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	<title>milano &#8211; Sanità &amp; Benessere</title>
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		<title>A Milano primo uso in Italia della mini-turbina per angioplastica su cuore fragile</title>
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				<pubDate>Fri, 30 Apr 2021 09:33:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[CS COMMUNICATION SRL]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[FLASH NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[cuore]]></category>
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								<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: center;">L&#8217;intervento condotto all&#8217;ospedale Niguarda su un 68enne considerato paziente &#8220;Chip&#8221;, cioè ad alto rischio per comorbidità, disfunzione ventricolare sinistra e severa coronaropatia, che fino ad oggi non poteva essere trattata per l&#8217;elevato rischio di mortalità periprocedurale</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un paziente di 68 anni con un &#8220;cuore fragile&#8221; a causa di una sindrome coronarica e di una disfunzione cardiaca severa è stato operato per la prima volta in Italia con un innovativo device, simile ad una mini-turbina che viene posizionata a livello cardiaco tramite l&#8217;utilizzo di un catetere, per dare così il supporto necessario a un &#8220;cuore troppo debole&#8221; per procedere con un simultaneo intervento di angioplastica. E&#8217; accaduto all&#8217;ospedale Niguarda di Milano.</p>
<p>Per trattare il cuore di quel paziente era necessaria una rivascolarizzazione miocardica: l&#8217;intervento chirurgico di bypass era considerato a rischio proibitivo, si decideva dunque di sottoporlo a un intervento di angioplastica con stent, sebbene anch&#8217;esso a rischio molto alto. Si tratta, infatti, dei cosiddetti <strong>pazienti Chip</strong> (higher-risk and clinically indicated patients), cioè persone ad alto rischio per comorbidità, disfunzione ventricolare sinistra e severa coronaropatia, che fino ad oggi non poteva essere trattata per l&#8217;elevato rischio di mortalità periprocedurale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;intervento, avvenuto nelle sale dell&#8217;emodinamica, è stato gestito con l&#8217;utilizzo di Impella CP SmartAssist, un sistema munito di fibre ottiche per un monitoraggio molto preciso dei segnali pressori. Fabrizio Oliva, direttore della Cardiologia 1- Emodinamica, Unità di Cure Intensive Cardiologiche puntualizza: &#8220;Per la tipologia di pazienti Chip il trattamento è possibile grazie al miglioramento delle tecniche e dei device come il sistema di supporto temporaneo al circolo Impella, <strong>una pompa microassiale intracardiaca</strong> che supporta il ventricolo sinistro, che si può posizionare facilmente per via percutanea attraverso un accesso femorale di pochi millimetri. La pompa miniaturizzata permette permette di ottenere una gittata fino a 4.3L/min&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questo caso è stata posizionata <strong>la mini-turbina</strong> a livello cardiaco come supporto al circolo; quindi si è proceduto con l&#8217;angioplastica per riaprire le coronarie. Ultimata l&#8217;angioplastica il sistema di assistenza meccanica è stato mantenuto in sede per 24 ore e, quando le condizioni del paziente sono state ritenute stabili, si è proceduto con la sua rimozione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Jacopo Oreglia, responsabile della Emodinamica e Cardiologia Interventistica, sottolinea: &#8220;Il sistema Impella CP SmartAssist, <strong>munito di fibre ottiche</strong>, per un monitoraggio altissima precisione dei parametri emodinamici ha facilitato la gestione del caso sia in fase di posizionamento del device, sia durante la fase operatoria, sia nel periodo post-intervento&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al Niguarda l&#8217;intervento ha visto collaborare un&#8217;equipe multidisciplinare formata dagli specialisti dell&#8217;Emodinamica, dell&#8217;Unità Cure Intensiva Cardiologiche e della Cardiologia 2, reparto dove sono seguiti i pazienti per le diverse forme di insufficienza cardiaca. L&#8217;intervento ha richiesto inoltre il lavoro coordinato degli anestesisti dell&#8217;Anestesia e Rianimazione 3, infermieri e tecnici di radiologia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fonte: tgcom24</p>
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		<title>Il Monzino di Milano, un centro d’eccellenza per la cura delle malattie cardiovascolari</title>
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				<pubDate>Tue, 05 Feb 2019 11:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cardiochirurgia]]></category>
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		<category><![CDATA[Antonio Bartorelli]]></category>
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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6aa84ecb98d8e"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6aa84ecba20a0"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<p><strong><em>Tecnologie innovative, rapporto diretto medico-paziente e collaborazione tra équipe fanno di questa struttura un punto di riferimento per i pazienti di tutto il mondo</em></strong></p>
<p>È il Professor Antonio Bartorelli, Ordinario di Cardiologia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell&#8217;Università degli Studi di Milano e Coordinatore della Cardiologia Interventistica presso il Centro Cardiologico Monzino di Milano, a presentarci la struttura e a raccontarci perché, a ragione, è conosciuta a livello mondiale.<br />
La Cardiologia Interventistica del Monzino è nota ai pazienti milanesi, lombardi e di tutte le regioni d’Italia, con un volume di casi decisamente elevato. Basti solo pensare che siamo il laboratorio che esegue più angioplastiche coronariche di tutto il Paese, con risultati, anche nelle condizioni più critiche come l’infarto miocardico acuto, decisamente molto positivi. L’angioplastica coronarica viene, infatti, effettuata in condizioni elettive quando il paziente ha un’indicazione anatomica e clinica, ma anche in condizioni di emergenza e di massima criticità, quando il paziente arriva con un infarto miocardico per un’occlusione acuta di una coronaria. In questo caso l’angioplastica coronarica con l’inserimento di uno stent, salva il cuore e spesso anche la vita del paziente. E, in effetti, gli stent sono la base della Cardiologia Interventistica.</p>
<p><strong>Cosa sono gli stent?</strong></p>
<p>Sono piccole protesi di leghe metalliche che vengono inseriti nelle arterie ostruite per dilatarle e mantenerle aperte nel tempo. La loro evoluzione è stata esponenziale, passando dai primi stent, che erano delle semplici microprotesi con una funzione unicamente meccanica di supporto dell’arteria, agli stent medicati che diffondono nella parete dell’arteria farmaci antiproliferativi che hanno significativamente ridotto il rischio di richiusura del vaso e sono andati incontro ad una evoluzione continua che ne ha migliorato la sicurezza e l’efficacia. È sulla base della tecnologia e dell’esperienza accumulata con gli stent vascolari che si sono successivamente sviluppate altre tecnologie innovative e mini invasive come quella utilizzata oggi per l’impianto non chirurgico delle valvole cardiache.</p>
<p><strong>Come è possibile impiantare una valvola cardiaca senza chirurgia?</strong></p>
<p>È possibile grazie ad una straordinaria tecnologia introdotta circa 10 anni fa. La tecnica è appunto simile a quella utilizzata per impiantare uno stent. La valvola protesica è di natura biologica e viene montata su un catetere che è introdotto nell’arteria femorale attraverso una piccola incisione. Il catetere è avanzato fino alla valvola aortica ristretta e disfunzionante dove la nuova valvola viene impiantata. Ovviamente per inserire questo tipo di dispositivi sono necessari cateteri di dimensioni maggiori rispetto a quelli utilizzati per gli stent coronarici ma oggi vengono usate tecniche innovative per la chiusura della breccia arteriosa senza dover ricorrere a suture chirurgiche. Questi dispositivi si basano, infatti, su patch che vengono applicati sulla breccia per ottenere l’emostasi e bloccare il sanguinamento e, nel tempo, essendo costituiti da un polimero bioriassorbibile, scompaiono completamente. Ovviamente, questo nuovo approccio di trattamento delle valvole cardiache ha per il paziente tutti i vantaggi della mini invasività.</p>
<p><strong>Tornando al Monzino, qual è il fiore all’occhiello dell’Unità che dirige?</strong></p>
<p>Sono molteplici. La Cardiologia Interventistica si distingue innanzitutto per il rapporto con il paziente. A differenza di altre realtà, i medici della nostra Unità Operativa seguono il paziente anche in reparto e spesso lo hanno già visto anche in ambulatorio e, pertanto, ne hanno già una conoscenza diretta. Un importante aspetto è che il paziente conosce il medico che lo opererà e da lui ha ricevuto tutte le informazioni riguardo a quello a cui andrà incontro e agli aspetti salienti dell’intervento. Altro punto di forza è il fatto che non ci sono contrasti tra cardiologi interventisti e cardiochirurghi: al limite possono capitare delle sovrapposizioni sugli aspetti operatori perché pazienti che operiamo noi potrebbero essere operati anche in Cardiochirurgia e viceversa ma la decisione finale sul tipo di intervento più indicato per il paziente viene prese di comune accordo. Nel nostro centro, infatti, vige la regola che la scelta del tipo di un determinato intervento è fatta in base alla situazione clinica e anatomica di ciascun paziente. Infine, un altro aspetto importante, è che al Monzino non abbiamo mai lesinato sui dispositivi utilizzati per trattare i pazienti: la scelta è sempre per i migliori e per quelli che hanno dato garanzie maggiori di sicurezza ed efficacia, anche a fronte di un costo un po’ più elevato. È un investimento sul nostro futuro.</p>

