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	<title>Pediatria &#8211; Sanità &amp; Benessere</title>
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		<title>Covid, pediatri di famiglia: &#8220;Firmato il protocollo d&#8217;intesa, potremo vaccinare i genitori dei bambini fragili&#8221;</title>
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				<pubDate>Tue, 16 Mar 2021 09:57:39 +0000</pubDate>
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				<description><![CDATA[<p>Nell’accordo previsto anche l’incarico per la somministrazione dell’anti-Covid appena ci sarà il vaccino per età...</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400; text-align: center;"><em><strong>Nell’accordo previsto anche l’incarico per la somministrazione dell’anti-Covid appena ci sarà il vaccino per età pediatrica, oltre che la possibilità di eseguire tutte le vaccinazioni previste dal Calendario. Grande soddisfazione del Presidente FIMP Paolo Biasci: “Riconosciuto il nostro ruolo, la presenza capillare e il rapporto fiduciario con le famiglie. Così liberiamo risorse dei servizi territoriali da dedicare, non appena saranno disponibili più dosi, alla copertura di tutta la popolazione in tempi rapidi”.</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Roma, 16 marzo 2021</em> – Firmato il protocollo d’intesa tra la Pediatria di Famiglia e il Governo, le Regioni e le Province autonome, sulla campagna contro il Covid-19. “Potremo vaccinare genitori e caregiver dei bambini pazienti fragili – annuncia <strong>Paolo Biasci</strong>, Presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri – e quando sarà disponibile la profilassi per gli under 16, ci occuperemo anche di questo. Siamo estremamente soddisfatti, perché in premessa, all’interno dello stesso documento, il Governo e le Regioni ci riconoscono un ruolo insostituibile nell’individuare caso per caso le situazioni di vulnerabilità, ma anche nell’incrementare la copertura vaccinale della popolazione, grazie alla nostra presenza capillare nel territorio, alla possibilità di esecuzione delle vaccinazioni in ogni occasione di visita e in considerazione del rapporto fiduciario che ci lega alle famiglie”.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’accordo, preso atto che il Piano vaccinale rappresenta lo strumento principale con cui contrastare la diffusione del contagio, rileva, con l’aumentare della disponibilità delle dosi, la necessità di coinvolgere attivamente i Pediatri di Libera Scelta, per procedere alla copertura della popolazione italiana nel più breve tempo possibile. Il documento definisce la cornice nazionale e le modalità con cui i Pediatri di Famiglia potranno essere liberamente coinvolti a livello regionale, nell’ambito di accordi specifici.</p>
<p style="font-weight: 400;">“Nessuno come il Pediatra di Famiglia – spiega Biasci – può conoscere le singole situazioni di fragilità, legate alle patologie prioritarie definite dall’ultima circolare della Direzione generale della prevenzione sanitaria del Ministero della Salute. Siamo lieti si sia compresa l’importanza di immunizzare i caregiver, a partire dai genitori, dei nostri pazienti più vulnerabili: proteggere i più fragili tra i più piccoli è una battaglia di civiltà. Siamo soddisfatti inoltre che Ministero e Regioni abbiano riconosciuto che i Pediatri di Famiglia debbano essere coinvolti nelle vaccinazioni del Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale dei propri assistiti, prevedendo per questo specifici Accordi regionali. Oltre a rappresentare un auspicato passo in avanti nella semplificazione e nell’ottenimento degli obiettivi di prevenzione, iniziare a farlo in questa fase può contribuire a liberare risorse rendendo disponibili per la vaccinazione anti Covid-19 le sedi e gli operatori sanitari attualmente impegnati nelle vaccinazioni per l’infanzia. Il Protocollo introduce, tra le altre cose, anche un’innovativa semplificazione, ovvero la possibilità per i Pediatri di Famiglia di accedere in tempo reale all’anagrafe vaccinale e contribuirne all’aggiornamento in tempo reale, condizione indispensabile per assicurare efficienza ed efficacia delle campagne di profilassi”.</p>
<p style="font-weight: 400;">Per onorare quest’intesa si renderanno necessari dei provvedimenti a carattere di urgenza che consentiranno di integrare il Fondo sanitario nazionale e che saranno progressivamente definiti sulla base dell’andamento della Campagna vaccinale. Nell’ambito degli Accordi Regionali sarà opportuno prevedere l’assegnazione prioritaria delle risorse destinate al miglioramento dei livelli organizzativi con acquisizione di personale infermieristico ai Pediatri che aderiranno al Protocollo, eseguendo le prestazioni nel proprio studio.</p>
<p style="font-weight: 400;">“È necessario – conclude Biasci – un immediato provvedimento normativo che protegga i medici somministratori dai rischi legati ad eventuali reazioni avverse. Il pericolo è infatti che, dopo la recente apertura di inchieste su eventi gravi occorsi dopo l’inoculazione del vaccino contro il Covid-19,  molti   medici si tirino indietro per non rischiare procedimenti giudiziari a causa di eventi non dipendenti dalla loro volontà e competenza. Vogliamo fare la nostra parte, ma dobbiamo essere messi in grado di farlo con serenità”.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Ufficio stampa</strong><strong><br />
