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	<title>medicina &#8211; Sanità &amp; Benessere</title>
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	<description>Sito di divulgazione scientifica</description>
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		<title>Test cornea artificiale: restituita la vista a 14 pazienti</title>
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				<pubDate>Fri, 12 Aug 2022 09:33:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[FLASH NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[cornea]]></category>
		<category><![CDATA[corneaartificiale]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>L&#8217;impianto di una nuova cornea artificiale realizzata in collagene ricavato da pelle di maiale ha...</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;impianto di una nuova <strong>cornea artificiale</strong> realizzata in collagene ricavato da pelle di maiale ha consentito a 20 pazienti con cheratocono, una malattia degenerativa della cornea, di ottenere un importante miglioramento della funzionalità visiva.</p>
<p>Quattordici di essi, legalmente ciechi prima di sottoporsi all&#8217;intervento chirurgico, hanno recuperato la vista, ritrovandosi in tre casi con una visione perfetta di 10/10.</p>
<p>Sono questi i risultati dei primi test su una cornea artificiale sviluppata da ricercatori svedesi della <strong>Linköping University</strong> e dell&#8217;azienda <strong>LinkoCare Life Sciences</strong>.</p>
<p>I risultati sono stati illustrati su <strong>Nature Biotechnology</strong>. &#8220;Sebbene la cecità corneale possa essere curata mediante trapianto, si stima che 12,7 milioni di persone nel mondo attendano un donatore di cornea, con una cornea disponibile ogni 70 necessarie&#8221;, scrivono i ricercatori. In tutto il mondo si è al lavoro da anni per la messa a punto di soluzioni: sono allo studio polimeri, biomateriali e già disponibili prodotti usati in un limitato numero di casi, soprattutto quando il trapianto fallisce.</p>
<p>Tuttavia, quello dei sostituti artificiali della cornea resta un bisogno ampiamente insoddisfatto. Il <strong>team svedese</strong> ha cercato di sviluppare un <strong>prodotto</strong> che fosse allo stesso tempo <strong>economico, accessibile e facile da impiantare</strong>. &#8220;Come materia prima abbiamo utilizzato collagene naturale di tipo I, la principale proteina nella cornea umana&#8221;, scrivono.</p>
<p>&#8220;Per avere una fornitura di collagene abbondante ma sostenibile ed economicamente vantaggiosa, abbiamo utilizzato collagene di qualità medica proveniente dalla pelle dei suini, un sottoprodotto dell&#8217;industria alimentare purificato e già utilizzato in dispositivi medici approvati dall&#8217;Fda per la chirurgia del glaucoma e per la medicazione delle ferite&#8221;. <strong>La cornea artificiale è stata testata in 20 pazienti affetti cheratocono in Iran e India. 14 di loro erano legalmente ciechi.</strong></p>
<p>Nelle settimane successive all&#8217;intervento, l&#8217;impianto ha dimostrato di essere in grado di correggere i danni legati alla malattia, ripristinando lo spessore e la struttura della cornea. La vista dei partecipanti è migliorata in maniera analoga a quanto si sarebbe atteso dopo un trapianto di cornea naturale. I 14 pazienti ciechi hanno recuperato la capacità visiva e tre di essi hanno acquisito una visione perfetta di 10/10.</p>
<p>&#8220;I risultati mostrano che è possibile sviluppare un biomateriale che soddisfi tutti i criteri per essere utilizzato per impianti umani, che può essere prodotto in serie e conservato fino a due anni e quindi raggiungere un numero ancora maggiore di persone con problemi di vista&#8221;, ha affermato in una nota il <strong>coordinatore dello studio Neil Lagali</strong>. I ricercatori auspicano ora ulteriori studi per saggiare la validità di questo approccio. Se i primi risultati fossero confermati si disporrebbe di una strategia per &#8220;aggirare il problema della carenza di tessuto corneale donato e dell&#8217;accesso agli altri trattamenti per le malattie degli occhi&#8221;, conclude Lagali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Fonte: ANSA.it </em></p>
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		<title>Robot asporta il tumore e salva il rene di una bimba di 4 anni</title>
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				<pubDate>Thu, 13 May 2021 13:05:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[CS COMMUNICATION SRL]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[FLASH NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[medicina]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>Nuovi progressi per la chirurgia robotica. Alla Città della Salute di Torino, un robot ha...</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Nuovi progressi per la chirurgia robotica. Alla Città della Salute di Torino, un robot ha asportato un tumore maligno renale a una bambina di quattro anni, salvando l&#8217;organo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;operazione, la prima in Italia e una delle poche al mondo anche perché la patologia è rarissima nei bambini, è durata tre ore ed è perfettamente riuscita. La piccola è stata dimessa, e della brutta avventura le restano solo quattro piccole cicatrici, quasi invisibili. L&#8217;operazione chirurgica è stata eseguita dal professor Paolo Gontero, urologo degli adulti, chiamato a intervenire per la sua esperienza con l&#8217;uso del robot.</p>
<p>&#8220;La letteratura scientifica &#8211; spiega Gontero all&#8217;ANSA &#8211; non riporta precedenti di questo tipo, ma io ho molta confidenza con l&#8217;uso del robot negli adulti e ho proposto di usare questa tecnica perché il tumore si trovava in una posizione anatomica molto ingrata. Il robot consente di riprodurre i movimenti della mano identici, ma con una miniaturizzazione di cinque volte inferiore, e con la telecamera è come se il mio occhio arrivasse a pochi millimetri dalla parte da operare. Per me si è trattato semplicemente di trasferire sulla bambina i movimenti che faccio sugli adulti. Usando ricostruzioni in 3D, ancora sperimentali, abbiamo potuto definire molto bene in particolare la vascolarizzazione arteriosa. Siamo così riusciti a chiudere solo l&#8217;arteria che portava il sangue al tumore, mentre la restante parte del rene non è stata messa in ischemia e non ha sofferto minimamente&#8221;.</p>
<p>&#8220;Un intervento di questo tipo &#8211; sottolinea &#8211; è la prova della sempre maggiore importanza dell&#8217;interdisciplinarietà in campo medico: un urologo dei bambini che chiede di intervenire a un urologo degli adulti, e io che posso farlo solo con l&#8217;aiuto di chi conosce bene la pediatria. Spiace solo &#8211; sottolinea &#8211; che per queste operazioni chirurgiche siamo dipendenti da apparecchiature che costano due milioni di euro, e che ogni intervento ci costi seimila euro soltanto di materiale monouso, mentre negli Stati Uniti i robot sono meno costosi&#8221;.</p>
<p>La piccola paziente, di appena 14 chili, era arrivata al Pronto soccorso dell&#8217;ospedale Infantile Regina Margherita prima di Pasqua con febbre alta e dolori addominali. Gli esami avevano rivelato una massa di circa 4 centimetri l rene destro.</p>
<p>Ricoverata nel reparto di Oncoematologia della professoressa Franca Fagioli, è stata operata all&#8217;ospedale Molinette della Città della Salute di Torino con personale di entrambi gli ospedali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fonte : (ANSA).</p>
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		<title>La tecnica dell&#8217;Embolizzazione, un valore aggiunto per ospedali e pazienti</title>
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				<pubDate>Wed, 10 Feb 2021 11:23:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Radiologia]]></category>
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		<category><![CDATA[patologie]]></category>
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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6abe266a980ff"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6abe266aa261c"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<p style="text-align: center;"><strong>Le tecniche endovascolari mininvasive come l’Embolizzazione comportano notevoli vantaggi nella cura di diverse patologie e anche in termini di ospedalizzazione e di ripresa indolore e rapida per pazienti di ogni età.</strong></p>

