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	<title>Professionisti &#8211; Sanità &amp; Benessere</title>
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		<title>Intervista al Dottor Giuseppe J. Sciarrone</title>
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				<pubDate>Fri, 27 Oct 2023 08:22:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
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<p><strong>Raccontiamo il suo percorso?</strong> “Da ragazzino ho cominciato a interessarmi alla medicina folgorato dalla testimonianza del primo chirurgo che eseguì un trapianto di cuore, il famoso Christiann Barnard. L’impatto così forte di questa scienza mi ha spinto a studiare e a cercare risposte sul corpo umano. Così ho frequentato il Liceo Scientifico nella mia città natale, Reggio Calabria, e poi mi sono iscritto a Medicina. Da fautore del rinascimento del Sud, ho scelto l’università di Messina. Sono stati anni molto intensi, di grande studio”.</p>
<p><strong>Come definirebbe, in un’immagine, i primi passi nel mondo della neurochirurgia? </strong>“Sono arrivato a questa specializzazione perché il destino mi ha fatto incontrare quello che è stato un mio mentore, il Prof. Puccio Anastasi, che insegnava neuroanatomia come se fosse una poesia. All’epoca, poi, si trattava di una branca molto importante perché il rettore della facoltà era il Prof. Tomasello, responsabile anche della specializzazione. E infatti, se dovessi scegliere un’immagine, punterei su un intervento che ho eseguito con lui: si trattava di un’artrodesi cervicale per via anteriore, un approccio che può essere facile ma che può anche rivelarsi un vero incubo. Di solito, l’aiuto preparava il campo operatorio e poi arrivava il Prof. Tomasello a continuare. Quella volta mi sono occupato io del campo operatorio e mi ricordavo alla perfezione i complimenti del Prof., di solito di poche parole… È stata una specie di scuola militare, in cui vivevo in ospedale. Ma le sfide mi sono sempre piaciute”.</p>
<p><strong>Perché la scelta di occuparsi di chirurgia vertebrale?</strong> “All’epoca il neurochirurgo si focalizzava sul cervello, mentre la schiena era territorio dell’ortopedico. Poi l’avvento della microchirurgia e del microscopio chirurgico hanno spostato i riflettori sulle strutture della colonna vertebrale. Era un campo nuovo, dove c’erano grandi spazi e possibilità di esprimersi. Così, ho lasciato la mia comfort zone messinese e sono venuto a Milano, all’Ospedale Fatebenefratelli. Qui ho lavorato con ottimi colleghi e ho fatto tanta palestra sulle patologie vertebrali e sui nuovi approcci. In più, ho iniziato a conoscere le aziende che, in questo settore, si occupano di tecnologia e innovazione”.</p>
<p><strong><img class=" wp-image-10725 alignright" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2023/10/Sciarrone-Sb-2-300x200.jpg" alt="" width="371" height="247" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2023/10/Sciarrone-Sb-2-300x200.jpg 300w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2023/10/Sciarrone-Sb-2-1024x682.jpg 1024w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2023/10/Sciarrone-Sb-2.jpg 1600w" sizes="(max-width: 371px) 100vw, 371px" />Come stanno cambiando, negli ultimi anni, i pazienti e le patologie che tratta quotidianamente?</strong> “Siamo di fronte a uno scenario in costante evoluzione. Oggi il benessere e la qualità della vita sono diventati fondamentali e la gente reclama giustamente il diritto di sentirsi in forma. A questo aspetto, dobbiamo aggiungere i progressi dati dalla ricerca e dalla diagnostica per immagini che hanno alzato il livello di conoscenza della colonna vertebrale. Pensiamo, per esempio, alla protesi sempre più compatibili con l’organismo o a risonanze e Tac estremamente precise. Tutto questo significa, in concreto, che si è abbassata l’età media dei pazienti e che i disturbi sono trasversali anche per genere. Quindi visito e opero molte più donne e uomini under 40 che non si rassegnano a catalogare il dolore come un brutto mal di schiena ma vogliono scoprirne la causa e risolvere il problema”.</p>