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	</div>
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			<p>Prof. Antonio Bartorelli</p>
<p>Coordinatore Cardiologia</p>
<p>Interventistica</p>
<p>Centro Cardiologico Monzino</p>
<p>Via Carlo Parea, 4, Milano</p>
<p>Tel: 02 58002391</p>
<p>Email: antonio.bartorelli@ccfm.it</p>

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		<title>Chirurgia laparoscopica, fiore all’occhiello della Chirurgia Generale</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/chirurgia-laparoscopica-fiore-allocchiello-della-chirurgia-generale/</link>
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				<pubDate>Thu, 27 Sep 2018 13:27:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Chirurgia]]></category>
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			<h3>A parlarcene il Dott. Baldazzi (Ospedale Città di Sesto San Giovanni) ed il Prof. Marini (Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma)</h3>
<p>La chirurgia laparoscopica è una tecnica mininvasiva che permette di effettuare interventi chirurgici, anche complessi, sull’addome, grazie a piccole incisioni cutanee. Questa tecnica, fiore all’occhiello della Chirurgia Generale, è stata introdotta nell’Ospedale Città di Sesto San Giovanni, dal Dott. <strong>Gianandrea Baldazzi</strong>, direttore dell’UOC di Chirurgia Generale. Prima di approdare a Sesto San Giovanni è stato responsabile della Chirurgia d’Urgenza del Pronto Soccorso dell’Ospedale Edoardo Bassini di Cinisello Balsamo e direttore dell’Unità Operativa Complessa di Chirurgia Generale e Mininvasiva e del Dipartimento Chirurgico del Policlinico Città di Abano Terme. Un altro esperto in chirurgia laparoscopica, è il Prof. <strong>Pierluigi Marini</strong>, direttore dell’UOC di Chirurgia I e dell’UOC di Chirurgia Endocrina e Bariatrica del Dipartimento di Chirurgia Generale e Specialistica dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma e Presidente ACOI.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><strong>Prof. Marini, qual è il ruolo della laparoscopia oggi?</strong></span></p>
<p>La chirurgia laparoscopica ha assunto un ruolo determinante nella chirurgia generale, perché si tratta di un intervento mininvasivo che determina un trauma nettamente inferiore rispetto a quello tradizionale, i tempi di recupero sono migliori, i pazienti deambulano e si alimentano fin dal giorno successivo, si riduce l’ospedalizzazione e si riprende l’attività lavorativa in tempi brevi. Di conseguenza, si riduce anche la spesa sanitaria. Secondo l’evidenza scientifica, la laparoscopia nel trattamento delle patologie neoplastiche del colon, rappresenta il “gold standard”, però l’adozione di questa tecnica è di poco superiore al 30% nella media nazionale, dal momento che la percentuale cambia a seconda delle regioni. Ciò genera grossi problemi, primo fra tutti la disparità di trattamento per la stessa patologia ed il turismo sanitario. Per ovviare a questo problema, l’ACOI (Associazione Chirurghi Ospedalieri), investe molto sulla formazione, anche perché in Italia si sta registrando un fenomeno preoccupante, ovvero il calo di vocazione chirurgica nei giovani medici, soprattutto a causa del contenzioso medico-legale. Per questo sono state intraprese delle iniziative molto importanti, che mirano alla formazione post laurea e soprattutto alla risoluzione del contenzioso medico-legale. Circa la chirurgia mininvasiva per il colon retto invece, è in atto il progetto “Optimise”, per dare una risposta concreta alla scarsa diffusione di questa tecnica.</p>
<p><strong><span style="color: #3366ff;">Dott. Baldazzi, ci parli della Sua esperienza in questo campo</span></strong></p>
<p>Nel mio percorso chirurgico, ho sviluppato la chirurgia mininvasiva addominale e la chirurgia robotica. La mia missione, una volta arrivato a Sesto, è stata quella di utilizzare la chirurgia laparoscopica per tutte le patologie addominali. Questo tipo di attività chirurgica, è associata ad una diminuzione della degenza in ospedale (solo 5 giorni), indipendentemente dalla patologia, anche per interventi di chirurgia maggiore. Sono pochi i centri in Italia che applicano la chirurgia mininvasiva, seguendo i protocolli ERAS, e l’Ospedale di Sesto è tra questi. Qui facciamo screening per i tumori colon rettali e quindi il numero dei pazienti è molto elevato. Con l’esperienza maturata negli anni, eseguo interventi radicali, soprattutto del colon con linfoadenectomie estese e per i tumori maligni, che permettono di aumentare la sopravvivenza del paziente. La chirurgia dei tumori maligni, non è semplicemente asportare l’organo colpito dal tumore, ma anche tutte quelle ghiandole, ossia i linfonodi, che drenano il tumore. A Sesto ciò è possibile perché disponiamo di una tecnologia molto avanzata. Ad esempio, il colon con linfoadenectomie estese viene trattato sotto guida a fluorescenza, grazie alla quale riusciamo a vedere la vascolarizzazione dell’organo e quindi a diminuire quelle che possono essere le complicanze dovute all’intervento stesso. Nel colon retto, non operiamo solo i tumori, ma anche le complicanze delle malattie diverticolari come la perforazione o l’occlusione intestinale.</p>