		</div>
	</div>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Il <strong>Dott. Vittorio Pedicini</strong> si occupa di Radiologia Interventistica da 25 anni; in Humanitas dal ’98, oggi è Responsabile della Sezione di Radiologia Interventistica, occupandosi, con un équipe di 4 medici e in collaborazione con tutte le Unità Operative della struttura, di tutto quello che riguarda la Radiologia Interventistica Vascolare e non, dalle procedure in campo oncologico alle urgenze. È lui a parlarci di una delle tecniche maggiormente utilizzate da questa branca della medicina per risolvere diverse patologie: l’Embolizzazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Dottore, cosa si intende per Embolizzazione?</strong></p>
<p>“L’Embolizzazione è una delle tecniche endovascolari a disposizione del Radiologo Interventista che consente di chiudere un vaso sanguigno, arterioso o venoso, con lo scopo di interromperne il flusso in un determinato tessuto o organo. La procedura si svolge in anestesia locale e consiste nel passare attraverso un’arteria in genere periferica, come la femorale che è all’inguine, che viene punta e non tagliata, per raggiungere con dei piccoli cateteri il punto di interesse da trattare. L’intervento è preceduto da una prima fase diagnostica, per vedere esattamente dov’è l’area da occludere: Oggi la tecnologia ci consente di avere sistemi di visione sempre più sofisticati che ci permettono di mirare in modo sempre più preciso il bersaglio e decidere come chiudere il vaso. A seconda della patologia da trattare, si possono usare, infatti, sistemi e materiali differenti”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quali sono i principali dispositivi di chiusura?</strong></p>
<p>“Per chiudere il vaso esistono varie armi di diverse dimensioni: piccole spirali metalliche, particelle, o ancora colle, che si iniettano all’interno dell’arteria per chiuderla. Ultimamente uno degli agenti embolizzanti liquidi più utilizzati è la colla Gubran 2 (NBCA+MS: N-Butil-2CianoAcrilato-Metacrilossi Sulfolano) molto efficace e rapido nel creare un embolo nel punto in cui viene rilasciata la colla, determinando un’occlusione precisa del vaso in quel territorio. Un sistema utile nei sanguinamenti di urgenza che, con costi relativamente bassi, risolve il problema in maniera veloce. E, ancora, in altre situazioni è possibile chiudere il vaso iniettando un farmaco come ad esempio un chemioterapico in caso di tumori, per curare localmente la patologia”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Per quali patologie e per quali scopi si utilizza l’Embolizzazione?</strong></p>
<p>“L’Embolizzazione dà la possibilità di fermare il sangue in un punto specifico o di interrompere un sanguinamento in atto nelle manovre di emergenza o, ancora, di privare in generale un determinato tessuto della vascolarizzazione, inducendone la necrosi. In quest’ultimo caso, questa necrosi indotta in determinati settori, permette di curare alcuni tumori – sia benigni sia maligni primitivi e metastatici – che si alimentano, per vivere, di un nutrimento vascolare. Chiudendo, infatti, localmente queste aree vascolari che afferiscono a determinate aree patologiche con una Embolizzazione selettiva e lasciando non colpite le aree sane, possiamo procedere con dei trattamenti conservativi a cielo chiuso, con un riassorbimento naturale dell’area cicatriziale e senza accessi invasivi come potrebbero essere i tagli. Il campo di impiego dell’Embolizzazione è davvero molto vasto e spazia da trattamenti fatti in elezione per diverse patologie a trattamenti in urgenza”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quali vantaggi comporta la tecnica di Embolizzazione?</strong></p>
<p>“Nelle urgenze consente di fermare in modo rapido un sanguinamento prima che il paziente venga  sottoposto all’intervento chirurgico oppure di poter mandare lo stesso in sala operatoria dopo essere stato stabilizzato. L’Embolizzazione è inoltre molto utile anche nei casi di sanguinamento post operatorio, un evento che può verificarsi talvolta dopo un intervento chirurgico. In questi casi, in Ospedali attrezzati come il nostro, con una Radiologia Interventistica sempre presente, c’è la possibilità di risolvere l’emergenza andando a chiudere il vaso sanguinante senza dover riaprire il paziente, limitando quindi di molto il danno biologico e il tasso di mortalità. Ma i vantaggi sono presenti anche in caso di interventi cosiddetti elettivi, ossia quelli programmati non per recuperare un danno acuto ma per trattare una patologia come ad esempio un aneurisma, fistole, tumori o fibromi uterini, che possono essere trattati senza intervenire in maniera invasiva. L’accesso mini invasivo della Radiologia Interventistica ha dunque un grosso impatto sia a livello ospedaliero perché, comportando tempi di ospedalizzazione più corti e convalescenze virtuali, riduce di molto i costi e garantisce un turn over di letti preziosissimo per poter curare più persone; ma anche per il paziente: il fatto di rimettersi in piedi in tempi rapidissimi e senza danni muscolari, porta benefici sia alle persone anziane, che soffrono molto i lunghi allettamenti, sia ai giovani, che hanno necessità di tornare quanto prima alla loro attività lavorativa”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come potrebbe evolversi ulteriormente la Radiologia Interventistica?</strong></p>
<p>“Queste tecniche, tutto sommato abbastanza recenti, hanno sicuramente davanti ancora un futuro di grande evoluzione: come per le altre branche della medicina, anche per noi l’obiettivo è sempre quello di ottenere gli stessi risultati ottimali, se non migliori, in termini di efficacia, con la sempre minore invasività. Sicuramente il miglioramento continuo delle tecniche di visualizzazione – dalle TAC a disposizione nella sala angiografica agli apparecchi ibridi, dallo sviluppo delle ecografie con sistemi di navigazione alla realtà virtuale – rende sempre più facile l’individuazione del bersaglio consentendoci di essere più precisi e dando quindi alla Radiologia Interventistica la possibilità di proporsi sempre più come soluzione parallela o alternativa alla Chirurgia tradizionale, che comunque negli ultimi vent’anni ha fatto anch’essa molti passi avanti in fatto di mini invasività (basti pensare alla robotica o alla laparoscopia)”.</p>

		</div>
	</div>
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			<p><strong>Contatti</strong></p>
<p>Dott. Vittorio Pedicini</p>
<p>Responsabile Radiologia Vascolare e Interventistica Humanitas Research Hospital</p>
<p>Via Manzoni, 56 Rozzano (MI)</p>
<p>Tel: 02 82246665</p>
<p>Mail: <a href="mailto:vittorio.pedicini@humanitas.it">vittorio.pedicini@humanitas.it</a></p>