Intermedia<br />
</strong><strong>intermedia@intermedianews.it</strong><strong><u><br />
</u>340 2429161 – 335 265394</strong></p>
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		<title>Al Meyer usata la terapia genica per un neonato affetto Sma</title>
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				<pubDate>Fri, 12 Mar 2021 16:03:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[CS COMMUNICATION SRL]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Neonatologia]]></category>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">All&#8217;ospedale pediatrico Meyer, per la prima volta, è stata usata la terapia genica su un neonato affetto da atrofia muscolare spinale di tipo 1, Sma1: la malattia gli era stata diagnosticata grazie allo screening neonatale che è attivo come progetto pilota solo in Toscana e Lazio. Questo, spiegano dall&#8217;Aou Meyer, ha fatto sì che il codice genetico del piccolo sia stato &#8220;riparato&#8221; a pochi giorni dalla sua nascita, quando erano presenti solo sfumati segni della malattia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il neonato adesso è a casa e sta bene: sarà seguito nel tempo, ma la potenziale efficacia della terapia genica nel suo caso è molto alta perché somministrata a poco più di un mese di vita e in una fase precocissima di malattia.</p>
<p>La Sma, ricorda il Meyer, è una patologia neuromuscolare rara ereditaria, che, secondo la letteratura, colpisce 1 bambino su 6 -10mila. È causata da un gene difettoso che impedisce la sintesi della proteina Smn che serve alla sopravvivenza e al funzionamento dei motoneuroni, le cellule che inviano impulsi dal sistema nervoso ai muscoli. Nella Sma tipo 1 i segni clinici compaiono nei primi 6 mesi di vita e i piccoli che ne sono affetti vanno incontro a difficoltà motorie, di deglutizione e di respirazione con disabilità molto gravi e senza una terapia specifica e precoce, a morte prima dei 2 anni di vita.</p>
<p>Riguardo alla terapia genica, utilizza frammenti di Dna per curare patologie nella maggior parte rare e senza alternative terapeutiche. Per la Sma1 è utilizzato come &#8216;cavallo di troia&#8217; un adenovirus che arriva al Dna e vi inserisce la copia corretta del gene Smn1 &#8216;difettoso&#8217; o mancante. Così l&#8217;organismo riesce a sintetizzare la proteina Smn a salvaguardia dei motoneuroni. Fondamentale, si sottolinea, il fattore tempo: l&#8217;efficacia è tanto maggiore quanto più rapidamente si interviene. (ANSA).<br />
Fonte: Ansa.it</p>
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		<title>Il prezioso contributo della tecnologia nella Diabetologia Pediatrica</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/il-prezioso-contributo-della-tecnologia-nella-diabetologia-pediatrica/</link>
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				<pubDate>Wed, 10 Feb 2021 09:25:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Diabetologia e Dietetica]]></category>
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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6a9ae203cad56"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6a9ae203d5f88"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<p style="text-align: center;"><strong>L’implementazione, nei centri pediatrici, di soluzioni hi-tech per il monitoraggio glicemico e l’erogazione di insulina permettono un buon compenso metabolico e una migliore qualità di vita.</strong></p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6a9ae203d642e"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6a9ae203d66cc"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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<p>&nbsp;</p>
<p>A parlarcene la Prof.ssa <strong>Ivana Rabbone</strong>, docente di Pediatria presso la Scuola di Medicina dell’Università del Piemonte Orientale, da marzo 2020 Direttore della Pediatria dell’Ospedale Maggiore di Novara – Centro Hub di Riferimento per il quadrante Nord-Orientale piemontese per il Diabete infantile – e Coordinatore della Rete Diabetologica pediatrica regionale.</p>
<p><strong>Professoressa, quali sono i tipi di Diabete più diffusi in età pediatrica?</strong></p>
<p>“Nel 95% dei casi si tratta di Diabete di tipo 1, ossia quello legato a un meccanismo autoimmune di distruzione delle cellule beta che producono insulina e che non possono essere ricostruite, e che dunque necessita di una terapia insulinica come trattamento. Recentemente, tuttavia, abbiamo assistito a un incremento (1% circa) del Diabete di tipo 2 anche nei bambini, soprattutto in età adolescenziale. C’è, infine, una terza fetta di pazienti, di cui si parla poco, che hanno un Diabete di tipo monogenico, caratterizzato da una mutazione genetica. Fa parte di questa tipologia il Diabete neonatale, una forma rara geneticamente determinata, in cui l’alterazione di un gene rende le cellule del pancreas incapaci di secernere insulina, ma non di produrla. Il Diabete monogenico necessita di un trattamento con insulina o, nel caso del Diabete neonatale, di un trattamento con sulfaniluree, un farmaco che va a sbloccare la cellula beta che produce insulina. Ad oggi a Novara, grazie anche alla collaborazione con la Genetista del Dipartimento, abbiamo implementato le diagnosi genetiche per questo tipo di Diabete, diventando un collettore per i pazienti di tutta la Regione”.</p>
