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	<title>chirurgia &#8211; Sanità &amp; Benessere</title>
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	<description>Sito di divulgazione scientifica</description>
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		<title>Neonata di 18 Giorni salvata al San Matteo di Pavia</title>
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				<pubDate>Thu, 19 May 2022 08:56:35 +0000</pubDate>
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				<description><![CDATA[<p>L&#8217;eccezionale intervento di asportazione della massa timica eseguito per via toracoscopica dall&#8217;équipe di Chirurgia pediatrica....</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: center;"><em>L&#8217;eccezionale intervento di asportazione della massa timica eseguito per via toracoscopica dall&#8217;équipe di Chirurgia pediatrica. La bambina è stata dimessa in ottime condizioni di salute</em></h4>
<p>Ha solo 18 giorni di vita, ma già ha rischiato di morire. Sono stati i medici del Policlinico San Matteo di Pavia a salvarla sottoponendola ad un delicato ed eccezionale intervento di asportazione della massa timica, eseguito per via toracoscopica dall&#8217;équipe guidata dalla professoressa <strong>Giovanna Riccipetitoni, </strong>direttore di Chirurgia pediatrica. L&#8217;età neonatale e la tecnica toracoscopica applicata in una paziente così piccola ne fanno un caso, ad oggi, eccezionale.<img class="aligncenter " src="https://lombardiasalute.com/wp-content/uploads/2022/05/125552512-f0f33e54-335d-4308-8ac9-2b3c2380c90a.jpg" width="695" height="394" /></p>
<h5>Il caso clinico</h5>
<p>La madre della bambina, affetta da diabete gestazionale e isoimmunizzazione materno-fetale, era stata inviata agli specialisti della Struttura di Ostetricia e ginecologia del policlinico di Pavia per la patologia della gravidanza. Ed è stata sottoposta a diversi approfondimenti diagnostici. In particolare, un&#8217;ecografia fetale eseguita dalla dottoressa Alessia Arossa, al Servizio di Diagnosi prenatale; una risonanza magnetica fetale svolta in Radiologia pediatrica dal dottor Luca Lungarotti e un&#8217;ecocardiografia fetale, a Cardiologia pediatrica, fatta dalla dottoressa<strong> Claudia Codazzi.</strong></p>
<p>La prima ecografia ha rilevato una voluminosa massa paracardiaca destra, mentre gli altri esami hanno evidenziato la sede extracardiaca: adesa al pericardio e ai grossi vasi.</p>
<h5>Il trattamento neonatale</h5>
<p>Questi elementi hanno consentito di programmare il trattamento neonatale della piccola al Policlinico San Matteo, grazie alle competenze specialistiche della Ostetricia e Ginecologia 1 (diretta da Arsenio Spinillo), della Neonatologia e Terapia Intensiva Neonatale (diretta da Stefano Ghirardello) e della Chirurgia Pediatrica (diretta da Giovanna Riccipetitoni). Il parto è avvenuto per vie naturali; la piccola è stata ricoverata in Terapia Intensiva Neonatale e sottoposta ad una numerosa serie di accertamenti.</p>
<h5>Le indagini postnatali</h5>
<p>Le indagini postnatali hanno confermato la diagnosi prenatale di massa paracardiaca, a partenza dal timo (organo linfoepiteliale situato nel mediastino anteriore) e ascrivibile a teratoma timico, occupante il mediastino e parte dell&#8217;emitorace destro.<br />
Di conseguenza è stato predisposto l&#8217;intervento chirurgico utilizzando la tecnica toracoscopica.</p>
<h5>L&#8217;intervento chirurgico</h5>
<p>L&#8217;équipe che ha operato la bambina era composta dalla professoressa Giovanna Riccipetitoni; Mirko Bertozzi, chirurgo pediatrico; Marta Gazzaneo, medico in formazione specialistica; Simonetta Mencherini, anestesista; Valeria Bertolini e Rosella Mezzadra, strumentiste; Michela Besutti Infermiera; Monica Maniezzo e Cristina Marra, operatrici socio sanitarie.</p>
<p>Dopo l&#8217;intervento, la paziente è stata seguita in assistenza intensiva post operatoria dall&#8217;équipe di neonatologi, guidata dal dottor Stefano Ghirardello, e dimessa in ottime condizioni.</p>
<h5>&#8220;Caso eccezionale&#8221;</h5>
<blockquote><p><em>&#8220;L&#8217;intervento realizzato al San Matteo ha caratteri di eccezionalità, in quanto non sono descritti in letteratura altri casi di teratoma timico asportati per via toracoscopica in età neonatale&#8221;, ha spiegato Riccipetitoni, che vanta precedenti esperienze nel trattamento di masse timiche in pazienti pediatrici.</em></p>
<p><em>&#8220;La massa è stata isolata dal pericardio e dai grossi vasi, avendo cura di non produrre lesioni delle strutture vascolari e nervose adese &#8211; ha concluso la professoressa -. </em></p>
<p><em>L&#8217;intervento è perfettamente riuscito con guarigione della bimba, che è stata dimessa dalla Terapia Intensiva neonatale in ottime condizioni di salute&#8221;.</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>FONTE: LAREPUBBLICA.IT</p>
<blockquote><p>&nbsp;</p></blockquote>
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		<title>Sindrome del Tunnel Carpale: oggi si può trattare per via endoscopica</title>
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				<pubDate>Fri, 29 Apr 2022 15:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marketing]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Chirurgia]]></category>
		<category><![CDATA[chirurgia]]></category>
		<category><![CDATA[chirurgia mininvasiva]]></category>
		<category><![CDATA[sindrome tunnel carpale]]></category>

