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	<title>Diabetologia e Dietetica &#8211; Sanità &amp; Benessere</title>
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	<description>Sito di divulgazione scientifica</description>
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		<title>Mal di testa e alimentazione: quale legame?</title>
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				<pubDate>Mon, 16 Oct 2023 08:09:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[Benessere]]></category>
		<category><![CDATA[Diabetologia e Dietetica]]></category>
		<category><![CDATA[FLASH NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[Food & Drink]]></category>
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		<category><![CDATA[Sanità]]></category>

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				<description><![CDATA[<p>Il mal di testa è un disturbo estremamente comune a livello globale. Una revisione dei...</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p>Il mal di testa è un disturbo estremamente comune a livello globale. Una revisione dei dati della letteratura (Stovner) relativi agli studi sulla popolazione mondiale adulta tra il 1990 e il 2015 ha indagato la prevalenza della <strong>cefalea</strong> a livello mondiale. Dai risultati emersi, si è rilevata una prevalenza media globale di circa il 45%, con una percentuale leggermente superiore al 50% <strong>nelle donne</strong> e poco meno del 40% <strong>negli uomini</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La cefalea è una <strong>malattia sociale</strong> caratterizzata da un impatto notevole sia dal punto di vista economico che sociale. Comporta <strong>costi economici diretti elevati</strong>, relativi alle visite mediche e agli esami effettuati, e <strong>costi economici indiretti</strong>, come i giorni di permesso lavorativo necessari per affrontare il malessere e sottoporsi a visite ed esami. Questa condizione rappresenta circa il 5% delle visite nei servizi di cure primarie e il 30% delle visite specialistiche neurologiche.</p>
<p>L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) l’ha inserita tra le <strong>20 patologie più invalidanti</strong> per le donne tra i 15 e i 45 anni.</p>
<p>Di mal di testa, e del suo legame con l’alimentazione, ne parliamo con la dottoressa <a href="https://www.humanitas-sanpiox.it/medici/anna-losurdo/"><b>Anna Losurdo</b></a>, neurologa presso gli ambulatori Humanitas Medical Care e <a href="https://www.humanitas-sanpiox.it/"><strong>Humanitas San Pio X</strong></a>.</p>
<h2>Cos’è il mal di testa?</h2>
<p>La <strong>patologia cefalalgica</strong> comprende una vasta gamma di forme differenti per quanto riguarda la presentazione clinica, la storia naturale, l’origine e la prognosi: la cefalea può essere sia un sintomo di altre patologie, sia una patologia autonoma.</p>
<p>Una suddivisione riguarda le <strong>cefalee primarie</strong>, in cui il dolore rappresenta il sintomo principale e non sono presenti cause organiche dimostrabili, e le <strong>cefalee secondarie</strong>, in cui il dolore è causato da una patologia sottostante che può manifestarsi con cefalea come sintomo iniziale o dominante, ma solitamente è associata ad altri segni e/o sintomi della malattia di base.</p>
<p>Le <b>cefalee primarie </b>includono:</p>
<ul>
<li aria-level="1">Emicrania</li>
<li aria-level="1">Cefalea di tipo tensivo</li>
<li aria-level="1">Cefalea a grappolo</li>
<li aria-level="1">Altre cefalalgie autonomico-trigeminali.</li>
</ul>
<p>Le <b>cefalee secondarie</b> sono associate a:</p>
<ul>
<li aria-level="1">Traumi cranici e cervicali</li>
<li aria-level="1">Disturbi vascolari cranici o cervicali</li>
<li aria-level="1">Disturbi intracranici non vascolari</li>
<li aria-level="1">Uso/abuso di sostanze o sospensione delle stesse</li>
<li aria-level="1">Infezioni</li>
<li aria-level="1">Disturbi dell’omeostasi</li>
<li aria-level="1">Disturbi del cranio, collo, occhi, orecchie, naso, seni paranasali, bocca e altre strutture facciali o craniche</li>
<li aria-level="1">Disturbi psichiatrici.</li>
</ul>
<h2>Mal di testa, quali sono le cause?</h2>
<p>Oltre alla predisposizione individuale e familiare, esistono molti “<strong>trigger</strong>” della cefalea, che possono essere di natura alimentare, ormonale, psicologica, ambientale, endogena, metabolica e farmacologica.</p>
<p>L’<b>alimentazione </b>non è considerata la causa primaria del mal di testa, ma alcune sostanze presenti negli alimenti possono contribuire ad esacerbare i sintomi e scatenare attacchi di mal di testa in individui predisposti.</p>
<p>L’elenco dei cibi spesso coinvolti è piuttosto lungo e comprende alimenti che contengono sostanze come le <strong>amine biogene</strong> (come l’istamina, la feniletilammina e la tiramina) che possono influire sulle vie cerebrali vascolari.</p>
<p>Ecco alcuni degli <strong>alimenti</strong> più frequentemente associati alla comparsa del <strong>mal di testa</strong>:</p>
<ul>
<li>Formaggi stagionati o fermentati.</li>
<li>Cioccolato, cacao e frutta a guscio.</li>
<li>Agrumi, pomodori, crauti e lamponi.</li>
<li>Banane, avocado, fichi e prugne.</li>
<li>Hot dog, carni stagionate, inscatolate, conservate o trattate (salsicce, salumi, pesce secco salato).</li>
<li>Glutammato monosodico (usato come esaltatore di sapidità in alcuni cibi, come dadi da brodo, salsa di soia, snack e preparati per zuppe).</li>
<li>Aspartame (un dolcificante), nitriti (conservanti utilizzati principalmente nei salumi e nelle carni in scatola) e solfiti (additivi presenti nei vini).</li>
<li>Cibi grassi e fritture.</li>
<li>Gelato e altri alimenti freddi.</li>
<li>Aringhe e frutti di mare.</li>
<li>Bevande contenenti caffeina.</li>
<li>Bevande alcoliche, in particolare vino rosso e birra.</li>
</ul>
<p>È importante tenere presente che, oltre agli alimenti stessi, alcune <strong>abitudini</strong> possono scatenare una crisi di mal di testa, come:</p>
<ul>
<li aria-level="1">Disidratazione</li>
<li aria-level="1">Riduzione del consumo di caffeina rispetto a quanto abitualmente si assume</li>
<li aria-level="1">Digiuno, come saltare i pasti o ritardarli (saltare la colazione, ad esempio, può causare mal di testa durante la mattina; oppure, un fastidioso mal di testa al risveglio potrebbe essere causato da una cena consumata con eccessivo anticipo rispetto al riposo notturno).</li>
</ul>
<p>Il consiglio è quello di prestare attenzione all’alimentazione, soprattutto se si soffre di mal di testa, e imparare a monitorare e annotare gli alimenti che possono causare fastidio e peggiorare la cefalea. Tenere un <strong>diario alimentare</strong> può aiutare a individuare eventuali correlazioni tra cibi e mal di testa.</p>
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		<title>Apri gli occhi sul diabete. Al San Gerardo il 9 aprile la campagna di screening</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/apri-occhi-diabete-san-gerardo-9-aprile-screening-occhi/</link>
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				<pubDate>Mon, 04 Apr 2022 14:30:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marketing]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Diabetologia e Dietetica]]></category>
		<category><![CDATA[FLASH NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[Istituzioni]]></category>
		<category><![CDATA[ASST Monza]]></category>
		<category><![CDATA[diabete]]></category>
		<category><![CDATA[FAND Associazione Italiana Diabetici]]></category>

