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	<title>FLASH NEWS &#8211; Sanità &amp; Benessere</title>
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	<description>Sito di divulgazione scientifica</description>
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		<title>RIABILITAZIONE PENIENA: L&#8217;IMPORTANZA DEI DISPOSITIVI VACUUM NEL RECUPERO FUNZIONALE</title>
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				<pubDate>Mon, 31 Aug 2026 13:46:32 +0000</pubDate>
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				<description><![CDATA[<p>IL RECUPERO DELLA FUNZIONE ERETTILE E LA CORREZIONE DELLE DEFORMITÀ PENIENE NON PASSANO PIÙ SOLO...</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: center;">IL RECUPERO DELLA FUNZIONE ERETTILE E LA CORREZIONE DELLE DEFORMITÀ PENIENE NON PASSANO PIÙ SOLO ATTRAVERSO LA FARMACOLOGIA TRADIZIONALE.</h5>
<p><img class="size-medium wp-image-11741 alignleft" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/09/dr-marco-cosentino-urologo-andrologo-modica-ragusa-rosolini-scicli-e1770892060773-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/09/dr-marco-cosentino-urologo-andrologo-modica-ragusa-rosolini-scicli-e1770892060773-300x300.jpg 300w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/09/dr-marco-cosentino-urologo-andrologo-modica-ragusa-rosolini-scicli-e1770892060773-150x150.jpg 150w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/09/dr-marco-cosentino-urologo-andrologo-modica-ragusa-rosolini-scicli-e1770892060773.jpg 550w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Oggi, l’impiego di dispositivi medici a vuoto (vacuum device) si attesta come un pilastro fondamentale nella riabilitazione post-prostatectomia e nella gestione della Malattia di La Peyronie, garantendo risultati tangibili in termini di ossigenazione dei tessuti e preparazione alla chirurgia protesica. «Attraverso l’induzione meccanica di un’erezione, riusciamo a mantenere l’organo attivo, irrorato e ossigenato, contrastando efficacemente i danni da fibrosi e accorciamento che seguono i grandi interventi oncologici o il passare degli anni», spiega <strong>Marco Cosentino</strong>, medico chirurgo specializzato in urologia. La notizia che emerge con forza dalla pratica clinica e dalla letteratura è l’alta efficacia di questi protocolli: circa il 90% dei pazienti riscontra un miglioramento significativo della curvatura o dell&#8217;elasticità tessutale, aprendo scenari di recupero fino a poco tempo fa insperati.</p>
<p><strong>Dottor Cosentino, partiamo dal ruolo del vacuum device nella pratica clinica quotidiana. In che modo questa tecnologia eleva lo standard di recupero funzionale per i pazienti reduci da interventi complessi come la prostatectomia radicale?</strong></p>
<p><strong><img class=" wp-image-11743 alignright" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-07-31-at-18.15.11-1-269x300.jpeg" alt="" width="319" height="356" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-07-31-at-18.15.11-1-269x300.jpeg 269w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-07-31-at-18.15.11-1.jpeg 382w" sizes="(max-width: 319px) 100vw, 319px" /></strong></p>
<p>«Il vacuum device non è un semplice accessorio, ma un vero e proprio dispositivo medico progettato per creare un vuoto meccanico all&#8217;interno di un cilindro in cui viene inserito il pene. Questa azione induce un&#8217;erezione meccanica che forza l&#8217;ingresso di sangue all&#8217;interno dei corpi cavernosi. Si tratta di un passaggio cruciale, specialmente dopo un intervento di asportazione del tumore alla prostata. In questi casi, il trauma chirurgico può compromettere temporaneamente o permanentemente i nervi deputati all&#8217;erezione spontanea. Senza l’afflusso di sangue ossigenato che avviene normalmente durante le erezioni notturne (che vengono a mancare), i tessuti penieni vanno incontro a ipossia, fibrosi e, di conseguenza, a un accorciamento e a una perdita di elasticità. Utilizzare il vacuum device in questa fase significa sottoporre l&#8217;organo a una sorta di &#8220;fisioterapia vascolare&#8221;: mantenendo il pene irrorato, evitiamo che subisca danni strutturali permanenti legati all&#8217;inattività post-operatoria. Uno degli aspetti apprezzati del vacuum device è la capacità di produrre un effetto meccanico rapido, permettendo al paziente di comprendere fin da subito il corretto utilizzo del dispositivo. Naturalmente l&#8217;impiego deve sempre avvenire nell&#8217;ambito di una valutazione clinica individuale, con particolare attenzione nei pazienti affetti da disturbi della coagulazione o sottoposti a terapie anticoagulanti. In sintesi, eleviamo lo standard di cura trasformando una fase di attesa passiva in una riabilitazione attiva e misurabile».</p>
<p><strong>Oltre alla riabilitazione post-oncologica, un ambito di applicazione molto rilevante riguarda la Malattia di La Peyronie, ovvero il pene curvo. Quali sono i dati di efficacia in questo settore e come può il dispositivo supportare il paziente anche nell&#8217;atto sessuale vero e proprio?</strong></p>
<p>«I dati della letteratura scientifica sull&#8217;utilizzo del vacuum device nella Malattia di La Peyronie sono estremamente incoraggianti. Parliamo di un miglioramento della curvatura del pene in circa il 90% dei casi, una percentuale altissima se consideriamo la complessità di questa patologia. Il dispositivo agisce riducendo la fibrosi e migliorando l&#8217;elasticità dell&#8217;organo, contrastando la placca cicatriziale che causa la curvatura. Spesso questo approccio viene associato ad aiuti farmacologici, creando una sinergia che potenzia il rimodellamento del tessuto. Ma c&#8217;è di più: il vacuum device ha una duplice anima, riabilitativa e funzionale. Se da un lato &#8220;allena&#8221; i tessuti nel lungo periodo, dall&#8217;altro può essere utilizzato per consentire un rapporto sessuale penetrativo immediato senza l&#8217;ausilio di farmaci. Una volta creata l&#8217;erezione meccanica con il cilindro, si applica un anello elastico alla base del pene che blocca il deflusso venoso, mantenendo il sangue all&#8217;interno dell&#8217;organo e garantendo la rigidità necessaria per il tempo dell&#8217;atto. Questo restituisce al paziente una spontaneità e una sicurezza che la patologia spesso sottrae, agendo positivamente anche sulla sfera psicologica».</p>
<p><strong>Un aspetto forse meno noto al grande pubblico, ma cruciale per il chirurgo urologo, è l&#8217;uso del vacuum come preparazione alla chirurgia protesica. Perché è fondamentale rendere il pene &#8220;più elastico&#8221; prima di un impianto?</strong></p>
<p><strong> </strong> «Questo è un punto cardine della moderna chirurgia andrologica. Molti pazienti che arrivano all&#8217;indicazione per una protesi peniena soffrono di disfunzioni erettili severe e croniche, che hanno portato nel tempo a una fibrosi importante e a un evidente accorciamento dell&#8217;organo. Se intervenissimo direttamente su un tessuto così rigido e retratto, saremmo costretti a inserire una protesi di dimensioni ridotte, limitate dalla scarsa estensibilità dei tessuti del paziente. Eseguendo quelli che io definisco &#8220;esercizi con il vacuum device&#8221; nei mesi o nelle settimane precedenti l&#8217;operazione, riusciamo a preparare il terreno in modo ottimale. Il dispositivo agisce riducendo la fibrosi e ridando elasticità ai corpi cavernosi; in molti casi, l&#8217;organo riprende anche una parte della lunghezza persa. Questo permette a noi chirurghi di impiantare una protesi significativamente più grande rispetto a quella che avremmo potuto inserire durante la visita iniziale. Anche in questo contesto pre-operatorio, le possibilità di successo reale si attestano intorno al 90%. In pratica, il vacuum device &#8220;espande&#8221; i limiti anatomici imposti dalla malattia, permettendo un risultato chirurgico finale molto più soddisfacente sia per il medico che, soprattutto, per il paziente. Si tratta di un passaggio propedeutico che cambia radicalmente l&#8217;esito dell&#8217;intervento e la successiva qualità della vita».</p>
<p><strong>Dottor Cosentino, oggi i pazienti possono acquistare online numerosi dispositivi presentati come soluzioni per la salute sessuale maschile. Quanto è importante il ruolo dello specialista nella scelta del trattamento?</strong></p>
<p><a href="https://medismedical.it/dispositivi-medici/"><strong><img class="size-medium wp-image-11753 alignleft" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/08/Immagine5-300x294.png" alt="" width="300" height="294" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/08/Immagine5-300x294.png 300w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/08/Immagine5.png 917w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></strong></a></p>