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		<title>Radioterapia d’avanguardia per la cura dei tumori</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/radioterapia-davanguardia-per-la-cura-dei-tumori/</link>
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				<pubDate>Mon, 23 Nov 2020 13:32:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Radiologia]]></category>
		<category><![CDATA[dottori]]></category>
		<category><![CDATA[medicina]]></category>
		<category><![CDATA[percarlogentile]]></category>
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			<h4 class="Corpo">I nuovi apparecchi radioterapici messi a punto negli ultimi anni consentono terapie sempre più personalizzate, efficaci e mirate, che risparmiano i tessuti sani e riducono i tempi di esposizione.</h4>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6abe266ab9cd1"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6abe266ab9e5e"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<div>
<p><span style="color: #000000;">A   parlarcene, il Professor <strong>PierCarlo Gentile</strong>, Direttore del Centro di Radioterapia Oncologica dell’Ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma e dell’Advanced Radiotherapy Center UPCM di Pittsburgh, e Professore Associato presso l’Università di Pittsburgh e presso la Scuola di Specializzazione in Radioterapia del Policlinico Gemelli.</span></p>
<p><span style="color: #000080;"><strong>Professore, come si è evoluta la Radioterapia negli ultimi anni?</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">“La Radioterapia moderna è frutto di molteplici evoluzioni che hanno avuto negli ultimi anni delle accelerazioni molto più intense rispetto al passato. Sono tre i grandi step di questa evoluzione: il primo è stato la Radioterapia ad Intensità Modulata (IMRT), che ha consentito di personalizzare i fasci di radiazione anche su tumori non regolari, così da concentrare la dose sul bersaglio e risparmiare i tessuti limitrofi sani, garantendo una maggiore efficacia del trattamento e una minore incidenza di effetti collaterali”.</span></p>
<p><span style="color: #000080;"><strong>Il secondo step qual è stato?</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">“La seconda rivoluzione è subentrata con la cosiddetta IGRT, ossia la Radioterapia guidata dalle immagini, che prevede l’associazione all’acceleratore lineare di strutture di diagnostica per immagini. Nel gennaio 2013 abbiamo iniziato un’attività clinica con il Truebeam, un’innovativa piattaforma digitale capace di darci delle immagini estremamente precise e “diagnostiche” della posizione degli organi all’interno dello spazio corpo e della posizione del bersaglio in rapporto ai tessuti sani. Questo ha permesso di implementare il controllo e la possibilità di erogare alte dosi in piccoli volumi, che spesso comportavano invece il rischio di spostarsi facendo perdere il bersaglio”.</span></p>
<p><strong><span style="color: #000080;">Qual è il vantaggio di questo trattamento?</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">“Innanzitutto ci dà la possibilità di ridurre il numero delle frazioni (si passa da 5/8 settimane ad una); in secondo luogo, avendo la certezza del bersaglio, di risparmiare tutti i tessuti limitrofi sani; e infine di fare trattamenti mirati anche ripetuti nella stessa area e dunque anche di innescare con maggiore frequenza un ritrattamento della stessa sede. Oltretutto è possibile, con tecnologie sofisticate e innovative, trattare contemporaneamente più noduli: a livello di metastasi cerebrali, ad esempio, se un tempo dovevamo irradiare tutto l’encefalo, oggi siamo in grado di trattare ogni lesione con dose singola nella stessa seduta, della durata di 20 minuti/mezz’ora, con un notevole risparmio di tessuti sani e con una migliore compliance del paziente”.</span></p>
<p><strong><span style="color: #000080;">Qual è l’ultimo step a cui state lavorando?</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">“È quello della cosiddetta Radioterapia Adaptive, una Radioterapia che adatta, momento per momento, il tipo di radiazione alle fisiologiche modifiche del bersaglio all’interno del corpo. Da un anno circa è in attività clinica nel nostro Ospedale MRIdian® di ViewRay, una tecnologia rivoluzionaria che vede l’utilizzo di un acceleratore lineare integrato con una Risonanza Magnetica, che ci permette di poter utilizzare una IGRT Real Time. Questo significa che durante il trattamento la macchina evidenzia costantemente, e senza la minima interruzione, la posizione del bersaglio all’interno del corpo, i suoi movimenti e quello dei tessuti sani che si modificano fisiologicamente, ad esempio per i movimenti respiratori del paziente. La tecnologia di MRIdian® si associa anche alla capacità di modificare molto velocemente, grazie a un sistema di Intelligenza Artificiale, la pianificazione fatta all’inizio del trattamento, in base alle modifiche del bersaglio e della posizione degli organi, e ripianificarla, adattandosi alla nuova situazione”.</span></p>
<p><span style="color: #000080;"><strong>Quali potrebbero essere le nuove frontiere della Radioterapia?</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">“Un’ipotesi è quella che si affianchi alle tre grandi branche dell’Oncologia – Chirurgia, Radioterapia Oncologica e Oncologia Medica – una nuova disciplina: la Medicina Nucleare. Oggi si stanno sviluppando dei traccianti ultra specifici per patologia, ai quali potrebbe legarsi un giorno una piccola bomba radioattiva microscopica e ultra selettiva da portare direttamente in sede di malattia per far esplodere la cellula neoplastica”.</span></p>

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			<p><strong>Contatti</strong></p>
<p>Prof. <strong>PierCarlo Gentile</strong></p>
<p>Resp. UOC di Radioterapia Oncologica Ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma</p>
<p>Via Cassia, 600 – 00189 Roma</p>
<p>Tel: 06 33582933</p>
<p>Mail: <a href="mailto:gentile.piercarlo@fbfrm.it">gentile.piercarlo@fbfrm.it</a></p>

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		<title>Al Gemelli un Comprehensive Cancer Center per un’assistenza efficace e di qualità</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/al-gemelli-un-comprehensive-cancer-center-per-unassistenza-efficace-e-di-qualita/</link>
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				<pubDate>Tue, 10 Nov 2020 08:53:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Oncologia]]></category>
		<category><![CDATA[#cancercentre #gemelliroma]]></category>
		<category><![CDATA[#gianpaolotortora]]></category>
		<category><![CDATA[medicina]]></category>
		<category><![CDATA[oncologia]]></category>

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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6abe266abe427"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6abe266abe5a9"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<h4 class="Corpo">La struttura, con i suoi team multidisciplinari, prende in carico il paziente oncologico a 360°, accompagnandolo in tutte le fasi del suo percorso diagnostico, terapeutico e riabilitativo.</h4>