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				<description><![CDATA[<p>La Campagna nazionale di screening sulla retinopatia diabetica “Apri gli occhi sul diabete”, che prevede...</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<h4>La Campagna nazionale di screening sulla retinopatia diabetica <em><strong>“Apri gli occhi sul diabete”</strong></em>, che prevede visite oculistiche gratuite su prenotazione, fa tappa alla ASST Monza.</h4>
<p><img class="aligncenter" title="apri occhi diabete san gerardo 9 aprile screening occhi" src="https://www.ordinemedct.it/wp-content/uploads/2018/10/asst-monza.png" alt="" width="300" height="300" /></p>
<p>Promossa da<strong> FAND, Associazione Italiana Diabetici</strong>, <em><strong>“Apri gli occhi sul diabete”</strong></em> prevede visite oculistiche gratuite su prenotazione nei centri ospedalieri aderenti dedicate ai pazienti diabetici che non si siano sottoposti a visite specialistiche oculistiche da tempo o ai pazienti che abbiano già ricevuto una diagnosi di retinopatia diabetica che necessitino di un controllo.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium" src="https://cdn.statically.io/img/www.fand.it/wp-content/uploads/2021/10/LogoFand_sito.jpg?quality=60&amp;f=auto" width="465" height="144" /></p>
<p><strong>QUANDO SI SVOLGERANNO LE VISITE?</strong></p>
<p>Le visite si svolgeranno <strong>sabato 9 aprile</strong> presso gli <strong>ambulatori dell’U.O.C Oculistica dell’Ospedale San Gerardo di Monza</strong>, diretta dal <strong>prof. Michele Coppol</strong>a, esclusivamente su <strong>prenotazione</strong> contattando il <strong>numero 345.7686815 dalle 9.00 alle 13.00</strong>.</p>
<p>La campagna ha lo scopo di aiutare chi soffre di questa patologia ad intraprendere il percorso di cura più adatto e di contribuire a diffondere importanti informazioni su questa patologia che colpisce circa il 30% dei pazienti diabetici ed è la prima causa di cecità negli adulti. È una complicazione del diabete che colpisce gli occhi, causata da un danno ai vasi sanguigni della retina che progredisce lentamente ma che, se trascurata, può progressivamente provocare danni irreversibili.</p>
<h4>Ecco la dichiarazione del Presidente nazionale di FAND ASSOCIAZIONE ITALIANA DIABETICI, Emilio Augusto Benini</h4>
<p><img class="aligncenter" title="apri occhi diabete san gerardo 9 aprile screening occhi" src="https://www.primapaginanews.it/public_files/files_upload/articoli/immagini/2f9f70/502293/5a5187654336801d6248b7a9c1d64320e482287e.jpg" alt="" width="757" height="426" /></p>
<blockquote><p><em><strong>“Condividiamo lo spirito di questa importante campagna nella giusta consapevolezza che il diabete, purtroppo, non è solo quello che siamo abituati a vedere relativamente a glicemia e terapia; le complicanze, e la retinopatia diabetica è una delle più insidiose, fanno parte dell’evoluzione critica della malattia e coinvolgono ancora oggi migliaia di persone affette da diabete sia di tipo 1 che di tipo 2. </strong></em></p>
<p><em><strong>Proprio per questo la FAND è in prima linea con tutti coloro che agiscono attivamente per contrastare l’evoluzione e si adoperano per far emergere il problema e poterlo curare nel più breve tempo possibile”.</strong></em></p></blockquote>
<h4><strong>Ed ecco cosa aggiunge il Professor Michele Coppola: </strong></h4>
<p><img class="aligncenter" title="apri occhi diabete san gerardo 9 aprile screening occhi" src="https://www.michelecoppolaoculista.it/uploads/2021-4-21/768-0/coppola-12.jpg" alt="" width="588" height="390" /></p>
<blockquote><p><em><strong>“L’Unità operativa complessa di Oculistica dell’Ospedale San Gerardo ha sempre mostrato un’attenzione a tutto tondo alle patologie dell’occhio. Una di queste è il diabete, malattia diffusa nella popolazione dai vari effetti collaterali e che nelle forme più gravi coinvolge l’apparato visivo. </strong></em></p>
<p><em><strong>Può essere difficile per i pazienti mantenere un costante controllo della malattia. Per questo motivo un momento dedicato alla vista può essere utile per prevenire complicanze altrimenti di difficile soluzione. </strong></em></p>
<p><em><strong>Questo è lo spirito con il quale abbiamo aderito all’iniziativa aprendo le porte ai pazienti, al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica: la prevenzione è una alleata della cura. Cure di secondo livello trovano sicuramente posto all’interno dei nostri ambulatori, quali la fluorangiografia, trattamenti laser, indagini a mezzo Oct, trattamenti iniettivi intravitreali”.</strong></em></p></blockquote>
<p>Al fine di tutelare la salute dei pazienti e del personale medico delle strutture ospedaliere, tutte le visite saranno effettuate in totale sicurezza, in ottemperanza alle misure di prevenzione igienico-sanitarie legate all’emergenza Covid-19.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Per ulteriori informazioni: <a href="https://aprigliocchisuldiabete.it/">www.aprigliocchisuldiabete.it</a></strong></h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>FONTE: Ufficio stampa “Apri gli occhi sul diabete” e Ufficio stampa ASST MONZA</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>Ipercolesterolemia Familiare Omozigote: dalla terapia standard ai nuovi approcci</title>
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				<pubDate>Thu, 25 Nov 2021 10:49:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Diabetologia e Dietetica]]></category>
		<category><![CDATA[Medicina]]></category>

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				<description><![CDATA[<p>Grazie alla ricerca farmacologica e alla diagnosi precoce, oggi è possibile trattare questa patologia rara...</p>
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]]></description>
								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em><strong>Grazie alla ricerca farmacologica e alla diagnosi precoce, oggi è possibile trattare questa patologia rara evitando, almeno negli adulti, gli invasivi trattamenti aferetici e garantendo una qualità di vita soddisfacente.</strong></em></p>
<p>Il Prof. <strong>Maurizio Averna</strong> è Ordinario di Medicina Interna dell’Università di Palermo, Direttore del Reparto di Medicina d’Urgenza e Astanteria del Policlinico della città e Direttore del Centro di Riferimento Regionale per le Malattie Rare del Metabolismo, unico Centro per l’adulto in tutta la Sicilia che, da più di trent’anni, si occupa di Malattie Rare sia del Metabolismo lipidico che del metabolismo in genere, attraverso una serie di ambulatori e il supporto di un grande laboratorio per la diagnosi genetica delle patologie.</p>
<p><strong>Professore, cosa sono le Malattie Rare del Metabolismo?</strong></p>
<p>“Si tratta di Malattie Genetiche legate a mutazioni geniche che alterano alcuni processi messi in atto dall’organismo per trasformare le proteine, i grassi e gli zuccheri in composti utili per ricavare energia, andando ad “inceppare” il funzionamento metabolico nell’organismo del paziente. Essendo genetiche, si manifestano fin dalla nascita. Le Malattie Rare sono un numero molto grande (oltre 7/8mila) di patologie eterogenee: per questo, pur essendo rare, il numero di pazienti che ne soffre è consistente. In Italia si parla di più di un milione di soggetti”.</p>
<p><strong>L’Ipercolesterolemia Familiare Omozigote è una di queste: di cosa si tratta?</strong></p>
<p>“Per capire questa patologia dobbiamo partire dalla forma comune di ipercolesterolemia, che interessa una fetta importante di popolazione con un livello di colesterolo totale nel sangue sopra i 200 mg/dl e di colesterolo LDL o “cattivo” sopra i 115 mg/dl. Come è risaputo, il colesterolo aumentato è uno dei fattori più importanti che causa aterosclerosi, ossia un accumulo di grassi nelle arterie che, ostruendo le coronarie, provoca molteplici malattie cardiovascolari, che oggi rappresentano la prima causa di morte in tutti i Paesi occidentali. Per questo è necessario tenere il colesterolo sotto controllo, con misure legate alle abitudini di vita e di alimentazione e, quando subentrano altri fattori di rischio come il fumo o sono già presenti malattie cardiovascolari, anche con i farmaci. In alcuni soggetti, tuttavia – in Italia 1 ogni 400mila abitanti, per un totale di 120/150 persone – insorge una mutazione di alcuni geni che controllano il metabolismo del colesterolo: se un bambino eredita questa mutazione in doppia dose, ossia una dal padre e una dalla madre, si realizza una condizione di omozigosi; la frequenza in Italia di questa forma rara è di 1 ogni 400mila abitanti, per un totale di 120/150 persone. I valori in questi soggetti sono tra i 600 e 1000 mg/dl di colesterolo totale e sopra i 500 mg/dl di quello cattivo. Nell’infanzia il colesterolo così alto tende a formare degli accumuli visibili sotto la cute – i cosiddetti xantomi – e, in modo molto accelerato, anche nelle coronarie, per cui questi bambini, se non trattati, rischiano l’infarto precoce. Il nostro obiettivo è quello di identificare subito questi pazienti e predisporli a un trattamento”.</p>
<p><strong>Come si tratta la malattia?</strong></p>
<p>“Fino a qualche anno fa l’unico trattamento possibile per un omozigote era la rimozione meccanica delle particelle che contengono un LDL superiore a 500 mg/dl attraverso un procedimento chiamato aferesi lipoproteica. Questo processo, tuttavia, comportava un’alterazione importante della qualità di vita, perché i pazienti dovevano sottoporsi almeno settimanalmente alla seduta nei Centri di Riferimento che, però, non sono disponibili in tutte le aree geografiche, soprattutto quando si parla di bambini molto piccoli. L’unica terapia farmacologica conosciuta per abbassare il colesterolo – le statine – in questo tipo di pazienti non era efficace. Per fortuna, negli anni, la ricerca farmacologica è riuscita a cambiare la storia di questa malattia. Circa 11 anni fa, infatti, è stato sviluppato, da quattro Centri italiani, tra cui il nostro, e tre internazionali, un farmaco specifico per questa patologia: Lomitapide, che oggi in Italia è disponibile e rimborsato e che consente a questi pazienti, dai 18 anni in su, di avere un livello di colesterolo LDL intorno ai 50/100 mg/dl e di non dover ricorrere ad aferesi. Si stanno, inoltre, studiando altri farmaci innovativi come gli inibitori di PCSK9, degli anticorpi monoclonali che sono in grado di ridurre anche nell’omozigote i livelli di colesterolo del 20-30%; o ancora dei farmaci che agiscono a livello genetico e che, seppur non ancora approvati, si sono dimostrati molto interessanti”.</p>
<p><strong>Che messaggio le piacerebbe trasmettere ai nostri lettori?</strong></p>
<p>“A tutta la popolazione adulta di controllare il colesterolo e, in caso di livelli molto alti, di rivolgersi agli specialisti per capire se si tratta di una forma genetica. Ai futuri genitori con colesterolo geneticamente alto di pensare alla possibilità che il figlio possa nascere omozigote. E, infine, ai pediatri di controllare almeno una volta nei primi cinque anni di vita dei bambini il livello di colesterolo, perché, grazie a questo semplice esame, si possono identificare subito non solo gli omozigoti ma anche gli eterozigoti, ossia quei soggetti che hanno valori di colesterolo intorno ai 300 mg/dl e che meritano anch’essi il trattamento con le statine, indicato dall’età di 8/10 anni”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Contatti</strong></p>
<p>Prof. <strong>Maurizio Averna</strong></p>
<p>Direttore UOC di Astanteria / Medicina d’urgenza AOU Policlinico “Paolo Giaccone” Università di Palermo</p>
<p>Via del Vespro 129 – 90127 Palermo</p>
<p>Tel. 091 6554338/6554331</p>
<p>Mail: <a href="mailto:maurizio.averna@unipa.it">maurizio.averna@unipa.it</a></p>
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		<title>100 anni di Insulina: la storia e la sfida della ricerca sul Diabete</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/100-anni-di-insulina-la-storia-e-la-sfida-della-ricerca-sul-diabete/</link>
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				<pubDate>Mon, 22 Mar 2021 13:21:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[CS COMMUNICATION SRL]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Diabete]]></category>
		<category><![CDATA[Diabetologia e Dietetica]]></category>
		<category><![CDATA[FLASH NEWS]]></category>