<p><strong> </strong> «È fondamentale. Oggi il paziente è esposto a una grande quantità di informazioni e offerte commerciali sul web, ma non tutti i dispositivi disponibili online offrono le stesse garanzie in termini di sicurezza, qualità ed efficacia clinica. Il compito dello specialista è valutare il singolo caso, formulare una diagnosi corretta e indicare, quando appropriato, dispositivi medici conformi alla normativa vigente, sicuri ed efficaci. Per questo motivo è fondamentale che la scelta del dispositivo e delle modalità di impiego avvenga nell&#8217;ambito di una valutazione specialistica, privilegiando soluzioni conformi alla normativa vigente e supportate da evidenze cliniche. La scelta non dovrebbe mai basarsi esclusivamente su messaggi pubblicitari, recensioni o promesse di risultati. L&#8217;utilizzo di dispositivi non adeguatamente validati o impiegati senza una corretta supervisione clinica potrebbe comportare un uso improprio, risultati non soddisfacenti e in alcuni casi disagi locali e microtraumi ai tessuti. In ambito medico è importante utilizzare soluzioni che abbiano una chiara destinazione d&#8217;uso, caratteristiche tecniche documentate e un profilo di sicurezza conosciuto. Solo attraverso una valutazione clinica è possibile comprendere quale percorso terapeutico sia realmente indicato per il paziente. L&#8217;obiettivo non è semplicemente utilizzare un dispositivo, ma inserirlo all&#8217;interno di un programma di cura personalizzato e monitorato. La differenza tra un approccio guidato dallo specialista e l&#8217;acquisto autonomo di prodotti reperiti sul web risiede proprio nella qualità della diagnosi, nella corretta indicazione terapeutica e nella possibilità di verificare nel tempo i risultati ottenuti».</p>
<p>&nbsp;</p>
<pre>Contatti:
<strong>Dr. Marco Cosentino </strong>
Andrologo, Urologo
Barcellona (Spagna), Milano, Padova, Bologna, Mestre, 
Sicilia (Caltagirone, Catania, Siracusa, Modica, Messina, Barcellona)
Tel: 366 3483446
Mail<strong>: </strong><a href="mailto:androcosentino@gmail.com">androcosentino@gmail.com</a></pre>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>GIST E MEDICINA DI PRECISIONE: LA RIVOLUZIONE DELLE TERAPIE &#8220;SU MISURA&#8221; TRA INNOVAZIONE CLINICA E QUALITÀ DELLA VITA</title>
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				<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 15:09:51 +0000</pubDate>
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				<description><![CDATA[<p>IL TRATTAMENTO DEI GIST METASTATICI (TUMORI STROMALI GASTROINTESTINALI) STA ENTRANDO IN UNA FASE DEL TUTTO...</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="I GIST, le neoplasie rare" width="780" height="439" src="https://www.youtube.com/embed/FKUurEO0X5U?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>
<p>IL TRATTAMENTO DEI <strong>GIST METASTATICI</strong> (TUMORI STROMALI GASTROINTESTINALI) STA ENTRANDO IN UNA FASE DEL TUTTO NUOVA, CONSOLIDANDO IL SUO RUOLO DI VERO E PROPRIO PARADIGMA DELLA <strong>MEDICINA DI PRECISIONE</strong> NELL’ONCOLOGIA MODERNA</p>
<p><img class="size-medium wp-image-11765 alignleft" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-07-30-at-18.42.56-300x238.jpeg" alt="" width="300" height="238" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-07-30-at-18.42.56-300x238.jpeg 300w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-07-30-at-18.42.56-1024x813.jpeg 1024w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-07-30-at-18.42.56.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />A delineare questo scenario di avanguardia è la Dottoressa <strong>Elena Rosa Fumagalli</strong>, Dirigente Medico di I livello presso la Struttura Complessa Oncologia Medica 2 &#8211; Tumori Mesenchimali e Tumori Rari della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, che spiega come la gestione di questa patologia rara sia stata rivoluzionata fin dai primi anni 2000. Grazie alla disponibilità attuale di cinque farmaci approvati e allo sviluppo di nuove strategie per superare le resistenze molecolari, la pratica clinica sta vivendo un radicale cambio di prospettiva. Non si parla più di seguire sequenze terapeutiche rigide e predefinite, ma di adottare un approccio <strong>&#8220;su misura&#8221;</strong>, paragonabile al confezionamento di un abito sartoriale: la terapia deve infatti adattarsi con precisione alla biologia del tumore in quel determinato momento della storia clinica del paziente. L&#8217;obiettivo di questa evoluzione, sottolinea Fumagalli, non è soltanto quello di aumentare l&#8217;efficacia dei trattamenti, ma di ricercare costantemente il miglior equilibrio possibile tra il controllo della malattia, la tollerabilità delle cure e la <strong>qualità della vita</strong> della persona. È proprio questa capacità di integrare le conoscenze biologiche con le esigenze reali del paziente a trasformare i GIST da una malattia trattata secondo schemi prescrittivi in una patologia affrontata con strategie terapeutiche dinamiche e personalizzate.</p>
<p><strong>Rete Nazionale Tumori Rari (RNTR) e teleconsulto: quali sono i passi decisivi per eliminare i ritardi diagnostici e garantire a tutti i Pazienti l&#8217;accesso ai centri di riferimento?</strong></p>
<p>«La condizione decisiva sarebbe proprio l&#8217;implementazione della RNTR in tutta Italia. Infatti, la Rete prevede innanzitutto una centralizzazione delle diagnosi patologiche. E questo sarebbe cruciale nei tumori rari, perché spesso più che il ritardo diagnostico nei tumori rari il problema è l’inappropriatezza della diagnosi istopatologica, il che oltre a causare ritardi, può portare a cure inappropriate. I centri della RNTR sono poco più di cento per quanto riguarda i tumori rari solidi dell&#8217;adulto, numero più che soddisfacente. In teoria, in un sistema pienamente operativo, sarebbe sufficiente che il Paziente afferisse a uno qualunque di questi centri per afferire alla Rete e dunque ai suoi centri di riferimento, con cui quel centro sarà in contatto attraverso il “teleconsulto”. Il problema è che, ad oggi, la logica organizzativa della RNTR è implementata al momento solo nella Regione Lombardia per quanto riguarda i sarcomi (inclusi i GIST), con un ampliamento previsto nei prossimi anni a tutti gli altri nove grandi gruppi dei tumori rari solidi dell’adulto. Stiamo lavorando perché questa implementazione si estenda a tutte le altre Regioni italiane. E devo dire che in questa “battaglia” le Associazioni dei Pazienti sono state e sono fondamentali. Il principio che deve guidare la Rete è semplice: non deve essere il paziente a cercare la competenza, ma la competenza a raggiungere il Paziente».</p>
<p><strong>Oggi si parla sempre più di medicina personalizzata. In quale fase del percorso il confronto tra diversi specialisti può cambiare radicalmente la strategia di cura rispetto alle raccomandazioni cliniche, ai protocolli standard?</strong></p>
<p><strong> «</strong>La multidisciplinarietà rappresenta il cardine della gestione dei GIST. Il confronto tra i diversi specialisti è determinante fin dal momento della diagnosi e deve accompagnare ogni fase del percorso di cura. Penso ad uno dei momenti più delicati del percorso di cura di un paziente: la progressione di malattia. Non tutte le progressioni sono uguali: possono essere limitate ad una sola sede e richiedere valutazioni per trattamenti ablativi o chirurgia; altre invece possono richiedere un cambiamento terapeutico più rapido. Il confronto e l’integrazione di competenze diverse permette di definire la strategia terapeutica più adatta per quel Paziente in quel momento della Sua storia clinica. Questo approccio consente di andare oltre le raccomandazioni cliniche, valutando elementi che possono modificare sostanzialmente il percorso terapeutico. Dobbiamo ricordare che le raccomandazioni cliniche rappresentano il nostro riferimento fondamentale ma descrivono quello che potremmo definire il “Paziente ideale”. Nella pratica clinica incontriamo persone reali ciascuna con una storia diversa, con età differenti, comorbidità, esigenze familiari e lavorative, aspettative e priorità che inevitabilmente entrano a far parte del processo decisionale. Per questo motivo la medicina non può essere soltanto l’applicazione di un algoritmo ma deve saper integrare le migliori evidenze scientifiche con l’expertise clinica, l’esperienza del centro di riferimento grazie al confronto dei diversi specialisti. Ritengo che la medicina di precisione non sia solo una questione di farmaci, ma soprattutto di decisioni condivise».</p>