<p><strong>Lei è uno dei talenti della chirurgia vertebrale robotica: cosa significa oggi ‘muoversi’ in questo scenario così innovativo?</strong> “Quando la robotica è arrivata in Italia è stata quasi osteggiata perché spesso l’innovazione ha più detrattori che alleati. I neurochirurghi la ritenevano inutile e io stesso, che per 15 anni mi ero mosso nel campo della chirurgia tradizionale, ero perplesso. Poi, visto che amo andare oltre i limiti, mi sono buttato in questa avventura. Oggi posso dire che la robotica ha sistematizzato il mio lavoro, rendendo gli interventi meno invasivi, più veloci e precisi, con grandi benefici per i pazienti. La formazione, ovviamente, ricopre un ruolo cruciale, così come il talento del chirurgo. Perché, alla fine, in futuro tutti sapranno lavorare con il robot ma la mano e la mente del medico faranno la differenza”.</p>
<p><strong>Lei ha già all’attivo più di 10.000 interventi: quali sono stati quelli più ‘sfidanti’?</strong> “Tutti mi rimangono nel cuore, dove conservo il ricordo di ogni paziente. Ma c’è un’operazione a cui sono davvero legato perché il mio lavoro ha fatto davvero la differenza. Riguarda una ragazzina di 14 anni, di Bratislava, che soffriva di una importante scoliosi. I famigliari si erano rivolti a diversi chirurghi ma tutti si erano rifiutati di operarla, intanto la deformità progrediva e lei soffriva molto. Così ho deciso di aiutarla. È stato un intervento molto importante: ho ricostruito la colonna con un doppio approccio, transtoracico e posteriore. A distanza di 30 giorni non si vedevano più le cicatrici. Non solo, lei ha ripreso a danzare e dopo sei mesi ha vinto il Grand Prix di danza classica del suo Paese e dopo un anno ha addirittura conquistato la medaglia d’oro ai Campionati del Mondo under 14”.</p>
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		<title>Cheratosi Attinica: conoscere la malattia per combatterla</title>
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				<pubDate>Mon, 14 Nov 2022 09:50:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Professionisti]]></category>
		<category><![CDATA[Strutture Sanitarie]]></category>

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				<description><![CDATA[<p>Diagnosi precoce e farmaci topici mirati consentono di curare questa patologia, evitando il rischio di...</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><em>Diagnosi precoce e farmaci topici mirati consentono di curare questa patologia, evitando il rischio di evoluzione in</em></h3>
<h3 style="text-align: center;"><em>carcinoma squamocellulare. </em></h3>
<h3 style="text-align: center;"><em>Fondamentale la sensibilizzazione della popolazione per riconoscere sintomi e rischi.</em></h3>
<h3 style="text-align: center;"><em><img class=" wp-image-9969 alignleft" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2022/11/Fabbrocini2-CMYK-300x300.jpg" alt="" width="278" height="278" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2022/11/Fabbrocini2-CMYK-300x300.jpg 300w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2022/11/Fabbrocini2-CMYK-150x150.jpg 150w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2022/11/Fabbrocini2-CMYK.jpg 850w" sizes="(max-width: 278px) 100vw, 278px" /></em></h3>
<p>A parlarcene, la Prof.ssa<strong> Gabriella Fabbrocini</strong>, Direttore della Scuola di Specializzazione in Dermatologia e Venereologia e della Clinica Dermatologica dell’Università Federico II di Napoli. Con circa 60.000 prestazioni all’anno e 1200 day hospital, la Clinica è un Centro di Riferimento Regionale e per tutto il Sud Italia, dove si tratta sia la chirurgia oncologica sia la patologia infiammatoria, con un ampio focus sulla dermochirurgia.</p>
<p><strong>Professoressa, la Cheratosi Attinica è una malattia poco conosciuta: di cosa si tratta e quali sono i rischi ai quali il paziente è esposto?</strong></p>