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				<description><![CDATA[<p>Le tappe della storia dell’insulina e della lotta al diabete: dalla scoperta dell’ormone alle tecnologie...</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: center;">Le tappe della storia dell’insulina e della lotta al diabete: dalla scoperta dell’ormone alle tecnologie più avanzate per il monitoraggio del glucosio fino al trapianto di isole pancreatiche.</h2>
<h2></h2>
<p>Esattamente 100 anni fa cambiava la storia della medicina per i pazienti diabetici. Fu solo <strong>agli inizi del Novecento</strong> che venne scoperta l’esistenza dell’<strong>insulina</strong>, un <strong>ormone secreto dal pancreas e fondamentale per regolare il metabolismo</strong> del nostro organismo. Senza l’insulina, infatti, non saremmo in grado di utilizzare lo zucchero che assumiamo tramite i cibi per i processi energetici all’interno di tutte le cellule del nostro corpo.</p>
<p>Ripercorriamo insieme le<strong> tappe che hanno portato a questa importante scoperta</strong> <strong>fino alle tecnologie d’avanguardia oggi disponibili </strong>per i pazienti diabetici, insieme al professor <a href="https://www.hsr.it/dottori/emanuele-bosi">Emanuele Bosi</a>, primario di Diabetologia all’<a href="https://www.hsr.it/">IRCCS Ospedale San Raffaele</a> e docente di Medicina Interna all’Università Vita-Salute San Raffaele.</p>
<h2>Perché l’insulina è importante</h2>
<p>La <strong>mancanza di questo ormone nel sangue</strong> <strong>o la difficoltà a utilizzarlo correttamente</strong> portano a sviluppare, rispettivamente, il <strong>diabete di tipo 1</strong> (per lo più di origine autoimmune) e il <strong>diabete di tipo 2</strong> (molto eterogeneo, ma in larga misura di origine metabolica). Tutti i tipi di diabete si manifestano attraverso l’<strong>iperglicemia</strong>, cioè l’elevazione della concentrazione dello zucchero nel sangue.</p>
<h3>Il ruolo dell’insulina nel diabete di tipo 1</h3>
<p>Nel diabete di tipo 1, poiché le cause alla base di questa malattia sono attualmente ancora ignote, l’insulina è a oggi l’<strong>unica terapia salvavita</strong>, che oltretutto deve essere somministrata di continuo attraverso:</p>
<ul>
<li> <strong>iniezioni multiple giornaliere;</strong></li>
<li>mediante strumenti indossabili definiti<strong> microinfusori</strong>, con la necessità di dovere provvedere in ogni momento della giornata la quantità di insulina necessaria.</li>
</ul>
<p>In questi pazienti, <strong>la mancanza assoluta dell’insulina provoca la morte</strong>, mentre una terapia insulinica presente, ma<strong> inadeguata</strong>, comporta con il tempo il rischio di <strong>sviluppare delle complicanze croniche</strong> in grado di colpire e compromettere la funzione di organi fondamentali come occhi, reni, nervi periferici, cuore, vasi, cervello, ecc.</p>
<h3>Il ruolo dell’insulina nel diabete di tipo 2</h3>
<p>Nel diabete di tipo 2 la terapia con insulina non è, nella maggior parte dei casi, salvavita, ma si rende ugualmente <strong>necessaria in una proporzione di circa un terzo dei casi.</strong></p>
<h2>La scoperta dell’insulina</h2>
<p>Furono due medici canadesi,<strong> Frederick Grant Banting</strong> e <strong>Charles Herbert Best </strong>(quest’ultimo all’epoca degli esperimenti ancora studente), a <strong>isolare per la prima volta nel 1921 l’isletina</strong>, oggi nota come <strong>insulina</strong>.</p>
<p>Un anno più tardi, <strong>Leonard Thompson</strong>, un ragazzo di <strong>14 anni </strong>che rischiava di morire di diabete in un ospedale di Toronto, divenne <strong>la prima persona a ricevere un&#8217;iniezione di insulina</strong>. Il risultato fu incredibile: <mark>entro 24 ore, i livelli pericolosamente alti di glucosio nel sangue di Leonard scesero a livelli quasi normali, salvandogli la vita.</mark></p>
<p>Le notizie sulla possibilità di iniettare l&#8217;insulina si diffusero rapidamente in tutto il mondo e, forte del primo successo, Frederick Banting con l&#8217;aiuto del collega John Macleod, sviluppò una <strong>forma di insulina più pura, prodotta dal pancreas bovino</strong>. A sottolineare l’importanza di questa scoperta, <strong>nel 1923 Banting e Macleod ricevettero il premio Nobel per la medicina</strong>.</p>
<p>I decenni successivi furono cruciali per sviluppare <strong>diverse varietà di insulina</strong>, tutte <strong>di origine estrattiva animale</strong>, con durata d’azione più rapida o più lenta, che portarono alla capacità di coprire le necessità di insulina per le persone con diabete durante le 24 ore, salvando così milioni di vite.</p>
<p>Si attese però fino al <strong>1978</strong> per finalizzare <strong>la prima insulina umana ottenuta per via sintetica</strong> con molti vantaggi associati, compreso quello di <strong>eliminare tutte le possibili reazioni allergiche</strong>.</p>
<h2>Dai pungidito ai sensori innovativi per la misurazione della glicemia</h2>
<p>Il <strong>controllo della glicemia</strong> è parte essenziale della terapia poiché per i diabetici è importante <strong>monitorare e mantenere costanti i livelli di zucchero</strong> nel sangue.</p>
<h3>I pungidito</h3>
<p>“Storicamente la valutazione della concentrazione di glucosio avveniva misurando la presenza di questo componente nelle urine. Solo <strong>negli anni ’70 e ’80 </strong>del secolo scorso si è passati alla <strong>misurazione degli zuccheri nella goccia di sangue capillare</strong>.</p>
<p>Precisamente fu solo nel <strong>1967</strong> che venne realizzato il <strong>primo strumento</strong> per la determinazione della glicemia su una goccia di sangue capillare” spiega il professor Bosi. Questa fu la premessa per l’avvio dell’<strong>autocontrollo glicemico domiciliare</strong>: chi soffriva di diabete poteva così tenere monitorati i livelli di zucchero nel corpo durante il giorno e agire di conseguenza.</p>
<h3>I sensori per misurare la glicemia</h3>
<p>Oggi la miniaturizzazione e la indossabilità di avanzati strumenti per la misurazione del glucosio ha aperto ai pazienti una nuova era, quella del “<strong>monitoraggio continuo</strong>”: <mark>niente più pungidito, ma un sensore da indossare e un lettore che, avvicinato al dispositivo, può dare il <strong>quadro completo del profilo glicemico in meno di un secondo</strong>.</mark></p>
<p>L’esperto specifica: “Questi <strong>sistemi tecnologicamente avanzati</strong> hanno diversi vantaggi:</p>
<ul>
<li> <strong>riducono lo sforzo </strong>che i pazienti devono fare per controllare costantemente la loro glicemia;</li>
<li> permettono a loro e ai medici di <strong>comprendere nel dettaglio il profilo glicemico individuale</strong>;</li>
<li>consentono di <strong>attuare le migliori strategie terapeutiche</strong>”.</li>
</ul>
<h2>Come sconfiggere l’emergenza diabete</h2>
<p>Benché la scoperta dell’insulina abbia consentito di salvare molti milioni di vite e rappresenti oggi la terapia base del diabete di tipo 1 e di una parte importante di persone con il diabete di tipo 2, oggi questa malattia <strong>continua a colpire nel mondo milioni di persone</strong>.</p>
<p>“I numeri sono in continua crescita: basti pensare che in Italia <strong>ogni giorno 4 tra bambini e adolescenti ricevono una diagnosi di diabete di tipo 1</strong> &#8211; afferma Bosi -.<strong> </strong>Gli <strong>strumenti di monitoraggio</strong> e i <strong>corretti stili di vita</strong> rappresentano a oggi le migliori armi a nostra disposizione per trattare questa malattia cronica invalidante. Ma ai risultati raggiunti nel campo della terapia grazie agli sviluppi tecnologici, occorre aggiungere la<strong> ricerca scientifica</strong>, che da anni è impegnata per cercare di <strong>comprendere le cause della malattia</strong>, a oggi prevalentemente ancora ignote, unica possibilità per giungere a una cura definitiva ed alla prevenzione”, conclude l’esperto.</p>
<h2>La ricerca del San Raffaele sul diabete</h2>
<p>Al San Raffaele è presente <strong>un centro di eccellenza</strong>, fondato nel 2007, dedicato esclusivamente allo studio, alla prevenzione e alla cura del diabete: il<strong> </strong><a href="https://research.hsr.it/en/institutes/diabetes-research-institute.html"><strong>Diabetes Research Institute</strong></a> (DRI).</p>
<p>Facendo riferimento in particolare il <strong>diabete di tipo 1</strong>, i ricercatori del DRI cercano innanzitutto di <strong>capire l’origine della reazione autoimmune </strong>che porta il sistema immunitario a distruggere le cellule del pancreas che producono insulina.</p>
<p>Per quanto riguarda lo <strong>sviluppo di nuove terapie</strong>, invece, gli studiosi stanno cercando da una parte di <strong>controllare meglio il sistema immunitario</strong> e dall’altra di <strong>ricostruire il tessuto danneggiato del pancreas</strong>, grazie al miglioramento del <strong>trapianto di isole pancreatiche </strong>da donatore e la messa a punto di <strong>cellule staminali ingegnerizzate </strong>per trasformarsi in cellule capaci di produrre insulina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: https://www.hsr.it/</p>
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		<title>Diabete di tipo 1 e innovazioni tecnologiche:  verso il Pancreas Artificiale</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/diabete-di-tipo-1-e-innovazioni-tecnologiche-verso-il-pancreas-artificiale/</link>
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				<pubDate>Wed, 10 Feb 2021 10:08:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Diabete]]></category>
		<category><![CDATA[Diabetologia e Dietetica]]></category>
		<category><![CDATA[diabete]]></category>
		<category><![CDATA[pancreas artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>