<p><strong>Come vengono utilizzate le nuove tecnologie nella cura dei pazienti diabetici di tipo 1?</strong></p>
<p>“Innanzitutto per l’automonitoraggio della glicemia. Oggi abbiamo a disposizione dei device, altamente tecnologici ma al tempo stesso molto semplici da utilizzare, che consentono di misurare il livello del glucosio nel corso della giornata in modo veloce, non invasivo e molto pratico. Si tratta di piccoli sensori che si applicano facilmente sulla parte posteriore del braccio – possono farlo tranquillamente i genitori – e che misurano in continuo l’andamento della glicemia. In secondo luogo la tecnologia ci viene in aiuto anche nella somministrazione dell’insulina: oggi, infatti, grazie a diversi modelli di microinfusore – con cateterino o il tipo patch senza fili, che solitamente è più gradito dagli adolescenti perché molto discreto e più pratico – che possono anche essere collegati ad alcuni sensori attraverso un algoritmo, è possibile erogare l’insulina con molta precisione e regolare sia l’ipoglicemia sia l’iperglicemia”.</p>
<p><strong>Quali benefici apportano ai pazienti queste soluzioni hi tech?</strong></p>
<p>“Se queste tecnologie sono molto sfruttate dai giovani adulti che le gestiscono in autonomia e con la massima facilità tramite app e smartphone, nei bambini in età pediatrica diventano una vera e propria esigenza metabolica indispensabile. I piccoli pazienti, infatti, sono gestiti ancora da un care giver – in primis il genitore – che ha bisogno di un monitoraggio del glucosio interstiziale in continuo e molto preciso. Questi sensori hi-tech gli consentono di rilevare l’andamento della glicemia su un device esterno via bluetooth, ad esempio il cellulare o il lettore apposito, in modo veloce, semplice e frequente. Con notevoli benefici sia da un punto di vista clinico – il medico ha a disposizione molte più informazioni che può utilizzare per ottimizzare al meglio la terapia – sia di qualità di vita dei pazienti. Basti solo pensare al non dover effettuare la puntura del polpastrello più volte al giorno, un metodo scomodo, doloroso e frustrante per i pazienti, che spesso finiscono col non misurarsi la glicemia con la frequenza necessaria. Questo moderno tipo di monitoraggio ha dimostrato, invece, di ridurre il rischio di ipoglicemie e di aumentare il tempo che questi pazienti passano con un buon controllo metabolico durante la loro giornata (time in range). Avendo diversi device a disposizione, possiamo “sartorializzare” la terapia in maniera molto precisa, garantendo a ciascun paziente un buon compenso metabolico e una buona qualità di vita”.</p>
<p><strong>Sono tecnologie semplici da usare da parte dei genitori dei piccoli pazienti?</strong></p>
<p>“Sì, ma serve un grande lavoro di educazione terapeutica nei confronti delle famiglie, della scuola, dei care giver per renderli autonomi e in grado di gestire una terapia così complessa ma necessaria per mantenere un buon compenso metabolico ed evitare l’ipoglicemia, che tanto spaventa i genitori. Alcuni tipi di sensori hanno addirittura un allarme e, laddove il sensore è collegato al microinfusore, l’algoritmo è in grado di prevedere la discesa della glicemia e sospendere l’erogazione dell’insulina in modo preventivo”.</p>
<p><strong>Si può prevenire il Diabete di tipo 1?</strong></p>
<p>“No, la patologia non si può prevenire, quello che si può prevenire è l’esordio grave, facendo arrivare il bambino alle cure prima che si presentino delle manifestazioni acute della malattia. Questo aspetto è emerso in tutta la sua gravità durante la prima fase della pandemia, quando molti pazienti, per paura, arrivavano in ospedale in condizioni già molto gravi, spesso in coma. Purtroppo nel Diabete di tipo 1 il ritardo diagnostico si traduce in un rischio di vita. Per questo è fondamentale riconoscere precocemente i segni dell’esordio della malattia: il bere e l’urinare tanto, anche svegliandosi più volte di notte, e l’astenia. Questa emergenza sanitaria ci ha confermato anche come la telemedicina, supportata dall’innovazione tecnologica, possa essere un valido aiuto per le persone con Diabete, nel curarsi anche a distanza e in sicurezza”.</p>
<p><strong>Quali potrebbero essere i prossimi passi nel trattamento del Diabete di tipo 1?</strong></p>
<p>“L’unica forma di guarigione oggi è il trapianto di pancreas, con tutte le conseguenze che esso comporta e non praticabile su pazienti di età pediatrica. Il futuro potrebbe essere lo sviluppo delle cellule staminali, costruendo dei pancreas sostituitivi di tipo biologico che producano insulina alternativamente a quello naturale. Questa però è ancora ricerca, ad oggi si punta tutto sulla tecnologia, che rende questi piccoli pazienti assolutamente abili a fare qualsiasi cosa”.</p>