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				<description><![CDATA[<p>L’INTERVENTO IN CHIRURGIA MINI INVASIVA CONSENTE DI RISOLVERE QUESTA PATOLOGIA MOLTO DIFFUSA IN MODO SICURO...</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’INTERVENTO IN CHIRURGIA MINI INVASIVA CONSENTE DI RISOLVERE </strong><strong>QUESTA PATOLOGIA MOLTO DIFFUSA IN MODO SICURO ED EFFICACE, </strong><strong>CON NOTEVOLI BENEFICI IN TERMINI DI DOLORE, GUARIGIONE E TEMPI DI RECUPERO. <img class="aligncenter wp-image-9123" title="sindrome tunnel carpale trattare via endoscopica" src="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2022/04/Logo-Digital-copy-300x150.png" alt="" width="450" height="225" srcset="https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2022/04/Logo-Digital-copy-300x150.png 300w, https://www.sanitaebenessere.it/wp-content/uploads/2022/04/Logo-Digital-copy.png 787w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></strong></p>
<p>La <strong>Prof.ssa Adriana Cordova</strong> è la prima donna ad essere stata eletta come Presidente della SICPRE ed è la Direttrice dell’Unità Operativa di Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica del Policlinico Paolo Giaccone di Palermo, un punto di riferimento accogliente e all’avanguardia, con percorsi diagnostico-terapeutici multidisciplinari e unico Centro nel Sud Italia riconosciuto dalla Federazione Europea della Chirurgia della Mano come Centro per il trattamento dei traumi e dei reimpianti di Arto Superiore.</p>
<figure style="width: 281px" class="wp-caption alignleft"><img title="sindrome tunnel carpale trattare via endoscopica" src="https://www.topdoctors.it/files/Doctor/profile/prof_2601_20200116111150.jpeg" alt="" width="281" height="281" /><figcaption class="wp-caption-text"><strong>Prof.ssa Adriana Cordova</strong> Direttrice UO di Chirurgia Plastica AOU Policlinico P. Giaccone</figcaption></figure>
<h5><em><strong>Professoressa, cos’è la patologia del Tunnel Carpale? </strong></em></h5>
<p>“Si tratta di una patologia molto frequente che colpisce prevalentemente il<br />
sesso femminile nell’età della menopausa ed è determinata dalla compressione del nervo mediano a livello del Canale Carpale, che è costituito da una base ossea e dal tetto costituito da un legamento fibroso trasverso.</p>
<p>Di solito è proprio l’inspessimento di questo legamento a determinare la compressione sul nervo e quindi il dolore, a cui segue la diminuzione della funzione della mano, inizialmente solo sensitiva, e in fase avanzata anche motoria, a carico della mobilità del pollice, perché vengono paralizzati i muscoli dell’eminenza tenar. Altre volte la causa può essere la comparsa di Angiomi o Lipomi, l’Ipertrofia delle guaine tendinee o altri fenomeni infiammatori.</p>
<p>Da un punto di vista diagnostico è abbastanza semplice da riconoscere. Pur essendoci ovviamente diversi gradi di gravità, molti sintomi sono infatti assolutamente tipici: un formicolio persistente, un dolore pungente, una sensazione di pesantezza alla mano, la tendenza a posizionare la mano fuori dal letto durante la notte”.</p>
<h5><em><strong>Come viene trattata?</strong></em></h5>
<blockquote><p>“Si interviene in anestesia locale o tronculare, in regime di day hospital o addirittura di day service, con un intervento chirurgico classico attraverso una piccola incisione nel palmo della mano, o, novità dell’ultimo anno, per via endoscopica.</p>
<p>Si tratta di una tecnica di chirurgia mini invasiva, che prevede una piccolissima incisione di pochissimi millimetri a livello del polso attraverso la quale, con l’aiuto delle fibre ottiche e di un piccolo monitor, si va a decomprimere il nervo mediano, sezionando il legamento traverso del carpo e aumentando quindi lo spazio all’interno del tunnel.</p>
<p>L’indicazione è personalizzata per ogni singolo paziente, ma in generale per le forme più avanzate o che derivano da compressione esterna spesso si preferisce la chirurgia classica, mentre per le forme idiopatiche dovute all’inspessimento del legamento si opta per la via endoscopica.</p>
<p>I vantaggi del trattamento mini invasivo sono sicuramente una guarigione più rapida, meno dolore nella fase post-operatoria e riabilitativa e una cicatrice di piccolissime dimensioni; entrambe le tecniche prevedono comunque una fasciatura compressiva per circa una settimana dopo l’intervento”.</p></blockquote>
<h5><em><strong>Il suo reparto è un Centro di eccellenza non solo per la Chirurgia della Mano ma per diversi percorsi multidisciplinari. Quali sono i principali?</strong></em></h5>
<blockquote><p>“Abbiamo percorsi per il Tumore della mammella, all’interno della Breast Unit, del Melanoma, del Melanoma Metastatico e per l’urgenza delle Infezioni necrotizzanti dei tessuti molli; un importante progetto di Ortoplastica, che nasce dalla collaborazione tra ortopedici e chirurghi plastici; il percorso TUTTO – acronimo di tutela umana dei soggetti transessuali e transgender in ambito ospedaliero – dedicato ai pazienti transessuali; e ancora G.O.Te.C, dedicato ai tumori del distretto testa/collo in collaborazione con oncologi radiologi, anatomopatologi, medicina orale, radioterapisti.</p>
<p>In tutti questi percorsi il valore aggiunto è dato dalla presa in carico complessiva del paziente, che non si limita all’intervento chirurgico ma che lo accompagna dal momento della diagnosi fino alle cure di riabilitazione e nutrizionali. Infine, abbiamo un progetto, finanziato dall’Assessorato, per il trattamento dei pazienti spastici, che da noi possono giovarsi di alcuni trattamenti con Tossina Botulinica o di trasposizione tendinea finalizzati a renderli autonomi in alcune funzioni”.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>FONTE: Salute&amp;Benessere efocus n°33</p>
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		<title>Chirurgia Vascolare: dalla Fase 1 alla ripresa in sicurezza</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/il-chirurgo-vascolare-oggi-deve-essere-un-clinico-esperto-sia-nella-chirurgia-open-che-endovascolare-grazie-a-un-adeguato-percorso-di-formazione-e-un-continuo-sviluppo-tecnologico/</link>
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				<pubDate>Mon, 23 Nov 2020 13:47:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Chirurgia Vascolare]]></category>
		<category><![CDATA[chirurgia]]></category>
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		<category><![CDATA[covid]]></category>
		<category><![CDATA[filippobenedetto]]></category>