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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6aa436ea408b6"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6aa436ea48b65"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<p class="Corpo" style="text-align: center;"><strong>Un sensore per il monitoraggio continuo dei livelli di glucosio, un microinfusore e un algoritmo matematico di controllo, interconnessi tra loro, consentono di emulare le funzioni </strong></p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6aa436ea48f5b"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6aa436ea4916a"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<div>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Diabete di tipo 1 è una patologia autoimmune caratterizzata dalla distruzione delle cellule beta del Pancreas che producono l’insulina e rappresenta circa il 5-10% di tutti i casi di Diabete Mellito. Per trattarla, ad oggi è necessaria una terapia cronica con multiple iniezioni giornaliere di insulina associate all’automisurazione della glicemia capillare da parte del paziente. Ma, come ci spiega il Prof.<strong> Marco Infante</strong>, Professore di Endocrinologia presso l’UniCamillus di Roma, nel corso degli ultimi anni si è assistito a notevoli progressi nelle tecnologie impiegate per la gestione del Diabete di tipo 1, oltre che del Diabete in generale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Dottore, cos’è il Pancreas Artificiale?</strong></p>
<p>“Oggi sono disponibili diversi sensori impiantabili nel tessuto sottocutaneo che consentono il monitoraggio continuo del glucosio evitando la puntura dei polpastrelli per misurare i valori di glicemia. I microinfusori consentono invece l’infusione continua di insulina nel tessuto sottocutaneo. Lo sviluppo di sofisticati algoritmi in grado di far dialogare in maniera “wireless” i sensori di rilevamento del glucosio ed i microinfusori ha permesso di realizzare il cosiddetto Pancreas Artificiale, un sistema di infusione dell’insulina costituito da tre componenti interconnessi: il sensore sottocutaneo, il microinfusore e l’algoritmo matematico di controllo”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quali vantaggi porta il Pancreas Artificiale e in quali tipologie di pazienti è indicato?</strong></p>
<p>“Da un punto di vista pratico, il Pancreas Artificiale ha il gran vantaggio di liberare il paziente dalle multiple iniezioni quotidiane con le penne di insulina, nonché dal frequente monitoraggio della glicemia attraverso la puntura dei polpastrelli. Inoltre, diversi studi hanno evidenziato come questo sistema determini un significativo miglioramento del compenso glicemico, oltre che una riduzione delle ipoglicemie e della variabilità glicemica.</p>
<p>L’uso del Pancreas Artificiale può essere quindi particolarmente vantaggioso nel Diabete di tipo 1 caratterizzato da scarso controllo glicemico e/o ipoglicemie severe o episodi ricorrenti di ipoglicemia. Tutti i pazienti con Diabete di tipo 1 (compresi bambini ed adolescenti) possono potenzialmente beneficiarne, tuttavia la motivazione e il corretto addestramento del paziente sono elementi indispensabili per poter intraprendere un percorso terapeutico con i moderni sistemi tecnologici”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quali sono le prospettive future della ricerca sulle tecnologie applicate alla gestione del Diabete?</strong></p>
<p>“I dispositivi attualmente in commercio consentono di emulare le funzioni del Pancreas di una persona sana, ma in maniera parziale. Infatti, gli attuali sistemi di infusione di insulina disponibili vengono definiti “ibridi” in quanto sono in grado di automatizzare soltanto l’infusione basale di insulina, ossia la produzione pancreatica di insulina che avviene lontano dai pasti, mentre al momento del pasto o dello snack, il paziente deve comunicare manualmente al Pancreas Artificiale il quantitativo esatto di carboidrati che intende assumere, per poter calcolare la quantità di insulina da somministrare come bolo prandiale. Il passo successivo sarà quello di sviluppare un Pancreas Artificiale che simuli completamente il comportamento del pancreas di una persona sana rilevando il pasto in maniera automatizzata. A tal proposito, i primi risultati degli studi in corso sono promettenti. Inoltre, si sta studiando la possibilità di integrazione dei sistemi di infusione di insulina con tecnologie sofisticate capaci di rilevare in maniera automatica anche altre variabili che influenzano la glicemia, come l’esercizio fisico, il sonno o situazioni di stress. Infine, sono in corso trial clinici per valutare l’efficacia del Pancreas Artificiale “a doppio” o “triplo ormone”, in grado di somministrare altri ormoni (oltre all’insulina) potenzialmente utili a prevenire le ipoglicemie e ridurre le iperglicemie postprandiali”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>A che punto è, invece, la ricerca sulla cura per il Diabete di tipo 1?</strong></p>
<p>La ricerca per l’identificazione di una cura biologica per il diabete di tipo 1 continua incessantemente. Di recente, infatti, sono emersi dati incoraggianti riguardanti l’efficacia di nuove immunoterapie. Inoltre, i recenti progressi nel campo della medicina rigenerativa lasciano ben sperare. Nel frattempo, lo sviluppo di tecnologie sempre più avanzate non solo sarà utile per migliorare il compenso glicemico (con importanti ripercussioni in termini di prevenzione delle complicanze croniche della malattia), ma contribuirà a migliorare sempre di più la qualità della vita delle persone con Diabete di tipo 1”.</p>

		</div>
	</div>
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			<p><strong>Contatti</strong></p>
<p>Prof. Marco Infante</p>
<p>Professore di Endocrinologia presso UniCamillus, Saint Camillus International University of Health Sciences;</p>
<p>Specialista in Endocrinologia e Malattie del Metabolismo presso Diabetes</p>
<p>Research Institute Federation (DRIF), Università degli Studi di Roma Tor Vergata</p>
<p>Via di Sant’Alessandro 8, 00131, Roma</p>
<p>Mail: marco.infante@unicamillus.org /</p>
<p><a href="mailto:marco.infante@uniroma2.it">marco.infante@uniroma2.it</a></p>
<p class="Corpo">