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<p><span style="color: #000000;">A parlarcene, il Prof. <strong>Giampaolo Tortora</strong>, Direttore del Comprehensive Cancer Center, Prof. Ordinario di Oncologia Medica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Direttore della Scuola di Specializzazione e dell’UOC di Oncologia Medica del Policlinico Gemelli. </span></p>
<p><strong><span style="color: #000080;">Professore, perché un Cancer Center?</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">“La Fondazione ha sempre avuto una vocazione molto forte per le patologie oncologiche, come dimostra il volume di attività in questo campo, che costituisce quasi la metà della sua intera attività. Da qui l’esigenza di costituire un Centro per coordinare tutto questo lavoro, favorendo le interazioni tra i diversi professionisti e tra loro e i pazienti. Siamo strutturati per Tumor Board, ossia gruppi multidisciplinari e multi professionali – oggi ne contiamo 22 per altrettante diverse patologie – che si incontrano ogni settimana e riuniscono tutti gli specialisti (medici, infermieri, care manager, nutrizionisti, psico-oncologi) di una determinata patologia. Un lavoro intensissimo che risponde a un incremento dell’attività oncologica e che riteniamo abbia migliorato molto la qualità dell’assistenza offerta”. </span></p>
<p><strong><span style="color: #000080;">Ci dà qualche numero sulla vostra attività?</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">“Solo nel 2019 abbiamo assistito 50.540 pazienti oncologici e vantiamo un case mix che riflette una competenza su tutte le patologie oncologiche: su alcune possiamo parlare addirittura di record di assistiti. Penso ad esempio alle patologie ginecologiche, per le quali siamo i primi in Italia e ai vertici europei. Anche su quelle dell’apparato digerente facciamo numeri importanti: per le neoplasie del Colon abbiamo un volume di pazienti tra i più alti in Italia con oltre 900 interventi all’anno, e abbiamo costituito da poco un Centro per le neoplasie del Pancreas”. </span></p>
<p><strong><span style="color: #000080;">Come funziona il gruppo multidisciplinare?</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">“Una volta che il paziente entra in Ospedale, a seguito di una visita con uno specialista o perché si è rivolto al nostro Sportello del Cancro, viene preso in carico dal Centro e da quel momento in poi è il Tumor Board che decide quali sono le procedure diagnostiche e la terapia più appropriata, e instrada il paziente all’interno dell’Ospedale, seguendolo in tutto il suo percorso”.</span></p>
<p><strong><span style="color: #000080;">Come si è svolta l’attività del Centro durante il periodo di emergenza sanitaria?</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">“Abbiamo mantenuto la stessa attività dell’anno precedente, lasciando aperte le nostre strutture (ambulatori, day hospital, reparto) e continuando a lavorare con tutte le misure di sicurezza previste. Tra marzo e maggio abbiamo assistito 4.600 pazienti, di cui 3.000 ricoverati e 1.600 nuovi arrivati, e praticato circa 10mila chemioterapie. Considerato che eravamo anche un Centro di Riferimento Covid, con una situazione dunque potenzialmente molto pericolosa, possiamo essere davvero soddisfatti di quello che abbiamo fatto. I risultati ci hanno dimostrato che siamo riusciti a lavorare senza ridurre l’attività: un grande successo per noi, per i pazienti, che hanno continuato ad avere fiducia nelle cure, ma anche un insegnamento per le altre realtà”.</span></p>
<p><strong><span style="color: #000080;">Quali sono stati gli aspetti più difficili di questa esperienza?</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">“È stata sicuramente un’esperienza dura perché, per mantenere i reparti aperti, abbiamo dovuto impedire ai parenti le visite, non solo per i pazienti in day hospital ma anche per i ricoverati, spesso gravi, che sono rimasti soli e questo ha richiesto a tutto il personale sanitario uno sforzo ulteriore di vicinanza anche da un punto di vista umano. Altro aspetto difficile è stato quello dei teleconsulti: abbiamo imparato che per alcune situazioni si può fare, ma per molte altre la presenza fisica e l’empatia con il paziente restano un aspetto insostituibile del nostro lavoro”.</span></p>
<p><strong><span style="color: #000080;">Quanto è importante una corretta nutrizione sui pazienti oncologici?</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">“Fondamentale, come dimostrano gli studi che hanno sottolineato come un adeguato protocollo nutrizionale specialistico sia in grado di ridurre il numero di giorni di degenza post operatori con un notevole miglioramento per pazienti e un abbattimento rilevante dei costi per l’Ospedale. Per questo nel nostro Centro abbiamo istituito un Dipartimento di Nutrizione Oncologica – in collaborazione con il Gruppo di studio sul Microbiota intestinale guidato dal Prof. Gasbarrini – e stiamo sviluppando come IRCCS un progetto, il Gemelli Health System, per la produzione di nutrienti e integratori selezionati per le singole patologie, al fine di favorire il successo terapeutico”.</span></p>
<p><strong><span style="color: #000080;">Quali sono le nuove frontiere dell’Oncologia al Gemelli?</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">“Da un lato l’innovazione tecnologica e la medicina personalizzata: questo significa gestione dei trial clinici, innovazione dal punto di vista dei macchinari, sviluppo di nuove tecnologie. Dall’altro, l’applicazione dell’AI, ad esempio per la gestione dei Big Data. In questo ambito, abbiamo un nuovo progetto, Generator, guidato dal Prof. Valentini, per la gestione, il governo e la capacità di trarre informazioni predittive sulla diagnostica e la terapia di tutte le patologie, attraverso l’analisi dell’immenso patrimonio di dati sanitari in possesso della Fondazione”.</span></p>

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			<p class="Corpo"><strong>Contatti</strong></p>
<p class="Corpo">Prof. Giampaolo Tortora</p>
<p class="Corpo">Direttore UOC Oncologia Medica Fond. Policlinico Univ. A. Gemelli IRCCS</p>
<p class="Corpo">Largo Agostino Gemelli 8, 00168 Roma</p>
<p class="Corpo">Tel. 06 30154838</p>
<p class="Corpo">Mail: <span class="Hyperlink0"><a href="mailto:giampaolo.tortora@policlinicogemelli.it">giampaolo.tortora@policlinicogemelli.it</a></span></p>