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				<description><![CDATA[<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.sanitaebenessere.it/il-chirurgo-vascolare-oggi-deve-essere-un-clinico-esperto-sia-nella-chirurgia-open-che-endovascolare-grazie-a-un-adeguato-percorso-di-formazione-e-un-continuo-sviluppo-tecnologico/">Chirurgia Vascolare: dalla Fase 1 alla ripresa in sicurezza</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.sanitaebenessere.it">Sanità &amp; Benessere</a>.</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6aa8bb09d4928"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6aa8bb09dcc92"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<p><strong>La ripresa dell’attività chirurgica e ambulatoriale in piena sicurezza nei Centri specializzati garantisce ai pazienti un’assistenza completa, sia per i trattamenti sia per le urgenze.</strong></p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6aa8bb09dd05e"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6aa8bb09dd21f"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<div>
<p><span style="color: #000000;">Il Prof. <strong>Filippo Benedetto</strong> è Professore Associato di Chirurgia Vascolare all’Università di Messina e Direttore dell’UOC di Chirurgia Vascolare del Policlinico Universitario “G. Martino” di Messina, Centro di Riferimento Regionale e Nazionale per le patologie vascolari, con circa 1300 interventi all’anno, di cui 1100 di Chirurgia arteriosa. L’UO è inoltre sede aggregata della Scuola di Specializzazione di Chirurgia Vascolare di Catania. </span></p>
<p><strong><span style="color: #000080;">Professore, qual è stata l’attività della Chirurgia Vascolare durante la Fase 1?</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">“L’impatto della pandemia al Sud è stato sicuramente minore rispetto alle Regioni del Nord e abbiamo avuto il tempo di prepararci. Durante la Fase 1 la nostra attività chirurgica si è ridotta di di oltre il 70%, il reparto è stato chiuso e spostato in un altro padiglione e i posti letto da 20 sono diventati 8/10. Come tutte le altre realtà nazionali, abbiamo portato avanti solo gli interventi chirurgici in urgenza emergenza, affrontando tutte le patologie più importanti quali quelle aortiche, i casi di aneurismi aortici sintomatici o in fase di rottura, le ischemie critiche aggravate da presenza di cancrena e le patologie cerebrali come le stenosi carotidee sintomatiche”.</span></p>
<p><span style="color: #000080;"><strong>A livello ambulatoriale invece?</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">“L’attività ambulatoriale è stata completamente azzerata: da marzo a maggio non sono state effettuate ben 800 visite. Dal mese di giugno siamo rientrati nel nostro reparto e piano piano ci siamo trovati ad affrontare un’altra difficoltà, quella della diffidenza dei pazienti al ricovero per il timore del contagio, complice anche una comunicazione spesso troppo terroristica”.</span></p>
<p><strong><span style="color: #000080;">Come ha impattato questo stop sui pazienti?</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">“In questo momento ci troviamo in una fase di “pandemia al contrario”: tanti casi che non abbiamo gestito nei mesi di lockdown oggi si ritrovano in una situazione più complessa – mi riferisco soprattutto alle ischemie critiche degli arti inferiori: i pazienti sono andati incontro a una evoluzione clinica della malattia e chi prima veniva trattato con una rivascolarizzazione o per via endovascolare o per via chirurgica e quindi poteva avere una ripresa dell’arto, oggi si trova con trombosi di microcircolo a livello del piede che non permettono la completa ripresa della funzionalità. Lo stesso vale per la patologia aortica: pazienti in lista d’attesa con piccoli aneurismi sono evoluti e quindi la strategia chirurgica, che avevamo pianificato, in alcuni casi si è dovuta moficiare”.</span></p>
<p><strong><span style="color: #000080;">Quale messaggio vorrebbe passare ai pazienti?</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">“Che oggi andare in Ospedale è sicuro, siamo preparati e ci sono percorsi ben definiti. Quello che dovrebbe oggi chiedersi il paziente è, invece, a quali danni peggiori e irreparabili potrebbe andare incontro non recandosi in Ospedale”.</span></p>
<p><strong><span style="color: #000080;">Qual è la situazione ad oggi?</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">“Abbiamo ripreso l’attività chirurgica a pieno ritmo operando con turni molto serrati, così da dare tranquillità ai pazienti e delle risposte al territorio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Stiamo inoltre riprendendo a pieno ritmo l’attività ambulatoriale: già in lockdown avevamo ricontattato personalmente tuti i pazienti per capire l’evoluzione della patologia e, in caso di peggioramento, abbiamo effettuato il ricovero urgente. Ora siamo ripartiti con un’attività costante e regolare, per cercare di tornare gradualmente alla normalità”.</span></p>
<p><strong><span style="color: #000080;">Cosa ci ha insegnato questa pandemia?</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">“Che bisogna aumentare l’attività sanitaria sul territorio cercando di non sistematizzare tutta la patologia in ambito ospedaliero, ma, per quanto possibile, curando alcune patologie o il follow up al domicilio”.</span></p>
<p><strong><span style="color: #000080;">Quali sintomi non vanno trascurati come campanello d’allarme per il pronto soccorso?</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">“Per quanto riguarda l’aneurisma, è una patologia subdola e molte volte si ha un riscontro occasionale in corso di altre visite. È chiaro che quando si superano determinate dimensioni, qualche sintomo lo si ha, soprattutto nella fase espansiva: dolore alla schiena o irradiato alla radice delle cosce o, ancora, la sensazione di sentire il cuore pulsare all’altezza dell’ombelico.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per quanto concerne, invece, la malattia periferica, l’ischemia all’arto inferiore è quella che maggiormente dà sintomi: si passa dalla claudicatio iniziale al rossore o al pallore del piede nei casi più acuti fino al dolore anche a riposo. Sono tutti spie d’allarme che evidenziano una patologia ischemica in evoluzione, che, se non riconosciuta e trattata per tempo e in Centri Specializzati, può portare nel 15/20% dei casi all’amputazione”.</span></p>

		</div>
	</div>
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			<p class="Corpo"><strong>Contatti</strong></p>
<p class="Corpo">Prof. <strong>Filippo Benedetto</strong></p>
<p class="Corpo">Direttore UOC Chirurgia Vascolare Policlinico</p>
<p class="Corpo">Universitario “G. Martino”</p>
<p class="Corpo">Via Via Consolare Valeria, 1 &#8211; 98147 Messina</p>
<p class="Corpo">Mail: <a href="mailto:fbenedetto@unime.it">fbenedetto@unime.it</a></p>
<p class="Corpo">

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	</div>
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		<title>Le patologie degenerative della colonna</title>
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				<pubDate>Tue, 05 Feb 2019 11:22:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Chirurgia vertebrale]]></category>
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			<p><em><strong>Facciamo il punto con il Prof. Maurizio Fornari, Responsabile dell’U.O di Neurochirurgia Cranica e Spinale dell’Istituto Humanitas</strong></em></p>
<p><strong>Professore, quali sono le patologie più frequenti   della colonna?</strong></p>
<p>Facciamo innanzitutto una breve premessa su cos’è la colonna, per poi capire cosa, di essa, vada più facilmente incontro a malattie. La colonna è uno “strumento” meraviglioso che deve garantire all’uomo la stazione eretta e quindi la possibilità da un lato di camminare e correre e, dall’altro, di usare gli arti superiori ossia l’intelligenza. Non è una struttura autoportante, bensì una tenso struttura mantenuta in posizione eretta antigravitaria dall’attività sinergica di tutto il sistema muscolare che la circonda. Svolge due funzioni fondamentali: la prima è quella biomeccanica, che permette l’utilizzo degli arti inferiori e superiori, la seconda di contenitore di una parte fondamentale del sistema nervoso centrale – il midollo spinale – e di quello periferico, ossia le radici nervose che poi si uniscono a formare i nervi periferici. Fatta questa premessa, possiamo rispondere alla domanda iniziale: ciò che va più facilmente incontro a patologie è la parte che si usura maggiormente, ossia i dischi. Le patologie del disco sono sicuramente le più diffuse e consistono in una deformazione o una rottura del disco, che può arrivare a generare protusioni o ernie vere e proprie. Possono manifestarsi in qualunque fase della vita, talvolta in maniera acuta anche in età giovanile, per traumatismi sportivi. È molto frequente ad esempio nei giovani che praticano pallavolo, pallacanestro e sport di salto.</p>
<p><strong>Come si trattano queste patologie?</strong></p>
<p>Rispetto a una patologia del disco lombare, un segmento sempre in movimento, l’atteggiamento solitamente è conservativo, perché in molti casi questo disco è in grado di auto ripararsi. Il segmento toracico, invece, raramente è soggetto a patologie, perché è praticamente immobile e quindi soggetto a carichi poco elevati, mentre quello cervicale ha molto meno carico di quello lombare ma ancor più movimento, quindi anche qui si possono riscontrare patologie dei dischi.</p>
<p><strong>Cosa sono, invece, le patologie degenerative?</strong></p>
<p>Si tratta di patologie non più legate alla rottura in acuto di una struttura giovane come può essere il disco bensì legate alle curve che caratterizzano la colonna garantendole la stazione eretta e che, inesorabilmente, interessano prima o poi tutti noi. I fenomeni più frequenti sono l’invecchiamento o l’abbassamento dei dischi e il consumo da usura dei dischi dato dal sovraccarico da movimento, alla lunga, tendono a generare discopatie croniche e un restringimento del canale lombare o cervicale, la cosiddetta stenosi. A livello lombare dà solo disturbi articolari, mentre a livello cervicale può generare mielopatia. Gli step successivi della catena generativa sono la perdita di allineamento prima delle vertebre e poi di tutta la colonna, la deformazione e lo sbilanciamento, fino ad arrivare alla spondilolistesi, alla scoliosi degenerativa e allo sbilanciamento sagittale.</p>
<p><strong>In questi casi è sempre necessario l’intervento chirurgico?</strong></p>
<p>Assolutamente no. Nel caso della stenosi del canale lombare che dà la claudicatio e in quello del canale cervicale che dà la mielopatia, sicuramente c’è indicazione a operare, perché c’è una compressione delle strutture nervose. Se, viceversa, la patologia non dà un grosso interessamento delle radici nervose ma soltanto forti dolori, l’indicazione è alla cautela, prendendo in considerazione prima di tutto la terapia conservativa, di tipo medico o fisiatrico; se poi la patologia, ancorché solo dolorosa o senza implicazioni neurologiche, diventa invalidante, allora si passa all’intervento di chirurgia riparativa della colonna rigenerata per il ripristino dell’allineamento, della morfologia o del bilanciamento. In questi casi l’utilizzo di tecnologie innovative e d’avanguardia in sala operatoria fa la differenza, perché riduce moltissimo la durata dell’intervento e quindi il traumatismo globale del paziente, gli errori di precisione della procedura, favorisce l’accuratezza e la velocità, con risultati nettamente superiori in termini di durata di degenza clinica e decorso post operatorio. Il futuro prossimo sarà quello dell’introduzione di robot, che renderanno gli interventi ancora più veloci, efficaci e meno traumatici a tutto vantaggio del paziente. Data la delicatezza della neurochirurgia spinale, il mio consiglio è sempre quello di scegliere strutture d’eccellenza in grado di dare le migliori garanzie tecnologiche, oltre che di assistenza.</p>