<p>“La Cheratosi Attinica è una lesione precancerosa che può presentarsi in forme diverse in termini di colore, spessore ed estensione. Non è un tumore cutaneo ma presenta già delle caratteristiche anomale e quindi, se non rimossa tempestivamente, può evolvere verso un carcinoma. Solitamente insorge dopo i sessant’anni, predilige le zone foto-esposte – cuoio capelluto, dorso delle mani, orecchie, volto – perché nella sua patogenesi i raggi ultravioletti giocano un ruolo importante. Per questo i soggetti con fototipo chiaro sono più a rischio. Quando si accumulano molte cheratosi attiniche, l’evoluzione verso il carcinoma squamocellulare – che rappresenta da solo il 25% di tutte le forme di cancro che possono interessare la nostra pelle e ha un alto rischio di sviluppare metastasi – può essere molto frequente. Spesso, tuttavia, passa inosservata. Ecco perché è importante una terapia preventiva che oggi, fortunatamente, è possibile, grazie ai numerosi farmaci topici per il controllo della patologia e l’utilizzo di metodiche per l’eliminazione delle cheratosi”.</p>
<p><strong>Qual è il percorso che il paziente deve intraprendere per avere una corretta diagnosi e trattamento?</strong></p>
<p>“Per una corretta diagnosi si inizia con una visita dermatologica, a cui seguono una dermoscopia ed eventualmente una biopsia. Una volta riconosciuta la malattia, lo specialista può scegliere il trattamento più idoneo a curarla. Se fino a poco tempo fa le cheratosi attiniche si trattavano solamente con la crioterapia, la laserterapia o il curettage, ossia la rimozione di una parte di cute o l’asportazione chirurgica, oggi abbiamo a disposizione numerosi farmaci topici che consentono il trattamento di queste lesioni, ad esempio antiinfiammatori, farmaci a base di Fluorouracile e Acido Salicilico. Modulando la tipologia di prescrizione e la tipologia di terapia per ogni paziente, è possibile ridurre il rischio di sviluppare carcinomi. Si tratta di farmaci molto gestibili dal punto di vista di compliance da parte del paziente, e che sono molto efficaci nel ridurre l’indice di trasformazione e favorire la scomparsa totale delle cheratosi. Nel nostro Centro monitoriamo il paziente con questo tipo di trattamento con un follow-up a 3 e 6 mesi proprio per valutare la completa risoluzione della patologia o l’eventuale resistenza di piccole aree ancora lesionate e ripetere, in caso, il ciclo farmacologico. A fine anno dovrebbe arrivare sul mercato una nuova molecola – tirbanibulina – che si caratterizza per un meccanismo d’azione unico ed altamente selettivo assicurando un’efficacia mirata alla lesione unitamente ad una elevata aderenza terapeutica grazie al breve regime di trattamento. L’obiettivo, per il futuro, è quello di trovare farmaci sempre più selettivi che possano migliorare lo stato generale della cute, per poter utilizzare i trattamenti sempre più precocemente e ridurre gli interventi chirurgici, un aspetto particolarmente importante considerato che spesso questi pazienti sono anziani e dunque a rischio chirurgico”.</p>
<p><strong>Che cosa è il progetto Derma-Point e quali sono stati i risultati ottenuti in Campania?</strong></p>
<p>“È una campagna di sensibilizzazione per la diagnosi precoce della Cheratosi Attinica che si è svolta questa primavera in tutta Italia coinvolgendo diversi Centri e circa 1800 pazienti. In Campania, in particolare, abbiamo fatto oltre 100 visite, di cui la maggior parte erano Cheratosi Attiniche, a conferma dell’efficacia e del successo dell’iniziativa in termini di diagnosi precoce”.</p>
<p><strong>Qual è il valore aggiunto di una attività di questo tipo?</strong></p>
<p>“La campagna ha consentito a tantissime persone di effettuare uno screening gratuito accedendo agli ambulatori dermatologici della propria città con specialisti esperti che hanno potuto fare una diagnosi e impostare direttamente un percorso diagnostico-terapeutico. Non si è trattato quindi solo di una divulgazione di informazioni e conoscenze ma di un’opportunità concreta di avere una visita e una diagnosi su una patologia ad oggi ancora troppo spesso sottovalutata”.</p>