		</div>
	</div>
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			<p><strong>Contatti</strong></p>
<p>Prof.ssa Ivana Rabbone</p>
<p>Direttore SCDU Pediatria</p>
<p>Ospedale Maggiore della Carità</p>
<p>Corso Mazzini, 18 – 28100 Novara</p>
<p>Tel. 0321 3733350</p>
<p>Mail: <a href="mailto:ivana.rabbone@uniupo.it">ivana.rabbone@uniupo.it</a></p>
<p class="Corpo">

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		<title>Una Rete Nazionale specialistica per la cura del Labbro Leporino</title>
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				<pubDate>Mon, 23 Nov 2020 13:52:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Neonatologia]]></category>
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		<category><![CDATA[domenicoscopeliti]]></category>
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			<p class="Corpo"><strong>Una patologia rara ma che richiede una rete di assistenza specialistica con un percorso continuativo che parta dalla diagnosi prenatale e segua il bambino per tutto il suo sviluppo.</strong></p>

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<p><span style="color: #000000;">Il Prof. <strong>Domenico Scopelliti</strong> è dal 1998 Direttore dell’UOC di Chirurgia Maxillo-Facciale dell’Asl Roma 1 presso l’Ospedale San Filippo Neri e dal 2000 collabora con l’Organizzazione Internazionale Operation Smile, attiva in oltre 60 Paesi del mondo per curare i bambini con malformazioni del volto e in particolare affetti da Labbro leporino, Labioschisi e Labiopalatoschisi. È Direttore Clinico di Smile House Roma.</span></p>
<p><strong><span style="color: #000080;">Com’è iniziata l’esperienza con Operation Smile?</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">“La collaborazione è iniziata con la disponibilità a fornire specialisti volontari per l’organizzazione di missioni all’estero. Dal 2007 abbiamo esteso l’attività anche in Italia, stringendo un importante e proficuo accordo con la Marina Militare per l’utilizzo della porta-aerei Cavour, che ha un’area medico-ospedaliera molto valida. Con questa nave abbiamo partecipato prima a una missione in Africa, durante la quale abbiamo operato 120 bambini e, dal 2014 al 2019, in modalità weekend clinic, abbiamo proseguito operando sulla nave in fermo nel porto a Taranto. Una collaborazione importante e proficua che, dal varo fino al 2019, ha consentito di intervenire su oltre 400 bambini. Nel 2011 è iniziata infine un’attività più istituzionale dal punto di vista dei rapporti con il SSN, che ha visto il nostro Progetto integrarsi con i percorsi Ospedalieri”.</span></p>
<p><span style="color: #000080;"><strong>Qual è la Mission della vostra attività?</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">“Dopo un lungo studio epidemiologico su tutto il territorio nazionale, abbiamo rilevato quale fosse la reale esigenza della nostra attività: creare un percorso specifico che seguisse i bambini dalla diagnosi prenatale, dal momento della prima ecografia morfologica, fino all’età dello sviluppo. Operare un bambino senza poi seguirne la crescita era, infatti, un’attività incompleta. Tanti di questi bambini, operati da piccoli, sembrano guariti ma poi, arrivati a una certa età, manifestano una serie di problemi – quali ad esempio difficoltà nel parlare, nel mangiare, nel masticare – perché non sono più stati seguiti adeguatamente. Per questo era necessario un programma ad hoc, continuativo nel tempo e coordinato, che non poteva essere garantito né da una struttura pediatrica né da una per adulti. Da qui la nascita del Progetto Smile House”.</span></p>
<p><span style="color: #000080;"><strong>Come si struttura Smile House?</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">“Lavoriamo attraverso un Team Multidisciplinare di Specialisti che comprende ginecologi e ostretrici, passa per i pediatri e arriva, nell’età dello sviluppo, agli interventi di volta in volta necessari – odontoiatria, ortodonzia, psicologia. Si inizia dalla diagnosi prenatale, con l’individuazione della malformazione e l’attivazione del team che parte con un’azione di counseling sui genitori e prosegue monitorando la situazione durante la crescita del bambino, per capire come potrà evolversi la malattia e come intervenire prontamente a seconda delle necessità. L’obiettivo finale non è la “restitutio ad integrum” dell’anatomia del volto del bambino al primo anno di vita, bensì la sua integrazione totale nella società. È una visione olistica della patologia, che prevede un percorso completo e multidisciplinare, inserito nei piani regionali di assistenza e finalizzato a integrare dal punto di vista funzionale ed estetico il bambino. Oggi il nostro è diventato un vero e proprio modello organizzativo anche per gli altri Paesi”.</span></p>
<p><span style="color: #000080;"><strong>Quanto conta la formazione del personale sanitari coinvolto?</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">“Moltissimo. È una formazione continuativa e molto specialistica perché il Labbro leporino è una patologia rara ma che richiede una super competenza a livelli altissimi. Per questo, oltre che risolvere un problema assistenziale, siamo anche Centro di Formazione e Ricerca”.</span></p>
<p><strong><span style="color: #000080;">Come si struttura la rete di Smile House oggi in Italia?</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">“Nel nostro Paese nascono ogni anno circa 600 bambini con malformazioni del volto, numero che viene incrementato di circa il 10% dalle adozioni internazionali. Per questo abbiamo immaginato un percorso di rete a livello nazionale con 4 / 5 Centri deputati a svolgere l’attività chirurgica sui bambini, con una sottorete di 20 ambulatori periferici per completare l’assistenza secondaria più vicino ai pazienti e alle loro famiglie. Ad oggi abbiamo Roma, Milano e Vicenza come HUB chirurgici accreditati e Ancona e Cagliari come ambulatori secondari. Il nostro obiettivo adesso è completare la Rete, adeguandola ai global standard formativi e condividendo i protocolli di obiettivo. Stiamo anche lavorando con Angenas per creare una Rete riconosciuta in partenariato con il Ministero della Salute in modo che tutto questo percorso sia reso ancor più efficiente dalla Rete di assistenza sanitaria nazionale”.</span></p>

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			<p class="Corpo"><strong>Contatti</strong></p>
<p class="Corpo">Prof.<strong> Domenico Scopelliti</strong></p>
<p class="Corpo">Direttore UOC Chirurgia Maxillo-facciale Presidio Ospedaliero San Filippo Neri</p>
<p class="Corpo">Via Giovanni Martinotti, 20 – 00135 Roma</p>
<p class="Corpo">Tel. 06 33063931</p>
<p class="Corpo">Mail: <span class="Hyperlink0"><a href="mailto:domenico.scopelliti@aslroma1.it">domenico.scopelliti@aslroma1.it</a></span></p>

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		<title>Fattori di crescita, un mondo complesso e affascinante.</title>
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				<pubDate>Fri, 24 May 2019 14:03:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pediatria]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[cosenza]]></category>
		<category><![CDATA[endocrinologia]]></category>
		<category><![CDATA[fattori di crescita]]></category>
		<category><![CDATA[pediatria]]></category>