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			<p>Prof. Maurizio Fornari</p>
<p>Responsabile di Unità Operativa Neurochirurgia Istituto Humanitas</p>
<p>Via Alessandro Manzoni, 56</p>
<p>20089 Rozzano, MI</p>
<p>Tel: 02 8224 8201</p>
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="KylJzmSWMQ"><p>
<a href="https://www.humanitas.it/">Benvenuti in Humanitas</a>
</p></blockquote>
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		<title>Ortopedia oncologica: al Rizzoli terapie mirate ed efficaci</title>
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				<pubDate>Tue, 05 Feb 2019 11:13:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Chirurgia]]></category>
		<category><![CDATA[bologna]]></category>
		<category><![CDATA[chirurgia]]></category>
		<category><![CDATA[gasbarrini.ortopedia oncologica]]></category>
		<category><![CDATA[oncologia]]></category>
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		<category><![CDATA[vertebre]]></category>

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			<h3>Il Professor Alessandro Gasbarrini ci parla di rare patologie che partono dall&#8217;osso e delle tecniche più innovative in ambito di ortopedia oncologica</h3>
<p>Una vertebra in titanio stampata in 3D per sostituire quella malata; all&#8217;Istituto Ortopedico Rizzoli una realtà dal 2015. A parlarci dell&#8217;Istituto bolognese, il primo al mondo a realizzare un intervento di questa portata, e delle novità in ambito di ortopedia oncologica il Professor <strong>Alessandro Gasbarrini</strong>, Direttore del reparto di Chirurgia Vertebrale a indirizzo Oncologico e Degenerativo dell&#8217;Istituto Ortopedico Rizzoli.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><strong>Professor Gasbarrini, di cosa si occupa la chirurgia vertebrale?</strong></span></p>
<p>La chirurgia vertebrale interviene sulle patologie che interessano la schiena. La colonna vertebrale regge il nostro corpo, è la sede del tessuto (il midollo osseo) e delle radici nervose. Solitamente protegge questa struttura ma in presenza di un tumore la colonna vertebrale diventa aggressiva verso il midollo o perchè si frattura o perchè va a comprimere le strutture nervose, fino a provocare dolore o paralisi.</p>
<p><strong><span style="color: #0000ff;">Quale tipologia di pazienti si rivolge all&#8217;Istituto Rizzoli?</span></strong></p>
<p>Variegato il panorama dei pazienti che si rivolge nostro Istituto, da chi soffre di ernia del disco, a chi ha una deformità vertebrale o una degenerazione delle vertebre, fino a pazienti plurioperati. L&#8217;ortopedia oncologica è una chirurgia molto complessa, lunga, con interventi che durano da 4 a 36 ore. Esistono operazioni di chirurgia oncologica che devono essere eseguiti per doppio o triplo accesso; soggetti che prima vengono operati per via posteriore, poi si girano sul fianco, poi a pancia in sù per intervenire per via anteriore. Precauzioni che vengono prese per cercare di non ledere le strutture nervose. Bisogna circondare e separare il tumore dall&#8217;aorta, dal cuore, dai polmoni; si lavora col centro del corpo e occorre prendere molte precauzioni. Fondamentale è preservare il midollo; salvare la vita al paziente è importante, ma lo è anche garantire una buona qualità di vita. Al Rizzoli si utilizza un approccio multidisciplinare: l&#8217;attore principale è il paziente, attorno l&#8217;oncologo, il medico di base, il terapista del dolore, il radioterapista, uniti per trovare una soluzione il più efficace possibile.</p>
<p><strong><span style="color: #0000ff;">Il Rizzoli è un centro all&#8217;avanguardia. Quali sono le ultime novità in ambito di ortopedia oncologica?</span></strong></p>
<p>Il Rizzoli dispone di una strumentazione in carbonio, che non dà quindi origine al fenomeno di scattering, ovvero quando durante la radioterapia il raggio colpisce il metallo e poi torna indietro, non riuscendo a penetrarlo per colpire la cellula tumorale; una soluzione fino ad un anno fa impossibile. E le novità al Rizzoli sono continue: fra poco si potranno mettere dei semini radioattivi dentro il tumore per rendere la radioterapia selettiva nel raggio di pochi centimetri, riducendo così al minimo le conseguenze. Ecco l&#8217;importanza di avere un&#8217;equipe che lavora in sinergia e che si aggiorni costantemente. Costruire un protesi 3D è stato possibile grazie al lavoro sinergico dei vari reparti; dalla Tac gli ingegneri hanno ricostruito vertebre in titanio perfette. L&#8217;aggiornamento è costante; ora ad esempio un team di ricercatori è a Losanna per studiare come riuscire a far camminare i paraplegici con l&#8217;elettrostimolazione.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><strong>Professore lei ha dato vita alla Fondazione Probone, di cosa si occupa?</strong></span></p>
<p>La Fondazione Probone è stata costituita per l&#8217;assistenza dei malati affetti da patologie vertebrali e del sistema muscolo-scheletrico, oncologiche e non. La Fondazione eroga prestazioni diagnostiche, terapeutiche, di riabilitazione e fisioterapia, per l&#8217;applicazione di cure palliative e di supporto ai pazienti, per migliorarne la qualità e la dignità della loro vita, in accordo con l&#8217;Azienda sanitaria locale di riferimento. Per informazioni sulle attività, sulle donazioni e su come destinare il 5xmille alla Fondazione è possibile consultare il sito wwwprobone.org.</p>

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			<h4>Prof. Alessandro Gasbarrini</h4>
<h5>Istituto Ortopedico Rizzoli</h5>
<p>Via G.C. Pupilli,1 -40136 Bologna<br />
Tel: 051 6388971 (studio)  Email: <a href="mailto:alessandro.gasbarrini@ior.it">alessandro.gasbarrini@ior.it</a></p>

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		<title>Diagnosi e cura della scoliosi: ne parliamo con il Prof. Balsano</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/diagnosi-e-cura-della-scoliosi-ne-parliamo-con-il-prof-balsano/</link>
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				<pubDate>Tue, 05 Feb 2019 10:56:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Chirurgia]]></category>
		<category><![CDATA[balsano]]></category>
		<category><![CDATA[chirurgia]]></category>
		<category><![CDATA[scoliosi]]></category>
		<category><![CDATA[spinale]]></category>
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		<category><![CDATA[vertebre]]></category>