		</div>
	</div>
</div></div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6aa436ea5127c"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"></div></div></div></div></div></div></section><div class="vc_row-full-width vc_clearfix"></div><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6aa436ea513f2"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6aa436ea515dc"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><div class="vc_empty_space"   style="height: 20px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6aa436ea5180b"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6aa436ea51986"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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		<title>Tecnologia e nuovi farmaci gli nella cura del Diabete</title>
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				<pubDate>Wed, 10 Feb 2021 09:46:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Diabetologia e Dietetica]]></category>
		<category><![CDATA[covid]]></category>
		<category><![CDATA[cura]]></category>
		<category><![CDATA[diabete]]></category>

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								<content:encoded><![CDATA[<section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6aa436ea525ba"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6aa436ea52726"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<p style="text-align: center;"><strong>È il Dottor <em>Cesare Celeste Berra</em>, Responsabile della Diabetologia Clinica del Gruppo Multimedica, Centro d’eccellenza per la Diabetologia e l’Endocrinologia, a raccontarci le ultime novità.</strong></p>

		</div>
	</div>
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<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Dottore, quale contributo apportano le nuove tecnologie alla cura dei pazienti diabetici, anche in situazioni difficili come la recente pandemia?</strong></p>
<p>“Durante la prima ondata, in cui si è assistito a una chiusura quasi totale degli ambulatori per la gestione della cronicità, noi siamo riusciti, grazie alla tecnologia, ad aiutare i soggetti diabetici, soprattutto quelli fragili e in terapia multi-iniettiva, con l’utilizzo di piattaforme che da remoto potevano darci l’andamento delle glicemie in tempo reale e con valori assolutamente corretti. Nei mesi di febbraio e marzo, con questa tecnologia e l’aiuto di care giver e familiari, abbiamo assistito un’ottantina di soggetti da casa, per lo più anziani. Si tratta di una piattaforma – che prossimamente useremo anche nei reparti – per il monitoraggio della glicemia da remoto che funziona mediante un sensore FGM (Flash Glucose Monitoring) applicato a livello della cute del paziente e collegato a un lettore o una app, che permette di misurare le glicemie senza bucare il dito e quante volte si vuole. Il suo utilizzo anche nei reparti Covid potrebbe essere un valido aiuto nel ridurre i contatti tra medico e paziente favorendo il distanziamento”.</p>
<p><strong>Covid e Diabete: quali relazioni avete potuto osservare?</strong></p>
<p>“Sicuramente chi è malato di Diabete ha un rischio maggiore di sviluppare un andamento da infezione da Covid più grave. A maggior ragione chi soffre di scompenso metabolico è importante che venga ancor più strettamente controllato perché purtroppo il Diabete scompensato è un terreno di coltura perfetto per sviluppare un outcome peggiore dall’infezione da Coronavirus. Senza contare tutti gli altri effetti collaterali legati al lockdown, primo fra tutti l’obesità: al ritorno all’attività ambulatoriale a regime, ci siamo trovati di fronte a un netto peggioramento dello scompenso legato a un incremento del peso. Del resto sappiamo bene che il lifestyle è la terapia fondamentale per il Diabete, soprattutto di tipo 2, quindi l’impossibilità di svolgere attività fisica, lo smart working e un’alimentazione scorretta o più abbondante hanno portato a un aumento ponderale di 2 / 4 kg di media, che a sua volta ha causato un peggioramento del compenso metabolico. Per questo è fondamentale, anche nei momenti di difficoltà, non trascurare i malati cronici, mantenendo attivi i contatti, anche per controllare l’aderenza terapeutica, un altro aspetto importantissimo che va costantemente monitorato con visite programmate dal medico curante”.</p>
<p><strong>A livello di terapie farmacologiche quali sono le ultime novità?</strong></p>
<p>“Nel congresso che, con i colleghi Prof. Fiorina, Prof Folli, Dott. ssa Orsi e Dott. Bertuzzi abbiamo organizzato con enorme soddisfazione di recente, abbiamo trattato proprio il tema dei nuovi farmaci. Se a livello di molecole non ci sono novità sostanziali, grandi passi avanti negli studi clinici sono stati su quello che è il loro utilizzo – è stato ancora una volta sottolineato come sia importante l’utilizzo della terapia più adeguata nei soggetti con Diabete – e sull’indicazione a trattare il paziente diabetico in prevenzione primaria e non solo secondaria, ossia senza aspettare che, ad esempio, abbia un evento cardiovascolare ma prevenendolo. Farmaci come la Semaglutide e Dulaglutide, ad esempio, permettono innanzitutto una somministrazione mono settimanale anziché giornaliera o addirittura due volte al giorno – un enorme passo avanti per un farmaco iniettivo – oltre ad avere importanti benefici in termini di riduzione del rischio cardiovascolare, di scompenso metabolico, di calo ponderale, di riduzione pressoria, e dunque di mortalità. Senza contare il miglioramento della condizione di benessere del paziente che li utilizza. Purtroppo questi farmaci innovativi sono ad oggi sottoutilizzati dai Diabetologi che si mettono ancora poco in gioco e sono ancora restii a proporre ai pazienti questo tipo di terapie”.</p>
<p><strong>Cosa vede nel futuro più prossimo della Diabetologia?</strong></p>
<p>“Da un lato le aziende farmaceutiche stanno studiando ulteriori nuove terapie che sembrano già essere molto promettenti; dall’altro il sogno è quello di poter contare sempre di più su una Rete Diabetologica che, con il supporto di Regioni e Stato, possa gestire sempre meglio i pazienti sul territorio. La Telemedicina è utile ma c’è bisogno di vedere i pazienti e avere uno scambio culturale con tutti gli attori che gestiscono questi soggetti e i soggetti stessi. Serve un approccio multidisciplinare come quello che abbiamo in Multimedica, dove, in collaborazione con i Medici di Medicina Generale, siamo riusciti a organizzare un Centro con gruppi di specialisti – dall’Oculista al Cardiologo – dedicati ai pazienti diabetici per condividere le terapie, la storia clinica, gli esami. Una presa in carico a 360°”.</p>
<p>&nbsp;</p>

		</div>
	</div>
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			<p><strong>Contatti</strong></p>
<p>Dott. Cesare Celeste Berra</p>
<p>Responsabile della Diabetologia Clinica IRCCS MultiMedica</p>
<p>Via Milanese, 300</p>
<p>20099 Sesto San Giovanni (MI)</p>
<p>Tel. 02 86878889</p>
<p>Mail: <a href="mailto:cesare.berra@multimedica.it">cesare.berra@multimedica.it</a></p>
<p class="Corpo">

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		<title>Il prezioso contributo della tecnologia nella Diabetologia Pediatrica</title>
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				<pubDate>Wed, 10 Feb 2021 09:25:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Diabetologia e Dietetica]]></category>
		<category><![CDATA[Pediatria]]></category>
		<category><![CDATA[diabete]]></category>
		<category><![CDATA[ivanarabbone]]></category>
		<category><![CDATA[pediatria]]></category>

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			<p style="text-align: center;"><strong>L’implementazione, nei centri pediatrici, di soluzioni hi-tech per il monitoraggio glicemico e l’erogazione di insulina permettono un buon compenso metabolico e una migliore qualità di vita.</strong></p>