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	</div>
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<div class="small-body">È un protocollo multidisciplinare centrato sul paziente. Il metodo è finalizzato ad ottenere una ripresa funzionale più precoce e quindi ad abbreviare i tempi di degenza ospedaliera. Secondo questo protocollo si riducono le complicanze dell’intervento chirurgico, quindi la morbilità e la degenza postoperatoria ma anche la mortalità. Non esistono più i digiuni prolungati sia prima sia dopo un intervento chirurgico addominale, perché i pazienti vengono invitati ad assumere sostanze ricche in zuccheri fino a 2 ore prima dell’intervento (per evitare la disidratazione) e la ripresa dell’alimentazione avviene già entro 24 ore dallo stesso. Associando chirurgia mininvasiva e protocollo Eras si riesce a ridurre al minimo il trauma e il paziente il giorno dopo è nelle condizioni di camminare, di alimentarsi, di svolgere le funzioni essenziali senza più tubi e cateteri.</div>
</div></div></div></div></div></div></div></section><section data-bg-image="url" class="vc_row wpb_row vc_row-fluid medico vc_custom_1490177908413 row-contains-padding-top row-contains-padding-bottom liquid-row-shadowbox-6aa84ecba60ec vc_row-has-fill vc_row-has-bg"><div class="ld-container container-fluid"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-3 liquid-column-6aa84ecba625d"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper vc_custom_1490172226960"   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<h4>Dott. Gianandrea Baldazzi</h4>
<h5>U.O.C. di Chirurgia Generale Presidio Ospedaliero di Sesto San Giovanni &#8211; A.S.S.T. Nord Milano</h5>
<p>Via Matteotti, 83 20099 Sesto San Giovanni (MI)</p>
<p>Tel Reparto: 02 57999207 Call center Visite: 02 57995476<br />
<a href="mailto:gianandrea.baldazzi@asst-nordmilano.it">gianandrea.baldazzi@asst-nordmilano.it</a></p>

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			<h4>Prof. Pierluigi Marini</h4>
<h5>UOC Chirurgia I e UOC Chirurgia Endocrinae Bariatrica azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini</h5>
<p>Cir. Gianicolese,87 &#8211; 00152 Roma</p>
<p>Centralino: 06 58701<br />
<a href="mailto:marinipierluigi6@gmail.com">marinipierluigi6@gmail.com</a></p>

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		<title>Sarcomi dei tessuti molli, una nuova strategia chirurgica cambia le aspettative di vita</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/sarcomi-dei-tessuti-molli-una-nuova-strategia-chirurgica-cambia-le-aspettative-di-vita/</link>
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				<pubDate>Fri, 22 Jun 2018 14:50:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Oncologia]]></category>
		<category><![CDATA[irccs]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[sarcomi]]></category>
		<category><![CDATA[tumori]]></category>

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			<h3>Il Dott. Alessandro Gronchi ci illustra in cosa consiste la cura, quali sono le innovazioni e le possibilità di guarigione in questo tipo di tumori</h3>
<p>Il Dott. Alessandro Gronchi, Responsabile della Chirurgia dei Sarcomi dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, tra le prime al mondo per volume di pazienti trattati, ha dedicato tutta la sua attività professionale alla cura ed alla ricerca nel campo dei sarcomi dei tessuti molli, delle fibromatosi di tipo desmoide e dei tumori stromali gastrointestinali (GIST). È responsabile di un’équipe medica interamente dedicata a questa patologia; si occupa della formazione di chirurghi italiani ed internazionali per il trattamento di questo tipo di neoplasie; è chairman del “Soft Tissue Sarcoma Committee” dell’Italian Sarcoma Group e del Soft Tissue and Bone Sarcoma Group dell&#8217;European Organization for Research and Treatment in Cancer, Presidente della Connective Tissue Oncology Society.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><strong><em>Dott. Gronchi, cosa sono i sarcomi dei tessuti molli? E perché si dicono rari?</em></strong></span></p>
<p>Sono tumori solidi maligni che nascono da tessuti diversi da quelli da cui originano i più comuni tumori epiteliali. Sono strutture anatomiche (come il tessuto adiposo o quello muscolare) che hanno una minore necessità di replicarsi e quindi minori probabilità di “fare errori” nella replicazione, per questo sono rari. Hanno origine ubiquitaria, cioè possono nascere ovunque nel corpo, anche se hanno delle sedi preferite: gli arti (in particolare la regione della coscia e del gluteo) ed il retroperitoneo. Questo peculiare spazio anatomico si trova nella regione posteriore dell’addome, tra la cavità addominale e le strutture osteo-muscolari della colonna e contiene i reni ed i grossi vasi.</p>
<p><strong><em><span style="color: #3366ff;">Come vengono diagnosticati?</span></em></strong></p>
<p>Non ci sono esami di screening. Non danno dolore e non danno problematiche particolari, perché spesso crescono lentamente e possono diventare molto voluminosi, non per questo sono più cattivi biologicamente. Il concetto di diagnosi precoce che si applica ai tumori epiteliali, come il tumore del colon o della mammella, non si applica ai sarcomi.  Tutte le volte che una persona ha una tumefazione che supera i 5 cm e tende a crescere nelle parti visibili del corpo, negli arti, sul tronco, meglio fare un accertamento. Nelle forme addominali/retroperitoneali il paziente avverte una massa od una sensazione di gonfiore all’interno dell’addome. Solo occasionalmente sono accompagnati alla comparsa di dolore.</p>
<p><strong><em><span style="color: #3366ff;">Quali sono i margini di cura?</span></em></strong></p>
<p>Globalmente i margini di cura sono del 70%, con ampie differenze nei diversi sottotipi e nei diversi stati di presentazione. Ma questi risultati sono possibili se le cure sono adeguate fin dall’inizio e vengono erogate nei centri che hanno abitudine a confrontarsi quotidianamente con queste forme. Recuperare un inizio scorretto è molto più difficile e può compromettere la probabilità di guarire.</p>
<p><strong><em><span style="color: #3366ff;">Come intervenite e qual è la peculiarità della vostra strategia chirurgica?</span></em></strong></p>
<p>L’intervento chirurgico comporta approcci personalizzati. Seppure rari, sono infatti una famiglia di tumori molto eterogenea. La chirurgia consiste nell’asportazione della lesione allargata ai tessuti circostanti per minimizzare il rischio che si riformi. Negli arti è più semplice perché le strutture che circondano queste lesioni sono muscoli che si possono sacrificare e ricostruire. Nel retroperitoneo è più complesso perché il tumore nasce in prossimità di strutture vitali. Grazie alla collaborazione con l’Istituto Gustave Roussy di Parigi, abbiamo messo a punto una tecnica per affrontare le forme retroperitoneali che consiste nell’asportazione dei tumori in modo più radicale ed allargato per ridurre il rischio di recidiva, sacrificando sistematicamente alcuni organi che li circondano, per aumentare le possibilità di guarire. L&#8217;obiettivo non è salvare gli organi del paziente, ma piuttosto sacrificare gli organi per guarire. È stato poi, coordinando un processo di consenso internazionale fra Europa e Stati Uniti, che l&#8217;Istituto ha definito nuove linee guida per il trattamento di questa patologia.</p>
<p><strong><em><span style="color: #3366ff;">Avete un approccio multidisciplinare. In cosa consiste?</span></em></strong></p>
<p class="western" align="justify">È una delle chiavi per individuare la migliore strategia terapeutica possibile nel singolo paziente. Oggi l’integrazione permette non solo ad esempio di ridurre la chirurgia demolitiva degli arti, ma anche di conservarne la funzione per reintegrare al meglio il paziente nelle sue attività quotidiane, nella normalità della sua vita. La multidisciplinarietà per questa patologia e &#8211; oserei dire &#8211; per l&#8217;oncologia dei tumori solidi in generale è essenziale per garantire i massimi standard terapeutici per ogni singolo paziente</p>