<p><strong>L&#8217;obiettivo dell&#8217;oncologia moderna non è soltanto prolungare la sopravvivenza, ma preservare la qualità della vita. </strong><strong>Come si concilia, nel lavoro con le Associazioni Pazienti, l&#8217;efficacia dei nuovi trattamenti con l&#8217;esigenza di salvaguardare la vita sociale e lavorativa del malato?</strong></p>
<p>«Credo che l’oncologia moderna debba guardare al Paziente nella Sua totalità: non solo alla malattia da curare ma alla persona che continua ad avere relazioni, progetti, un lavoro ed un ruolo nella società. Un trattamento efficace è davvero tale quando riesce a coniugare il controllo della malattia con la possibilità per la persona di continuare a vivere la propria quotidianità. È proprio questo il messaggio che emerge dal confronto con le Associazioni Pazienti. Ascoltare i loro bisogni significa comprendere che il successo di una terapia non si misura solo con gli indicatori clinici ma anche con la capacità del Paziente di mantenere il proprio equilibrio personale, familiare e sociale: è fondamentale che noi clinici poniamo attenzione ai bisogni che vanno oltre la terapia, come supporto psicologico, tutela dei diritti, orientamento ai servizi e condivisione delle esperienze. In questa direzione si inserisce anche il lavoro del Working Group di collaborazione con le Associazioni Pazienti di Italian Sarcoma Group, di cui sono coordinatore, che vuole essere uno spazio di dialogo tra professionisti sanitari, Associazioni e stakeholder. Le nuove terapie orali hanno migliorato la gestione della malattia nella vita quotidiana ma il vero valore aggiunto nasce dall&#8217;alleanza tra medici, Pazienti e Associazioni che rende possibile un percorso di cura realmente centrato sulla persona».</p>
<p><img class=" wp-image-11757 alignright" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/09/Immagine1.png" alt="" width="182" height="195" /></p>
<p><em>Vai al link sottostante o inquadra il QR Code per conoscere la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano</em></p>
<p><a href="https://www.istitutotumori.mi.it/persone/elena-fumagalli">https://www.istitutotumori.mi.it/persone/elena-fumagalli </a></p>
<p>&nbsp;</p>
<pre>Contatti:
Dottoressa <strong>Elena Rosa Fumagalli</strong>
Dirigente Medico I livello Struttura Complessa Oncologia Medica 2 - Tumori Mesenchimali e Tumori Rari
Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano
via Giacomo Venezian, 1 20133 Milano
Tel: 0223902803
Mail: <a href="mailto:elenarosa.fumagalli@istitutotumori.mi.it">elenarosa.fumagalli@istitutotumori.mi.it</a></pre>
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		<title>Il Policlinico di Palermo conferma l&#8217;eccellenza nei casi complessi: eseguito un intervento ibrido mini-invasivo per una grave sindrome della vena cava superiore</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/il-policlinico-di-palermo-conferma-leccellenza-nei-casi-complessi-eseguito-un-intervento-ibrido-mini-invasivo-per-una-grave-sindrome-della-vena-cava-superiore/</link>
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				<pubDate>Sun, 12 Jul 2026 08:41:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[CS COMMUNICATION SRL]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Sanità]]></category>

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				<description><![CDATA[<p>Il Policlinico “Paolo Giaccone” di Palermo conferma il suo ruolo di struttura specializzata per la...</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.sanitaebenessere.it/il-policlinico-di-palermo-conferma-leccellenza-nei-casi-complessi-eseguito-un-intervento-ibrido-mini-invasivo-per-una-grave-sindrome-della-vena-cava-superiore/">Il Policlinico di Palermo conferma l&#8217;eccellenza nei casi complessi: eseguito un intervento ibrido mini-invasivo per una grave sindrome della vena cava superiore</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.sanitaebenessere.it">Sanità &amp; Benessere</a>.</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: center;">Il Policlinico “Paolo Giaccone” di Palermo conferma il suo ruolo di struttura specializzata per la gestione dei casi clinici ad alta complessità.</h5>
<p><img class="size-medium wp-image-11707 alignleft" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/07/da-sx-Salvo-Torre-Linda-Pisano-Felice-Pecoraro-Ettore-Dinoto-300x221.jpg" alt="" width="300" height="221" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/07/da-sx-Salvo-Torre-Linda-Pisano-Felice-Pecoraro-Ettore-Dinoto-300x221.jpg 300w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/07/da-sx-Salvo-Torre-Linda-Pisano-Felice-Pecoraro-Ettore-Dinoto-1024x755.jpg 1024w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/07/da-sx-Salvo-Torre-Linda-Pisano-Felice-Pecoraro-Ettore-Dinoto.jpg 1535w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Presso il Centro di Riferimento Regionale per l&#8217;estrazione degli elettrocateteri, diretto dal dottore Salvatore Torre e afferente all&#8217;Unità Operativa di Cardiochirurgia guidata dalla professoressa Linda Pisano, un&#8217;équipe multidisciplinare composta da cardiochirurghi, chirurghi vascolari, elettrofisiologi e cardio-anestesisti ha trattato con successo, mediante una procedura ibrida completamente mini-invasiva, un paziente affetto da una grave Sindrome della vena cava superiore.</p>
<p>Il paziente, portatore di un dispositivo di resincronizzazione cardiaca, da alcuni mesi presentava un importante rigonfiamento del volto, del collo e della parte superiore del tronco, accompagnato da sintomi fortemente invalidanti.</p>
<p>Dopo un articolato percorso diagnostico in diverse strutture ospedaliere siciliane, il professore Antonio Carroccio e la dottoressa Carola Buscemi, dell&#8217;Unità Operativa di Medicina Interna dell&#8217;Ospedale Cervello di Palermo, hanno diagnosticato una Sindrome della vena cava superiore.</p>
<p>In estrema sintesi, la patologia era causata dalla fibrosi sviluppatasi nel tempo attorno ai vecchi elettrocateteri del dispositivo cardiaco, che aveva determinato un severo restringimento, fino alla quasi completa occlusione, delle principali vene deputate al ritorno del sangue dalla testa e dagli arti superiori al cuore.</p>
<p>Il paziente è stato quindi preso in carico dalla Cardiochirurgia dell’Azienda ospedaliera universitaria e dal Centro di Riferimento Regionale per l&#8217;estrazione degli elettrocateteri.</p>
<p>L&#8217;intervento, eseguito e completato in un&#8217;unica seduta operatoria, ha richiesto il coinvolgimento di diverse professionalità altamente specialistiche. Nella prima fase il dottore Torre ha proceduto all&#8217;estrazione degli elettrocateteri responsabili dell&#8217;ostruzione. Successivamente, il team di Chirurgia Vascolare diretto dal professore Felice Pecoraro, con il professore Ettore Dinoto ha effettuato la ricanalizzazione delle gravi stenosi venose mediante angioplastica e il posizionamento di stent vascolari, ristabilendo in modo definitivo il normale flusso sanguigno e risolvendo l&#8217;ostruzione.</p>
<p>L&#8217;intervento è stato eseguito in anestesia generale dal team di Cardioanestesia diretto dalla professoressa Cesira Palmeri, con le dottoresse Paola Graviano e Maria Rosaria Re.</p>
<p>Grazie all&#8217;approccio mini-invasivo, il paziente ha evitato un intervento cardiochirurgico a cuore aperto, con un rapido miglioramento della sintomatologia e un decorso post-operatorio estremamente favorevole. È stato dimesso in ottime condizioni di salute pochi giorni dopo la procedura.</p>
<p>“Questo intervento – afferma la Direttrice Generale dell’AOUP Maria Grazia Furnari &#8211; rappresenta un esempio concreto di come il Policlinico sia in grado di affrontare con successo anche i casi più complessi grazie alla collaborazione tra équipe multidisciplinari e all&#8217;elevato livello di competenze presenti nella nostra Azienda, confermando la sua classificazione di DEA di secondo livello. Investire in professionalità, innovazione tecnologica e organizzazione significa offrire ai cittadini cure sempre più efficaci, sicure e meno invasive, consolidando il ruolo del Policlinico come punto di riferimento regionale per l&#8217;alta specialità”.</p>
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		<title>Congresso mondiale di oncologia, la Professoressa Lorena Incorvaia ha presentato i risultati di un importante studio clinico internazionale sul carcinoma prostatico</title>