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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6aa8bb09eecfc"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6aa8bb09eee78"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<h3>Oggi sono molte le tecniche avanzate di intervento, ma la conoscenza e la diagnosi precoce restano fondamentali per scegliere il trattamento più corretto</h3>
<p>La scoliosi è una patologia che colpisce circa il 4% della popolazione, con evoluzioni e trattamenti diversi a seconda che si tratti di bambini, adolescenti o adulti. A parlarci di questa patologia e delle tecniche oggi a disposizione dello specialista per curarla è il Professor <strong>Massimo Balsano</strong>, Chirurgo ortopedico specialista della colonna vertebrale, Direttore di Ortopedia e Traumatologia e del Centro hub del Veneto, specializzato in Chirurgia Vertebrale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona (Struttura dichiarata dal 2005 Centro Regionale di Riferimento per la Chirurgia Vertebrale) e membro di diversi board internazionali.</p>
<p>“Se nel bambino la deformità della colonna è molto visibile (quindi ha un forte impatto anche estetico) ma non dà ancora problemi rilevanti a livello fisico, nell’adulto, viceversa, il problema è meno visibile ma dà origine a dolori e forti mal di schiena. In ogni caso va trattata e quello che conta, per scegliere la terapia più corretta, sono da un lato la diagnosi precoce e dall’altro l’esperienza e le competenze dello specialista che deve saper valutare l’evoluzione che la malattia potrà avere in quel paziente e intervenire quindi in modo tempestivo e soprattutto con la terapia più adeguata al quel caso. Nella mia lunga esperienza, in Italia e all’estero, nella cura delle patologie della colonna, ho potuto assistere ad una sensibile evoluzione della chirurgia vertebrale, che è tra le specialità più complesse e problematiche: se un tempo si ricorreva ad interventi molto invasivi e c’era un utilizzo direi esagerato di busti correttivi, oggi la chirurgia, grazie a innovazioni tecnologiche sofisticate – quali ad esempio la navigazione e la robotica ad essa associata – ha raggiunto un livello di mini invasività davvero elevato, che porta ad avere il massimo beneficio per il paziente in termini di minore ospedalizzazione, minori perdite ematiche, meno rischio infettivo e una ripresa funzionale molto più rapida. Il tutto con gli stessi risultati, a livello di efficacia e di riuscita, degli interventi aperti. Io stesso sono stato un precursore della chirurgia mini invasiva, avendo effettuato nel 2008, primo chirurgo in Italia, un intervento con accesso laterale trans-psoas su un paziente, una tecnica giudicata poi riproducibile ed efficace tanto da essere oggi  molto popolare e utilizzata regolarmente.a scoliosi è una patologia che colpisce circa il 4% della popolazione, con evoluzioni e trattamenti diversi a seconda che si tratti di bambini, adolescenti o adulti. A parlarci di questa patologia e delle tecniche oggi a disposizione dello specialista per curarla è il Professor Massimo Balsano, Chirurgo ortopedico specialista della colonna vertebrale, Direttore di Ortopedia e Traumatologia e del Centro hub del Veneto, specializzato in Chirurgia Vertebrale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona (Struttura dichiarata dal 2005 Centro Regionale di Riferimento per la Chirurgia Vertebrale) e membro di diversi board internazionali.</p>
<p><strong><span style="color: #0000ff;">Professore l’intervento, anche se mini invasivo, è l’unica soluzione alla cura della scoliosi?</span></strong></p>
<p>Assolutamente no. Tutto dipende dalla gravità della patologia, dal momento in cui la si riconosce e, come dicevo, dalla diagnosi e dallo studio dell’evoluzione che la malattia può avere nel singolo paziente. L’intervento è una soluzione necessaria quando la deformità della colonna è incorreggibile con il trattamento conservativo e quando quest’ultimo risulta inefficace, o ancora, quando in un bambino, studiando il caso e conoscendo l’evoluzione della patologia, ci si rende conto che quel tipo di scoliosi , in genere congenita,  peggiorerà sicuramente, allora si può pensare all’intervento già in tenera età. Anche l’utilizzo del busto deve essere valutato in base allo studio di come potrà evolvere la patologia e in molti casi può essere una valida soluzione per scongiurare l’intervento.</p>
<p><strong><span style="color: #0000ff;">Si guarisce dalla scoliosi?</span></strong></p>
<p>La scoliosi è una malattia prevalentemente meccanica: la tecnologia attuale consente di ottenere ottimi risultati ma non è possibile correggerla completamente (al 100%). Però, applicando il trattamento più idoneo, il paziente può tornare a condurre una vita con ottimi standard qualitativi, fare sport, avere figli e una vita sociale assolutamente normale, e soprattutto senza dolore.</p>

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			<h4>Prof. Massimo Balsano</h4>
<h5>Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata Verona e Centro Hub del Veneto &#8211; Ospedale Borgo Trento Polo Confortini</h5>
<p>Piazzale A.Stefani 1, 37126 Verona<br />
Tel: 045 8122450 Email:<a href="mailto:massimo.balsano@aovr.veneto.it"> massimo.balsano@aovr.veneto.it</a></p>

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		<title>Protesi valvolare aortica, arriva quella senza punti di sutura</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/protesi-valvolare-aortica-arriva-quella-senza-punti-di-sutura/</link>
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				<pubDate>Thu, 27 Sep 2018 13:51:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cardiochirurgia]]></category>
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		<category><![CDATA[chirurgia]]></category>
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		<category><![CDATA[valvola]]></category>

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			<h2>Il Prof. Rinaldi, Direttore della Struttura Complessa di Cardiochirurgia della Città della Salute e della Scienza di Torino, ci parla dell&#8217;innovativa Perceval</h2>
<p>Ha segnato una vera e propria rivoluzione negli interventi chirurgici al cuore, la valvola cardiaca “Perceval”, l’innovativa protesi valvolare auto-ancorante che non necessita di punti di sutura. A parlarcene, il Prof. Mauro Rinaldi, direttore della Struttura Complessa di Cardiochirurgia, della Città della Salute e della Scienza di Torino.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><strong>Prof. Rinaldi, che cos’è Perceval?</strong></span></p>
<p>Perceval è una valvola aortica chirurgica “sutureless” con uno scheletro d’ancoraggio unico che permette al chirurgo di sostituire la valvola aortica malata senza necessità di punti di sutura. La componente funzionale della valvola è fatta di pericardio bovino ed è montata su una struttura a memoria di forma costituita da una speciale lega. La procedura di rilascio è altamente standardizzata ed il chirurgo deve fare poche e semplicissime manovre per posizionarla. La valvola, infatti, è già impiantata su un supporto; occorre solo posizionarla all’interno dell’anello aortico, rilasciarla ed espanderla in quest’ultimo con un palloncino che dilata l’anello valvolare protesico per farlo combaciare a quello naturale. Si tratta di una valvola di concezione totalmente diversa dalle precedenti, ispirata sostanzialmente alle valvole transcatetere. È infatti una sintesi tra le valvole tradizionali chiurgiche, e quindi con tutte le garanzie di un perfetto impianto, e le valvole transcatetere che danno invece garanzia di una perfetta espansione all’interno dell’anello valvolare.</p>
<p><strong><span style="color: #3366ff;">Come viene impiantata?</span></strong></p>
<p>Grazie all’introduzione di questa protesi, oggi possiamo praticare su larga scala interventi mini-invasivi che, a causa di notevoli difficoltà tecniche, in passato erano eseguiti solo da pochi. Si tratta di sostituire la valvola aortica attraverso un piccolo taglietto nel secondo spazio intercostale a destra, senza sezionare nessun osso e senza neppure divaricare le coste. Attraverso lo spazio intercostale è possibile inserire la valvola Perceval e rilasciarla nell’anulus aortico, dopo aver rimosso la valvola malata. Utilizzare questo tipo di protesi è molto vantaggioso perché, non richiedendo punti di sutura, è più facile lavorare in uno spazio di manovra molto più ridotto rispetto a quello del passato, quando invece era necessaria una sternotomia.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><strong>Per quale tipo di intervento è indicata e quanto dura?</strong></span></p>
<p>Perceval è indicata per la sostituzione della valvola aortica in pazienti affetti da stenosi aortica. Viene utilizzata in pazienti che hanno dai 70 anni in su, ed essendo la durabilità di queste valvole di 15 anni, la impiantiamo con la certezza che durerà per tutta la vita del paziente. Sul mercato ormai da quasi 10 anni, è un chiaro esempio di come, la cardiochirurgia moderna assomigli sempre di più alla cardiologia interventistica, e viceversa di come quest’ultima si avvicini ad una vera e propria procedura chirurgica. Le valvole “sutureless” hanno quindi preso il meglio da ambedue i campi: dalla cardiologia interventistica, le valvole autoespansibili e dal campo chirurgico, le valvole posizionate dopo un’accurata decalcificazione dell’anulus. È molto interessante per noi cardiochirurghi poterci confrontare con i colleghi cardiologi, su un campo che ormai si sovrappone.</p>