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<p>&nbsp;</p>
<p>A parlarcene la Prof.ssa <strong>Ivana Rabbone</strong>, docente di Pediatria presso la Scuola di Medicina dell’Università del Piemonte Orientale, da marzo 2020 Direttore della Pediatria dell’Ospedale Maggiore di Novara – Centro Hub di Riferimento per il quadrante Nord-Orientale piemontese per il Diabete infantile – e Coordinatore della Rete Diabetologica pediatrica regionale.</p>
<p><strong>Professoressa, quali sono i tipi di Diabete più diffusi in età pediatrica?</strong></p>
<p>“Nel 95% dei casi si tratta di Diabete di tipo 1, ossia quello legato a un meccanismo autoimmune di distruzione delle cellule beta che producono insulina e che non possono essere ricostruite, e che dunque necessita di una terapia insulinica come trattamento. Recentemente, tuttavia, abbiamo assistito a un incremento (1% circa) del Diabete di tipo 2 anche nei bambini, soprattutto in età adolescenziale. C’è, infine, una terza fetta di pazienti, di cui si parla poco, che hanno un Diabete di tipo monogenico, caratterizzato da una mutazione genetica. Fa parte di questa tipologia il Diabete neonatale, una forma rara geneticamente determinata, in cui l’alterazione di un gene rende le cellule del pancreas incapaci di secernere insulina, ma non di produrla. Il Diabete monogenico necessita di un trattamento con insulina o, nel caso del Diabete neonatale, di un trattamento con sulfaniluree, un farmaco che va a sbloccare la cellula beta che produce insulina. Ad oggi a Novara, grazie anche alla collaborazione con la Genetista del Dipartimento, abbiamo implementato le diagnosi genetiche per questo tipo di Diabete, diventando un collettore per i pazienti di tutta la Regione”.</p>
<p><strong>Come vengono utilizzate le nuove tecnologie nella cura dei pazienti diabetici di tipo 1?</strong></p>
<p>“Innanzitutto per l’automonitoraggio della glicemia. Oggi abbiamo a disposizione dei device, altamente tecnologici ma al tempo stesso molto semplici da utilizzare, che consentono di misurare il livello del glucosio nel corso della giornata in modo veloce, non invasivo e molto pratico. Si tratta di piccoli sensori che si applicano facilmente sulla parte posteriore del braccio – possono farlo tranquillamente i genitori – e che misurano in continuo l’andamento della glicemia. In secondo luogo la tecnologia ci viene in aiuto anche nella somministrazione dell’insulina: oggi, infatti, grazie a diversi modelli di microinfusore – con cateterino o il tipo patch senza fili, che solitamente è più gradito dagli adolescenti perché molto discreto e più pratico – che possono anche essere collegati ad alcuni sensori attraverso un algoritmo, è possibile erogare l’insulina con molta precisione e regolare sia l’ipoglicemia sia l’iperglicemia”.</p>
<p><strong>Quali benefici apportano ai pazienti queste soluzioni hi tech?</strong></p>
<p>“Se queste tecnologie sono molto sfruttate dai giovani adulti che le gestiscono in autonomia e con la massima facilità tramite app e smartphone, nei bambini in età pediatrica diventano una vera e propria esigenza metabolica indispensabile. I piccoli pazienti, infatti, sono gestiti ancora da un care giver – in primis il genitore – che ha bisogno di un monitoraggio del glucosio interstiziale in continuo e molto preciso. Questi sensori hi-tech gli consentono di rilevare l’andamento della glicemia su un device esterno via bluetooth, ad esempio il cellulare o il lettore apposito, in modo veloce, semplice e frequente. Con notevoli benefici sia da un punto di vista clinico – il medico ha a disposizione molte più informazioni che può utilizzare per ottimizzare al meglio la terapia – sia di qualità di vita dei pazienti. Basti solo pensare al non dover effettuare la puntura del polpastrello più volte al giorno, un metodo scomodo, doloroso e frustrante per i pazienti, che spesso finiscono col non misurarsi la glicemia con la frequenza necessaria. Questo moderno tipo di monitoraggio ha dimostrato, invece, di ridurre il rischio di ipoglicemie e di aumentare il tempo che questi pazienti passano con un buon controllo metabolico durante la loro giornata (time in range). Avendo diversi device a disposizione, possiamo “sartorializzare” la terapia in maniera molto precisa, garantendo a ciascun paziente un buon compenso metabolico e una buona qualità di vita”.</p>
<p><strong>Sono tecnologie semplici da usare da parte dei genitori dei piccoli pazienti?</strong></p>
<p>“Sì, ma serve un grande lavoro di educazione terapeutica nei confronti delle famiglie, della scuola, dei care giver per renderli autonomi e in grado di gestire una terapia così complessa ma necessaria per mantenere un buon compenso metabolico ed evitare l’ipoglicemia, che tanto spaventa i genitori. Alcuni tipi di sensori hanno addirittura un allarme e, laddove il sensore è collegato al microinfusore, l’algoritmo è in grado di prevedere la discesa della glicemia e sospendere l’erogazione dell’insulina in modo preventivo”.</p>
<p><strong>Si può prevenire il Diabete di tipo 1?</strong></p>
<p>“No, la patologia non si può prevenire, quello che si può prevenire è l’esordio grave, facendo arrivare il bambino alle cure prima che si presentino delle manifestazioni acute della malattia. Questo aspetto è emerso in tutta la sua gravità durante la prima fase della pandemia, quando molti pazienti, per paura, arrivavano in ospedale in condizioni già molto gravi, spesso in coma. Purtroppo nel Diabete di tipo 1 il ritardo diagnostico si traduce in un rischio di vita. Per questo è fondamentale riconoscere precocemente i segni dell’esordio della malattia: il bere e l’urinare tanto, anche svegliandosi più volte di notte, e l’astenia. Questa emergenza sanitaria ci ha confermato anche come la telemedicina, supportata dall’innovazione tecnologica, possa essere un valido aiuto per le persone con Diabete, nel curarsi anche a distanza e in sicurezza”.</p>
<p><strong>Quali potrebbero essere i prossimi passi nel trattamento del Diabete di tipo 1?</strong></p>
<p>“L’unica forma di guarigione oggi è il trapianto di pancreas, con tutte le conseguenze che esso comporta e non praticabile su pazienti di età pediatrica. Il futuro potrebbe essere lo sviluppo delle cellule staminali, costruendo dei pancreas sostituitivi di tipo biologico che producano insulina alternativamente a quello naturale. Questa però è ancora ricerca, ad oggi si punta tutto sulla tecnologia, che rende questi piccoli pazienti assolutamente abili a fare qualsiasi cosa”.</p>

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			<p><strong>Contatti</strong></p>
<p>Prof.ssa Ivana Rabbone</p>
<p>Direttore SCDU Pediatria</p>
<p>Ospedale Maggiore della Carità</p>
<p>Corso Mazzini, 18 – 28100 Novara</p>
<p>Tel. 0321 3733350</p>
<p>Mail: <a href="mailto:ivana.rabbone@uniupo.it">ivana.rabbone@uniupo.it</a></p>
<p class="Corpo">

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		<title>Nuove frontiere nella cura del Diabete</title>
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				<pubDate>Tue, 09 Feb 2021 14:45:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Diabetologia e Dietetica]]></category>
		<category><![CDATA[camilloricordi]]></category>
		<category><![CDATA[diabete]]></category>
		<category><![CDATA[diabetologia]]></category>
		<category><![CDATA[miami]]></category>