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			<h4>Dott. Alessandro Gronchi</h4>
<h5>S.S. Chirurgia dei Sarcomi Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori</h5>
<p>Segreteria: 02 23903234 Fax: 02 23903763<br />
<a href="mailto:alessandro.gronchi@istitutotumori.mi.it">alessandro.gronchi@istitutotumori.mi.it</a></p>

		</div>
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		<title>Le nuove tecnologie dermo-estetiche per il recupero post gravidanza</title>
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				<pubDate>Thu, 21 Dec 2017 16:10:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dermatologia]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>
		<category><![CDATA[colombo]]></category>
		<category><![CDATA[etetica]]></category>
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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6aa84ecbb5953"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-8 liquid-column-6aa84ecbb5c45"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<h3>A parlarcene la D.ssa Delia Colombo, Dermatologa di Milano</h3>
<p>Tra le noiose eredità della gravidanza spiccano smagliature e lassità cutanee, ma che, grazie alle nuove tecnologie in dermatologia estetica, si possono notevolmente migliorare. Ci spiega come la D.ssa <strong>Delia Colombo</strong>, Dermatologa di Milano.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><em>Quali tecnologie aiutano una donna a risolvere la lassità cutanea dopo una gravidanza?</em></span></p>
<p>Dopo un parto possono residuare lassità cutanee che, grazie ai nuovi trattamenti di medicina estetica, possono essere notevolmente migliorate. Tra i vari trattamenti esistenti sicuramente primeggiano la radiofrequenza e gli ultrasuoni ad alta frequenza HIFU che emettono rispettivamente onde radio ed onde sonore. La radiofrequenza agisce sugli strati medio profondi, mentre gli ultrasuoni HIFU sulle fasce connettivali profonde con un’azione liftante molto potente. Il trattamento con HIFU si fa una volta all’anno, la radiofrequenza una volta al mese. Inoltre, dopo la gravidanza può rimanere un eccesso di adiposità che, grazie ad una specifica macchina ad avanzata tecnologia basata sul principio fisico della cavitazione, è possibile ridurre considerevolmente. Trattandosi di un macchinario con effetto privo di dolore ha l’ulteriore vantaggio che nessuna sostanza potenzialmente dannosa viene introdotta nel corpo caratterizzando quindi tale trattamento come particolarmente indicato per le donne in fase di allattamento.</p>
<p><em><span style="color: #3366ff;">Le smagliature dopo il parto come si possono eliminare o migliorare?</span></em></p>
<p>Le migliori tecnologie per ridurre e migliorare notevolmente le smagliature sono i laser frazionati, in particolare i CO2 ed gli Herbium. Le smagliature, inestetismi che si presentano a seguito della gravidanza, sono più frequenti nelle giovani donne a causa dei numerosi picchi ormonali di cortisolo che aumentano la possibilità della loro insorgenza. La tecnica con i laser frazionati permette un recupero più immediato, una downtime più veloce ed una maggiore possibilità di miglioramento, anche se, nonostante le odierne tecnologie, è impossibile ridurre completamente la smagliatura. Inoltre, al fine di aumentare l’efficacia del laser, è possibile iniettare localmente acido ialuronico rivitalizzante, facilitando in questo modo la riduzione dello spessore e della gravità della smagliatura in tempi più veloci. Esistono altre tecniche degne di nota. Tra di esse spicca la PRP, la cosiddetta “pappa piastrinica”, che consiste in un prelievo di sangue che viene successivamente centrifugato. In questo modo si isolano le piastrine che, rompendosi, liberano i fattori di crescita altamente concentrati in queste cellule e che vengono poi iniettati nei tessuti della stessa persona da cui il sangue è stato prelevato. Ad aumentare ulteriormente la convenienza di tale trattamento è il fatto che essendo un trapianto autologo di proprie cellule, principi attivi e fattori di crescita, esso non comporta generalmente alcun rischio. Inoltre stiamo studiando un’altra tecnica che utilizza le cellule staminali mesenchimali ottenute mediante una microliposuzione di soli 40cc. Con una centrifuga basculante evidenziamo uno strato di cellule mesenchimali progenitrici del tessuto connettivo e reiniettandole nelle zone ritenute più utili, come ad esempio nelle smagliature post gravidiche, permettono una potente ed efficace rivitalizzazione. Anche questa tecnica non è pericolosa per le donne che hanno appena partorito e che stanno allattando.</p>

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			<h4>D.ssa Delia Colombo</h4>
<h5>Studio di Dermatologia Clinica ed Estetica</h5>
<p>Via Livigno, 6 &#8211; 20158 Milano<br />
Centralino: 02 6883804 &#8211; Fax: 02 92879923<br />
<a href="mailto:studio.deliacolombo@gmail.com">studio.deliacolombo@gmail.com</a></p>