<p><u>Contatti:</u><br />
Prof.ssa Gabriella Fabbrocini<br />
Direttore UOC di Dermatologia Clinica AOU Federico II<br />
Via Pansini, 5 – Napoli<br />
Tel. 0817464386<br />
Mail: <a href="mailto:gabriella.fabbrocini@unina.it">gabriella.fabbrocini@unina.it</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>BENESSERE ORGANIZZATIVO</title>
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				<pubDate>Fri, 11 Nov 2022 10:08:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[FLASH NEWS]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>PERCHÉ È FONDAMENTALE COME FATTORE STRATEGICO DI CRESCITA, PRODUTTIVITÀ E SOSTENIBILITÀ CREARE AMBIENTI DI LAVORO...</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<h4><strong>PERCHÉ È FONDAMENTALE COME FATTORE STRATEGICO DI CRESCITA, PRODUTTIVITÀ E SOSTENIBILITÀ</strong></h4>
<p>CREARE AMBIENTI DI LAVORO INCLUSIVI ALL’INTERNO DEI QUALI SI RESPIRI ETICA D’IMPRESA E SENSO DI APPARTENENZA E’ UN FATTORE DI SUCCESSO ANCHE IN TERMINI DI PRODUTTIVITÀ AZIENDALE.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="wp-image-9959 alignleft" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2022/11/foto-avv.-Michela-Degiovanni-1-292x300.jpg" alt="" width="204" height="210" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2022/11/foto-avv.-Michela-Degiovanni-1-292x300.jpg 292w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2022/11/foto-avv.-Michela-Degiovanni-1-997x1024.jpg 997w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2022/11/foto-avv.-Michela-Degiovanni-1.jpg 1430w" sizes="(max-width: 204px) 100vw, 204px" />Ce ne parla l’avv. Michela Degiovanni, co-fondatrice del team Specialist Pari Opportunità, che spiega l’importanza per le organizzazioni di creare un clima di fiducia e dialogo per favorire la definizione di azioni concrete idonee ad accrescere il benessere dei lavoratori e la produttività delle aziende.</p>
<p>In Italia il PNRR, nella missione 5, ha sottolineato l’importanza del ridurre le disparità, stanziando 9,81 miliardi per lo sviluppo di politiche di inclusione sociale e la legge 162/2021 ha introdotto importanti novità in materia di pari opportunità tra uomo e donna in ambito lavorativo, introducendo la Certificazione di Parità di Genere.</p>
<p><strong>Cosa si intende per inclusione nel contesto lavorativo</strong>?</p>
<p>“Parlare di diversità e inclusione significa focalizzarsi sull’engagement senza creare barriere basate sulle differenze di genere, età, nazionalità, identità sessuale, religione, abilità fisiche, background socioeconomico, formazione professionale etc.</p>
<p>Dare spazio alla diversità porta all’inclusione, ovvero a flussi di recruiting e di lavoro più equi, così da accogliere, coinvolgere e valorizzare ogni persona, grazie a un ambiente davvero capace di unire culture e prospettive umane differenti, in dialogo e in cooperazione. Per far ciò, serve limitare abitudini deteriori radicate e smontare pregiudizi inconsci, che non permettono di crescere in modo inclusivo e positivo.</p>
<p>Tra i dipendenti, in particolar modo tra i più giovani, è sempre più forte il desiderio di lavorare in ambienti in cui diversità e inclusione siano concetti acquisiti, e in cui la mentalità aziendale sia aperta e proattiva nel promuovere politiche progressiste.”</p>
<p><strong>Perché essere un’azienda inclusiva non è solo la cosa giusta da fare ma è una scelta vincente?</strong></p>
<p>“I risultati delle ricerche internazionali (report 2020 McKinsey) evidenziano che i team inclusivi prendono  decisioni aziendali  migliori fino all’87% delle volte e le società i cui consigli di amministrazione prevedono la diversità di genere hanno il 28% di probabilità in più  rispetto alle altre società di avere una performance finanziaria migliore. Questo studio infatti ha evidenziato la correlazione tra la presenza delle donne nel consiglio di amministrazione e a livello dirigenziale e le prestazioni organizzative e finanziarie delle aziende.</p>