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		<title>Malattie cardiovascolari rare: quali sono e come trattarle</title>
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				<pubDate>Fri, 24 May 2019 14:30:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cardiologia]]></category>
		<category><![CDATA[cardiologia]]></category>
		<category><![CDATA[dottori]]></category>
		<category><![CDATA[GIUSEPPE LIMONGELLI]]></category>
		<category><![CDATA[malattie cardiovascolari]]></category>
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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6abe266ac3839"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6abe266ac3b07"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<h3 style="text-align: center;"><strong>Ne abbiamo parlato con il <em>Prof. Giuseppe Limongelli</em>, Cardiologo dell’Ospedale Monaldi di Napoli e Professore presso il Dip. di Scienze Transazionali dell’Università Vanvitelli (NA).</strong></h3>
<p>“La storia delle malattie cardiovascolari è abbastanza recente: la prima patologia è stata definita geneticamente tra gli anni 90 e il 2000 e l’interesse dei clinici si è focalizzato soprattutto sulle malattie del muscolo cardiaco (cardiomiopatie). La prima malattia definita geneticamente è stata la cardiomiopatia ipertrofica ovvero un’ipertrofia del muscolo cardiaco, non spiegata da cause emodinamiche quali l’aumento della pressione del cuore o un carico aumentato dovuto ad una attività atletica molto intensa. La causa principale è legata ad alterazioni genetiche di proteine del sarcomero, struttura essenziale per la contrazione delle cellule del cuore. Tali patologie, che si presentano soprattutto nella fase adolescenziale e nel giovane adulto, spiegano solo un 50/60% dei casi, esistono poi una serie di altre cause legate a malattie genetiche, neuromuscolari, metaboliche, da accumulo o infiltrative del cuore che possono sorgere a qualsiasi età”.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Quali sono le principali?</strong></p>
<p>“Nei primi anni di vita possiamo avere ad esempio sindromi genetiche malformative: le più comuni sono la sindrome di Noonan o quella di Leopard, che attualmente non si possono trattare ma che sicuramente nei prossimi anni avranno dei trattamenti specifici. Altre patologie più aggressive sono invece trattabili, come ad esempio la malattia di Pompe, una malattia da accumulo dovuta alla carenza di un enzima che determina un accumulo di glicogeno all’interno dei miociti (le cellule cardiache) e che causa l’ingrossamento del cuore. Questa patologia, che se non riconosciuta in tempo può essere anche letale, deve essere trattata con la somministrazione di un enzima sostitutivo prodotto in laboratorio e che compensa quello non prodotto dal paziente. La terapia con enzima sostitutivo ha cambiato completamente la storia naturale della malattia. Altra patologia da accumulo tipica dell’adulto di una certa età è la malattia di Fabry, dovuta alla carenza di un altro enzima, che determina anche in questo caso un ingrandimento del cuore causando problemi non solo cardiaci ma anche renali e neurologici. Anche questa patologia oggi può essere trattata con la somministrazione di un enzima sostitutivo, o con terapie che possono migliorare la morfologia e la struttura (geneticamente alterata) della proteina prodotta dall&#8217; organismo, con l’effetto positivo di ridurre o limitare l’ipertrofia patologica del cuore. Un’altra patologia che rientra in questa sfera è l’amiloidosi, una patologia infiltrativa che non interessa il miocita bensì l’interstizio (spazio tra le cellule del cuore). L’amiloidosi, in realtà, non è una sola patologia ma uno spettro di patologie diverse. Oggi, rispetto a qualche anno fa, abbiamo dei trattamenti specifici che possono variare a seconda dei sottotipi di malattia (BOX)”.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Lei è anche Coordinatore del Centro regionale malattie rare in Campania…</strong></p>
<p>“Sì, un progetto molto importante e prestigioso che si sta sviluppando in diverse tappe fondamentali: tra la fine del 2017 ed il primo semestre 2018, sono stati approvati il primo piano regionale malattie rare campano (DCA 48), e dopo revisione del MEF, la sua implementazione dopo (DCA 61). Il piano ha come obiettivo la costruzione di una rete multidisciplinare hub-hub ed hub-spoke, attraverso un processo di revisione della rete attuale, implementazione del registro regionale, costruzione di percorsi per patologia/gruppi di patologie (PDTA: piani diagnostico-terapeutici assistenziali), che possano calarsi nella nostra realtà regionale e essere applicati attraverso la costituzione di unità ben specifiche di malattie rare (UNITS) a seconda dell’expertise dei vari centri. Altri obiettivi del piano sono l’implementazione della ricerca (clinica-traslazionale), progetti di formazione, informazione e prevenzione che partano dal territorio per arrivare ai presidi di riferimento. Il braccio operativo per la realizzazione del piano sono i tavoli regionali m. rare a tematica (ovvero: per gruppi di patologia, secondo la L. 279/2001 ed il DPCM LEA 2017), con figure riconosciute che coordinano gli esperti identificati dalle varie aziende sanitarie. Da ultimo servirà un confronto con la Regione, con le ASL, e le Associazioni di categoria per condividere e quindi applicare tutto il percorso svolto”.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Box</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Sottotipi di amiloidosi: le terapie</strong></p>
<p>Per l’amiloidosi AL si utilizzano dei trattamenti di chemioterapia, mentre per le forme cosiddette wild type o senili, legate all’alterazione della transtiretina (una proteina prodotta dal fegato che può essere alterata geneticamente o per motivazioni diverse) è possibile utilizzare dei farmaci: ad esempio il Tafamidis, oggetto di un recente lavoro sul New England presentato alla Società Europea di Cardiologia, che dimostra l’efficacia di questa terapia per ridurre la morbilità e la mortalità dei pazienti. Questa molecola ha un effetto non solo sul fenotipo neurologico ma anche su quello cardiologico per i pazienti affetti da “ipertrofia” causata da amiloidosi. Ci sono poi tutta una serie di altre molecole in via di sviluppo che agiscono con meccanismi diversi e che nei prossimi anni entreranno sicuramente nella pratica clinica.</p>
<p>&nbsp;</p>

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			<p><strong>Prof. Giuseppe Limongelli</strong></p>
<p>U.O. Malattie Rare Cardiovascolari – A.O. dei Colli – Osp. Monaldi</p>
<p>Via Leonardo Bianchi &#8211; Napoli</p>
<p>Tel. 081-70622211</p>
<p>email:</p>
<p><a href="mailto:giuseppe.limongelli@unicampania.it">giuseppe.limongelli@unicampania.it</a>;</p>
<p><a href="mailto:malattierarecardiovascolari@ospedalideicolli.it">malattierarecardiovascolari@ospedalideicolli.it</a></p>

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		<title>Fondazione Pascale di Napoli: un centro d’avanguardia per la cura del melanoma</title>
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				<pubDate>Fri, 24 May 2019 14:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Oncologia]]></category>
		<category><![CDATA[benessere]]></category>
		<category><![CDATA[CURA DEL MELANOMA]]></category>
		<category><![CDATA[dottori]]></category>
		<category><![CDATA[medicina]]></category>
		<category><![CDATA[MELANOMA]]></category>
		<category><![CDATA[oncologia]]></category>
		<category><![CDATA[PAOLO ASCIERTO]]></category>
		<category><![CDATA[PASCALI NAPOLI]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
		<category><![CDATA[ù]]></category>