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		<title>I Dottor House della medicina ci sono</title>
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				<pubDate>Thu, 21 Dec 2017 13:16:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Associazioni]]></category>
		<category><![CDATA[associazioni]]></category>
		<category><![CDATA[dott house]]></category>
		<category><![CDATA[fadoi]]></category>
		<category><![CDATA[medicina]]></category>
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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6aa84ecbc54bc"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-8 liquid-column-6aa84ecbc586d"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<h3>Il Dott. Andrea Fontanella, Presidente Nazionale FADOI, ci spiega perché</h3>
<p>&#8220;Il titolo – spiega il Dott. <strong>Andrea Fontanella</strong>, Presidente Nazionale della Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti (FADOI) &#8211; nasce dal modo in cui il Ministro della Sanità Beatrice Lorenzin ama appellarci. Il ministro ha affermato: “Mi piace chiamare gli internisti i Dr. House della nostra Medicina. Voi Dr. House siete molto attivi anche nella formazione e nella ricerca clinica. È di questo che abbiamo bisogno per rendere i nostri ospedali più moderni e contemporaneamente mettere al centro il paziente. Nelle situazioni complesse il ruolo dell’internista è fondamentale, perché ha visione olistica e capacità di sintesi”. Le parole della Lorenzin ci inorgogliscono e ci fanno capire che ha perfettamente presente quale sia il nostro ruolo e la nostra funzione. L’evoluzione socio-epidemiologica degli ultimi decenni ed i progressi della medicina, soprattutto nel fronteggiare le malattie acute, hanno fatto sì che la nostra popolazione invecchi sempre di più. L’invecchiamento della popolazione è associato ad un progressivo maggior assorbimento delle risorse delle fasce di età dopo i 65 anni ed ad un sempre minor numero di popolazione attiva che finanzia la Sanità. Altra causa d’incremento della spesa è l’avvento di nuovi farmaci e nuove tecnologie. Questo non è sempre giustificato. L`80% dei “nuovi” farmaci immessi sul mercato sono copie (ad eccezione del prezzo) e solo il 2,5% rappresenta un progresso terapeutico.<br />
La velocità di sviluppo della tecnica fa sì che le nuove apparecchiature diventino sempre più velocemente desuete, con una paranoica rincorsa al “perennemente” nuovo, che non sempre è meglio. La sostenibilità è la caratteristica di un processo o di uno stato che può essere mantenuto ad un certo livello indefinitamente. Lo sviluppo sostenibile è quello che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri. Da qui la necessità di attuare tagli per razionalizzare la spesa pubblica, migliorandone l’efficienza, adeguando il sistema assistenziale ai mutamenti sociali ed epidemiologici, che vedono una società sempre più anziana, affetta da polipatologie, tutte croniche, con necessità di assistenza continuativa e con perdita di autonomie. La maggioranza delle famiglie non è in grado di erogare tale assistenza, con le conseguenti “dimissioni difficili” e frequenti e precoci re-ospedalizzazioni. Le condizioni polipatologiche inducono l’ammalato a compiere peregrinazioni tra diversi specialisti, col risultato di collezionare una somma di prescrizioni di farmaci, spesso poco compatibili tra di loro e con le altre patologie. Il medico di specialità è quello adatto ad affrontare particolarmente le malattie acute in un paziente non complesso, ma è certamente carente per quelle croniche e complesse.l titolo – spiega il Dott. Andrea Fontanella, Presidente Nazionale della Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti (FADOI) &#8211; nasce dal modo in cui il Ministro della Sanità Beatrice Lorenzin ama appellarci. Il ministro ha affermato: “Mi piace chiamare gli internisti i Dr. House della nostra Medicina. Voi Dr. House siete molto attivi anche nella formazione e nella ricerca clinica. È di questo che abbiamo bisogno per rendere i nostri ospedali più moderni e contemporaneamente mettere al centro il paziente. Nelle situazioni complesse il ruolo dell’internista è fondamentale, perché ha visione olistica e capacità di sintesi”. Le parole della Lorenzin ci inorgogliscono e ci fanno capire che ha perfettamente presente quale sia il nostro ruolo e la nostra funzione. L’evoluzione socio-epidemiologica degli ultimi decenni ed i progressi della medicina, soprattutto nel fronteggiare le malattie acute, hanno fatto sì che la nostra popolazione invecchi sempre di più. L’invecchiamento della popolazione è associato ad un progressivo maggior assorbimento delle risorse delle fasce di età dopo i 65 anni ed ad un sempre minor numero di popolazione attiva che finanzia la Sanità. Altra causa d’incremento della spesa è l’avvento di nuovi farmaci e nuove tecnologie. Questo non è sempre giustificato. L`80% dei “nuovi” farmaci immessi sul mercato sono copie (ad eccezione del prezzo) e solo il 2,5% rappresenta un progresso terapeutico.</p>
<p>Questo paziente ha bisogno di un inquadramento globale che tenga conto della sua fragilità e della sua complessità, di fiducia e di continuità assistenziale percepita come l’esistenza di un riferimento stabile e continuo. Questa figura professionale è quella che coincide con l’Internista “il Dottore degli adulti”.</p>
<p>L’internista è il vero gestore del Governo Clinico, unico vero strumento in grado di garantire: efficacia, appropriatezza (sia professionale sia organizzativa), efficienza e, quindi, sostenibilità. È necessario evitare sovra utilizzo d’indagini e trattamenti, dare valore alla storia del paziente, la “voce della vita”, riappropriarsi “dell’arte di visitare”, ridando importanza all’esame obiettivo e su questo richiedere gli esami appropriati.</p>
<p>Non ostinarsi a modificare la struttura, ma il modo di lavorare e di pensare, focalizzarsi sui problemi e sui sistemi in grado di risolverli, mettere la persona al centro, gestire la conoscenza ed il talento con la stessa attenzione con cui si gestiscono i soldi. Ieri avevamo comportamenti dettati dalla saggezza clinica ma meno conoscenze e minore supporto tecnico.</p>
<p>Oggi abbiamo molta più conoscenza e spropositato sviluppo tecnico, ma minore saggezza nel gestirli. Se vogliamo garantirci il futuro del domani dobbiamo ritornare ai modi di ieri con le conoscenze e la tecnica di oggi&#8221;.</p>

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		<title>Tumori della pelle, nei e macchie: come riconoscerli</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/tumori-della-pelle-nei-macchie-riconoscerli/</link>
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				<pubDate>Mon, 27 Nov 2017 16:27:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dermatologia]]></category>
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			<h3>La D.ssa Colombo, Dermatologa di Milano, ci spiega come prevenirli e curarli</h3>
<p>I tumori cutanei sono tra i più frequenti tumori nella popolazione. A dimostrarlo il fatto che complessivamente nel 2016 si sono registrati in Italia quasi 180 mila nuovi casi. A parlarcene, la <strong>D.ssa Delia Colombo</strong>, Dermatologa di Milano.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><em>D.ssa Colombo, quali sono i tumori della pelle?</em></span></p>
<p>Ci sono vari tipi di tumori cutanei, i più frequenti vengono chiamati <strong>“non melanoma skin cancer”</strong>, cioè tumori non melanoma, prevalentemente maligni di cui i più comuni sono il carcinoma basocellulare ed il carcinoma spinocellulare.</p>
<p>Il primo è il tumore maligno più comune, contraibile a tutte l’età, ma prevalentemente in età avanzata. È pericoloso quando si trova in alcuni punti del viso, perché tende ad erodere i tessuti sottostanti ed a distruggere l’osso. In genere non è metastatizzante. Se il tumore dovesse comparire in persone giovani, probabilmente a seguito del fatto che il sistema immunitario non è stato in grado di uccidere le cellule tumorali maligne, diventerebbe un marker di altre patologie tumorali.</p>
<p>Lo spinalioma o carcinoma spinocellulare invece, è più pericoloso perché caratterizzato da notevole capacità metastatizzante. Bisogna intervenire subito ed in alcuni casi è necessario un ciclo di radioterapia o di chemioterapia. Questi due tumori maligni sono dovuti all’esposizione solare soprattutto nelle zone più soggette alla fotoesposizione, come il naso o la fronte. Motivo per il quale risulta necessario prendere il sole con le dovute precauzioni, proteggendosi con creme ed indumenti. Dagli ultimi studi condotti, sembrerebbe che i melanomi, tumori di cellule melanocitarie, nascano direttamente come melanoma, seppur l’aspetto sia molto simile ad un neo.</p>
<p><em><span style="color: #3366ff;">Cosa bisogna fare per tenerli sotto controllo?</span></em></p>
<p>E’ necessario sottoporsi almeno una volta all’anno ad una mappatura nevica, cioè ad un controllo di tutti i nei con dermatoscopio computerizzato, in modo da fotografare e conservare le immagini in dermatoscopia. Consigliamo inoltre al paziente di prestare sempre attenzione ai propri nei dato che lo specialista, durante la mappatura, vede lo stato di fatto dei nei stessi e quindi non l’evoluzione successiva. Le caratteristiche del singolo neo vengono descritte tramite la classificazione ABCDE dove A indica l’asimmetria; B i bordi, che possono essere frastagliati; C il colore, più o meno scuro e irregolare; D le dimensioni, maggiori sono e maggiore è il rischio; ed infine E l’evoluzione del neo.</p>
<p><em><span style="color: #3366ff;">In caso si sviluppino questi tipi di melanomi, come si può intervenire?</span></em></p>
<p>Se il dermatologo ritiene che un neo sia sospetto, una parte di esso viene asportato per sottoporlo ad un esame istologico per indagare circa la stadiazione e la profondità. Se la diagnosi è di melanoma, generalmente è necessario un secondo intervento più profondo. Necessario è anche il controllo del linfonodo sentinella per capire se c’è invasione metastatica dei linfonodi ed eventualmente procedere con la chemioterapia. Attualmente abbiamo a disposizione farmaci, come l’Ipilimumab, che hanno migliorato notevolmente la prognosi dei pazienti. Si tratta di anticorpi monoclonali che agiscono contro alcune particolari strutture della cellula melanocitaria.</p>
<p>Il melanoma risulta essere il tumore più maligno, ma anche il più visibile. Sembra che il sole possa peggiorare, fino al 75%, l’incidenza dei melanomi. L’azione della luce solare risulta comunque un po’ controversa. Infatti è necessario ricordare che il sole, aumenta il rilascio di vitamina D, importante per le ossa, ma soprattutto potente antitumorale. Rimane comunque necessario non scottarsi. Si consiglia a tal fine, oltre il classico utilizzo di creme protettive e tutti i presidi esistenti, di seguire l’orario solare ed ottenere un’abbronzatura graduale che è il miglior sistema di prevenzione nei confronti delle alterazioni del DNA causate dal sole.</p>
<p><em><span style="color: #3366ff;">Riguardo la prevenzione?</span></em></p>
<p>La prevenzione è legata all’attenzione nei confronti dell’esposizione al sole. Inoltre l’utilizzo dei dermatoscopi, che grazie a lenti sui 40/50 X e luce polarizzata particolare, permettono di vedere i primi strati cellulari, migliorando tantissimo la capacità del dermatologo di scoprire eventuali alterazioni maligne. Si consiglia quindi di sottoporsi regolarmente ad un controllo annuale dei nei, preferibilmente da un professionista dermatologo che utilizza la dermatoscopia.</p>

