto qualificante. Dalla fine degli anni ’70 è stato istituito il Registro Cardiomiopatie che a oggi include 8 linee di attività sui vari capitoli di patologia per oltre 2100 pazienti. Le Cardiomiopatie sono malattie primitive o geneticamente determinate del Miocardio, che colpiscono soggetti media-mente giovani, spesso in aggregazione familiare. Al capitolo delle cardiomio-patie afferiscono anche le Miocarditi e le Cardiotossicità miocardiche. Lo stu-dio di queste malattie richiede specifiche competenze, protocolli di studio specifici, applicazione estensiva e valutazione accurata della Risonanza Ma-gnetica, caratterizzazione genetica e in casi selezionati biopsia endomiocar-</p>
<p>dica. Tutto ciò è possibile attraverso la larga esperienza del Centro e le colla-borazioni multidisciplinari, in particolare con l’IRCCS Burlo Garofolo e la se-zione di Patologia Cardiovascolare dell’Università di Trieste. Dalla fine degli anni ’80 è stata istituita una biobanca che ad oggi include materiali biologici di oltre 2000 pazienti. Per le attività di Ricerca sono attive inoltre diverse colla-borazioni internazionali.</p>
<p><strong>In questo ambito si colloca il Progetto Innovativo CardioRiGen</strong></p>
<p>Esattamente. Ideato da me e da Mauro Giacca e recentemente finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste, il Progetto si propone due obiettivi generali ambiziosi: da un lato, applicare le tecnologie più avanzate di sequenziamento del DNA e di creazione di cellule staminali personalizzate per individuare la migliore terapia possibile per ogni paziente con malattia cardiaca; dall’altro, sviluppare nuove terapie basate sui geni per stimolare la rigenerazione cardiaca dopo l’infarto. In entrambi i settori, la collaborazione tra ASUITS e ICGEB (International Centre for Genetic Engineering and Bio-technology) ha portato a risultati di eccellenza di livello internazionale. Il pro-gramma di lavoro contempla uno sviluppo temporale di tre anni. Il personale coinvolto opererà nel Laboratorio del Centro Clinico Sperimentale di Cardiolo-logia Molecolare presso la S.C di Cardiologia dell’Ospedale di Cattinara. A partire da una singola cellula del sangue o della pelle è oggi possibile otte-nere per ogni paziente una coltura di cellule staminali personalizzate, che poi possono diventare cellule contrattili del cuore. È un approccio di straordinario valore per saggiare l’efficacia di farmaci in maniera personalizzata per ogni paziente. Oltre a questa medicina di precisione, proseguiranno anche gli studi sulla possibilità di rigenerare il cuore dopo un infarto, un traguardo che oggi sembra possibile grazie alla scoperta di piccoli RNA in grado di rimettere in moto il meccanismo di proliferazione delle cellule cardiache.</p>
<p><strong>Quali sono le ultime innovazioni nelle terapie per lo scompenso cardiaco?</strong></p>
<p>Recentemente la focalizzazione è andata a molecole ad alta innovazione come l’associazione Sacubitril-Valsartan che hanno mostrato un significativo valore aggiunto rispetto alla terapia con Ace inibitori e alla terapia non farma-cologica con l’impiego di dispositivi di resincronizzazione e di prevenzione primaria della morte improvvisa mediante defibrillatore. Collateralmente è aumentata la consapevolezza della necessità di un’attenta caratterizzazione delle cause dello scompenso, utili ad orientare in maniera specifica la terapia e alle comorbilità come gli stati di carenza di ferro, la presenza del diabete o dell’insufficienza renale come condizioni da inquadrare, seguire e correggere.</p>
<p>&nbsp;</p>

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	</div>
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			<p><strong>Prof. Gianfranco Sinagra</strong></p>
<p>Dipartimento ad Attività Integrata Cardiotoracovascolare</p>
<p>Azienda Sanitaria Universitaria di Trieste</p>
<p>via Pietro Valdoni 7, Trieste</p>
<p>Tel. 040 3994477</p>
<p>email: <a href="mailto:cardiologia@asuits.sanita.fvg.it">cardiologia@asuits.sanita.fvg.it</a></p>

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		<title>Una clip per curare la valvola mitrale</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/una-clip-per-curare-la-valvola-mitrale/</link>
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				<pubDate>Mon, 08 Apr 2019 15:32:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus cardiovascolare]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Bartorelli]]></category>
		<category><![CDATA[benessere]]></category>
		<category><![CDATA[centro cardiologo monzino]]></category>
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		<category><![CDATA[focus cardiovascolare]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
		<category><![CDATA[valvola mitrale]]></category>