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			<p style="text-align: center;"><strong><em>Immunoterapia e target therapy sono oggi le terapie più innovative per curare il melanoma in fase metastatica. Molte anche le sperimentazioni per riuscire a curare sempre più persone</em></strong></p>
<p>La Fondazione Giovanni Pascale è uno dei più antichi IRCCS italiani, fondato nel 1933 dal Senatore Giovanni Pascale. Rinomato in tutto il mondo per l’attività di ricerca, sperimentale e clinica, unita a prestazioni assistenziali di elevata complessità e qualità, oggi costituisce una tra le più significative realtà sanitarie italiane e internazionali in campo oncologico. Al suo interno operano tante professionalità, organizzate in Dipartimenti d’organo. È il <strong>Prof. Paolo Ascierto</strong>, Direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative – una delle poche oggi sperimentali – a presentarci la struttura ed a spiegarci quali sono ad oggi le terapie più innovative per la cura del melanoma che, a livello cutaneo, vede ogni anno in Italia circa 14.000 nuovi casi. “La Fondazione Pascale è oggi, per il melanoma, un centro di riferimento nazionale ed uno dei più importanti a livello internazionale. Nell’ambito dell’Unità che dirigo, il trattamento del melanoma ha un ruolo di primaria importanza: con me lavorano 4 dermatologi che operano in ambulatorio per lo screening, visitando 60 persone al giorno. Al Pascale vediamo circa 600 casi di melanomi/anno in tutti gli stadi della malattia: 400 vengono dal nostro ambulatorio di screening e 200, soprattutto pazienti metastatici, inviati da altri centri. In questo momento in follow up abbiamo circa 5.000 pazienti in stadi diversi. Fortunatamente l’80% di questi sono diagnosi precoci, ma ogni anno muoiono circa 2.000 persone di melanoma. Se dunque una volta era considerata una malattia rara, oggi purtroppo non è più così”.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Che tipi di melanoma esistono e quali i principali fattori di rischio?</strong></p>
<p>“Esistono diversi tipi di melanoma: quello cutaneo, delle mucose e dell’uvea. Un tempo era una malattia tipica degli anziani, oggi, invece, si sta spostando verso fasce d’età più giovani e tra i più giovani (20-30 anni) è la prima causa di morte. Il principale fattore di rischio è legato ai raggi ultravioletti, sia con l’esposizione intensa al sole sia soprattutto per le lampade abbronzanti, considerate elementi cancerogeni di classe 1 e vietate per legge ai minori di 18 anni. Addirittura lo IARC (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro), organismo dell’OMS, ha evidenziato come l’esposizione ai raggi di queste lampade sotto i 35 anni aumenti del 75% il rischio di tumore della pelle”.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Quali sono, oggi, le terapie più innovative per il melanoma?</strong></p>
<p>“Con l’avvento dei nuovi farmaci – per lo studio dei quali un grande contributo è arrivato proprio dal Pascale – la storia del melanoma è cambiata radicalmente. Oggi le terapie più utilizzate sono l’immunoterapia e la target therapy. Avendo il Pascale acquisito un’esperienza importante con l’immunoterapia – ad oggi abbiamo trattato circa 3.000 pazienti – oggi ci riconoscono un ruolo di riferimento come esperti anche per altre neoplasie”.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Qual è la differenza tra le due terapie?</strong></p>
<p>“La target therapy viene utilizzata per quei pazienti affetti da melanoma della pelle metastatico con mutazione della proteina Braf (circa la metà dei casi). La mutazione fa sì che la cellula sia in continua proliferazione e determini lo sviluppo del tumore. Il farmaco target, un braf inibitore,  usato in combinazione con un altro inibitore della proteina cellulare MEK per un effetto ancora più potente, agisce in maniera selettiva sulla forma mutata della proteina per “spegnere” l’attività dovuta alla mutazione e bloccare l’evoluzione del tumore curando la malattia,  garantendo un’elevata efficacia e una sopravvivenza prolungata. L’immunoterapia, invece, funziona sbloccando alcuni “freni” inibitori del sistema immunitario e aiutando a riattivarlo contro le cellule tumorali. Al momento si conoscono due freni per i quali sono in commercio i farmaci: l’anti CTLA-4 e l’anti PD1, che sono le molecole scoperte dai Premi Nobel per la medicina James Allison e a Tasuku Honjo. Oggi grazie all’immunoterapia si è in grado di curare la metà dei melanomi in fase metastatica. Per l’altra metà dei pazienti c’è ancora tanto da fare e tutta una serie di farmaci in corso di sperimentazione. Nei pazienti con melanoma metastatico che presentano la mutazione BRAF si possono utilizzare entrambe le terapie e proprio in questo momento sto partecipando ad un nuovo studio (Secombit) per individuare la giusta sequenza dei due trattamenti”.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Quali sono i prossimi passi?</strong></p>
<p>“Negli ultimi anni si è cominciato a utilizzare le due terapie in fase precoce, ossia subito dopo la chirurgia, per prevenire le metastasi e ridurre il rischio di recidiva, ed entrambe terapie si sono dimostrate particolarmente efficaci. Al momento in Italia questi farmaci per il trattamento precoce non sono ancora rimborsabili ma l’approvazione è imminente, pertanto il prossimo obiettivo sarà proprio quello di poterli utilizzare non solo per la malattia in fase avanzata. E poi ci sono le nuove combinazioni di farmaci su cui stiamo lavorando per consentire anche al restante 50% dei pazienti con malattia metastatica, che non rispondono alle nuove terapie, di vivere più a lungo”.</p>

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			<p><strong>Prof. Paolo Ascierto</strong></p>
<p>Dir. Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative Fond. Pascale</p>
<p>Via Mariano Semmola, 53 – Napoli</p>
<p>Tel. 081 5903001</p>
<p>email: <a href="mailto:p.ascierto@istitutotumori.na.it">p.ascierto@istitutotumori.na.it</a></p>

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	</div>
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		<title>Complicanze renali nel diabete di tipo 2 e nuovi farmaci</title>
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				<pubDate>Fri, 24 May 2019 13:35:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Diabetologia e Dietetica]]></category>
		<category><![CDATA[diabete]]></category>
		<category><![CDATA[diabetologia]]></category>
		<category><![CDATA[dottori]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe pugliese. farmaci nuoci]]></category>
		<category><![CDATA[INFORMAZIONE]]></category>
		<category><![CDATA[medicina]]></category>
		<category><![CDATA[roma]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>