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			<h4>Dott. Delia Colombo</h4>
<h5>Studio di Dermatologia Clinica ed Estetica</h5>
<p>Via Livigno, 6 &#8211; 20158 Milano<br />
Centralino: 02 6883804 Fax: 02 92879923<br />
<a href="mailto:studio.deliacolombo@gmail.com">studio.deliacolombo@gmail.com</a></p>

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		<title>Omega 3 importanti per contrastare i trigliceridi alti e ridurre il rischio di eventi cardiovascolari</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/omega-3-importanti-contrastare-trigliceridi-alti-ridurre-rischio-eventi-cardiovascolari/</link>
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				<pubDate>Mon, 27 Nov 2017 12:09:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cardiologia]]></category>
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			<h3>A parlarcene, il Prof. Gianfranco Parati, Docente di Cardiologia all’Università Milano-Bicocca e Direttore dell’U.O. di Cardiologia dell’Ospedale S. Luca di Milano</h3>
<p>I trigliceridi alti nel sangue costituiscono una condizione medica nota come ipertrigliceridemia, che comporta un aumento del rischio di eventi cardiovascolari. È quindi importante tenere sotto controllo l’aumento dei trigliceridi. Ce ne parla, il <strong>Prof. Gianfranco Parati</strong>, Direttore dell’U.O. di Cardiologia e del Dipartimento di Scienze Mediche e Riabilitative ad indirizzo Cardio-Neuro-Metabolico dell’Ospedale S. Luca di Milano, Professore Ordinario di Medicina Cardiovascolare e Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato Cardiovascolare, dell’Università di Milano-Bicocca. È Presidente della Società Italiana Ipertensione e membro del Consiglio della Società Europea di Cardiologia.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><em>Perché è importante considerare l’aumento dei trigliceridi?</em></span></p>
<p>Un aumento dei trigliceridi si ha quando il valore a digiuno supera 150 mg/dl e questo può essere o su base genetica oppure di origine secondaria, dovuto ad un eccesso di calorie, di zuccheri, di alcool, di grassi vari nella alimentazione, che vengono trasformati in trigliceridi dal fegato. Diverse condizioni possono favorirne l’aumento, quali il sovrappeso, l’inattività fisica, il fumo, il diabete, una tiroide mal funzionante, ma anche le malattie renali croniche. Un aumento dei trigliceridi può anche essere associato all&#8217;uso di farmaci quali i corticosteroidi, i betabloccanti, o gli estrogeni per via orale. È importante controllare il loro aumento nel plasma perché implica un aumentato rischio di malattie cardiovascolari, soprattutto in pazienti che soffrono di diabete.</p>
<p><em><span style="color: #3366ff;">Se l’aumento dei trigliceridi è un fattore di rischio, come tenerli sotto controllo?</span></em></p>
<p>Innanzitutto occorre migliorare lo stile di vita, quindi seguire una giusta dieta, evitare alcool e fumo, i grassi saturi, l’eccesso di carboidrati ed ovviamente praticare un’attività fisica regolare, perché ribilancia il metabolismo ed aiuta a consumare carboidrati e grassi in eccesso. Se ciò non bastasse, occorre associare una terapia basata sull’utilizzo di fibrati, acido nicotinico od Omega 3. I fibrati e l’acido nicotinico sono farmaci classici, con indicazioni ben definite. Poi abbiamo gli Omega 3, detti anche “olio di pesce”, che contengono acidi grassi polinsaturi. Si possono assumere in piccola parte mangiando pesce, altrimenti come supplemento, e per ridurre livelli elevati di trigliceridi occorre una dose di almeno 3/4 grammi al giorno. Gli Omega 3 agiscono a vari livelli: riducono la sintesi di proteine che trasportano i trigliceridi e attivano alcuni recettori che ne riducono la produzione, favoriscono la loro eliminazione nel sangue e possono aumentare il colesterolo buono e ridurre quello cattivo. Soprattutto riducono la produzione di  chilomicroni, particelle composte da trigliceridi legati ad alcune proteine di trasporto che, circolando nel sangue, vanno a depositarsi in diversi organi favorendo lesioni aterosclerotiche.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><em>Possiamo parlare di effetto cardioprotettivo degli Omega 3? Se sì, in quali pazienti?</em></span></p>
<p>È da anni che se ne parla dopo uno studio italiano che ha dimostrato un loro effetto cardioprotettivo, con riduzione della mortalità per infarto nei pazienti che assumevano questi farmaci. Un’ipotesi è che gli Omega 3 possano avere un effetto di stabilizzazione della membrana delle cellule cardiache, riducendo la loro eccitabilità e di conseguenza le aritmie maligne. Questo  porterebbe ad una riduzione della morte improvvisa legata a questa instabilità. Un documento dell’American Heart Association pubblicato quest’anno ha fatto il punto sugli Omega 3 dal punto di vista della cardioprotezione. Se un paziente che ha avuto un infarto assume con regolarità gli Omega 3, in effetti si nota una riduzione di quasi il 10% del rischio di mortalità cardiovascolare ed in particolare di morte improvvisa. Questo è stato osservato utilizzando la dose di solo 1 g al giorno, insufficiente a ridurre i trigliceridi ma in grado di ottenere stabilizzazione elettrica cardiaca e riduzione delle aritmie. Al momento esistono due indicazioni, supportate da evidenze scientifiche, per un uso a scopo cardioprotettivo degli Omega 3. Si tratta dei pazienti che hanno una cardiopatia ischemica, in particolare dopo un infarto, e dei pazienti affetti da insufficienza cardiaca, che insieme rappresentano una consistente frazione dei pazienti cardiopatici. Quindi possiamo concludere per l’esistenza di evidenze scientifiche consolidate sia a favore dell’uso di Omega 3 alla dose di 3-4 g/die per la terapia della ipertrigliceridemia, sia a sostegno del loro uso anche alla dose di 1 g/die, in sottogruppi selezionati di pazienti, per ridurre il rischio di eventi cardiovascolari, in particolare la riduzione della mortalità cardiovascolare e specificamente della morte improvvisa.</p>