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			<h3><strong>È il sistema mini invasivo più affermato al mondo per il trattamento dell’insuf-ficienza mitralica nei pazienti che non possono essere sottoposti ad inter-vento cardiochirurgico</strong></h3>
<p>Il sistema di riparazione denominato Mitral Clip è oggi considerato il disposi-tivo più valido per il trattamento dell’insufficienza della valvola mitralica se-vera, una patologia che oggi colpisce circa l’11% della popolazione sopra i 70 anni e ha un importante impatto sulla prognosi e sulla qualità di vita dei pa-zienti. A parlarcene è il Professor <strong>Antonio Bartorelli</strong>, Ordinario di Cardiologia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi Milano e Coordinatore della Cardiologia Interventistica presso il Centro Cardiologico Monzino di Milano, dove da anni si utilizza questa tecnica con risultati molto soddisfacenti.</p>
<p>Il dispositivo Mitral Clip è nato dall’intuizione di un gruppo di ingegneri ameri-cani che pensarono di replicare la tecnica cardiochirurgica sviluppata dal Prof. Ottavio Alfieri e denominata Edge-to-Edge: un punto chirurgico che univa i due lembi valvolari creando un doppio orifizio che permetteva alla val-vola di chiudersi nuovamente in maniera corretta senza più avere rigurgito e ad aprirsi senza creare stenosi. La clip non fa altro che riprodurre il punto chi-rurgico ridando alla valvola la sua continenza. Il primo caso al mondo fu ese-guito a Caracas nel 2003: il paziente è tuttora vivente e sta bene. Nel 2004 è stato avviato Everest, il primo studio randomizzato che mise a confronto que-sta tecnica con quella cardiochirurgica dimostrando che il sistema della Mitral Clip era sicuro e aveva un notevole impatto sulla sintomatologia e sulla qua-lità di vita dei pazienti affetti da insufficienza mitralica. Il risultato in termini di riduzione dell’insufficienza della valvola era meno soddisfacente di quello chi-rurgico ma era comunque molto valido nel migliorare la qualità di vita dei pa-zienti. Questo ha portato nel 2008 all’ottenimento del marchio CE, a cui è se-guita poi l’approvazione della Food and Drug Administration americana. Oggi è la procedura più affermata nell’ambito della riparazione non chirurgica della valvola. Si stima, infatti, che nel mondo siano state fatte oltre 80.000 proce-dure, di cui 5.000 in Italia. COAPT, lo studio più recente che è stato fatto ne-gli Stati Uniti e che ha messo a confronto l’intervento con Mitral Clip alla sola terapia per lo scompenso che consegue alla grave insufficienza della valvola in 610 pazienti, ha dimostrato una riduzione, rispetto al solo trattamento con-servativo con i farmaci, del 47% delle ospedalizzazioni e del 38% della mor-talità.</p>
<p><span style="color: #000080;"><strong>Per chi è indicata questo tipo di procedura?</strong></span></p>
<p>La scelta tra l’intervento chirurgico e la tecnica delle clip si basa sul rischio chirurgico del paziente: se la persona è molto anziana o ha delle comorbilità (altre patologie gravi o ha subito già degli interventi soprattutto di natura tora-cica o cardiochirurgica) che rendono l’intervento chirurgico a cuore aperto e circolazione extracorporea a rischio, la tecnica della Mitral Clip è una solu-zione molto valida. In tutti gli altri casi, l’intervento cardiochirurgico di ripara-zione o sostituzione della valvola resta la procedura standard.</p>
<p><span style="color: #000080;"><strong>Come viene applicata la clip?</strong></span></p>
<p>La procedura è estremamente mini invasiva perché comporta soltanto una puntura della vena femorale per l’introduzione di un lungo catetere che arriva fino all’atrio di destra, quindi la puntura del setto interatriale per il passaggio del catetere dall’atrio destro a quello sinistro e da qui alla valvola mitrale, dove si possono agganciare i lembi valvolari e installare la clip. La degenza è molto breve e non comporta alcuna riabilitazione, ha tempi di recupero molto veloci e migliora decisamente la qualità di vita dei pazienti.</p>
<p><strong><span style="color: #000080;">È bene rivolgersi a un centro specializzato?</span></strong></p>
<p>Assolutamente sì. Questo intervento richiede, infatti, un team di cardiologi in-terventisti, cardiochirurghi, ecocardiografisti (perché la procedura è guidata da un ecocardiogramma transesofageo) e di anestesisti molto affiatato ed esperto.</p>
<p>&nbsp;</p>

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	</div>
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			<p>Prof. Antonio Bartorelli</p>
<p>Coordinatore Cardiologia Interventistica</p>
<p>Centro Cardiologico Monzino</p>
<p>Via Carlo Parea, 4, Milano</p>
<p>tel. 02-58002391</p>
<p>email: <a href="mailto:antonio.bartorelli@ccfm.it">antonio.bartorelli@ccfm.it</a></p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div></section><div class="vc_row-full-width vc_clearfix"></div><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6aa9275e1bf3e"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6aa9275e1c08d"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><div class="vc_empty_space"   style="height: 20px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div></div></div></div></section>
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