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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6abe266ad97ee"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6abe266ad9a83"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<p style="text-align: center;"><strong><em>Oltre a controllare efficacemente i livelli glicemici, le nuove terapie risultano efficaci anche in termini di protezione cardiovascolare e renale</em></strong></p>
<p>Circa il 40% dei pazienti affetti da diabete di tipo 2 sviluppa una complicanza renale di vario grado, che aumenta il rischio di eventi cardiovascolari (infarto o ictus) anche fatali o può sfociare nell’insufficienza renale terminale che richiede la dialisi o un trapianto. È il <strong>Professor Giuseppe Pugliese</strong>, Ordinario di Endocrinologia all’Università Sapienza, Dirigente Medico presso l’Ospedale Sant’Andrea di Roma, coordinatore del gruppo di studio interassociativo della Società Italiana di Diabetologia e della Società Italiana di Nefrologia, a spiegarci quali sono, oggi, le terapie disponibili per il trattamento delle complicanze renali nei pazienti affetti da diabete 2.</p>
<p>“Negli ultimi anni non c’è stato un grande progresso a livello di nuove terapie per migliorare la gestione della complicanza renale nel paziente diabetico di tipo 2. In realtà si è inciso su quella che era la manifestazione clinica più frequente e più precoce, l’albuminuria – ossia l’aumento dell’albumina nelle urine –– che è stata ridotta grazie all’introduzione di alcuni farmaci che hanno dimostrato di avere una certa funzione protettiva nei confronti dei reni bloccando il sistema renina angiotensina. Nonostante ciò, pur riducendo l’albuminuria, non si è ottenuta una parallela riduzione della perdita di funzione renale, perché si è visto che questa può avvenire anche indipendentemente dalla presenza di albuminuria e dalla sua correzione. Tuttavia, negli ultimi tre anni, sono stati pubblicati dei risultati interessanti riguardo a nuovi farmaci studiati per abbassare la glicemia, sui quali sono stati condotti degli studi multicentrici internazionali per testare, rispetto alla terapia abituale, la loro efficacia sul rischio cardiovascolare. Come obiettivo secondario di questi studi è stato valutato anche l’effetto di questi farmaci sul danno renale. E due classi di farmaci in particolare si sono dimostrate non solo uguali ma superiori alle terapie precedenti sia dal punto di vista del rischio cardiovascolare sia della progressione del danno renale. Gli studi hanno avuto un impatto molto importante sulle Linee Guida nazionali e internazionali e quindi ad oggi a tutti i pazienti diabetici che hanno già avuto un evento cardiovascolare o che hanno una malattia renale deve essere prescritta preferenzialmente, secondo le Linee Guida, una di queste due nuove classi di farmaci”.</p>
<p><strong>Quali sono questi farmaci?</strong></p>
<p>La prima classe di farmaci è rappresentata dagli agonisti recettoriali del GLP1, che mimano l’azione di un ormone del nostro organismo (il GLP1) e sono conosciuti anche come incretine: si tratta di farmaci che vengono iniettati nel sottocute e che sono risultati efficaci nella protezione cardiovascolare e renale. Risultati ancora migliori sono stati ottenuti con un’altra classe di farmaci, gli inibitori dell’SGLT2 che, a differenza dei primi, sono efficaci anche sullo scompenso cardiaco e, a livello renale, sono risultati in grado di ridurre non solo l’albuminuria, come gli altri, ma anche la perdita di funzione renale. Al momento, il limite di questi farmaci è che devono essere usati prima che la funzione renale si deteriori oltre un certo livello, perché il loro meccanismo d’azione, almeno sulla glicemia, presuppone che il rene sia funzionante. Tuttavia, il valore di filtrato al di sotto del quale gli SGLT2 inibitori non possono essere usati dovrà essere verosimilmente abbassato nel prossimo futuro, dopo che saranno stati pubblicati i risultati di uno studio il cui obiettivo primario era l’efficacia di un SGLT2 inibitore sul danno renale.  Se infatti, come da anticipazioni, i risultati di questo studio saranno positivi, ciò renderà ancora più stringente l’indicazione ad usare questi farmaci anche in pazienti diabetici con malattia renale più avanzata.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Box</strong></p>
<p><strong>Il diabete mellito di tipo 2</strong></p>
<p>È di gran lunga la forma di diabete più frequente (interessa il 90% dei casi) ed è tipico dell’età matura. È caratterizzato da un duplice difetto: non viene prodotta una quantità sufficiente di insulina (ormone che consente all’organismo di utilizzare il glucosio per i processi energetici all’interno delle cellule) per soddisfare le necessità dell’organismo (deficit di secrezione di insulina) e l’insulina prodotta non agisce in maniera soddisfacente (insulino-resistenza). Il risultato è l’incremento dei livelli di glucosio nel sangue (iperglicemia).</p>

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			<p><strong>Prof. Giuseppe Pugliese</strong></p>
<p>UOC Diabetologia Ospedale</p>
<p>Sant’Andrea</p>
<p>Via di Grottarossa 1035, 00189 Roma</p>
<p>Tel. 06 33775040</p>
<p>email:<a href="mailto:Giuseppe.pugliese@uniroma1.it"> Giuseppe.pugliese@uniroma1.it</a></p>

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		<title>Enuresi, i rimedi per la pipì a letto</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/enuresi-i-rimedi-per-la-pipi-a-letto/</link>
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				<pubDate>Fri, 24 May 2019 13:31:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Enuresi]]></category>
		<category><![CDATA[Bari]]></category>
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		<category><![CDATA[INFORMAZIONE]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
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			<h3 style="text-align: center;"><em>Ce ne parla la <strong>Dottoressa Gabriella Aceto</strong>, </em><em>Pediatria Universitaria “Trambusti”- Policlinico di Bari</em></h3>
<p style="text-align: center;"><em>Col termine Enuresi s’intende una minzione completa durante il sonno a partire dai 5 anni d’età per le bambine e dai 6 anni per i bambini. Un fenomeno presente nel 15-20% dei ragazzi di età compresa fra i 5 e i 14 anni ma non solo; l’enuresi notturna riguarda anche il 2% circa della popolazione adulta. Ogni notte infatti fa pipì a letto un milione e duecento mila fra bambini e adolescenti  e 700mila adulti. Una diagnosi precoce è importante e la terapia è tanto più efficace quanto tempestiva.</em></p>
<p><strong>Quali sono le cause dell’enuresi?</strong></p>
<p>Non esiste un’unica causa, è più corretto parlare di un insieme di concause. E’ ormai comprovata la componente genetica: il rischio di urinare a letto è 5-7 volte più alto tra i bambini con un genitore che ne ha sofferto in età scolare e circa 11 volte superiore se la problematica ha interessato entrambi i genitori. Occorre però fare prima una distinzione importante fra enuresi primaria e secondaria. Nel primo caso la minzione notturna è sempre presente perché il bambino non ha imparato a contenere la pipì e non ha mai avuto un periodo asciutto notturno continuativo superiore ai sei mesi. Con enuresi secondaria invece s’intendono fenomeni di minzione notturna non continuativi, che avvengono dopo aver trovato il prefetto controllo della propria vescica. Varie possono essere le cause di questa problematica; oltre l’ereditarietà, i disturbi del sonno e disfunzioni di tipo fisiologico, come l&#8217;alterazione del ritmo circadiano della produzione di urina durante la notte e una vescica più piccola rispetto alla capacità attesa per quell’età o più attiva.</p>
<p><strong>Esistono anche cause psicologiche?</strong></p>
<p>Lo stress può influire ma non è più considerato causa primaria del disturbo, ma un fattore scatenante che unito ad altri squilibri dà origine al problema. Studi recenti hanno mostrato che circa il 60% dei bambini con enuresi viene sottoposto a visita pediatrica, il che equivale a dire che oltre 700mila non vengono curati per il loro problema. L’enuresi è spesso una problematica sommersa, a causa dell’omertà di molti genitori che volutamente non si confrontano con il pediatra perché si vergognano o, peggio ancora, pensano si tratti di un problema di tipo psicologico. Oggi però è stato ampiamente dimostrato che non è così.</p>
<p><strong>Crescendo il problema scompare?</strong></p>
<p>Crescere aiuta, ma non basta. Con l’età nei maschi cresce la prostata e fanno la loro comparsa gli ormoni che attenuano il problema. Gli estrogeni nelle donne aumentano la tenuta dei tessuti intorno all’uretra, ma chi ha sofferto di enuresi è probabile che in andropausa o menupausa abbia problemi d’incontinenza.</p>
<p>E’ importante allenare i bambini a fare correttamente pipì, educandoli ad esempio a non stare molte ore senza urinare o a non trattanerla troppo a lungo, a farla prima di andare a dormire. Anche parlarne è importante: il bambino che ha paura di bagnare il letto spesso si sente frustrato e ha problemi di autostima, dorme poco e può avere ripercussioni anche sul rendimento scolastico.</p>
<p>Utili anche una corretta alimentazione e idratazione; se abituiamo i bambini a bere durante il giorno aiutiamo le loro vesciche ad allargarsi, regolando così i processi di produzione di urina e di minzione.</p>
<p><strong>Quali sono i rimedi più utili?</strong></p>
<p>Varie possono essere le terapie per regolare il traffico di acqua a livello renale. Esistono terapie farmacologiche da utilizzare per un breve periodo di tempo e diminuire progressivamente. Vanno seguite scrupolosamente le indicazioni del medico.</p>
<p>Se il bambino ha una vescica piccola, un farmaco anticolinergico può aiutare a ridurne le contrazioni e aumentarne la capacità, specialmente se si verifica un’incontinenza anche diurna.</p>
<p>Anche in questo caso è necessario attenersi alle indicazioni del medico. Esistono poi dei piccoli dispositivi a batteria, disponibili in farmacia senza prescrizione medica, che lanciano l’allarme quando avvertono l&#8217;umidità sul pigiama o sulla biancheria da letto del bambino.</p>
<p>L&#8217;allarme suona proprio quando il bambino inizia a urinare in modo da svegliarlo. L’utilizzo di questo strumento può richiedere da uno a tre mesi per risolvere il problema, in molti casi funziona, ha un basso rischio di ricaduta o di effetti collaterali e così facendo si evita di somministrare farmaci.</p>