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			<h4>Prof. Gianfranco Parati</h4>
<h5>Direttore dell&#8217;U.O. di Cardiologia e del Dipartimento di Scienze Mediche  e Riabilitative ad Indirizzo Cardio-Neuro-Metabolico  IRCCS Istituto Auxologico Italiano Ospedale S.Luca</h5>
<p>Piazza Brescia,20 &#8211; 20149 Milano<br />
Segreteria: 02 619112890  Fax 02 619112956<br />
<a href="mailto:gianfranco.parati@unimib.it">gianfranco.parati@unimib.it</a></p>

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		<title>Malformazioni congenite della mano, ecco come intervenire</title>
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				<pubDate>Mon, 27 Nov 2017 10:58:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Chirurgia]]></category>
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		<category><![CDATA[chirurgia]]></category>
		<category><![CDATA[malformazioni]]></category>
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			<h3><strong>Il Prof. Pajardi, Direttore dell’U.O.C. di Chirurgia della mano dell’Ospedale San Giuseppe di Milano, ci parla di queste patologie</strong></h3>
<p>Un bambino su 1.500 nasce con malformazioni congenite alle mani, spesso gravi. Un importante deficit funzionale che si riflette sullo sviluppo psico-motorio, sul comportamento e sulla vita di relazione di chi ne è affetto. In questi casi, la chirurgia rappresenta l’unico trattamento in grado di ottenere ottimi risultati e permettere l’utilizzo della mano. A parlarcene, il <strong>Prof. Giorgio Pajardi</strong>, Direttore dell’U.O.C. di Chirurgia della mano dell’Ospedale San Giuseppe – Università degli Studi di Milano. Dopo la laurea in Medicina e Chirurgia all’Università degli Studi di Milano, si è specializzato dapprima in Chirurgia Plastica alla Scuola di Specializzazione in Chirurgia Plastica Ricostruttiva della stessa università milanese e poi in Ortopedia e Traumatologia, con indirizzo Chirurgia della mano e Microchirurgia Ortopedica, alla Scuola di Specializzazione in Ortopedia e Traumatologia dell’Università di Brescia. Ha conseguito la specialità europea all’Uems European Board of Plastic, Reconstrutive and Aesthetic Surgery, a Bruxelles. È socio ordinario della Società Italiana di Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica, della Società Italiana di Chirurgia della Mano, della Società Francese di Chirurgia della Mano, della International Federation of Hand Surgery Societies, della European Federation of Hand Surgery Societies, della Società Italiana di Microchirurgia e della Società Lombarda di Chirurgia Plastica. È inoltre ideatore, socio fondatore, presidente e rappresentante legale del “Centro studi mano”, associazione culturale no profit il cui fine statutario è lo studio, la ricerca e l’insegnamento delle tecniche chirurgiche e riabilitative nel trattamento delle patologie della mano. Ha fondato nel 2004 la Società Italiana Infermieri Mano di cui è attualmente Presidente, e nel 2007 l’Associazione “La mano del bambino”.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">Prof. Pajardi, come bisogna intervenire se un bambino nasce con una malformazione alla mano?</span></em></p>
<p>La mano rappresenta un elemento indispensabile per la vita, garantendo, grazie alla funzione di pinza e di presa, supportata dalla presenza di un pollice opponibile, l’autonomia dell’individuo. Le malformazioni della mano, sono molteplici e di differente gravità. Fra le più comuni sono l’unione di due o più dita (sindattilia), la presenza di dita soprannumerarie (polidattilia), l’assenza di una o più dita (agenesia), la deformazione in posizione piegata delle dita (camptodattilia), la deviazione laterale delle dita (clinodattilia), la presenza di dita più corte del normale (brachidattilia). Dal momento che queste condizioni cliniche patologiche rappresentano un deficit funzionale, influendo anche sullo sviluppo psicofisico del bambino e sulla sua vita di relazione, è importante fare diagnosi alla nascita ed intervenire sulla patologia malformativa il più precocemente possibile, ossia dai 10 ai 18 mesi, l’età in cui il cervello prende conoscenza delle funzioni della mano ed impara ad utilizzarla. La cura delle malformazioni prevede spesso uno o più interventi chirurgici associati ad un trattamento riabilitativo, spesso accompagnato dell’utilizzo di tutori. Ancora più importante è la corretta informazione ed il corretto indirizzo delle famiglie verso centri specializzati che si occupano a tempo pieno di chirurgia della mano pediatrica. Per questo nel 2007 ho fondato l’Associazione culturale non a fini di lucro, “La mano del bambino”, con lo scopo di fornire consulenza, assistenza e cure ai piccoli pazienti ed alle loro famiglie, attraverso il lavoro di un équipe polispecialistica che includa tutte le figure professionali necessarie nella presa in carico di un bambino con una patologia congenita o traumatica della mano e/o dell’arto superiore.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Ci parli del morbo di Dupuytren</em></span></p>
<p>Si tratta di una patologia cronica, progressiva, dovuta ad ispessimento e retrazione dell’aponeurosi palmare, che determina una flessione permanente, progressiva ed irriducibile di una o più dita della mano e conseguente rigidità articolare. Questa malattia, che si manifesta intorno ai 40-50 anni, anche se ci sono forme rare infantili o giovanili, è causata da una predisposizione ereditaria. In genere inizia sul palmo della mano con un piccolo nodulo o più noduli che possono essere sentiti alla palpazione. La fase successiva è lo sviluppo di cordoni. Nella maggior parte dei casi la malattia insorge sul quarto o sul quinto dito, ma i noduli possono anche apparire in tutto il palmo. La scelta terapeutica per il morbo di Dupuytren è ampia: esistono, infatti, procedure chirurgiche più o meno invasive e non-chirurgiche, di recente scoperta, come le iniezioni di collagenasi. Questa sostanza, è in grado, con delle microiniezioni localizzate a livello del cordone, di scioglierlo permettendo la completa estensione delle dita.</p>

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			<h4>Prof. Giorgio Pajardi</h4>
<h5>U.O.C. di Chirurgia e Riabilitazione della mano Ospedale San Giuseppe Multimedica Università degli Studi di Milano</h5>
<p>Via San Vittore, 12 &#8211; 20123 Milano<br />
Segreteria: 02 85994805 &#8211; 366 6816849<br />
<a href="mailto:segreteria.profpajardi@multimedica.it">segreteria.profpajardi@multimedica.it</a></p>