<p>Uno studio condotto dal Prof. Castaldo dell’Università Bocconi rileva che l’impegno sulla D&amp;I di un’azienda si afferma come un pilastro della fiducia che a sua volta genera loyalty, impatta sulla consapevolezza del mercato finale e sul posizionamento del marchio nell’arena dei brand “impegnati”. Ne deriva una reputation migliore che genera la fiducia nel brand, che a sua volta supporta la crescita aziendale. Mettendo a confronto due aziende ipotetiche, simili tra loro, una che investe sulla D&amp;I ed una percepita come non inclusiva, utilizzando dei parametri internazionali, il gap tra la crescita dei ricavi delle due aziende può arrivare fino ad un massimo del 16,7%, naturalmente a favore dell&#8217;azienda più inclusiva.</p>
<p>Ci sono grossi gruppi che hanno fatto dell’inclusione un loro punto di forza: è il caso di Sodexo, Decathlon, Amazon,  UPS etc.”</p>
<p><strong>Come si declina la sfida dell’inclusione nei servizi sociosanitari?</strong></p>
<p>“Diversi studi indicano che le aziende sociosanitarie che affrontano il tema della diversità e dell’inclusione in maniera sistemica e strategica arrivino a produrre ed erogare servizi migliori, creino organizzazioni più efficaci ed efficienti e contribuiscano a ridurre notevolmente i costi.</p>
<p>Le aziende sociosanitarie pubbliche e private stanno scoprendo che  sostenere e promuovere un ambiente di lavoro diversificato e inclusivo, produce  effettivi benefici nell’ambito della salute sia dei dipendenti che di coloro che usufruiscono dei servizi.</p>
<p>L&#8217;inclusione è quindi un fattore chiave di differenziazione per trattenere e sviluppare tutti i talenti nel loro cammino verso la vetta. Le aziende non solo hanno bisogno di costruire una cultura solidale della diversità, ma soprattutto devono intraprendere la strada dell&#8217;inclusione per prosperare in futuro. Ciò significa essere in grado di catturare le aspettative in evoluzione dei consumatori, ma anche attrarre nuove generazioni di dipendenti.”</p>
<p>Contatti:</p>
<p>Avv. Michela Degiovanni</p>
<p>Via Valparaiso n. 1 &#8211; Milano</p>
<p>Via Zucchi 40 n. 40 &#8211; Monza</p>
<p>Mail: <a href="mailto:avv.micheladegiovanni@gmail.com">avv.micheladegiovanni@gmail.com</a></p>
<p>Mail: <a href="mailto:specialistpariopportunita@gmail.com">specialistpariopportunita@gmail.com</a></p>
<p>https://www.linkedin.com/in/michela-degiovanni-1a557568/</p>
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		<title>Tutela assoluta della salute e un paziente sempre seguito nel suo percorso ospedaliero</title>
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				<pubDate>Thu, 18 Nov 2021 12:58:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Professionisti]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>

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				<description><![CDATA[<p>Competenze, ricerca e formazione, un impegno quotidiano, sostenendo i progetti per prevenire e curare le...</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em>Competenze, ricerca e formazione, un impegno quotidiano, sostenendo i progetti per prevenire e curare le infezioni correlate allʻAssistenza, monitorando Linee Guida che garantiscano percorsi sicuri</em></p>
<p>Nel percorso che un paziente affronta, da quando entra in un ospedale a quando viene dimesso, ci sono una serie di elementi e procedure che devono essere considerate perché tutto si svolga in sicurezza. Tale aspetto, tecnicamente definito Pace &amp; Safety ha risvolti importanti in termini clinici, ma anche economici. L’Italia arranca nel mettere a punto sistemi per definire e valutare quanto avviene nelle corsie e nei reparti ospedalieri, ma la Società Italiana degli Anestesisti e Rianimatori SIAARTI insieme ad aziende sensibili al tema, sta lavorando per colmare questo vuoto, come spiega il Prof. Antonino Giarratano, neo Presidente SIAARTI e Professore Ordinario di Anestesiologia all’Università di Palermo.</p>
<p><strong>Com’è la situazione in Italia Prof. Giarratano?</strong></p>