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			<p class="Corpo"><strong>Dalle sostanze protettive come la Vitamina D e gli Omega-3, agli antiossidanti, dallo stile di vita al trapianto di isole pancreatiche, aumentano le strategie per combattere questa patologia.</strong></p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6aa436ea637b1"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6aa436ea63989"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<div>
<p>&nbsp;</p>
<p>A parlarcene, il Prof. <strong>Camillo Ricordi</strong>, Direttore del Diabetes Research Institute and Cell Transplant Center dell’Università di Miami e massimo esperto mondiale nel campo dei trapianti di isole pancreatiche per la cura del Diabete.</p>
<p><strong>Quali nuove prospettive stanno emergendo per la cura e la prevenzione del Diabete?</strong></p>
<p>“Non esiste cura senza prevenzione della ricorrenza di malattia. Nel Diabete di Tipo 1 quando si effettua un trapianto di cellule che producono insulina, ad esempio, il trattamento può portare alla guarigione (ossia all’indipendenza dall’uso di insulina esogena) ma poi la ricorrenza della malattia autoimmune resta in agguato e bisogna adottare strategie per prevenirla. Negli ultimi 10 anni le opzioni per il trattamento e la prevenzione del Diabete si sono notevolmente arricchite. Da un lato i trapianti di isole pancreatiche, in molti casi risolutivi, come trattamento dei casi più gravi in soggetti adulti, dall’altro molecole “scudo” come Vitamina D e Omega-3; ma anche polifenoli e attivatori delle sirtuine, come politadina e pterostilbene, sono oggetto di studi che potrebbero cambiare la nostra vision di come si possano prevenire malattie autoimmuni come il Diabete di tipo 1 o malattie croniche degenerative come il Diabete di tipo 2 e altre patologie neurodegenerative legate a invecchiamento, dieta e stile di vita”.</p>
<p><strong>Dieta e stile di vita possono influire anche sull’insorgenza del Diabete di tipo 1?</strong></p>
<p>“Se grandi passi in avanti sono stati condotti nel Diabete di tipo 2, notoriamente legato a dieta e stile di vita, studi recenti suggeriscono che diete scorrette e carenza di sostanze protettive possano aumentare il rischio di malattie autoimmuni come il Diabete di tipo 1, in cui le cellule delle isole pancreatiche preposte alla produzione di insulina vengono distrutte selettivamente dal sistema immunitario e costringono i pazienti a gestire i loro livelli di zucchero nel sangue attraverso la somministrazione giornaliera di insulina. Sempre più studi dimostrano l’importanza di stile di vita, dieta e l’assunzione di sostanze protettive, che nel caso di pre-Diabete e Diabete di tipo 2 possono migliorare la sensibilità all’azione dell’insulina e, nel caso del Diabete di tipo 1, modulare infiammazione e sistema immune prevenendo o ostacolando la progressione delle reazioni autoimmuni”.</p>
<p><strong>Quali sono queste sostanze protettive in fase di studio?</strong></p>
<p>“La Vitamina D e gli Omega-3 sono in fase di studio in trials clinici randomizzati prospettici, per determinare la possibilità di rallentare o arrestare la progressione del Diabete di tipo 1. In questi studi abbiamo osservato che, in quasi tutti i soggetti, l’esordio del Diabete di tipo 1 viene anticipato da livelli bassi di Vitamina D nel sangue e da un rapporto tra Omega-6 e Omega-3 sbilanciato. Inoltre, più è basso il livello di Vitamina D minore è la produzione residua di insulina all’esordio, indicando una maggiore “aggressività” della reazione autoimmune contro le cellule produttrici di insulina. Polifenoli e attivatori delle sirtuine stanno emergendo come fattori importanti per modulare il Sistema immune e l’infiammazione, contribuendo a mantenere un controllo metabolico efficace”.</p>
<p><strong>Perché è importante avere livelli adeguati di queste sostanze protettive?</strong></p>
<p>“Studi sperimentali hanno dimostrato che carenza di Vitamina D, livelli bassi di Omega-3 e livelli alti di Omega-6 risultano in una insufficiente capacità del nostro Sistema immune a modulare reazioni iper-immuni e iper-infiammatorie, che in mancanza di fattori protettivi, possono risultare in una patologia autoimmune come il Diabete di tipo 1 o nel caso di un soggetto predisposto a Diabete di tipo 2 possono aumentare la resistenza all’azione dell’insulina, che in questo caso deriva dallo stato infiammatorio silente legato alla dieta”.</p>
<p><strong>Che test si possono fare per valutare se le nostre difese sono a livelli ottimali?</strong></p>
<p>“È possibile valutare lo stato di infiammazione silente legato alla dieta con un semplice test che misura il rapporto tra Omega-6 e Omega-3 nel sangue usando due markers “surrogati”: il test dell’infiammazione, o rapporto AA/EPA (Acido Arachidonico / Acido Eicosapentaenoico), che valuta lo stato infiammatorio silente del soggetto collegato alla dieta. Se alla carenza di Vitamina D e Omega-3 si aggiunge un’alimentazione ricca di zuccheri raffinati e povera di sostanze protettive come polifenoli e attivatori delle sirtuine, può aumentare il rischio di malattie autoimmuni come il Diabete di tipo 1. L’integrazione di queste sostanze protettive a una dieta sana potrebbe aiutare la prevenzione non solo del Diabete, ma anche di infezioni virali gravi, come il Covid-19, e malattie croniche legate all’invecchiamento”.</p>
<p><strong>Sul fronte della cura dei casi più gravi di Diabete di tipo 1 che novità stanno emergendo?</strong></p>
<p>“Il risultato più importante è probabilmente legato al trapianto di isole pancreatiche, un’opzione terapeutica che ha permesso ad alcuni pazienti di vivere senza avere bisogno di iniezioni di insulina anche per un tempo superiore ai 10 anni. Si tratta di una terapia cellulare che consiste nel prelevare le cellule produttrici di insulina dal pancreas di un donatore, purificarle e trapiantarle nel paziente in modo da ripristinare la loro capacità di produrre l&#8217;insulina senza la necessità di doversi sottoporre a iniezioni. La procedura consente di raggiungere e mantenere profili glicemici ottimali e studi recenti hanno dimostrato che, nonostante l’assunzione di farmaci anti-rigetto, la sopravvivenza di pazienti adulti a 20 anni dal trapianto è addirittura superiore a quella riportata in letteratura per soggetti della stessa età trattati con solo terapia insulinica. Il 2021 vedrà anche i primi trapianti di cellule che producono insulina derivate dalle staminali che potrebbero porre fine al limitato numero di donatori d’organo e la sperimentazione di nuove molecole immuno-modulanti che sostituiranno i farmaci anti-rigetto”.</p>
<p><strong>Queste strategie potrebbero servire anche per malattie virali come il Covid-19?</strong></p>
<p>“Studi recenti hanno sottolineato come alcuni nutrienti e sostanze protettive potrebbero avere un ruolo critico non solo per la prevenzione di malattie autoimmuni o croniche degenerative legate all’invecchiamento, ma anche aiutarci in questa emergenza Covid-19. Mi riferisco a sostanze come Vitamina D3, acidi grassi Omega-3, polifenoli e attivatori delle sirtuine come polidatina, pterostilbene, onochiolo, e altre sostanze naturali come lattoferrina, fisetina e quercetina, tuttora in fase di studio e discusse più in dettaglio sul sito www.fit4Pandemic.com. Inoltre, abbiamo appena concluso uno studio clinico internazionale che ha avuto un successo significativo sulla sopravvivenza e tempo di guarigione di soggetti affetti da forme gravi di Covid-19, grazie a infusioni intravenose di cellule staminali mesenchimali derivate dal cordone ombelicale, le stesse cellule cha avevamo già utilizzato con successo per il trattamento del Diabete di tipo 1, e che sono ora in fase di studio anche per altre malattie autoimmuni”.</p>

		</div>
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			<p><strong>Contatti</strong></p>
<p>Prof. Camillo Ricordi</p>
<p>Direttore Istituto Ricerche sul Diabete e Centro Trapianti Cellulari Università di Miami</p>
<p>Twitter @CamiloRicordi</p>
<p>Linkedin, Facebook: Camillo Ricordi</p>
<p>Instagram: The Cure Alliance</p>
<p class="Corpo">

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div></section><div class="vc_row-full-width vc_clearfix"></div><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6aa436ea6630a"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6aa436ea6647b"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><div class="vc_empty_space"   style="height: 20px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6aa436ea66649"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6aa436ea66811"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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		<title>Diabete Mellito di tipo 2 e nuove terapie</title>
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				<pubDate>Mon, 23 Nov 2020 13:37:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Diabetologia e Dietetica]]></category>
		<category><![CDATA[diabete]]></category>
		<category><![CDATA[diabetemellito]]></category>
		<category><![CDATA[diabetologia]]></category>
		<category><![CDATA[eugeniodamico]]></category>

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			<h5 class="Corpo">L’incremento dell’incidenza della patologia nei prossimi anni richiede l’adozione di strategie di prevenzione primaria e secondaria, con diagnosi precoce e controllo ottimale della glicemia.</h5>

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<p><span style="color: #000000;">Abbiamo fatto il punto con il Dottor <strong>Eugenio D’Amico</strong>, specialista in Endocrinologia e Malattie del Ricambio-Diabetologo, Direttore della SC di Medicina dell’ASP Cosenza Spoke Paola Cetraro. </span></p>
<p><span style="color: #000080;"><strong>Cos’è il Diabete e quale incidenza avrà in futuro sulla popolazione?</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">“Il Diabete Mellito (DM) di tipo 2 è una patologia caratterizzata da un aumento dei valori della glicemia nel sangue. Le persone con questa patologia sono spesso resistenti all’azione insulinica. Questa forma di Diabete resta frequentemente non diagnosticata per molti anni, poiché l’iperglicemia non è così severa da dare sintomi evidenti. L’OMS ha lanciato già da qualche anno un allarme sulla “pandemia Diabete”. Si stima, infatti, che entro il 2026 le persone affette da DM di tipo 2 nel mondo saranno oltre 300 milioni. Di fronte a queste previsioni, confermate peraltro dal documentato incremento dell’incidenza della patologia, si rende sempre più necessario adottare strategie di prevenzione primaria rivolte alla popolazione a rischio di sviluppare il Diabete (familiarità, obesità, sedentarietà, ecc.) e di prevenzione secondaria delle complicanze, mediante la diagnosi precoce e il controllo ottimale della glicemia. Un buon controllo glicemico riduce, infatti, il rischio di complicanze croniche micro e macrovascolari”.</span></p>
<p><span style="color: #000080;"><strong>Come definire se la patologia è ben compensata?</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">“Un paziente ha un ottimo controllo metabolico se ha un valore di emoglobina glicosilata pari o minore del 7%. Al Diabetologo va richiesto un approccio terapeutico personalizzato sulla base dell’età del paziente, durata di malattia, comorbidità, al fine di ottenere sia l’efficacia sia la sicurezza. Un altro requisito indispensabile a una terapia ipoglicemizzante ottimale è tenere conto dei meccanismi di fisiopatologia alla base dell’insorgenza del Diabete. Negli ultimi anni, accanto al deficit beta-secretorio e all’insulino-resistenza si è scoperta una nuova causa che contribuisce alla perdita dell’omeostasi glucidica: il deficit di GLP-1 (glucagon-like peptide-1)”.</span></p>
<p><strong><span style="color: #000080;">Di cosa si tratta?</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">“Di un ormone gastro-intestinale, denominato “incretina”, rilasciato in risposta all’ingestione di cibo, la cui emivita è molto breve (1-2 minuti), e che svolge un ruolo di grande rilievo nell’omeostasi glicemica, stimolando fino al 50-70% la secrezione insulinica dopo un pasto e sopprimendo nel contempo la secrezione di glucagone”.</span></p>
<p><strong><span style="color: #000080;">Esistono dei farmaci che riproducono l’effetto del GLP-1?</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">“Dopo anni di sperimentazione sono stati immessi in commercio dei farmaci incretino-mimetici agonisti o inibitori della DPP-4, l’enzima che inattiva il GLP-1 subito dopo la sua sintesi. I vantaggi di questi farmaci sono l’efficacia nella riduzione dell’emoglobina glicosilata, un rischio ipoglicemico quasi nullo e un incremento ponderale nullo”.</span></p>
<p><strong><span style="color: #000080;">Quando è bene iniziare queste terapie?</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">“Nella pratica clinica, la mia esperienza conferma che l’introduzione precoce di questi farmaci consente risultati molto efficaci in assenza di effetti collaterali quali ipoglicemie e incremento ponderale. Tale classe di farmaci andrebbe dunque proposta il più precocemente possibile al paziente diabetico, magari anche alla diagnosi, al fine di sfruttare le potenzialità di preservazione della massa beta e alfa-cellulare”.</span></p>
<p><strong><span style="color: #000080;">Cosa si auspica per il futuro più prossimo?</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">“Una terapia con gli analoghi del GLP-1 in grado di aggredire uno dei principali fattori della  fisiopatologia della malattia diabetica, a fronte di un costo apparentemente più elevato rispetto ad altri ipoglicemizzanti in uso, comporta in realtà una riduzione dei costi per il SSN in quanto favorisce una riduzione delle ipoglicemie, specie nei casi severi che richiedono ricovero ospedaliero; una riduzione delle ospedalizzazioni per complicanze croniche provocate da un Diabete scompensato, come conseguente miglioramento del controllo glicemico; una riduzione della spesa per presidi, poiché si tratta di farmaci normo-glicemizzanti e non ipoglicemizzanti che richiedono una minore frequenza di autocontrollo domiciliare. È auspicabile, quindi, che i farmaci GLP-1R agonisti siano prescritti dagli operatori sanitari che si trovano a gestire il Diabete fin dall’esordio, così che nel prossimo futuro si abbia conferma del vantaggio del loro impiego sia per la salute del paziente, sia per la riduzione della spesa pubblica”.</span></p>