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			<div class="small-body">                           La valvola aortica Perceval</div>

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			<h4>Prof. Mauro Rinaldi</h4>
<h5>Struttura Complessa  di Cardiochirurgia  Azienda Ospedaliera Universitaria Città della Salute e della Scienza Sede Molinette</h5>
<p>Corso Bramante, 88/90 &#8211; 10126 Torino<br />
Segreteria: 011.6335511/6746<br />
Fax: 011.6336130<br />
<a href="mailto:mauro.rinaldi@unito.it">mauro.rinaldi@unito.it</a></p>

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		<title>Epilessia farmacoresistente,  ecco come trattarla</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/epilessia-farmacoresistente-ecco-come-trattarla/</link>
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				<pubDate>Fri, 22 Jun 2018 14:14:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Chirurgia]]></category>
		<category><![CDATA[chirurgia]]></category>
		<category><![CDATA[epilessia]]></category>
		<category><![CDATA[farmaci]]></category>
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			<h3>A parlarcene il Dott. Giancarlo Di Gennaro, Responsabile del Centro per la Chirurgia dell’Epilessia “Trenta ore per la vita” dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli (IS)</h3>
<p>Esistono pazienti affetti da epilessia che, seppur eseguendo in modo corretto la terapia farmacologica, non hanno una risposta positiva al trattamento e quindi non riescono ad avere il controllo completo delle loro crisi. Affrontiamo l’argomento con il Dott. Giancarlo Di<br />
Gennaro, Responsabile del Centro per la Chirurgia dell’Epilessia dell’Istituto Neuromed di Pozzilli (IS). Il Dott. Di Gennaro dirige il Centro da 10 anni ed ha partecipato come relatore a numerosi congressi nazionali ed internazionali, ed è autore di numerose pubblicazioni sull’argomento pubblicate su riviste internazionali.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><em><strong>Dott. Di Gennaro di cosa si occupa nello specifico il Centro che lei dirige?</strong></em></span></p>
<p>Il Centro Epilessia Neuromed si occupa della diagnosi e della cura dell’epilessia, nello specifico di quella farmacoresistente, che è caratterizzata da una risposta non soddisfacente ai farmaci antiepilettici disponibili per il trattamento di queste forme. Il problema quindi è come aiutare questi pazienti che, seppur seguendo correttamente la terapia farmacologica, non riescono ad avere il controllo ottimale delle loro crisi. Questo costituisce un serio  problema, con importanti ricadute sulla qualità della vita. La peculiarità negativa di una crisi è infatti il suo essere improvvisa ed imprevedibile, potendosi  verificare in qualsiasi circostanza con comprensibili limitazioni nella vita lavorativa nonché socio-relazionale. E’ comunque fondamentale un corretto inquadramento diagnostico in tutti i casi e se il paziente è affetto da una forma di epilessia farmacoresistente e “focale”, cioè che origina da un’unica e  limitata regione della corteccia cerebrale, potrebbe essere candidato ad un trattamento chirurgico che comporta la resezione della regione di corteccia cerebrale responsabile delle crisi. Per identificare tale regione e quindi poter offrire  un trattamento chirurgico risolutivo, è necessario uno studio “prechirurgico” condotto in équipe multidisciplinare. Esso si compone di varie indagini, tra cui la Risonanza Magnetica cerebrale, che verifica l’eventuale presenza di un’alterazione strutturale della corteccia cerebrale, ma soprattutto la Video-Elettroencefalografia, che consiste nella contemporanea registrazione in video delle  crisi epilettiche, rendendo possibile l’analisi delle loro caratteristiche cliniche, e delle concomitanti modificazioni dell’elettroencefalogramma. Considerando che il modo in cui le manifestazioni cliniche si presentano durante la crisi di un paziente riflette la disfunzione delle aree cerebrali “attraversate” dalla scarica epilettica responsabile delle crisi, dalla correlazione dei due dati, quello elettrico e quello video, si può costrui-re un’ipotesi circa la regione da cui originano le crisi, la cosiddetta Zona Epilettogena. Una volta identificata, qualora questa non coincida o non sia pericolosamente vicina a strutture cerebrali sede di funzioni importanti, la si può asportare chirurgicamente, spesso con ottime possibilità di guarigione completa dalle crisi. In casi difficili si deve ricorrere all’impianto di elettrodi registranti il segnale elettroencefalografico direttamente dalla corteccia cerebrale, in modo da stabilire correttamente quale sia la Zona Epilettogena ed eventualmente i suoi rapporti con aree funzionalmente importanti. Esistono alcuni pazienti che purtroppo non possono beneficiare dell’intervento chirurgico resettivo, o perché la crisi nasce da più punti del cervello (forme “multifocali”), o perché la  regione che produce le crisi è molto vasta o molto rischiosa da asportare. In questi casi è possibile proporre soluzioni alternative che possano almeno ridurre la frequenza delle crisi allo scopo di migliorare la qualità della vita. Ad esempio, la Neurostimolazione, tecnica che, attraverso l’impianto di apparecchiature in grado di erogare impulsi elettrici può neuromodulare le reti epilettiche, cioè influenzare positivamente i circuiti neuronali che nel cervello producono l’epilessia. Esistono varie modalità di Neurostimolazione, ma quella su cui si ha più esperienza e che è disponibile da più tempo, ormai da circa 20 anni, è la stimolazione del nervo vago.  Quest’ultimo è un nervo importante che passa a livello delle regioni laterali del collo e collega il cervello a vari organi interni e può essere stimolato elettricamente mediante un dispositivo applicato chirurgicamente sottocute, nella parte sinistra del torace. Questo dispositivo è collegato dal chirurgo, tramite un piccolo elettrocatetere che passa sempre sottocute, al nervo vago di sinistra. Il dispositivo è programmato dall’epilettologo ed eroga stimoli elettrici autonomamente e ciclicamente,  in genere la programmazione più utilizzata prevede un ciclo di  30 secondi di stimolazione ogni 5 minuti. Si tratta di una particolare modalità terapeutica “palliativa” che seppur richieda manovre chirurgiche per l’impianto, è da considerarsi relativamente poco invasiva ed anche reversibile. Il dispositivo può essere utilizzato sia nei bambini che negli adulti con una riduzione significativa del numero di crisi in circa il 50% dei pazienti. Gli effetti collaterali sono in genere infrequenti, di lieve entità e tendono a risolversi dopo alcune settimane di neurostimolazione. Un  dato che emerge dagli studi è che il suo effetto sulle crisi può migliorare nel tempo, anche dopo 1-2 anni di stimolazione, e che spesso vi è un miglioramento del tono dell’umore. Recentemente è disponibile  un nuovo tipo di stimolatore del nervo vago  in grado di erogare un’ulteriore stimolazione durante lo svolgersi di una crisi, poiché è in grado di riconoscerla  indirettamente,  attraverso l’identificazione del brusco aumento della frequenza cardiaca che spesso l’accompagna. I primi dati a disposizione suggeriscono la possibilità di un beneficio ulteriore, che si riflette globalmente in modo positivo sulla qualità della vita dei pazienti.</p>