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				<pubDate>Thu, 02 Jul 2026 08:39:17 +0000</pubDate>
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				<description><![CDATA[<p>All’ASCO Annual Meeting 2026 di Chicago, considerato il più autorevole congresso mondiale di oncologia, la...</p>
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<div dir="auto"><span style="color: #073763;" data-olk-copy-source="MessageBody"><img class="size-medium wp-image-11704 alignleft" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/07/LORENA-INCORVAIA-2-262x300.jpeg" alt="" width="262" height="300" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/07/LORENA-INCORVAIA-2-262x300.jpeg 262w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/07/LORENA-INCORVAIA-2.jpeg 528w" sizes="(max-width: 262px) 100vw, 262px" />All’ASCO Annual Meeting 2026 di Chicago, considerato il più autorevole congresso mondiale di oncologia, la Professoressa Lorena Incorvaia, Associata di Oncologia Medica presso l’Università di Palermo e Dirigente Medico presso l’u<span class="x_gmail_default">nità operativa complessa</span> di Oncologia Medica del Policlinico &#8220;Paolo Giaccone&#8221;, ha presentato i risultati di un importante studio clinico internazionale che ha coinvolto 34 centri oncologici nazionali e internazionali e basato su una casistica complessiva di oltre 2.000 pazienti.</span></div>
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<div dir="auto"><span style="color: #073763;">La presentazione ha riguardato il ruolo delle alterazioni del gene BRCA2 nel carcinoma prostatico metastatico.</span></div>
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<div dir="auto"><span style="color: #073763;">L’edizione 2026 dell’Annual Meeting dell’American Society of Clinical Oncology ha riunito oltre 45.000 partecipanti provenienti da tutto il mondo. In questo contesto scientifico di altissimo profilo, lo studio presentato dalla Professoressa Incorvaia è stato selezionato per comunicazione orale tra gli oltre 8.500 abstract sottoposti alla valutazione del comitato scientifico ASCO.</span></div>
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<div dir="auto"><span style="color: #073763;"><span class="x_gmail_default">&#8220;</span>Essere selezionata per una presentazione orale all’ASCO Annual Meeting è un grande onore e rappresenta un riconoscimento di grande rilievo per il lavoro svolto dal nostro gruppo e dalla rete di collaborazioni nazionali e internazionali che ha reso possibile questo studio – afferma Incorvaia –. I risultati presentati a Chicago rafforzano l’idea che, nell’oncologia di precisione, non sia sufficiente sapere se un gene è alterato, ma sia sempre più importante comprenderne il significato biologico e clinico, per giungere, in futuro, a una cura più personalizzata dei pazienti con carcinoma prostatico<span class="x_gmail_default">&#8220;</span>.</span></div>
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<div dir="auto"><span style="color: #073763;">Lo studio nasce nell’ambito dell’attività di ricerca e clinica del Centro di Riferimento per i Tumori Ereditari del<span class="x_gmail_default"> Policlinico,</span> dove è stato avviato, e si inserisce nell’attività dell’UOC di Oncologia Medica diretta dal Professore Antonio Russo. “È un traguardo di grande rilievo scientifico – dichiara Russo &#8211; e un risultato che testimonia la qualità della ricerca clinica svolta nell’ambito dell’AOUP e conferma il valore dell’integrazione tra assistenza, ricerca clinica e innovazione molecolare per offrire ai pazienti percorsi di cura sempre più avanzati».</span></div>
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<div dir="auto"><span style="color: #073763;">La Direttrice Generale del Policlinico Maria Grazia Furnari commenta: “La presentazione all’ASCO Annual Meeting 2026 rappresenta un prestigioso riconoscimento per la Professoressa Incorvaia e rafforza il posizionamento della nostra dell’Azienda Ospedaliera Universitaria nel panorama scientifico internazionale. È motivo di orgoglio vedere riconosciuto, in un contesto così autorevole, l’impegno quotidiano dei nostri ricercatori e clinici nella lotta contro le patologie oncologiche. Questo risultato conferma la validità del percorso intrapreso, basato su ricerca traslazionale, collaborazione multidisciplinare e costante attenzione alla qualità scientifica”. </span></div>
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		<title>Piede diabetico, al Policlinico una nuova tecnica chirurgica per evitare l&#8217;amputazione.  Operati con successo sei pazienti</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/piede-diabetico-al-policlinico-una-nuova-tecnica-chirurgica-per-evitare-lamputazione-operati-con-successo-sei-pazienti/</link>
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				<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 08:31:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[CS COMMUNICATION SRL]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[FLASH NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>

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				<description><![CDATA[<p>Sei pazienti con piede diabetico hanno evitato l&#8217;amputazione grazie a una nuova tecnica chirurgica adottata...</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.sanitaebenessere.it/piede-diabetico-al-policlinico-una-nuova-tecnica-chirurgica-per-evitare-lamputazione-operati-con-successo-sei-pazienti/">Piede diabetico, al Policlinico una nuova tecnica chirurgica per evitare l&#8217;amputazione.  Operati con successo sei pazienti</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.sanitaebenessere.it">Sanità &amp; Benessere</a>.</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: center;">Sei pazienti con piede diabetico hanno evitato l&#8217;amputazione grazie a una nuova tecnica chirurgica adottata presso l’unità operativa di Chirurgia generale e d’urgenza del Policlinico “Paolo Giaccone” diretta dal professore Gianfranco Cocorullo.</h5>
<p><img class="size-medium wp-image-11701 alignleft" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/07/equipe-chirurgica-piede-diabetico-AOUP-300x292.png" alt="" width="300" height="292" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/07/equipe-chirurgica-piede-diabetico-AOUP-300x292.png 300w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/07/equipe-chirurgica-piede-diabetico-AOUP.png 651w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />In estrema sintesi, gli interventi sono consistiti in fratture mirate dell’osso che hanno stimolato la formazione di nuovi vasi sanguigni nelle aree compromesse dell&#8217;arto, favorendo la guarigione delle lesioni e preservando la funzionalità del piede.</p>
<p>A eseguire gli interventi è stato il professore Giovanni Guercio, responsabile dell’ambulatorio per il piede diabetico, con la collaborazione dei dottori specializzandi Marco Marcianò, Bianca Vicari e Renato Di Vuolo. L’anestesia è stata effettuata dai Dottori Dario Fricano e Luca Sacco, con l’assistenza del dottore specializzando Ezio Butera, del Dipartimento di Emergenza diretto dal Professore Antonino Giarratano.</p>
<p>Il personale infermieristico presente in sala operatoria, coordinato dalla caposala Dottoressa Antonella Porcarello, era composto da una doppia équipe infermieristica formata dai Dottori Alfonso Campanella, Noemi Merletta, Barbara Carlino, Daniele Di Maria e Andrea Zizzo.</p>
<p>Durante l’intervento, l’équipe chirurgica ha ricevuto il supporto dei tecnici di radiologia del Policlinico.</p>
<p>“L&#8217;amputazione rappresenta un evento devastante per il paziente, non solo dal punto di vista fisico ma anche psicologico e sociale &#8211; spiega il professore Guercio &#8211; Per questo motivo il nostro obiettivo è intervenire precocemente e mettere in campo tutte le strategie disponibili per salvare l&#8217;arto e migliorare la qualità di vita”.</p>
<p>L&#8217;ambulatorio dell’AOUP dedicato al piede diabetico rappresenta un punto di riferimento per la Sicilia occidentale.</p>
<p>“All&#8217;interno della nostra Unità Operativa – spiega il professore Cocurullo &#8211; abbiamo sviluppato una vera e propria settorializzazione delle competenze, che consente a ciascun professionista di operare in ambiti altamente specialistici, mettendo le proprie conoscenze al servizio di un percorso terapeutico condiviso. Questo modello organizzativo ci permette di affrontare anche i casi più complessi con un approccio integrato e personalizzato”.</p>