<p>“Su numeri di errori sanitari che portano 98.000 morti all’anno, 7000 sono dovuti a errori nella somministrazione dei farmaci. Da un’analisi internazionale si stima che, durante la sua degenza ospedaliera, un paziente su 10 è a rischio di andare incontro a un problema di sicurezza per aspetti strutturali o tecnologici, percorsi diagnostici, prescrizione o somministrazione dei farmaci e incapacità del sistema di attivare percorsi che riducono la possibilità di infezioni. Si tratta di un dato potenziale, non reale. È invece documentato che il 10-20% della spesa dell’ospedale è correlabile alla sicurezza del paziente e questo deve interessare non solo pazienti e medici, ma anche la politica”.</p>
<p><strong>Può farci qualche esempio?</strong></p>
<p>“Le infezioni correlate all’assistenza incidono non solo sugli esiti, cioè gli outcome clinici &#8211; sopravvivenza, morbilità ossia la presenza contemporanea di altre patologie -, ma anche sull’ecologia, cioè sulla selezione di germi ultraresistenti agli antibiotici. Sulle infezioni ospedaliere, che sono un problema importante perché difficili da trattare, i programmi di sicurezza devono considerare una serie di procedure, dall’emocultura – esame eseguito molto frequentemente – alle tecniche di sanificazione della cute e trattamento della ferita chirurgica nel post-operatorio, per evitare le infezioni generalizzate (Sepsi) da germi multiresistenti agli antibiotici che si possono sviluppare nei reparti di degenza e in terapia intensiva. Proprio in una cosa semplice come per esempio il sistema di prelievo di emocultura si gioca una partita fondamentale. Se, perché costa meno, si utilizza una siringa, del disinfettante e una provetta che non hanno codificati i criteri di conservazione e sistemi di sicurezza adeguati, è chiaro che ho un risparmio nella prima fase del percorso “emocoltura”, ma è solo apparente. A causa di un’infezione, infatti posso avere un prolungamento della degenza ospedaliera fino a rischiare una ammissione in terapia intensiva per Sepsi, con costi in caso di sopravvivenza, mediamente di circa 4.000 euro al giorno (anche per più di 15 giorni). È facile fare il conto di quanto valgano i 20 euro stimati per l’acquisto di sistemi di prelievo di sicurezza per emocultura che fanno risparmiare vite umane e risorse economiche”.</p>
<p><strong>Come può la Tecnologia essere d’aiuto per la sicurezza del paziente?</strong></p>
<p>“Un altro esempio? Un monitoraggio emodinamico avanzato può anche predire se il paziente durante un intervento possa diventare ipoteso a causa di una perdita ematica o uno scompenso emodinamico. Se lo so un’ora, o anche mezz’ora prima che accada, posso mettere in atto delle correzioni terapeutiche che evitano al paziente di andare incontro a uno shock che poi aumenterebbe ancora una volta la degenza o diminuirebbe le sue chances di guarigione”.</p>
<p><strong>Come sono i rapporti dell’Associazione con le Istituzioni?</strong></p>
<p>“La SIAARTI collabora attivamente con l’Istituto Superiore di Sanità e il Ministero della Salute per emanare buone pratiche cliniche e linee guida per garantire percorsi di sicurezza al paziente ricoverato e attende riscontro ritenendo di poter sedere e contribuire ai tavoli indicati per la gestione dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)”.</p>
<p><strong>Procedure e Linee Guida sono sicuramente necessarie per garantire la sicurezza del paziente in ospedale: basta la loro pubblicazione?</strong></p>
<p>“Una volta messe a punto le procedure, è fondamentale, per la loro applicazione, un’adeguata formazione del personale coinvolto nel percorso di sicurezza. In questo ancora una volta la Società Scientifica rappresenta un volano e uno strumento fondamentale”.</p>
<p><strong>Contatti</strong></p>
<p>Prof. Antonino Giarratano</p>
<p>Professore Ordinario di Anestesiologia presso la Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università di Palermo, Direttore del Dipartimento di Emergenza Urgenza e U.O.C. Anestesia e Rianimazione e Terapia del Dolore A.O.U.Policlinico “P. Giaccone“ di Palermo, Presidente della SIAARTI 2022/2024</p>