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			<h3><span style="color: #0000ff;"><em>Ce ne parla il Dottor Massimo Barreca, Dirigente Medico di Pediatria, Responsabile Ambulatorio Endocrinologia Pediatrica, Ospedale Cetraro, Cosenza</em></span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Molecole con funzioni diverse riproducibili anche in laboratorio, in grado di favorire o inibire la moltiplicazione cellulare. E&#8217; l&#8217;affascinante mondo dei fattori di crescita, sostanze capaci di stimolare la prolife razione e la secrezione cellulare, e che possono esercitare la loro azione su tutto l&#8217;organismo attraverso il sangue. I fattori di crescita sono di solito delle proteine o degli steroidi. Esempi di fattori di crescita sono le citochine e gli ormoni.</p>
<p><em><span style="color: #3366ff;"><strong>Che cosa s&#8217;intende per fattore di crescita?</strong></span></em></p>
<p>Crescita e sviluppo sono regolati da una serie innumerevole di fattori biologici e da condizioni ambientali che, partendo da una cellula, attraverso processi di proliferazione e differenzia- mento, portano alla formazione di un individuo. I fattori di crescita sono, in questo contesto, pro- teine in grado di attivare o bloccare il processo stesso. Molte di esse possono essere sintetizzate in laboratorio e trovano oggi utilizzo in diverse branche della medicina, diventando così preziosi strumenti di lotta alle malattie, come per esempio i disturbi ematopoietici e le neoplasie.</p>
<p><strong><em><span style="color: #3366ff;">Esistono tipi diversi di fattori di crescita? Se sì, quali?</span></em></strong></p>
<p>Il mondo dei fattori di crescita è complesso ed in parte ancora da scoprire. Il primo fattore di crescita ad essere stato individuato è stato il PDGF (prodotto dalle piastrine), ma oggi sappiamo che esistono numerose proteine che fungono da fattori di crescita, alcune con range molto ristretti altri più ampi, alcune che stimo- lano la proliferazione altre che aiutano anche il differenziamento. Altro fattore di crescita è l’EGF, che agisce solo sulle cellule epiteliali dell’e- pidermide, stimolando la loro sopravvivenza e il differenziamento. Esistono altri fattori di crescita, come quelli insulino-simili (IGF1 e IGF2) definiti così per via della loro struttura, una sequenza amminoacidica molto simile a quella dell&#8217;insulina che agisce stimolando la cre- scita delle cellule o ancora, quelli dei fibroblasti (FGF1 e FGF24) e il fattore di crescita dell&#8217;endo- telio vascolare (VEGF), che stimola soprattutto la proliferazione delle cellule dei vasi sanguigni.</p>
<p><strong><em><span style="color: #3366ff;">Come agiscono i fattori di crescita?</span></em></strong></p>
<p>La condizione di partenza è che il fattore di cresci- ta si lega ad una molecola specifica presente sulla cellula bersaglio; ad interazione avvenuta s&#8217;innesca la sintesi di un’altra molecola, il secondo messagge- ro (il primo è il fattore di crescita stesso). Si attiva- no così una serie di reazioni chimiche il cui scopo è la sintesi di una proteina regolatrice, in grado di rallentare o velocizzare i processi biologici.</p>
<p><strong><em><span style="color: #3366ff;">Ci fa un esempio di proteine regolatrici che stimolano fattori di crescita?</span></em></strong></p>
<p>Prendiamo l&#8217;insulina ad esempio, farmaco noto a tutti per il suo impiego nella cura del diabete, una volta avvenuto il processo d’interazione con il nucleo della cellula, è in grado di determinare nel fegato e nel muscolo la deposizione di glicogeno (un’importante fonte energetica dell’organismo), nel tessuto adiposo l’accumulo di trigliceridi, in vari tessuti dell’organismo la sintesi proteica e quindi la crescita. Altro esempio è l&#8217;ormone della crescita che determina la sintesi di un secondo ormone definito fattore di crescita insulino-simile. Quest&#8217;ultimo accelera lo sviluppo della cartilagine delle ossa che si allungano, permettendo all&#8217;individuo di crescere e sviluppare un&#8217;adeguata statura. Inoltre quest&#8217;ormone favorisce la crescita della muscolatura scheletrica e del tessuto connettivo. Infine i fattori di crescita modulano i processi riparativi conseguenti ad una lesione.</p>
<p><em><strong><span style="color: #3366ff;">Quali impieghi terapeutici hanno i fattori di crescita?</span></strong></em></p>
<p>I fattori di crescita possono essere usati come farmaci; in questo caso sono prodotti con metodi di ingegneria genetica. La maggior parte di essi non ha ancora superato la fase sperimentale, ma il loro sviluppo costituisce una delle priorità della ricerca. Sono disponibili sul mercato già alcuni fattori di crescita, utilizzati soprattutto in campo ematologico: il GM-CSF, il G-CSF e l’eritropoietina. I primi due stimolano la moltiplicazione dei globuli bianchi, il terzo favorisce la moltiplicazione dei globuli rossi. Il GM-CSF e il G-CSF sono utilizzati per ridurre la durata della leucopenia (abbassamento eccessivo del tasso di globuli bianchi) che si verifica a seguito di chemioterapia antineoplastica, trapianto di midollo osseo o AIDS, mentre l’eritropoietina si usa nel trattamento di alcuni tipi di anemia, con particolare riferimento a quelle osservabili nei pazienti dializzati con insufficienza renale cronica.</p>

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			<p><strong>Dott. Massimo Barreca</strong></p>
<p>Dirigente Medico Responsabile dell&#8217;ambulatorio di Endocrinologia Pediatrica Ospedale di Cetraro (CS)</p>
<p>Località Testa, 87022 Cetraro CS</p>
<p>Tel: 0982977314</p>
<p>email: <a href="mailto:endoped.cetraro@gmail.com">endoped.cetraro@gmail.com</a></p>

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		<title>La ricostruzione della valvola polmonare per sconfiggere la Tetralogia di Fallot</title>
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				<pubDate>Thu, 06 Apr 2017 09:09:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cardiologia]]></category>
		<category><![CDATA[Chirurgia]]></category>
		<category><![CDATA[Pediatria]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>
		<category><![CDATA[cardiochirurgia]]></category>
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		<category><![CDATA[valvola]]></category>