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		<title>La chirurgia della disfunzione erettile, la protesi di pene</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/la-chirurgia-della-disfunzione-erettile-la-protesi-pene/</link>
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				<pubDate>Mon, 27 Nov 2017 10:21:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Andrologia]]></category>
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		<category><![CDATA[andrologo]]></category>
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			<h3><strong>Il Dott. Marco Cosentino ci parla anche della vasectomia come metodo contraccettivo maschile</strong></h3>
<p>La <a href="https://www.marcocosentino.com/it/trattamento-della-disfunzione-erettile/">disfunzione erettile</a> è l&#8217;incapacità di avere e/o mantenere un’erezione soddisfacente, pur in presenza di un buon desiderio sessuale. Problema abbastanza diffuso tra gli uomini di qualsiasi età, pur con differenti cause, la disfunzione erettile può dipendere da particolari condizioni fisiche (diabete, problemi vascolari, la prostatectomia radicale per tumore di prostata, etc); l’assunzione di determinati medicinali (anti-ipertensivi, anti-psicotici, farmaci citotossici, etc); problemi di natura psicologica (depressione, ansia, etc) ed altre cause ancora (abuso di alcol, uso di droghe, tabagismo, etc). A parlarci di questa problematica, il Dott. <strong><a href="https://www.marcocosentino.com/it/">Marco Cosentino</a></strong>, Urologo ed Andrologo. Dopo la laurea in Medicina e Chirurgia a Catania, prosegue gli studi universitari a Padova dove ottiene la specializzazione in Urologia. Al termine riceve un’offerta di lavoro altamente formativa in uno dei centri più rinomati del mondo, a Barcellona, in Catalunia, dove lavora come strutturato per ben 7 anni. Visti i titoli ed i risultati ottenuti, gli viene offerto di restare, studiando una branca dell’Urologia ad altissimo livello, ottenendo così una seconda specializzazione in Andrologia (Centro accreditato dalla European Academy of Andrology), risultando il primo italiano, in più di 75 anni di storia del centro, ad ottenere tale titolo.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Dott. Cosentino, ci parli della disfunzione erettile severa. Esiste una soluzione?</em></span></p>
<p>La <a href="https://www.marcocosentino.com/it/trattamento-della-disfunzione-erettile/">disfunzione erettile</a> rappresenta un problema più comune dell’immaginato, di cui spesso non si parla anche solo per vergogna. Purtroppo, tanto in Veneto quanto in Lombardia, così come in altre regioni italiane, manca una figura professionale che si occupi squisitamente di questi aspetti della medicina. La soluzione definitiva per tutte quelle persone che, in seguito all’intervento di prostatectomia o per le patologie metaboliche, vascolari o psicologiche associate (diabete, ipertensione, vasculopatie, etc.), soffrono questo disagio è la <a href="https://www.marcocosentino.com/it/trattamento-della-disfunzione-erettile/protesi-di-pene/">protesi di pene</a>. Si tratta di un dispositivo medico indicato per il trattamento della disfunzione erettile severa, che è definita come l’incapacità od impossibilità ad ottenere o mantenere un’erezione tale da consentire un rapporto sessuale soddisfacente. Ci sono due grandi famiglie di protesi: la malleabile o semi rigida e l’idraulica o tri-componente. Sono completamente diverse tra loro ma sortiscono lo stesso effetto: ridare rigidità ad un pene che l’aveva persa. La malleabile consiste in 2 cilindri “perennemente rigidi” e comporta avere un pene sempre eretto; l’idraulica, invece, consente di avere un pene in stato flaccido od eretto attivando una piccola pompa situata tra i testicoli invisibile ad occhio nudo. Ogni protesi ha le sue indicazioni e controindicazioni ed è il medico che deve consigliare la migliore per quel paziente.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>In cosa consiste l’intervento?</em></span></p>
<p>In generale l’intervento implica una degenza di una notte presso la struttura; per la protesi idraulica si esegue un’unica incisione di circa 3-4 cm lungo la linea che attraversa lo scroto, mentre per la malleabile si eseguono due piccole incisioni di 1,5 cm circa ai lati del pene. Una tecnica innovativa che sto introducendo in Italia (e che al momento nessuno esegue) consiste nell’impianto della protesi malleabile ambulatoriale ed in anestesia locale: il paziente accede alla clinica, viene operato e dopo un’ora dall’intervento viene dimesso con la protesi impiantata. Privacy ed anonimato vengono rispettati al massimo, è più economico rispetto all’intervento con degenza e con meno rischi legati al tipo di anestesia. Sensibilità, orgasmo, piacere ed eiaculazione non cambiano dopo l’intervento, l’ultima solo nelle persone sottoposte a prostatectomia. Prima di sottoporre una persona a questa chirurgia bisogna conoscere alla perfezione la sua storia personale, il suo problema ed il/la partner. Il grado di soddisfazione post intervento è del 97% e questo vuol dire che si è risolto il problema di quella persona e che è stato indicato l’intervento corretto.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">Esiste la contraccezione maschile?</span></em></p>
<p>L’anticoncezionale maschile esiste almeno dal 1800, solo che in Italia non si parla a riguardo e l’argomento è assolutamente tabù: faccio riferimento alla <a href="https://www.marcocosentino.com/it/vasectomia-cosa-e/">vasectomia</a>. Questa rappresenta il procedimento chirurgico più frequentemente eseguito dagli urologi negli Stati Uniti ed è più semplice, rapido, sicuro, economico, meno invasivo ma efficace come tecnica anticoncettiva rispetto a qualsiasi altro procedimento proposto alla donna. Consiste nel sezionare una parte del condotto che permette agli spermatozoi di fuoriuscire dai testicoli. Io lo eseguo ambulatorialmente, in anestesia locale e senza bisturi, attraverso un’unica apertura di circa 6-8 mm sulla linea che attraversa lo scroto (la sacca che contiene i testicoli) e tardo dai 6 ai 10 minuti. Gli effetti collaterali sono assolutamente trascurabili e gestibili con anti-infiammatori orali per 2-3 giorni ed altre misure locali. Non modifica l’orgasmo, l’eiaculazione, il piacere, la quantità di liquido emesso (gli spermatozoi incidono nel 4-5% del liquido totale eiaculato) od altro, il cambio è unicamente microscopico: l’uomo eiaculerà seme privo di spermatozoi. Approfitto per sfatare un mito riguardo la vasectomia, cioè che sia un intervento “irreversibile”: era già reversibile alla fine del 1800 e con l’avvento della microchirurgia negli anni ‘80 i risultati in termini di reversibilità sono arrivati all&#8217;80-90% circa (in mani esperte). Qualora si abbia la sfortuna di cadere nel 10-20% della possibilità di insuccesso, esistono le tecniche di riproduzione assistita che permettono di bypassare il problema con una semplice biopsia testicolare, ed io sono l’andrologo di riferimento di due dei più seri centri di riproduzione assistita spagnoli con quasi 30 anni di esperienza nel settore. Più informazioni ed i video degli interventi sul mio sito <a href="https://www.marcocosentino.com">www.marcocosentino.com/it.</a></p>

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			<h4>Dott. Marco Cosentino</h4>
<h5>Centro Medico Polispecialistico Sempione</h5>
<p>Via F. Melzi d&#8217;Eril, 26 20154 Milano<br />
Segreteria: 02 3313059</p>
<h5>Casa di Cura Villa Maria</h5>
<p>Via delle Melette, 20 35138 Padova<br />
Segreteria: 049 8711144</p>
<p><a href="https://www.marcocosentino.com/it">www.marcocosentino.com/it</a></p>

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<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.sanitaebenessere.it/la-chirurgia-della-disfunzione-erettile-la-protesi-pene/">La chirurgia della disfunzione erettile, la protesi di pene</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.sanitaebenessere.it">Sanità &amp; Benessere</a>.</p>
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