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	</div>
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			<p><strong>Dott.ssa Gabriella Aceto</strong></p>
<p>Pediatria Universitaria Trambusti, Policlinico di Bari</p>
<p>Tel: 0805593278</p>
<p>email: <a href="mailto:gabriella.aceto@policlinico.ba.it">gabriella.aceto@policlinico.ba.it</a></p>

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	</div>
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		<title>Definizione e trattamento della psoriasi: cosa c’è di nuovo</title>
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				<pubDate>Fri, 24 May 2019 13:25:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dermatologia]]></category>
		<category><![CDATA[antonio giovanni richetta]]></category>
		<category><![CDATA[dermatologia]]></category>
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		<category><![CDATA[medicina]]></category>
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			<h3 style="text-align: center;"><strong><em>Ce ne parla il Prof. Antonio Giovanni Richetta, Dermatologo del Policlinico Umberto I di Roma, sede di un Centro di riferimento in Italia per la cura di questa patologia</em></strong></h3>
<p><strong>Professore, cos’è la psoriasi?</strong></p>
<p>“La psoriasi è una malattia infiammatoria cronica sistemica, a prevalente interessamento cutaneo, con andamento cronico-recidivante; si manifesta con chiazze eritemato-squamose che possono presentarsi su tutto l’ambito cutaneo, ma che prediligono alcune sedi corporee quali gomiti,  ginocchia, cuoio capelluto. Tale patologia è il risultato di una interazione fra fattori genetici ed ambientali che concorrono ad alterare l’omeostasi immunitaria dell’individuo affetto, dando origine ad un quadro infiammatorio sistemico”.</p>
<p><strong>Quale impatto ha la patologia sulla qualità di vita del paziente?</strong></p>
<p>“Considerata un tempo “la malattia dei sani,”  oggi la psoriasi rappresenta in realtà  una patologia molto complessa in cui l’infiammazione che ne è alla base, coinvolge non solo l’organo cute, ma numerosi altri apparati ed organi (cardiovascolare, osteo-articolare, intestinale, rene, fegato, occhio),  che devono essere presi sempre in esame nella valutazione globale del paziente psoriasico. La psoriasi è una malattia con un alto impatto sullo stato psicologico di chi ne è affetto. La cute rappresenta il nostro biglietto da visita, l’organo con cui ci relazioniamo con il mondo esterno ed è quindi chiaro come tale malattia possa incidere significativamente nei rapporti sociali, sul piano affettivo, lavorativo ed economico. Spesso il paziente tende a nascondersi, non frequentando luoghi pubblici, a coprirsi specialmente quando è localizzata in sedi visibili, a limitare la vita di relazione”.</p>
<p><strong>A chi bisogna fare riferimento per assicurarsi un trattamento adeguato?</strong></p>
<p>“È fondamentale che la persona affetta da psoriasi si rivolga ad un centro specializzato dove sia presente, oltre ad un ambulatorio dermatologico dedicato a tale patologia, un team multidisciplinare in grado di inquadrare il paziente nella sua globalità ed affrontare le comorbidità spesso presenti. Nella Clinica Dermatologica del Policlinico Umberto I di Roma è presente un centro di riferimento, ormai da diversi anni, che si avvale di specialisti in grado di diagnosticare precocemente la psoriasi e le comorbidità correlate”.</p>
<p><strong>Qual è l’approccio terapeutico oggi?</strong></p>
<p>“La terapia della psoriasi si basa sulla gravità di estensione della malattia. Nelle forme lievi si utilizza una terapia topica fondamentalmente a base di derivati della vitamina D che possono essere associati a corticosteroidi. Nelle manifestazioni moderate/gravi si somministra una terapia sistemica di prima linea che prevede l’utilizzo di ciclosporina, metotrexate, etretinato e acido fumarico. Nel caso in cui tali farmaci non risultassero sicuri ed efficaci si può ricorrere ad una seconda linea terapeutica, una “target therapy”, rappresentata dai farmaci biologici e dagli inibitori delle fosfodiesterasi. Le terapie sono in continua evoluzione. La scoperta di specifiche molecole coinvolte nel processo infiammatorio della psoriasi ha dato origine alla possibilità di utilizzare farmaci di precisione. Ci si è avvicinati in tal modo a trattamenti con alti profili di efficacia e sicurezza tali da poter essere utilizzati anche per periodi di tempo relativamente lunghi. Il futuro sicuramente ci riserverà una terapia sempre più personalizzata sulla base dello stato di malattia cutanea e sistemica del paziente”.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Box</strong></p>
<p><strong>I diversi gradi di psoriasi</strong></p>
<p>La severità della psoriasi è definita e calcolata in base all’estensione cutanea ed alla tipologia delle lesioni: si parla di psoriasi lieve, moderata e grave in base ad un parametro numerico, il PASI, che combina il tipo di lesione (eritema, indurimento, desquamazione) con la percentuale di superficie corporea affetta. Non esiste dunque un parametro che riesca a definire la malattia nella sua dimensione a 360 gradi. Tuttavia esistono altri criteri che ci permettono di avere consapevolezza di altri aspetti salienti che definiscono la patologia: l’ACR ci dà una visione del coinvolgimento articolare, il DLQI della ripercussione psicologica del paziente e dell’impatto che la psoriasi ha sulla qualità di vita del paziente, un aspetto preso sempre più in considerazione dal dermatologo, tanto da divenire, talvolta, discriminante nella scelta terapeutica.</p>

		</div>
	</div>
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			<p><strong>Dott. Antonio Giovanni Richetta</strong></p>
<p>Policlinico Umberto I “Sapienza”</p>
<p>University of Rome</p>
<p>Viale del Policlinico, 155 Roma</p>
<p>Tel/Fax:+39 06 49976966</p>
<p>email: <a href="mailto:antoniorichetta@hotmail.com">antoniorichetta@hotmail.com</a></p>

		</div>
	</div>
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