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			<h2>Il Prof. Stellin, Direttore della Cardiochirurgia Pediatrica e Cardiopatie Congenite dell’Azienda Ospedaliera Università di Padova, ci parla del “morbo blu”</h2>
<p>La Tetralogia di Fallot è una malattia cardiaca congenita, che altera la struttura del cuore compromettendone il normale funzionamento. A parlarci di questa malattia, il Prof. Giovanni Stellin, Direttore della U.O.C. di Cardiochirurgia Pediatrica e Cardiopatie Congenite dell’Azienda Ospedaliera Università di Padova, formatosi in USA ed Australia. Nel corso della sua lunga esperienza medica, si è specializzato in Chirurgia Generale ed in Cardioangiochirurgia, dedicandosi in particolar modo al trattamento delle cardiopatie congenite. Nel 1985 ha partecipato, insieme al Prof. Vincenzo Gallucci, al primo trapianto di cuore in Italia, e nel 1988, al primo trapianto cardiaco in Italia in un neonato. La sua attività clinica e chirurgica include anche le attività di missioni annuali umanitarie in Africa e Nepal.</p>
<p><strong>Prof. Stellin, cos’è la Tetralogia di Fallot?</strong></p>
<p>La Tetralogia di Fallot è una malformazione congenita complessa del cuore che è stata descritta nel 1888 da un medico marsigliese, Etienne Louis Fallot, da cui prende il nome, conosciuta anche come “morbo blu”. Ciò perché, nelle forme più gravi, il bambino alla nascita presenta un colorito bluastro (cianosi). Diagnosticata spesso in età prenatale, la malformazione si caratterizza da una cianosi progressiva. Si tratta di una delle malattie più frequenti che noi trattiamo, le cui cause non sono ancora chiare. Questa malattia consiste nella presenza di un buco tra i due ventricoli ed in un restringimento di quella parte del cuore che porta il sangue ai polmoni, ovvero la valvola polmonare (che sta tra il ventricolo destro e le arterie polmonari) che è malformata. I bambini diventano blu perché a causa di questa strozzatura, il sangue non passa ai polmoni per ossigenarsi in modo adeguato. La correzione chirurgica consiste nell’occlusione del buco tra i due ventricoli e nell’apertura di questa parte stretta di cuore che porta il sangue ai polmoni, normalizzandone il flusso. Nel nostro centro, la Tetralogia di Fallot viene corretta chirurgicamente molto precocemente, generalmente nei primi 2-3 mesi di vita.</p>
<p><strong>Come si può intervenire in questo ambito?</strong></p>
<p>Negli ultimi anni abbiamo sviluppato un intervento per correggere completamente la malformazione senza dover eliminare la valvola polmonare. Con la correzione “classica” ancora usata nella maggior parte dei Centri, la valvola malformata viene completamente rimossa per assicurare un adeguato passaggio di sangue ai polmoni. Tuttavia, per l’assenza della funzione di questa delicata struttura, il sangue fa risacca dentro il ventricolo destro, e col tempo il cuore si sfianca e si indebolisce. Diventa così necessario un nuovo intervento per impiantare una protesi valvolare. A Padova, invece, abbiamo sviluppato un intervento con cui riusciamo a salvare la valvola polmonare malformata.</p>
<p><strong>Come si correggono le malformazioni più semplici?</strong></p>
<p>Da ormai quasi 20 anni a Padova abbiamo sviluppato delle tecniche mini-invasive che permettono di correggere in maniera sicura ed efficace molte malformazioni cardiache senza dover tagliare l’osso del torace (sterno), bensì attraverso una piccola incisione sotto l’ascella destra che, oltre a ridurre di molto il dolore postoperatorio e pertanto la degenza del bimbo in ospedale, garantisce un miglior risultato estetico e funzionale a distanza.</p>
<p><strong>Come stanno questi bambini operati quando diventano adulti?</strong></p>
<p>Il nostro Centro si occupa da molti anni anche del malato con cardiopatia congenita che raggiunge l’età adulta. È stato formato a Padova un team di cardiologi e cardiochirurghi che segue in modo particolare i cardiopatici congeniti adulti, i quali, operati in età pediatrica per cardiopatie complesse, ancora hanno bisogno di cure cardiologiche ed a volte cardiochirurgiche. A questo proposito, proprio quando dobbiamo trattare la mancanza della valvola polmonare in pazienti che in passato sono stati operati di Tetralogia di Fallot, senza che questa venisse salvata, e che necessitano di una nuova, siamo l’unico centro in Italia a partecipare, ad uno studio clinico multicentrico europeo chiamato ESPOIR, indetto dalla Università di Hannover (Germania) e finanziato dall’Unione Europea, sull’impiego di protesi valvolari speciali. Queste, trattate con decellularizzazione (ovvero rimozione del DNA), dopo essere state impiantate nel paziente, si ripopolano di cellule proprie del paziente (staminali) e pertanto, oltre a non richiedere terapia anticoagulante, quando utilizzate in età pediatrica possono crescere con il bambino durando per tutta la vita.</p>
<p><strong>Ci parli della presenza fattiva dell’Associazione “Un cuore Un mondo Padova”</strong></p>
<p>È un’associazione composta da genitori di bambini che ho operato. È una spalla valida per il nostro lavoro, finanziando molteplici progetti scientifici ed umanitari, anche internazionali. Si occupa inoltre dell’accoglienza delle famiglie mettendo a disposizione una psicologa che sostiene i genitori ed aiuta i bambini nel loro percorso verso la guarigione.</p>