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			<h4>Dott. Giancarlo Di Gennaro</h4>
<h5>Centro per la Chirurgia dell&#8217;Epilessia &#8220;Trenta ore per la vita&#8221; IRCCS Neuromed</h5>
<p>Via Atinese, 18 &#8211; 86077 Pozzilli (IS)</p>
<p>Segreteria: 0865 929528 Fax: 0865 959664<br />
<a href="mailto:segreteria.epilessia@neuromed.it">segreteria.epilessia@neuromed.it</a></p>

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		<title>Sostituzione della valvola aortica, oggi c’è l’impianto della protesi senza sutura “Sutureless”</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/sostituzione-della-valvola-aortica-oggi-ce-limpianto-della-protesi-senza-sutura-sutureless/</link>
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				<pubDate>Fri, 22 Jun 2018 09:33:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cardiochirurgia]]></category>
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		<category><![CDATA[cardiologia]]></category>
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			<h3>A parlarcene, il Prof. Francesco Musumeci, Direttore della Cardiochirurgia dell’Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini di Roma</h3>
<p>Le protesi valvolari aortiche “sutureless” hanno aperto uno scenario completamente nuovo nella sostituzione della valvola aortica, in presenza di stenosi valvolare aortica severa. A parlarcene il Prof. Francesco Musumeci, Direttore della Cardiochirurgia dell’Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini di Roma. Dopo un’iniziale esperienza in chirurgia pediatrica alla Clinica Chirurgica Pediatrica dell’Università di Palermo prima e di Pavia poi, nel giugno del 1980 ha iniziato il training in cardiochirurgia al Royal Liverpool Children’s Hospital in Gran Bretagna. In Inghilterra ha continuato la formazione cardiochirurgica lavorando nei più qualificati ospedali londinesi, quali l’Hospital for Sick Children, il National Heart Hospital, il Brompton Hospital e l’Harefield Hospital ed in Australia al Royal Children’s Hospital. Ciò gli ha consentito di maturare un’ampia esperienza nelle diverse aree della cardiochirurgia, particolarmente nella chirurgia delle malformazioni congenite, delle patologie valvolari e nei trapianti di cuore e cuore-polmone. Nel marzo del 1991 è stato nominato Primario cardiochirurgo allo University Hospital of Wales, dove ha istituito il servizio di cardiochirurgia pediatrica. Nel settembre 1998 è stato richiamato in Italia a dirigere il Centro di Cardiochirurgia dell’Ospedale San Camillo di Roma dove, tra le diverse attività, ha sviluppato un programma importante di cardiochirurgia mini-invasiva e trans-catetere.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><strong><em>Prof. Musumeci, che cos’è la stenosi valvolare aortica e quali sono i sintomi e le cause?</em></strong></span></p>
<p>Per stenosi valvolare aortica si intende il restringimento della valvola aortica, posizionata tra il ventricolo sinistro e l’aorta, attraverso questa valvola passa il sangue che dal cuore si immette nel circolo arterioso. Quest&#8217;ostacolo al passaggio del sangue determina una ipertrofia (inspessimento) progressiva delle pareti del ventricolo sinistro che è costretto ad aumentare la propria pressione di spinta del sangue in aorta. Le tre cause più frequenti di stenosi aortica sono: la degenerazione calcifica, che riguarda soprattutto gli anziani ed è molto frequente dopo i 70 anni, la bicuspidia aortica e la malattia reumatica, dovuta ad una precedente e malcurata infezione batterica. Frequentemente i pazienti affetti da stenosi aortica non avvertono sintomi particolari e la diagnosi è occasionale. Le manifestazioni cliniche variano in base alla gravità della stenosi: se il restringimento della valvola è lieve o moderato l’unico riscontro è quello di un soffio al cuore, quando invece la stenosi è severa, cioè in fase avanzata, il paziente può accusare affaticamento dopo sforzi anche lievi (dispnea), dolore al petto (angina pectoris), vertigini o sincope (svenimento improvviso). Nell’accertamento della stenosi aortica e della sua gravità l’ecocardiografia è l’indagine strumentale più efficace.</p>
<p><strong><em><span style="color: #3366ff;">Una volta riscontrata questa patologia, come si interviene?</span></em></strong></p>
<p>Quando il vizio è lieve o moderato non c’è indicazione alla chirurgia ma è importante sottoporsi a controlli cardiologici regolari mediante l’ecocardiogramma, data l’evoluzione nel tempo della stenosi valvolare. Nel caso in cui, invece, si riscontra una stenosi aortica severa, la chirurgia è l’unica strada percorribile. L’intervento per stenosi calcifica della valvola aortica consiste nella sostituzione della valvola con una protesi valvolare biologica o meccanica. Le protesi meccaniche hanno il vantaggio di durare tutta la vita, però richiedono una terapia anticoagulante permanente; le biologiche invece, non richiedono la terapia anticoagulante ma, essendo fatte con tessuti di provenienza animale, valvole aortiche di maiale o pericardio bovino, vanno incontro a fenomeni di degenerazione che è più rapida quanto più giovane è l’età del paziente al momento dell’intervento chirurgico, per cui nell’arco di qualche tempo, che può variare dagli 8 ai 20 anni, questi pazienti potrebbero andare incontro ad un secondo intervento per sostituirle. La scelta tra l’una e l’altra protesi valvolare va condivisa con il paziente, la decisione si basa innanzi tutto sull’età, in particolare una protesi valvolare meccanica è consigliata nei pazienti di età inferiore a 50 anni ed una biologica nei pazienti di età superiore a 70 anni. Vanno inoltre tenute in considerazione tutte quelle condizioni cliniche specifiche che possono privilegiare o controindicare una terapia anticoagulante. Le protesi valvolari aortiche “sutureless” hanno aperto uno scenario completamente nuovo nel trattamento chirurgico della stenosi valvolare aortica. Il vantaggio delle “sutureless” rispetto alle protesi valvolari biologiche convenzionali è quello che non richiedono punti di sutura per l’impianto in quanto i lembi valvolari sono montati su un mini-telaio metallico autoespandibile. La rapidità di impianto rende le protesi valvolari “sutureless” ideali per gli interventi eseguiti con accesso mini-invasivo e per tutte quelle condizioni in cui si vogliono ridurre i tempi dell’intervento chirurgico. Presentano inoltre molteplici vantaggi, quali la minor traumaticità sulla radice dell’aorta all’atto dell’inserimento, un maggior orifizio per il passaggio del sangue rispetto ad una protesi convenzionale di eguale misura.</p>