<p>La nuova procedura chirurgica viene realizzata all&#8217;interno di un percorso assistenziale altamente specializzato che coinvolge endocrinologi, internisti, chirurghi vascolari, chirurghi plastici, chirurghi generali e ortopedici. “La nostra Azienda ha adottato un Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) &#8211; spiega il Professore Giorgio Arnaldi, Direttore dell’unità operativa complessa di Malattie endocrine, del ricambio e della nutrizione, che coordina il PDTA &#8211; dedicato ai pazienti con questa patologia, con un’attenzione specifica alla prevenzione e alla gestione del piede diabetico, una complicanza ancora oggi troppo spesso sottovalutata e fonte di grave disabilità. La vera svolta è la presa in carico multidisciplinare: unendo le forze tra ospedale e territorio non solo garantiamo continuità nelle cure, ma riduciamo drasticamente i ricoveri impropri e il rischio di amputazioni. Il nostro obiettivo è dare a ogni paziente la risposta giusta, al momento giusto e nel luogo più idoneo”.</p>
<p><img class="size-medium wp-image-11700 alignright" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/07/DG-MG-FURNARI-12-GIUGNO-300x300.jpeg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/07/DG-MG-FURNARI-12-GIUGNO-300x300.jpeg 300w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/07/DG-MG-FURNARI-12-GIUGNO-150x150.jpeg 150w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/07/DG-MG-FURNARI-12-GIUGNO-1019x1024.jpeg 1019w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />A conferma della qualità dell&#8217;attività svolta, il Policlinico è impegnato nel percorso di accreditamento per partecipare a un importante studio internazionale sulle nuove strategie di trattamento del piede diabetico, consolidando il proprio ruolo nel campo della ricerca e dell&#8217;innovazione clinica.</p>
<p>La Direttrice generale del Policlinico Maria Grazia Furnari sottolinea: “La presa in carico del paziente con piede diabetico rappresenta una delle sfide più importanti della sanità moderna. Investire in competenze multidisciplinari, innovazione tecnologica e percorsi assistenziali integrati significa offrire risposte concrete ai cittadini e ridurre il rischio di complicanze gravi come l’amputazione. Il nostro Policlinico continua a rafforzare la propria capacità di cura e di ricerca, confermandosi un punto di riferimento per il territorio e per tutti i pazienti che necessitano di trattamenti altamente specialistici”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Malattie rare neuromuscolari. Servizi di continuità assistenziale territoriale ancora deboli e poco distribuiti nelle Regioni settentrionali</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/malattie-rare-neuromuscolari-servizi-di-continuita-assistenziale-territoriale-ancora-deboli-e-poco-distribuiti-nelle-regioni-settentrionali/</link>
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				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 08:21:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[CS COMMUNICATION SRL]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Istituzioni]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>Nonostante la spinta alla riorganizzazione dei processi assistenziali sanitari promossi dal DM 77, che prevede...</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: center;">Nonostante la spinta alla riorganizzazione dei processi assistenziali sanitari promossi dal DM 77, che prevede per le Malattie rare neuromuscolari e, più in generale, per l’insieme delle Patologie<br />
neuromuscolari, una presa in carico globale e di prossimità, la realtà, nelle Regioni settentrionali, dice il contrario e si procede molto lentamente.</h5>
<p><img class="size-medium wp-image-11690 alignleft" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/07/AISDET-2-300x225.jpeg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/07/AISDET-2-300x225.jpeg 300w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/07/AISDET-2-1024x768.jpeg 1024w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/07/AISDET-2.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />E’ quanto emerso dall’incontro su “I Modelli innovativi di cura e di assistenza per le persone con Malattie rare neuromuscolari e neurodegenerative. L’esperienza del Nord Italia nel contesto del DM 77 e dell’Ecosistema digitale”, tenutosi, oggi, presso la Sala del Gonfalone, a Palazzo Pirelli (Milano), promosso dall’Osservatorio per la qualità dei modelli assistenziali sanitari territoriali, in collaborazione con AISA (Associazione Italiana Sindromi Atassiche), FamiglieSMA (Atrofia Muscolare Spinale), AISLA (Associazione Sclerosi Laterale Amiotrofica), UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), e AltroDomani.</p>
<p>L’incontro è stato aperto dalla Consigliera regionale lombarda, On.le Lisa Noja, e dall’On.le Annamaria Parente, già Presidente Commissione Sanità del Senato.</p>
<p>“Nelle Regioni del Nord &#8211; ha detto Massimo Caruso, Coordinatore scientifico dell’indagine- si procede ancora con lentezza nel porre a regime quell’assistenza basata sui centri territoriali, in cui sia presente una équipe multidisciplinare necessaria ad affrontare la presa in carico e la gestione quotidiana dei percorsi di cura dei pazienti affetti da Malattie rare neuromuscolari, evitando che si rivolgano continuamente ai centri di riferimento, anche distanti diversi chilometri dalla zona di residenza. Il luogo di riferimento per la gestione quotidiana del percorso di cura dovrebbero essere le Case di comunità. Ma, oggi, nelle Regioni settentrionali, anche se sono stati superati i target intermedi, meno del 3% delle strutture attive garantisce contemporaneamente la presenza medica h24, l&#8217;assistenza infermieristica per 12 ore e i servizi diagnostici”.</p>
<p>“La mancata messa a regime delle Case di comunità – ha proseguito Caruso &#8211; non consente ancora un’appropriata presa in carico del paziente con Malattie rare neuromuscolari, che sia integrata nei team multidisciplinari (neurologi, fisiatri, pneumologi, psicologi), impedisce, ad esempio, alcune forme assistenziali come una rapida attivazione dell’ADI per le terapie riabilitative e l’utilizzo di servizi di Telemedicina e Telemonitoraggio e Teleconsulto necessari per il dialogo e lo scambio da remoto con i centri specialistici di riferimento”.</p>
<p><img class=" wp-image-11691 alignright" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/07/AISDET-1-300x225.jpeg" alt="" width="283" height="212" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/07/AISDET-1-300x225.jpeg 300w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/07/AISDET-1-1024x768.jpeg 1024w" sizes="(max-width: 283px) 100vw, 283px" /></p>
<p>Il sistema assistenziale per i pazienti affetti da Malattie rare neuromuscolari si regge, di fatto &#8211; ha aggiunto &#8211; per la tenace attività delle associazioni pazienti e dei centri specializzati afferenti alle Reti regionali delle Malattie rare neuromuscolari, che ruotano su centri Hub di riferimento, a volte con ambulatori sgranati sui territori e a volte no, ma comunque al di fuori di una visione sistemica e organica delle Regioni, ancora da venire. La mancanza della necessaria integrazione con i MMG e con gli ambulatori di riferimento e di riabilitazione ostacola la piena presa in carico del paziente”.</p>
<p>“Urge – ha sottolineato &#8211; il miglioramento del modello assistenziale per le Malattie rare neuromuscolari, avviando una revisione radicale dell’attuale offerta assistenziale, sostenuta da un</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>modello di governance, che inauguri un approccio multidisciplinare integrato. Necessari anche interventi per garantire maggiore sostenibilità alle famiglie, i cui costi sostenuti sono importanti, dall’assistenza e cura (40% della spesa), all’adattamento domestico e agli ausili, ai trasporti e alla logistica, come le spese vive per il carburante o per l&#8217;utilizzo di mezzi di trasporto privati idonei al carico di carrozzine”.</p>
<p>“Gli aiuti economici delle istituzioni nazionali e regionali non riescono a coprire adeguatamente le spese – ha concluso Caruso &#8211; e non di rado le stesse associazioni devono sostenere i propri associati, evitando, cosa che accade non di rado, che si rinunci alle cure”.</p>
<p>L’incontro, tenutosi a Milano, è il primo di tre, che toccheranno, nei prossimi mesi, le città di Napoli e Roma. A conclusione, saranno presentati i dati di quanto raccolto nelle Regioni del Sud e del Centro, accompagnati da un documento di proposta di miglioramento del modello organizzativo assistenziale dei pazienti affetti da Malattie rare neuromuscolari, che possa essere utile al lavoro sulla Legge Delega sull’assistenza territoriale al vaglio delle Commissioni parlamentari.</p>
