DICIASSETTE ANNI DI SOPRAVVIVENZA LIBERA DA MALATTIA CON LA SOLA TERAPIA DI PRIMA LINEA.
Quella che fino a poco tempo fa era considerata una patologia invariabilmente fatale in tempi brevi, sta vivendo una trasformazione epocale. Il Professor Francesco Di Raimondo, Direttore della Divisione Clinicizzata di Ematologia del Policlinico di Catania e Direttore della Scuola di Specializzazione in Ematologia dell’Università di Catania, delinea i contorni di una “guarigione operazionale” e di un approccio multidisciplinare che punta non solo alla quantità, ma soprattutto alla qualità della vita del paziente.
Professor Di Raimondo, partiamo dai numeri e dalle prospettive: come è cambiato l’orizzonte per un paziente che riceve oggi una diagnosi di mieloma multiplo?
«Fino a pochi anni fa, il mieloma multiplo era una malattia mortale in un arco di tempo medio di cinque anni, caratterizzata da una qualità di vita scadente a causa di lesioni ossee estremamente dolorose. Oggi lo scenario è capovolto: le prospettive di lunga sopravvivenza sono altissime e la qualità di vita è nettamente migliorata grazie a farmaci che, oltre a controllare la malattia, hanno un forte impatto sulla sintomatologia. Attualmente non parliamo ancora di guarigione biologica definitiva, poiché una piccola quota di malattia può persistere, ma di “guarigione operazionale” (operational cure): il paziente convive con la patologia in assenza di sintomi. Le proiezioni statistiche suggeriscono che possiamo prevedere una sopravvivenza libera da malattia prima di una possibile ricaduta di ben diciassette anni per i pazienti di età inferiore a 70 che vengono trattati con la combinazione delle nuove terapie ed autotrapianto e di 4,5 anni per i pazienti più anziani trattati con le nuove combinazioni».
Oltre alla prima linea di trattamento, quali sono le innovazioni biologiche e tecnologiche che stanno cambiando la gestione delle ricadute?
«Paradossalmente, per la seconda e terza linea di trattamento disponiamo di armi ancora più efficaci, da annoverare nel capitolo dell’immunoterapia. Parliamo di anticorpi coniugati, anticorpi bispecifici e cellule CAR-T (Chimeric Antigen Receptor Tcell), strumenti che offrono curve di sopravvivenza straordinarie nei pazienti ricaduti o refrattari. Dobbiamo però considerare che l’immunoterapia è tanto più efficace quanto più piccola è la “taglia” della malattia. Per questo motivo, nei pazienti ricaduti o refrattari alle linee iniziali, una buona strategia può essere quella di utilizzare gli anticorpi coniugati insieme ad altri farmaci attivi nel mieloma oppure utilizzare farmaci con meccanismi d’azione differenti – come gli inibitori dell’esportina-1- o versioni innovative della vecchia chemioterapia – come la peptide farmaco-coniugato – per ridurre il carico tumorale, preparando il terreno affinché le CAR-T o gli anticorpi bispecifici possano agire nel miglior modo possibile». Questi sono farmaci che danno anche la misura di quanto gli avanzamenti tecnologici possano influire sul miglioramento della gestione dei pazienti. Per esempio, il melflufen è un chemioterapico con una nuova formulazione che rispetto al suo antenato, il melphalan, ha un meccanismo d’azione che lo rende molto più selettivo per le plasmacellule neoplastiche rispetto alle altre cellule.
Data l’età avanzata dei pazienti e la cronicità della cura, quali sono le nuove sfide cliniche e l’importanza di un approccio multidisciplinare?
«L’età mediana di insorgenza è di 70 anni; se aggiungiamo gli anni che le varie linnee terapeutiche possono garantire, pensiamo che il paziente con mieloma possa raggiungere una età veramente anziana. Questo impone di guardare oltre la malattia sic et simpliciter, considerando il paziente nella sua complessità e limitando il più possibile gli effetti collaterali deli farmaci. Ed è per questo motivo che chiediamo la collaborazione di altri specialisti che non sono solo l’ortopedico e il nefrologo, come succedeva in passato ma adesso coinvolgiamo anche cardiologi, geriatri, psicologi e nutrizionisti. Il vero “tallone d’Achille” resta però il sistema immunitario: sia la malattia che le terapie colpiscono le plasmacellule sane, rendendo i pazienti deficitari di anticorpi e pertanto vulnerabili alle infezioni. La collaborazione con l’infettivologo è quindi vitale: utilizziamo strategie di profilassi antibatterica e antivirale, vaccinazioni e soprattutto la somministrazione di immunoglobuline per evitare che un paziente in remissione completa possa soccombere a una complicanza infettiva. Il nostro obiettivo è garantire che la quantità di vita guadagnata sia sempre accompagnata da un’adeguata qualità».
Contatti: Prof. Francesco Di Raimondo Direttore della Divisione di Ematologia Azienda Ospedaliero Universitaria Policlinico G.Rodolico - San Marco Via S. Sofia, 78, 95123 Catania Telefono: 095 378 11956 Mail: diraimon@unict.it