<p>Via del Vespro, 129 – 90127 Palermo</p>
<p>Mail: <a href="mailto:antonino.giarratano@unipa.it">antonino.giarratano@unipa.it</a></p>
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		<title>&#8220;Casi Covid al minimo, vaccini al massimo e da settembre ritorneremo alla normalità&#8221;</title>
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				<pubDate>Wed, 16 Jun 2021 09:32:40 +0000</pubDate>
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				<description><![CDATA[<p>Mario Alparone, direttore Asst Monza: &#8220;Doveroso che ora i nostri operatori abbiano il riposo che...</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<h2 class="subtitle" style="text-align: center;">Mario Alparone, direttore Asst Monza: &#8220;Doveroso che ora i nostri operatori abbiano il riposo che si meritano. L’obiettivo? Il record del 2019&#8221;</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;I pazienti Covid ricoverati al San Gerardo sono scesi a 22 e nessuno è in terapia intensiva. Ovviamente abbiamo sempre un reparto tamponi con 15 posti dedicati e manteniamo 6 letti di terapia intensiva Covid, ma i numeri dei ricoveri di oggi sono un lusso. Nell’ultima settimana sono stati ricoverati ‘solo’ 3 pazienti Covid e ci sono state 3 giornate con zero ingressi. Una situazione sicuramente molto importante che ci fa ben sperare rispetto alla possibilità di riprendere il sentiero interrotto con la pandemia&#8221;. Mario Alparone, direttore generale dell’Asst Monza, guarda al futuro con una nuova prospettiva. Lo fa partendo dai numeri, dai dati epidemiologici. Nelle riunioni dell’unità di crisi confronta il dato giornaliero con quello dello stesso giorno di un anno fa: &#8220;I numeri sono gli stessi&#8221;.</p>
<p>Direttore, allora cosa è cambiato? E’ vero che le vaccinazioni hanno un effetto positivo o ci troviamo di fronte a un effetto di stagionalità?</p>
<p>&#8220;Le condizioni di oggi sono molto diverse: un anno fa venivamo fuori da un lockdown molto più rigido, mentre oggi è ormai più di un mese e mezzo che abbiamo riaperto con gradualità attività e contatti. Eppure siamo in presenza di dati epidemiologici in netta discesa, quindi questa differenza rispetto alla prima fase ci deve far capire che se non c’è stato ancora un segnale di ripresa dei contagi è anche perché le vaccinazioni stanno facendo la differenza. Secondo i dati di ATS Brianza, dal 5 aprile al 5 giugno abbiamo un tasso di incidenza di positivi e nuovi positivi dell’1,54% sulla popolazione non vaccinata e dello 0,42% su quella vaccinata con almeno la prima dose. Questo vuol dire che siamo a una riduzione di un terzo. Se questo è lo scenario – che non considera l’effetto delle varianti, che può essere sicuramente una variabile da non sottovalutare, ma in questo momento assolutamente contenuta e contenibile – allora si può fare una programmazione di ripartenza. Come ci ha chiesto la Regione&#8221;.</p>
<p>Qual è il piano di ritorno alla normalità del San Gerardo?</p>
<p>&#8220;Il piano che ho predisposto partirà da settembre perché è assolutamente doveroso che i nostri operatori, reduci da oltre un anno molto più che impegnativo, abbiano il riposo che meritano. E’ comunque un piano ambizioso perché ci è stato chiesto di avere dei livelli di produzione sovrapponibili con il 2019, un periodo pre-Covid. Il nostro 2019 è stato un anno dei record: come San Gerardo abbiamo fatto 10 milioni di euro in più rispetto ai livelli di produzione assegnati per contratto. Quindi, confrontarsi con quell’anno è complicato, ma già le prime proiezioni ci posizionano su livelli molto buoni: in programmazione inerziale riusciamo a coprire circa il 90% della produzione 2019. L’ulteriore 10% è un incremento che dipenderà anche da risorse economiche che ci devono essere messe a disposizione da Regione Lombardia. Peraltro nel 2019 non c’erano tutte le disposizioni legate al distanziamento sulla parte ambulatoriale e alla sanificazione sia sulla parte ambulatoriale sia sulla parte di ricovero che invece ci sono oggi. E questo limita, inevitabilmente, la produttività. In ogni caso oggi stiamo esprimendo tutta la possibilità di recupero che siamo in grado di produrre. Sicuramente si può fare di più con i programmi &#8211; già adottati lo scorso anno – che prevedevano le sale chirurgiche anche il sabato e gli ambulatori aperti fino alle 20 (cosa che ci ha permesso di recuperare 54mila prestazioni ambulatoriali saltate durante la prima ondata di contagi). Tuttavia questo passa da quelle risorse aggiuntive che confido Regione Lombardia ci riconosca&#8221;.</p>