<pre>Ufficio comunicazione Osservatorio per la qualità dei modelli assistenziali sanitari territoriali</pre>
<h5>info@osservatoriosanitaterritoriale.it<br />
www.osservatoriosanitaterritoriale.it</h5>
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		<title>La Rivoluzione della Salute Ossea &#8211; La Tecnologia REMS di Echolight e il Futuro della Diagnostica Personalizzata</title>
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				<pubDate>Mon, 25 May 2026 15:51:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[CS COMMUNICATION SRL]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[FLASH NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>

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				<description><![CDATA[<p>Sergio Casciaro, CEO e Fondatore di Echolight, nel corso dell’intervista a Sanità &#38; Benessere spiega...</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<h5><strong>Sergio Casciaro, CEO e Fondatore di Echolight, nel corso dell’intervista a Sanità &amp; Benessere spiega come la tecnologia made in Italy REMS stia rivoluzionando il concetto di salute ossea.</strong></h5>
<p><img class="size-medium wp-image-11683 alignleft" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/06/Immagine2e-300x212.png" alt="" width="300" height="212" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/06/Immagine2e-300x212.png 300w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/06/Immagine2e.png 523w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />L&#8217;osteoporosi è definita &#8220;la malattia silente&#8221;, una condizione che erode la struttura ossea senza dare sintomi finché non si manifesta in modo drammatico attraverso una frattura. In Italia i costi per il trattamento delle fratture da fragilità ammontano a circa 10 miliardi di euro l&#8217;anno. L’impatto è devastante non solo da un punto di vista economico, ma anche sociale, specialmente nella popolazione anziana, incapace di riprendere il normale ciclo di vita dopo un intervento chirurgico. Tuttavia, il paradigma della diagnosi sta cambiando radicalmente grazie a un&#8217;innovazione Made in Italy: la tecnologia REMS (Radiofrequency Echographic Multi Spectrometry).</p>
<p>La storia della tecnologia REMS inizia nel 2010 all&#8217;interno di Echolight, nata come spin-off del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Sotto la guida dell&#8217;ingegnere Sergio Casciaro, luminare nell’ambito della bioingegneria. Il team di ricerca ha sviluppato un metodo ultrasonografico di ultima generazione, capace di analizzare la salute ossea senza l&#8217;impiego di radiazioni ionizzanti.</p>
<p>Dopo il primo brevetto nel 2011 e il prototipo nel 2012, la tecnologia REMS ha affrontato un rigoroso percorso di validazione clinica. Studi multicentrici su oltre 10.000 soggetti nei più autorevoli centri europei hanno confermato l&#8217;efficacia della tecnologia. Successivamente la presentazione ufficiale alla comunità medica nel 2015 e al lancio sul mercato internazionale nel 2017. Nel 2021 la REMS è entrata ufficialmente nelle linee guida dell&#8217;Istituto Superiore della Sanità (ISS) come <em>best practice</em> per la gestione delle fratture da fragilità.</p>
<p>L’ingegnere Sergio Casciaro, CEO e fondatore di Echolight, spiega che: «Oggi la REMS è ufficialmente riconosciuta dall&#8217;ESCEO (Società Europea per gli Aspetti Clinici ed Economici dell&#8217;Osteoporosi, dell&#8217;Artrosi e delle Malattie Muscolo-Scheletriche) come l&#8217;alternativa sicura e precisa alla tradizionale MOC a raggi X. Il monitoraggio della salute ossea tramite la REMS è completamente radiation-free, aspetto di fondamentale importanza perché garantisce l’accesso alla diagnosi anche a popolazioni precedentemente escluse, come donne in gravidanza, pazienti frangili e soggetti pediatrici. I dispositivi con tecnologia REMS sono facilmente trasportabili, questo consente di effettuare la densitometria ossea nell’assistenza primaria, direttamente al letto del paziente, sia in reparto che a casa, eliminando i rischi legati al trasferimento nelle stanze radiologiche, con un conseguente abbattimento delle liste d’attesa e dei costi infrastrutturali. La tecnologia REMS ha un impatto positivo sul Sistema Sanitario, come dimostrato dallo studio del CERGAS SDA Bocconi “Cost-minimization analysis to support the HTA of Radiofrequency Echographic Multi Spectrometry (REMS) in the diagnosis of osteoporosis”. L’analisi ha stimato che l&#8217;adozione della REMS genera un risparmio di circa 40 milioni di euro per ogni milione di abitanti».</p>
<p>Innumerevoli sono gli studi scientifici, anche internazionali, che validano la tecnologia, tra i quali quelli recentemente pubblicati su riviste come <em>Aging Clinical and Experimental Research (ACER)</em> e <em>Diagnostics</em> che continuano ad evidenziare come la REMS superi i limiti del metodo a raggi X in contesti clinici specifici. Uno studio condotto del Prof. Angelo Semeraro e colleghi, &#8220;<em>Very short-term monitoring of Romosozumab longitudinal effects in a cohort of postmenopausal women by means of Radiofrequency Echographic Multi-Spectrometry (REMS) technology</em>&#8220;, ha dimostrato l&#8217;efficacia della REMS nel monitoraggio a brevissimo termine (6 mesi) su pazienti trattati con Romosozumab. Poiché questo farmaco aumenta rapidamente la BMD, la tecnologia ultrasonografica REMS permette di valutare costantemente la risposta terapeutica, costanza che non è consentita attraverso l’utilizzo di radiazioni ionizzanti.</p>
<p>Gli studi riguardano anche i pazienti oncologici trattati con Denosumab.</p>
<p><img class="wp-image-11684 size-medium alignright" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/06/Immagine1-e1782403222306-300x195.jpg" alt="" width="300" height="195" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/06/Immagine1-e1782403222306-300x195.jpg 300w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/06/Immagine1-e1782403222306-400x261.jpg 400w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/06/Immagine1-e1782403222306.jpg 401w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Le pazienti con tumore al seno ER-positivo trattate con inibitori dell&#8217;aromatasi subiscono spesso una perdita ossea accelerata. Uno studio della dottoressa Carla Caffarelli e colleghi “<em>Longitudinal monitoring of denosumab-associated bone changes by REMS in postmenopausal women with ER-positive breast cancer receiving </em>aromatase inhibitors”, ha utilizzato la REMS per monitorare gli effetti del Denosumab. I risultati hanno mostrato che la REMS è in grado di quantificare con precisione i cambiamenti ossei, offrendo uno strumento indispensabile per la gestione a lungo termine del paziente oncologico.</p>
<p>Lo studio di Antonella Al Refaie e colleghi <em>“Utility of REMS-Derived Fragility Score and Trabecular Bone Score in Evaluating Bone Health in Type 2 Diabetes Mellitus</em>” dimostra come i pazienti con diabete di tipo 2 (T2DM) presentano un rischio di frattura elevato, nonostante abbiano spesso una BMD normale o addirittura alta secondo i parametri della diagnosi tradizionale con la metodica a raggi X. Questo accade perché il diabete compromette la qualità ossea più che la quantità. Questo vuoto diagnostico è colmabile attraverso il parametro introdotto con la REMS, il Fragility Score (FS), un indicatore della qualità ossea indipendente dalla densità. Lo studio ha confermato che grazie al FS la REMS è sensibilmente più efficace del metodo a raggi X nell&#8217;identificare i pazienti diabetici a rischio frattura».</p>
<p>La tecnologia REMS è oggi affermata in oltre 47 Paesi nel mondo e rappresenta l&#8217;eccellenza italiana nel campo della diagnostica. Come sottolineato dal Position Paper dell&#8217;ESCEO, non si tratta solo di una nuova tecnologia, ma di un cambiamento fondamentale nella gestione dell&#8217;osteoporosi, delle fratture da fragilità e delle malattie muscoloscheletriche. La REMS offre un approccio più frequente, più sicuro e più vicino al paziente, capace di trasformare una malattia silente in una condizione gestibile e prevenibile a tutte le età.</p>
<p><b>Conta</b><b>t</b><b>ti</b><b>:</b></p>
<p><b>Echolight</b><b> S.p.a.</b></p>
<p>Viale Cipro, 6, 73100 Lecce</p>
<p>Tel: 0832 159 2607</p>
<p><b><a href="http://www.echolightmedical.com/">www.echolightmedical.com</a></b></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La terapia genica nell’emofilia A: la nuova frontiera terapeutica al Policlinico  “Paolo Giaccone” di Palermo</title>