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			<h4>Prof. Giovanni Stellin</h4>
<h5>Cardiochirurgia Pediatrica e Cardiopatie Congenite Azienda Ospedaliera Università di Padova</h5>
<p>Via Giustiniani, 2 &#8211; 35128 Padova<br />
Centralino: 049.8212427/2410<br />
Fax: 049.8218744<br />
<a href="mailto:giovanni.stellin@unipd.it">giovanni.stellin@unipd.it</a></p>
<h4>Associazione &#8220;Un Cuore un Mondo Padova Onlus&#8221; &#8220;</h4>
<div class="title-h5"><a href="mailto:info@uncuoreunmondopadova.org">info@uncuoreunmondopadova.org</a></div>
<p>Cassa di Risparmio del Veneto<br />
IBAN: IT 66 Y 06225 12197 07400908692B</p>

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		<title>Retinopatia del prematuro, a Torino si cura con il trattamento laser</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/retinopatia-del-prematuro-a-torino-si-cura-con-il-trattamento-laser/</link>
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				<pubDate>Fri, 24 Mar 2017 16:52:01 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Oculistica]]></category>
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			<h2>Il Dott. Anselmetti ci parla di cause, sintomi e diagnosi di questa patologia che colpisce i bambini nati prematuramente</h2>
<p>La Retinopatia del prematuro (ROP) o retinopatia del pretermine, in passato chiamata “fibroplasia retrolentale”, è una malattia vascolare della retina che si manifesta in neonati prematuri e si presenta, in genere, in tutti e due gli occhi, anche se può avere gradi diversi. Un esperto di questa patologia è il Dott. Giovanni Anselmetti, Primario della Divisione di Oculistica dell’Ospedale Maria Vittoria di Torino. Specializzatosi in Oculistica all’Università degli Studi di Milano nel 1985, nel 1979 diventa assistente della Divisione di Oculistica dell’Ospedale Maria Vittoria e nel 1997, della stessa divisione, viene nominato primario. Chirurgo del segmento anteriore e posteriore, si occupa di retinopatia del prematuro dal 1984 e dal 1995 è Responsabile del Centro di riferimento regionale della ROP.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Dott. Anselmetti che cos’è la Retinopatia del prematuro?</strong></p>
<p>La ROP è una malattia vascolare che colpisce la retina dei bambini nati prematuri. Le categorie di rischio vanno dalle 32 settimane in giù e dai 1.500 grammi in giù. Più il bambino nasce prematuro (fino a 23/24 settimane di età gestazionale) più avanzate e gravi saranno le retinopatie, per il semplice fatto che la retina inizia a vascolarizzarsi nella ventesima settimana. Trattandosi di una retina non vascolarizzata, cosiddetta ischemica, si creano determinati fattori di crescita che possono generare la formazione di vasi ed innescare un processo di alterazione vitreoretinica che porta poi ad uno dei distacchi di retina più brutti che esista. Questo si è verificato con due epidemie, una alla fine degli anni ‘40 ed una agli inizi degli anni ‘80. Questa malattia in genere si manifesta dopo 4 settimane di vita, di conseguenza è necessario che il bambino, subito dopo la nascita, venga sottoposto a visita ogni 15 giorni, in modo da poter diagnosticare il prima possibile eventuali segni della patologia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come si effettua la diagnosi?</strong></p>
<p>Attraverso l’esame del fondo oculare. Negli ultimi 10 anni ci si è avvalsi di una nuova metodica di esame che utilizza delle telecamere digitali che lavorando in verticale, ci permettono di avere una visione più precisa della dinamica della vascolarizzazione ed hanno la possibilità di eseguire esami molto approfonditi come la fluorangiografia. Un grande aiuto che ci consente di identificare il tempo esatto nel quale effettuare l’intervento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>In cosa consiste l’intervento? Ci sono buone possibilità di recupero della vista?</strong></p>
<p>Attualmente esistono dei protocolli terapeutici, stabiliti dalla comunità scientifica, che impongono determinati trattamenti a seconda dello stadio di malattia. I trattamenti degli stadi iniziali sono eseguiti con trattamento laser, che consiste nel “bruciare” la retina periferica, in modo da evitare che questa possa fornire degli stimoli per la formazione dei nuovi vasi dannosi. A volte è necessario fare due interventi laser. Nel 90% dei casi, la retina vascolarizzata va bene e quindi l’occhio vede, anche se magari con un campo visivo un pò ridotto. Nel 10% dei casi invece, la malattia evolve verso il distacco della retina ed è necessario intervenire chirurgicamente con vitrectomia, ossia bisogna entrare all’interno dell’occhio e togliere via la fibrosi vitreale che tiene la retina distaccata e  fissa. Questo intervento generalmente si fa intorno alla trentottesima (circa) settimana di vita. Prima si interviene e più positiva sarà la prognosi per il bambino, perché se si trascura, il distacco di retina è intrattabile. Questo infatti è una delle la principali cause di cecità nei bambini al di sotto dei 6 anni. Il nostro Ospedale è centro di riferimento regionale per questa patologia, perché siamo tra i primi in Italia ad eseguire il trattamento crio e/o laser. Abbiamo acquisito una grande esperienza in questi anni per cui i pazienti arrivano nel nostro Centro non solo da tutta Italia ma anche dall’Europa.</p>

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			<h4>Dott. Giovanni Anselmetti</h4>
<h5>Primario della Divisione di Oculistica dell’Ospedale Maria Vittoria di Torino</h5>
<p>ASL 2 Torino<br />
Via Cibrario, 72 &#8211; 10144 Torino<br />
Segreteria: 011.4393234<br />
Fax: 049.4393404<br />
<a href="mailto:anselmetti@aslto2.piemonte.it"> anselmetti@aslto2.piemonte.it</a></p>