<p>Ma come si concilia la ripartenza dell’attività ordinaria dell’ospedale con la campagna vaccinale che sottrae medici e infermieri ai reparti?</p>
<p>&#8220;Certamente nel continuo le vaccinazioni non possono gravare ancora e unicamente sugli ospedali. E in questo senso c’è una programmazione regionale che prevederà un autunno in cui la collaborazione con i medici di medicina generale diventerà molto più pervasiva. Così come quella con le farmacie. Attualmente le 17 linee all’hub dell’ex Philips viaggiano su una produzione che varia tra i 2.100 e i 2.500 vaccini al giorno, oltre alle due linee rimaste all’autodromo ma che il 25 luglio saranno chiuse definitivamente. Un impegno che richiede il distacco dall’ospedale di circa 80 tra medici e infermieri. Fortunatamente abbiamo avuto lo straordinario apporto di un’ottantina di specializzandi (anche se possono fare 12 ore settimanale con un massimo di 60 ore mensili): se non ci fosse stata l’università di Milano Bicocca ad aiutarci non saremmo riusciti a garantire il livello di erogazione mostrato. Ovviamente per favorire il piano di ripresa da settembre, queste risorse dovranno rientrare a lavorare in ospedale. E’ necessario che le vaccinazioni diventino una attività territoriale che non può non vedere i medici di medicina generale impegnati in maniera molto più decisa di quanto è stato fino ad ora. Ancora di più se vogliamo che aziende come la nostra si dedichino alle alte specialità&#8221;.</p>
<p>Il futuro del San Gerardo, infatti, è votato al riconoscimento in Istituto di ricerca e cura a carattere scientifico.</p>
<p>&#8220;Stiamo continuando i nostri colloqui con il Ministero. Ora stiamo lavorando sull’aspetto dell’involucro giuridico: abbiamo predisposto la bozza dello statuto della nuova fondazione Irccs che dovrà essere riconosciuta. I sopralluoghi avverranno a seguito delle valutazioni su questo impianto che abbiamo predisposto insieme alla Regione&#8221;.</p>
<p>Una prospettiva che segue la visione della riforma della legge regionale 23&#8230;</p>
<p>&#8220;Il concetto di preservare i cosiddetti ospedali hub o che si devono occupare delle alte specialità lo avevamo espresso con riferimento alla gestione dei pazienti Covid e già aveva avuto una applicazione nella terza ondata dei contagi, quando era stato definito che i posti letto per acuti dovessero gravare per il 60% sugli ospedali spoke (di base) e per il 40% sugli ospedali hub (ovvero quelli destinati a gestire i casi di maggior impegno clinico e assistenziale). Per riuscire a utilizzare al meglio le risorse del sistema sanitario regionale è importante non avere doppioni: serve un ruolo differenziato tra ospedali che si devono dedicare alle alte specialità e ospedali che devono avere un ruolo non meno rilevante di supporto all’assistenza territoriale. Come previsto dalla nuova legge 23. Peraltro l’assetto che abbiamo in Brianza facilita già molto queste logiche di distribuzione intelligente delle attività, con il San Gerardo che si deve dedicare alle alte specialità e una Asst (quella che riunisce gli ospedali di Vimercate, Desio e Carate) che si deve occupare di gestire tutte le attività di dimensione territoriale su livelli di erogazione sanitaria di base. In questo quadro, poi, certamente l’ospedale Vecchio di Monza sarà un presidio rilevante dove poter concentrare i servizi di via Boito e via De Amicis&#8221;.</p>
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