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				<pubDate>Sat, 16 May 2026 07:44:59 +0000</pubDate>
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				<description><![CDATA[<p>Per la prima volta a Palermo, presso l’unità operativa complessa di Ematologia del Policlinico Paolo...</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<h5>Per la prima volta a Palermo, presso l’unità operativa complessa di Ematologia del Policlinico Paolo Giaccone, diretta dal Professore Sergio Siragusa, è stata somministrata una terapia genica in un paziente di 39 anni affetto da emofilia A grave. A livello globale, i pazienti trattati con questa innovativa opzione terapeutica sono attualmente 52.</h5>
<p><img class="size-medium wp-image-11660 alignleft" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/06/Prof.-Sergio-Siragusa-Ematologia-AOUP-300x296.jpeg" alt="" width="300" height="296" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/06/Prof.-Sergio-Siragusa-Ematologia-AOUP-300x296.jpeg 300w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/06/Prof.-Sergio-Siragusa-Ematologia-AOUP-1024x1009.jpeg 1024w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/06/Prof.-Sergio-Siragusa-Ematologia-AOUP.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />L’ematologia dell’AOUP, che è Centro di riferimento regionale per le coagulopatie congenite ed acquisite nel bambino e nell’adulto, si colloca pertanto tra i pochi centri a livello internazionale abilitati alla terapia genica dell’emofilia oltre alle emergenti terapie innovative per i disturbi della coagulazione.</p>
<p>Il 18 aprile scorso il paziente, proveniente da fuori regione, ha ricevuto una singola infusione di terapia genica (valoctocogene roxaparvovec), primo trattamento di questo tipo approvato per l’emofilia A.</p>
<p>La terapia è stata somministrata sotto la guida del Professore Siragusa, affiancato dalla Dottoressa Marta Mattana, la caposala Dottoressa Rosalba Chiaramonte, i medici e personale sanitario dell’unità operativa. Per la preparazione alla terapia, l’assistito ha ricevuto supporto psicologico dalla Dottoressa Francesca Mansueto.</p>
<p>Attualmente il paziente è in buone condizioni cliniche e non ha presentato complicanze durante né dopo l’infusione. Ha iniziato il follow up con i vari esami ematochimici previsti.</p>
<p>“La terapia genica – spiega il Professore Siragusa &#8211; rappresenta una potenziale svolta per i pazienti con emofilia A grave in quanto una singola somministrazione può ridurre o eliminare la necessità della profilassi continuativa, con un impatto significativo sulla aspettativa e qualità di vita del paziente”.</p>
<p>La Direttrice Generale del Policlinico Maria Grazia Furnari sottolinea: “Si tratta di un risultato di straordinaria rilevanza per la nostra Azienda ospedaliera universitaria e per l’intero sistema sanitario regionale. Particolarmente significativo è il fatto che il paziente trattato provenisse da fuori regione, configurando un importante caso di mobilità sanitaria attiva, indicativo della crescente capacità attrattiva della nostra struttura e della fiducia riconosciuta anche oltre il territorio regionale. Essere tra i pochi centri autorizzati a livello internazionale conferma l’elevato profilo clinico e scientifico dei nostri professionisti e la</p>
<p>capacità della nostra organizzazione di integrare ricerca, innovazione e assistenza. Avere la possibilità di trattare questa patologia, nel rispetto dell’universalità delle cure, è una grande vittoria ma pone questioni importanti in termini di accesso e sostenibilità per i sistemi sanitari”.</p>
<p>L’emofilia A è una malattia genetica ereditaria causata dalla carenza del fattore VIII della coagulazione. Questa condizione comporta una ridotta capacità del sangue di coagulare, con conseguenti episodi di sanguinamento spontaneo o prolungato, soprattutto a livello articolare e muscolare. Tale malattia può determinare emorragie fatali anche in età pediatrica.</p>
<p>Negli ultimi anni, la terapia genica si è affermata come una promettente alternativa, con l’obiettivo di correggere alla radice il difetto genetico responsabile della malattia.</p>
<p>Siragusa aggiunge: “Studi clinici hanno dimostrato che una singola somministrazione di terapia genica può portare a una riduzione drastica o addirittura all’eliminazione della necessità di infusioni sostitutive. I benefici potenziali sono notevoli: miglioramento della qualità della vita, riduzione delle complicanze articolari e minore impatto psicologico e sociale della malattia. Tuttavia, la terapia genica presenta ancora alcune sfide. Tra queste, la variabilità della risposta tra i pazienti, la durata dell’effetto nel tempo e la possibile risposta immunitaria contro il vettore virale. Inoltre, non tutti i pazienti sono candidabili. Dal punto di vista della sicurezza, &#8211; conclude l’ematologo &#8211; gli studi finora condotti mostrano un profilo generalmente favorevole, anche se è necessario un monitoraggio a lungo termine per valutare eventuali effetti indesiderati tardivi”.</p>
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		<title>GIST: TUMORI RARI, NUOVE PROSPETTIVE DI CURA E IL RUOLO CHIAVE DEI CENTRI DI ECCELLENZA</title>
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				<pubDate>Wed, 13 May 2026 07:48:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[CS COMMUNICATION SRL]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[FLASH NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[Oncologia]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>

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				<description><![CDATA[<p>I GIST (GastroIntestinal Stromal Tumors) sono tumori rari maligni del tessuto connettivo che interessano l’apparato...</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<h6>I GIST (GastroIntestinal Stromal Tumors) sono tumori rari maligni del tessuto connettivo che interessano l’apparato digerente, colpendo principalmente stomaco e intestino tenue. In Italia si registrano circa 600-900 nuove diagnosi ogni anno, pari a un’incidenza di 1-1,5 casi ogni 100.000 persone. La loro bassa frequenza fa sì che siano ancora poco conosciuti e, non di rado, diagnosticati in modo occasionale durante accertamenti eseguiti per altri motivi.</h6>
<p>Proprio questa scarsa familiarità con la malattia può rendere più complesso il percorso iniziale del paziente, in quanto i sintomi sono spesso aspecifici e non immediatamente riconducibili a un tumore raro. Dal punto di vista clinico, i GIST sono tumori che originano da cellule del tessuto connettivo del tratto gastrointestinale. La diagnosi si basa su esami radiologici e sulla conferma istologica e molecolare, indispensabile per identificare le caratteristiche del tumore e orientare le scelte terapeutiche.</p>
<p>Negli ultimi anni, l’introduzione dei farmaci a target molecolare ha profondamente cambiato la storia naturale della malattia. In molti casi, soprattutto nelle fasi avanzate, il GIST può essere controllato nel tempo, assumendo caratteristiche di cronicità. Questo significa che i pazienti possono convivere a lungo con la malattia, grazie a terapie continuative.</p>
<p>Tra i trattamenti disponibili, l’<strong>Imatinib</strong> rappresenta ancora oggi un punto di riferimento, grazie a un profilo di tollerabilità generalmente favorevole e a effetti collaterali ben conosciuti e gestibili. Accanto a questo, sono oggi disponibili anche altre molecole approvate dal SSN per la terapia medica dei GIST, tra cui <strong>Sunitinib</strong>, <strong>Regorafenib</strong>, <strong>Ripretinib</strong> ed <strong>Avapritinib</strong>, utilizzate in sequenza nelle diverse linee di trattamento in base alle caratteristiche della malattia. Anche le terapie successive, seppur più complesse, possono essere affrontate con buoni risultati quando sono accompagnate da un adeguato supporto clinico. È importante sottolineare come il profilo di tollerabilità dei diversi farmaci possa variare anche in modo significativo per soggettività, rappresentando quindi un elemento rilevante nella scelta clinica e nella personalizzazione del trattamento. In questo contesto, la qualità di vita diventa parte integrante della cura: gestire gli effetti collaterali e mantenere un buon equilibrio psicofisico è essenziale per garantire continuità ed efficacia ai trattamenti.</p>
<p>La scelta del centro di cura è uno degli aspetti più determinanti nel percorso del paziente.<br />