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			<h4>Prof. Francesco Musumeci</h4>
<h5>U.O.C. di Cardiochirurgia Azienda OSpedaliera San camillo-Forlanini</h5>
<p>Circonvallazione Gianicolense, 87 &#8211; 00152 Roma</p>
<p>Segreteria: 06 58704857/4858<br />
<a href="mailto:fmusumeci@scamilloforlanini.rm.it">fmusumeci@scamilloforlanini.rm.it</a></p>

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		<title>Trapianto del fegato, ecco le patologie che ne sono la causa e le modalità di donazione</title>
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				<pubDate>Thu, 21 Dec 2017 12:19:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
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			<h3>A parlarcene il Prof. Luciano De Carlis, Direttore della Chirurgia generale e dei Trapianti dell’Ospedale di Niguarda di Milano</h3>
<p>Un trapianto di fegato è la sostituzione di un fegato ammalato con uno sano prelevato da un donatore.  Cause e modalità di donazione ci vengono spiegate dal Prof. <strong>Luciano De Carlis</strong>, Direttore della Chirurgia generale e dei Trapianti dell’Ospedale Niguarda di Milano. Laureatosi nel capoluogo lombardo, ha iniziato la sua attività chirurgica prima al Policlinico, trasferendosi poi al Niguarda, dal 2015 è Direttore del Dipartimento Chirurgico dello stesso ospedale e Professore in Chirurgia all’Università degli Studi di Milano Bicocca.</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><em>Prof. De Carlis, quali sono le principali patologie che portano al trapianto del fegato?</em></span></p>
<p>Il trapianto di fegato è un intervento di grossa complessità che è stato eseguito per la prima volta a livello sperimentale a Milano, nella scuola del Prof. Staudacher e del Prof. Belli, nel 1952. Ha poi avuto un grosso impulso negli Stati Uniti ed in Italia si è cominciato ad eseguire i primi trapianti nel 1982/1983. L’indicazione principale è quella da cirrosi epatica nelle sue varie forme, soprattutto post epatitica da virus dell’epatite B, da virus C e da cirrosi alcolica. Altra indicazione oggi è la neoplasia epatica, soprattutto l’epatocarcinoma che è un tumore che insorge su una cirrosi di tipo virale od alcolica. Ci sono anche forme criptogeniche di tipo autoimmunitario, una serie quindi di patologie che portano alla cirrosi che può degenerare in neoplasie. In questi anni sono in aumento le forme chiamate NASH, cioè steatoepatiti non alcoliche, che sono forme dismetaboliche determinate da alimentazione non corretta. Ci sono poi una serie di patologie pediatriche che possono essere malattie metaboliche e genetiche. L’avvento dei farmaci antivirali contro l’epatite C, introdotti nelle pratiche cliniche da circa 3 anni in Italia, hanno portato ad una variazione della situazione ed ora le epatiti C sono drasticamente ridotte. Se prima si contava il 65/70% di pazienti con cirrosi da epatite C, oggi se ne conta un 25/30% e forse anche meno, per cui la maggior parte dei pazienti che vengono trapiantati sono quelli che hanno indicazioni da NASH, cirrosi alcolica e neoplasia.</p>
<p><em><span style="color: #3366ff;">Una volta stabilito, in cosa consiste un trapianto di fegato?</span></em></p>
<p>Il trapianto essenzialmente è di tipo ortotopico, si asporta il fegato malato e nella sua stessa sede, ortotopico vuol dire appunto nella sede nativa, viene posizionato il fegato nuovo. Questo è importante perché per esempio il trapianto di rene viene fatto in sede eterotopica, cioè non viene posizionato il trapianto dove c’era il rene, ma più in basso in fossa iliaca.</p>
<p><em><span style="color: #3366ff;">Quali sono le modalità di donazione?</span></em></p>
<p>Sono due le modalità di donazione. La prima è la donazione da vivente e noi siamo stati i primi in Italia nel 2001 ad eseguire trapianti con donazione da vivente su pazienti adulti. Da allora ne abbiamo eseguiti 100 ed è una possibilità riservata ad una certa tipologia di pazienti che non può aspettare la lista d’attesa, perché ha una patologia rapidamente evolutiva. È chiaro che avere una donazione da vivente fa sì che non si debba aspettare quei 6 mesi/1 anno di lista d’attesa, che è il periodo che ci si aspetta in un centro ad alti volumi.  Poi abbiamo la donazione da cadavere che è quella principale. Solo quest’anno ne abbiamo eseguiti 120 per un totale ad oggi di circa 2.000 trapianti. Da cadavere vuol dire da donatore in morte cerebrale, con danno irreversibile alla funzione dell’encefalo. Non parliamo di coma ma di morte, perché il paziente viene dichiarato morto dopo i termini legali di osservazione con elettroencefalogramma piatto ed assenza di riflessi per un periodo di 6 ore. Nel 2015 qui al Niguarda, primi in Italia, abbiamo cominciato anche la donazione a cuore fermo, in tale situazione le modalità di accertamento di morte, previste dalla legge italiana, sono la dimostrazione di un arresto completo della funzione circolatoria per 20 minuti, quindi dopo tale tempo di elettrocardiogramma piatto si dichiara la morte. La legge italiana garantisce in maniera assoluta la persona rispetto ad altri Paesi dove i tempi di accertamento sono molto più brevi. Questo però condiziona il prelievo degli organi, perché 20 minuti è un lasso di tempo eccessivo per poter avere degli organi funzionanti. Con la nostra tecnica invece dopo l’arresto cardiaco, dichiarata la morte, attraverso una metodica di circolazione extracorporea che si chiama ECMO, riattiviamo artificialmente la perfusione vascolare del fegato “in situ” nel cadavere ed, una volta prelevato, inseriamo il fegato in una macchina di perfusione ossigenata che rigenera per alcune ore la sua funzione. Pertanto dal 2015 riusciamo  ad utilizzare gli organi di questi DCD &#8211; donatori a cuore fermo con ottimi risultati. Quindi riassumendo, abbiamo donatori viventi e donatori cadaveri, accertati o per morte cerebrale o per morte cardiaca. L’Italia sui trapianti non è indietro rispetto agli altri Paesi, anzi, si consideri che il trapianto da DCD con la metodica da noi utilizzata è stato pubblicato su riviste prestigiose internazionali, perché nessun paese al mondo considera fattibile un prelievo di organi dopo 20 minuti di arresto, per cui la nostra tecnica è stata una scoperta importante. L’altra metodica italiana importante da citare è lo split liver, cioè si divide il fegato in due parti utilizzandolo così per due riceventi. Ma un traguardo che ci ha reso antesignani in Europa e negli Stati Uniti, è il poter dare la parte di sinistra ad un bambino anche molto piccolo e la parte destra ad un adulto. Questo è un programma nazionale che ha consentito praticamente l’azzeramento della lista d’attesa pediatrica, tant’è che la mortalità di un bambino in lista d&#8217;attesa è un evento estremamente raro in Italia.</p>

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			<h4>Prof. Luciano De Carlis</h4>
<h5>Dipartimento Chirurgia generale e dei Trapianti  &#8211; ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda</h5>
<p>Piazza Ospedale Maggiore, 3 &#8211; 20162 Milano<br />
Segreteria: 02 64444673<br />
<a href="mailto:luciano.decarlis@ospedaleniguarda.it">luciano.decarlis@ospedaleniguarda.it</a></p>

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