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			<p class="Corpo"><strong>Contatti</strong></p>
<p class="Corpo">Dott. <strong>Eugenio D’Amico</strong></p>
<p class="Corpo">Direttore SC di Medicina, ASP Cosenza Spoke</p>
<p class="Corpo">Paola Cetraro</p>
<p class="Corpo">Via Promintesta, 87027 Paola (CS)</p>
<p class="Corpo">Tel. 347.3349356</p>
<p class="Corpo">Mail: <span class="Hyperlink0"><a href="mailto:eugenio.damico@aspcs.gov.it">eugenio.damico@aspcs.gov.it</a></span></p>

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		<title>Diabete e nuovi farmaci per ridurre il rischio di Insufficienza Renale</title>
		<link>https://www.sanitaebenessere.it/diabete-e-nuovi-farmaci-per-ridurre-il-rischio-di-insufficienza-renale/</link>
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				<pubDate>Thu, 04 Jul 2019 09:26:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Cirrito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Diabete]]></category>
		<category><![CDATA[Diabetologia e Dietetica]]></category>

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<h3>Nei pazienti con nefropatia diabetica Canagliflozin preserva la funzione renale e assicura nel contempo una protezione cardiovascolare.</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Diabete Mellito è una patologia in continua crescita, a causa dell’invecchiamento della popolazione, la riduzione dell’attività fisica e gli attuali stili di vita. Una delle complicanze più temibili è la nefropatia, ossia la perdita di proteine nelle urine e lo sviluppo di insufficienza renale. È il Prof. Luca De Nicola, nefrologo dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, a darci il quadro della situazione e a spiegarci le ultime conquiste in fatto di terapie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Professore qual è la situazione dei diabetici con malattia renale cronica in Italia?</strong></p>
<p>“Secondo uno studio della Società Italiana di Nefrologia effettuato in collaborazione con l’ANMCO e l’Istituto Superiore di Sanità, in Italia sono 2,2 milioni i soggetti con malattia renale cronica e, di questi, circa 650 mila hanno una nefropatia secondaria al diabete. 45mila sono in dialisi – 13 mila a causa del diabete. Altra considerazione importante è che il paziente con malattia renale diabetica ha un elevato rischio di morte prematura per eventi cardiovascolari ed è proprio la complicanza renale ad aumentare questo rischio.</p>
<p>In pratica, tra i pazienti con nefropatia diabetica chi si salva da un infarto, uno scompenso o un ictus spesso finisce in dialisi. Stiamo parlando dunque di una malattia dal grande impatto in termini di sopravvivenza e ad altissimo costo come cure. Per questo, oggi l’obiettivo di diabetologi e nefrologi è quello di ritardare il più possibile l’entrata in dialisi, agendo con farmaci antiproteinurici (che riducono l’escrezione delle proteine, tossiche per i reni, nelle urine) e, contemporaneamente, riducendo la progressione della malattia renale, ridurre anche il rischio cardiovascolare”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quali erano fino ad oggi le terapie a disposizione?</strong></p>
<p>“Nel 2001 due studi dimostrarono che l’utilizzo di antagonisti dell’Angiotensina II nei pazienti con nefropatie diabetiche avevano l’effetto di ridurre la proteinuria e rallentare l’ingresso in dialisi, poi, per i successivi 15 anni, non si fecero ulteriori passi in avanti. Fino a poco tempo fa quindi i pazienti con malattia renale diabetica venivano trattati con farmaci anti Angiotensina II che sono sì efficaci, ma riducono solo del 20% la progressione del danno renale, lasciando ad alto rischio circa il 50% dei pazienti: sicuramente un miglioramento terapeutico ma non un’ottimizzazione della terapia”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quali sono le ultime novità?</strong></p>
<p>“Nel 2015 sono stati immessi sul mercato gli SGLT2 inibitori, nuovi farmaci antidiabetici che avevano anche un effetto di nefro protezione, con il limite, però, che la popolazione presa in esame era a basso rischio di insufficienza renale. Finché nell’aprile 2019 è stato pubblicato sul New England Journal of Medicine un nuovo studio, il CREDENCE, che, per la prima volta, prendeva in esame una popolazione tutta affetta da Diabete Mellito di tipo 2 associata a malattia renale cronica diabetica in trattamento con anti Angiotensina II. Lo studio andava a valutare, rispetto alla terapia standard, l’efficacia dell’inibitore SGLT2 Canagliflozin con una somministrazione di 1 compressa da 100 mg al giorno sulla progressione della malattia renale. I risultati raggiunti – dopo due anni e mezzo di osservazione – hanno dimostrato che questo farmaco riduce del 30% il rischio di progressione verso la dialisi, abbassando la proteinuria e migliorando la funzione renale. Non solo. Si riduceva anche il rischio di scompenso cardiaco del 40%. Si può affermare quindi che il Canagliflozin abbia un’efficacia nefro-protettiva, cardiovascolare, effetti associati ad un ottimo profilo di sicurezza”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>E i prossimi step?</strong></p>
<p>“È necessario cambiare strategia e approccio al paziente in un’ottica di multidisciplinarietà che veda una collaborazione tra nefrologi e diabetologi per migliorare la prognosi. È anche auspicabile che i nefrologi possano prescrivere tramite il SSN questi farmaci dal momento che, oltre ad essere protettivi sul rene, il meccanismo di azione antiperglicemico è renale (stimolano la perdita di glucosio con le urine). Ad oggi i nefrologi sono prescrittori in tutta in Europa tranne che in Italia. E deve, infine, migliorare ancor di più la prevenzione, utilizzando questi farmaci prima che ci sia un diabete conclamato e complicato, ossia già in presenza delle prime lievi alterazioni della glicemia. In questo senso bisogna che il medico di famiglia o il diabetologo vada a testare in questi pazienti due parametri: la creatinina, per stimare la funzione renale, e la proteinuria, con l’esame delle urine. Entrambi sono test di laboratorio a bassissimo costo ma con una grande valenza nell’identificare il paziente con malattia renale al quale – alla luce dei risultati di Credence – penso sia diventato obbligatorio prescrivere il Canagliflozin”.</p>

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			<p>Ospedale Sant&#8217;Orsola Malpighi, Via Massarenti 9 Bologna</p>
<p>Prof. Luca De Nicola</p>
<p>Prof. di Nefrologia.  Dip. di Scienze Mediche e Chirurgiche Avanzate Università della Campania L. Vanvitelli</p>
<p>Via M. Longo 50, 80138 Napoli</p>
<p>Tel. +39 081 2549405</p>
<p>Mail: <a href="mailto:luca.denicola@unicampania.it">luca.denicola@unicampania.it</a></p>

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