Nei tumori rari come i GIST, l’esperienza fa la differenza: numerosi studi dimostrano che l’outcome migliora significativamente quando la presa in carico avviene in centri ad alta specializzazione.</p>
<p>Per i pazienti del Piemonte, un punto di riferimento è rappresentato dall’Istituto di Ricerca sul Cancro di Candiolo IRCCS, centro altamente specializzato nella diagnosi e nel trattamento dei sarcomi e inserito nelle reti nazionali ed europee dedicate ai tumori rari. Essere seguiti in una struttura di questo tipo significa poter contare su un approccio multidisciplinare consolidato, in cui oncologi, chirurghi, anatomopatologi e radiologi collaborano nella definizione di percorsi terapeutici personalizzati.</p>
<p>Il percorso del paziente si basa su una presa in carico strutturata, che prevede la discussione collegiale dei casi, la revisione anatomo-patologica esperta e l’accesso alle terapie più appropriate, incluse quelle innovative e gli studi clinici. In questo contesto, la centralizzazione delle competenze consente una maggiore accuratezza diagnostica e una migliore continuità delle cure.</p>
<p>Oggi, anche in Piemonte, è possibile accedere a percorsi di cura altamente specializzati senza rinunciare alla gestione di alcune fasi vicino a casa. Il valore aggiunto non è solo il centro in cui si viene presi in carico, ma <strong>come viene costruito il percorso</strong>: coordinato, condiviso e personalizzato. Questo approccio permette di coniugare qualità delle cure e sostenibilità nella vita quotidiana, rendendo il percorso più accessibile e concreto.</p>
<p><a href="https://www.sanitaebenessere.it/pillole-dallesperto/"><img class=" wp-image-11642 aligncenter" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/05/pillole-300x101.png" alt="" width="384" height="129" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/05/pillole-300x101.png 300w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/05/pillole.png 447w" sizes="(max-width: 384px) 100vw, 384px" /></a></p>
<p>Accanto ai centri di eccellenza, un ruolo essenziale è svolto dalle associazioni di pazienti. Nel caso dei GIST, la Fondazione Italiana GIST ETS rappresenta un punto di riferimento fondamentale, si impegna a diffondere informazioni corrette sulla malattia ancora poco conosciuta, a orientare i pazienti verso i centri più esperti e a sostenere la ricerca. Ma soprattutto offre supporto concreto a pazienti e caregiver, aiutandoli ad affrontare le sfide pratiche, emotive e sociali legate a un percorso di cura spesso lungo e complesso.<br />
Nei tumori rari come i GIST, la collaborazione tra centri di eccellenza e associazioni di pazienti è determinante. Informazione, esperienza clinica e supporto umano devono procedere insieme.</p>
<p>Aumentare la consapevolezza su questa patologia significa non solo favorire diagnosi più tempestive, ma anche aiutare i pazienti a compiere scelte informate. Tra queste, la più importante è affidarsi a centri con esperienza specifica, dove competenze multidisciplinari, ricerca e presa in carico globale possano tradursi in un percorso di cura più efficace e sostenibile nel tempo.</p>
<p><a href="https://irccs.com/it/patologie/sarcomi-e-tumori-rari/"><img class=" wp-image-11646 aligncenter" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/05/capire-piemonte-e1778658233769-300x188.png" alt="" width="371" height="232" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/05/capire-piemonte-e1778658233769-300x188.png 300w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/05/capire-piemonte-e1778658233769-270x170.png 270w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/05/capire-piemonte-e1778658233769.png 456w" sizes="(max-width: 371px) 100vw, 371px" /></a><a href="https://www.gistonline.it/"><img class=" wp-image-11649 aligncenter" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/05/capire-piemonte-1-e1778658319230-300x73.png" alt="" width="370" height="90" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/05/capire-piemonte-1-e1778658319230-300x73.png 300w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/05/capire-piemonte-1-e1778658319230-450x111.png 450w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/05/capire-piemonte-1-e1778658319230.png 456w" sizes="(max-width: 370px) 100vw, 370px" /></a></p>
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		<title>UNA NUOVA FRONTIERA PER L’EPILESSIA</title>
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				<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 15:51:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[CS COMMUNICATION SRL]]></dc:creator>
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								<content:encoded><![CDATA[<h5>LA STIMOLAZIONE EPICRANIALE PER EPILESSIE FOCALI FARMACORESISTENTI</h5>
<h5><img class="size-medium wp-image-11617 alignleft" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/04/epilessia-300x234.png" alt="" width="300" height="234" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/04/epilessia-300x234.png 300w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/04/epilessia.png 443w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Le epilessie farmacoresistenti sono quelle in cui le crisi non sono adeguatamente controllate nonostante una terapia farmacologica, e si stima che circa il 30/40 % dei pazienti con epilessia rientrino nella categoria.</h5>
<p>Fortunatamente la ricerca e la tecnologia neurologica stanno facendo passi da gigante fornendoci valide alternative, come la stimolazione epicraniale che rappresenta una delle tecniche più promettenti nel campo della neuromodulazione non invasiva. Si tratta di un dispositivo di nuova generazione, applicato superficialmente sul capo, che stimola in modo mirato le aree corticali coinvolte nell’epilessia. È una metodica pensata soprattutto per i pazienti con epilessie focali farmacoresistenti, cioè quei malati che non rispondono ai farmaci tradizionali e spesso non sono candidabili alla chirurgia.</p>
<p><strong><em>La stimolazione epicraniale </em></strong>è un innnovativa e rivoluzionaria terapia elettrica progettata per ridurre il numero di crisi epilettiche nelle persone con epilessia focale resistente ai farmaci. È disponibile presso centri selezionati, attualmente non tutti gli ospedali offrono questa procedura.</p>
<p>Utilizza diversi tipi di impulsi elettrici per ridurre le crisi e stabilizzare l’attività cerebrale – come una sorta di “pacemaker cerebrale”. Questi impulsi aiutano a interrompere le crisi o a renderle meno gravi. Il dispositivo può essere regolato per inviare la giusta quantità di impulsi elettrici per ogni persona, rendendo il trattamento personalizzato. Il dispositivo è costituito da un elettrodo a “fiore” molto sottile e lungo circa 5 cm. Viene posizionato sotto il cuoio capelluto, sopra il focolaio epilettico (dove la crisi inizia), tramite un’incisione nella pelle. Una batteria viene inserita sotto la pelle del torace. Questa è collegata all’elettrodo con un filo sottile che passa sotto la pelle. La procedura chirurgica dura meno di un’ora, e viene utilizzata insieme ai farmaci anti-crisi (ASM) per aiutare a ridurre le crisi nel tempo.</p>
<p><img class="size-medium wp-image-11474 alignright" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2026/01/Immagine1-300x270.jpg" alt="" width="300" height="270" />Il suo profilo di sicurezza è estremamente elevato: è una procedura non invasiva, ben tollerata, e con un rischio minimo di effetti collaterali. Allo stesso tempo, i risultati clinici disponibili indicano una riduzione significativa della frequenza delle crisi in una parte importante dei pazienti trattati.</p>
<p>Dalla letteratura emergono risultati incoraggianti. Analisi dei dati clinici mostrano riduzioni medie significative nella frequenza delle crisi. Dopo sei mesi, il 53% delle persone ha visto una riduzione di oltre il 50% nella frequenza delle crisi. Dopo due anni, il 66% ha avuto una riduzione del 68%.in alcuni pazienti è possibile sospendere le crisi. Le persone dello studio di due anni non hanno riscontrato complicazioni gravi o effetti collaterali con il dispositivo. E l’81% di chi ha iniziato il trattamento lo ha portato avanti per i due anni dello studio.</p>
<p>Portare questa tecnologia nelle strutture ospedaliere specializzate significa offrire una nuova opportunità terapeutica a persone che oggi hanno poche alternative e che non sono candidati alla chirurgia dell’epilessia.</p>
<p>È un progetto che può davvero cambiare la qualità di vita di molti pazienti.</p>
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<pre>Per un approfondimento visitate la pagina

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