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		<title>Pediatria di Padova, fiore all’occhiello nella cura del bambino</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/pediatria-di-padova-fiore-allocchiello-nella-cura-del-bambino/</link>
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				<pubDate>Wed, 22 Mar 2017 09:09:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin_SB]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[padova]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6a9ae20404921"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6a9ae20404b31"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<h2>Il Prof. Giorgio Perilongo, Direttore del Dipartimento di Salute della Donna e del Bambino, ci illustra il suo lavoro e le attività dei diversi reparti</h2>
<p>Il Prof. Giorgio Perilongo è Direttore dal 2014 del Dipartimento Universitario di Salute della Donna e del Bambino dell’Azienda Ospedaliera Università di Padova, un vero e proprio fiore all’occhiello della struttura accademica-assistenziale padovana. Professore Ordinario di Pediatria, è stato coordinatore di indirizzo di Malattie Rare per la Scuola di Dottorato in Medicina dello Sviluppo e Scienze della Programmazione, Direttore della Scuola di Specializzazione in Pediatria, Direttore della Clinica Pediatrica e Direttore del Dipartimento ad Attività Integrata di Pediatria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Prof. Perilongo ci parli del suo Dipartimento.</strong></p>
<p>Io preferisco chiamarla la “Pediatria di Padova” anche se da un punto di vista normativo si chiama Dipartimento di Salute della Donna e del Bambino. Esso rappresenta una delle articolazioni organizzativo-gestionali dell’Azienda Ospedaliera Università di Padova. La Pediatria di Padova è nella sostanza un Ospedale del Bambino all’interno dello stesso ospedale. Il Dipartimento è costituito da 9 unità operative complesse, i cosiddetti vecchi “reparti”, ciascuno con il proprio Primario o meglio, secondo la dizione corretta, Direttore. Abbiamo la cardiochirurgia pediatrica, la cardiologia pediatrica, la chirurgia pediatrica, la clinica pediatrica, l’ematoncologia pediatrica, le malattie metaboliche ereditarie, il pronto soccorso pediatrico, la patologia neonatale e la psichiatria pediatrica. A fianco a queste ci sono 7 Unità Operative Semplici a valenza Dipartimentale (USD) e 3 Unità Operative Semplici (UOS). Le USD sono quasi dei reparti autonomi mentre le UOS dipendono direttamente da una specifica Unità Operative Complessa. La Nefrologia Pediatrica, la Terapia Intensiva Pediatrica, la Reumatologia Pediatrica, la Pneumo-Allergologia Pediatrica, la Terapia Antalgica, e Hospice Pediatrico, l’Allergologia Alimentare e l’Ortopedia Pediatrica sono USD. Le UOS sono rappresentate dall’Unità di Trapiantologia di Cellule Staminali Ematopoietiche, dall’Unità di Urologia Pediatrica e di Procreazione Medicalmente Assistita. Quando si parla della Pediatria di Padova non si parla di un reparto ma di una serie di unità assistenziali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>In quale direzione sta andando il suo Dipartimento per la cura del bambino?</strong></p>
<p>La direzione in cui noi stiamo andando o che stiamo cercando di prendere è quella di concentrare nella nostra struttura tutte le risorse culturali, esperienziali e tecnico-strumentali necessari per fornire ai bambini malati la cura globale, ovviamente in piena sinergia con le strutture territoriali. Noi infatti ci sentiamo al centro di una rete assistenziale che va ben oltre le mura dell’ospedale. Per noi l’evoluzione è duplice: confermare il ruolo di hub ed in seconda battuta sviluppare le reti. Al centro non c’è la clinica o l’ospedale ma il paziente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Che cosa la rende più orgoglioso del Dipartimento che dirige?</strong></p>
<p>Sicuramente il grande articolato assistenziale che ho descritto. Abbiamo dei servizi che non ha nessuno nel Veneto e nel Nord-Est d’Italia. Siamo di fatto riconosciuti come il centro hub per quanto riguarda la trapiantologia d’organo solido pediatrico, la nefrologia pediatrica, le patologie emato-oncologiche pediatriche, la cardiologia pediatrica, la cardiochirurgia pediatrica, la neonatologia e la reumatologia pediatrica solo per citarne alcune.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quanti accessi effettuate all’anno nel pronto soccorso pediatrico?</strong></p>
<p>Mediamente 23.000 accessi ogni anno. I numeri in questo caso vanno letti in relazione alla popolazione di riferimento. E un’altra cosa importante per capire questi numeri è il fatto che possiamo contare su degli ottimi pediatri che fanno da filtro e che gestiscono nel territorio molte delle situazioni che non richiedono un pronto soccorso. I codici bianchi sono sempre inferiori grazie al lavoro effettuato da ogni pediatra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Prof. Perilongo cosa caratterizza il Suo Dipartimento?</strong></p>
<p>Il mio Dipartimento non è soltanto un Ospedale in senso stretto, ma è proprio per la sua componete universitaria, anche sede di Scuole di Specializzazione, di Corsi di Master nonché di un’importante scuola di Dottorato di Ricerca, ossia il Dipartimento eroga un’importante attività didattico-formativa. Inoltre fanno parte del Dipartimento altrettanti importanti laboratori per la diagnosi avanzata di molte malattie rare dell’età pediatrica e centri di ricerca vera e propria. Infine abbiamo il comitato etico per la pratica clinica pediatrica, nato circa 20 anni fa, che ha ora ormai assunto una dimensione regionale. Fondamentale per la risoluzione delle varie problematiche cliniche che vengono a crearsi.</p>

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			<h4>Prof. Giorgio Perilongo</h4>
<h5>Direttore del Dipartimento di Salute della Donna e del Bambino presso l&#8217;Azienda Ospedaliera Università di Padova</h5>
<p>Via Giustiniani, 3 &#8211; 35128 Padova<br />
Centralino: 049.8213579<br />
<a href="mailto:giorgio.perilongo@unipd.it">giorgio.perilongo@unipd.it</a></p>

		</div>
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